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VAJONT: SEMPRE “DISGRAZIE” CON IL CAPITALISMO?

(9 Novembre 2018)

Dal n. 70 di "Alternativa di Classe"

disastro del vajont

Ore 22.39 del 9 Ottobre del 1963: esattamente 55 anni fa un enorme blocco di terra, su un fronte lungo circa due chilometri, precipitò dal Monte Toc sulla diga del Vajont, provocando una frana di 270 milioni di metri cubi di roccia, che in circa un minuto scivolava nel lago artificiale ad una velocità di 110 Km/h. La massa di terra, precipitando nel lago, provocava due gigantesche onde, alte più di 250 mt. La prima raggiunge i paesi di Casso e di Erto, risparmiandoli per un pelo, ma spazzando via alcune loro frazioni. La seconda, la più grossa, scavalcava la diga, invadendo la valle del Piave, verso ovest. Avrebbe colto in pieno la cittadina di Longarone dopo 4 minuti: trovarono la morte circa 1920 persone, di cui solo 750 verranno poi identificate, altri risulteranno irriconoscibili, ed altri ancora non saranno mai ritrovati.
Prima ancora di raggiungere Longarone, l'onda aveva smosso una quantità d'aria pari a quanto avrebbe smosso una bomba atomica, per cui gran parte delle vittime vennero trovate nude, essendo stati i loro vestiti strappati via. Questa sorta di "tsunami" colpì duramente anche quanti lavoravano agli impianti, una sessantina di persone, di cui 40 dipendenti Enel-Sade e 20 dipendenti dell'azienda Monti, che operava in un altro cantiere, ma continuava ad usare la mensa e gli alloggi sul Vajont.
La gola del Vajont è una gola stretta e profonda, situata tra due montagne, il Monte Toc (in Veneto Toc vuol dire pezzo, cioè roccia che veniva via a pezzi) e il Monte Salta, scavata dal Fiume Vajont, affluente del Piave, che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti, tra Friuli e Veneto. In proposito, infatti, scriveva Amadeo Bordiga: ““Il monte che fiancheggiava il lago artificiale, e che è franato in esso facendolo debordare paurosamente, perché si chiamava monte Toc? In veneto Toc vuol dire “pezzo”: era roccia che veniva via a pezzi, e tutti i valligiani aspettavano la frana. Vajont, nome che, prima che del lago artificiale, era del passo, dell’orrido in cui si è incastrata la diga di 263 metri […] in dialetto ladino friulano vale il veneto “va zo”, va giù / che viene giù / che rovina a valle. Infatti si è parlato di frane storiche, su cui poi hanno poggiato i poveri abitanti”.
Sulle pendici del Monte Salta erano piccole comunità raccolte nel comune di Erto e Casso, mentre all'incontro della gola con la valle del Piave, sorgeva Longarone in provincia di Belluno. Non era facile la vita nel bellunese; dall'Ottocento in poi le persone andavano a cercare fortuna altrove, abbandonando il loro territorio parco di risorse, isolato, fatto di valli strette.
Se c'era una cosa, però, della quale il bellunese era ricco, era l'acqua. Fino dai primi del Novecento l'acqua era soprattutto mezzo di trasporto, e le zattere partendo da Perarolo, sopra Longarone, trasportavano legname e persone fino a Venezia. Con l'arrivo delle strade e della ferrovia, le zattere furono dimenticate, ma arrivarono i pescecani dell'industria idroelettrica.
La strutturale carenza italiana di materie prime, come il carbone, per il proprio fabbisogno energetico, aveva portato il Paese a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. Questo portò allo sfruttamento di valli e corsi d'acqua montani, dove vennero realizzate numerose centrali idroelettriche, che avrebbero prodotto la maggior parte dell'energia elettrica nell'Italia del Nord, fondamentale per il suo sviluppo industriale.
L'idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del Fiume Vajont tramite una diga venne concretizzata dalla Società Elettrica Veneta, poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), particolarmente attiva dai primi del Novecento soprattutto nel nord-est italiano. La SADE fu fondata nel 1905 da Volpi di Misurata, fascista (ministro delle finanze dal 1925 al '28); egli durante il regime si era costruito un vasto impero economico, ma nel 1943, come avevano fatto molti altri imprenditori in vista dei cambiamenti che si prospettavano, per salvare la pelle e il denaro, si era avvicinato alla Resistenza, offrendo aiuti economici ai partigiani.
Gli studi per installare la nuova diga nel Vajont iniziarono già nel 1929, ed il progetto sarà poi approvato nel 1943, in piena guerra. I cantieri verranno aperti con ampi contributi pubblici (il 45 per cento delle spese di costruzione) nel gennaio 1957, occupando 400 persone, e la diga sarebbe divenuta la più alta del mondo, con 266 mt.di altezza, 723 mt sopra il livello del mare e in grado di contenere 115 milioni di mc. di acqua.
E le comunità montane? Nel 1948 venne presentato il progetto, e la SADE sapeva già quali erano i terreni da espropriare, ma doveva convincere i montanari a vendere in nome e per conto della "utilità pubblica". Il Comune (giunta DC) vendette a prezzi irrisori i terreni comunali (solita storia, evidentemente...), sottraendo molte terre agli usi civici. Inoltre, ai montanari vennero espropriati, sempre a prezzo irrisorio, i migliori terreni, quelli più floridi e redditizi, già di per sé scarsi nella valle.
L'apertura dei cantieri creò delle forti tensioni con la popolazione non solo per gli espropri, ma anche per la propria sicurezza, rendendosi conto che il fianco del Monte Toc, che incombeva sul lago, era cedevole. La SADE chiese il parere del geologo austriaco Muller, che di fatto ne confermò la pericolosità: sotto la superficie del Toc si trovava un'enorme massa in movimento, e si sarebbero potute staccare pericolose frane! La relazione non è mai stata resa nota dalla SADE.
Intanto segnali pericolosi continuavano ad arrivare: il 29 Marzo 1959 una frana cadde sulla vicina diga di Pontisei, travolgendo e uccidendo un uomo. I cittadini di Erto e Casso impauriti costituirono un comitato. Il 4 Novembre sul lato sinistro della valle cadde una frana di 700.000 mc. di materiale. Un'onda alta 10 metri non causò nessuna vittima, abbattè degli edifici fortunatamente vuoti; insomma, fu una prova indiscutibile a favore di coloro che sollevavano il problema della sicurezza.
A seguito di questa frana, si aprì sul versante del Monte Toc una lunga frattura, che segnava il perimetro della futura frana del 1963, e sul luogo il terreno continuava a cedere; si sentiva un continuo rumore di terra e di sassi che continuavano a precipitare. La SADE ovviamente non si fermò. La sua preoccupazione non era certamente la vita dei montanari e tanto meno i danni ambientali, ma quella che, se una grossa frana avesse dovuto cadere nel lago, sarebbe stata costretta a ridurre la portata, fino addirittura a non utilizzarla. Un grosso danno economico, questo sì inaccettabile! Così spendette un miliardo di lire per costruire una “galleria di sorpasso”, per assicurare il deflusso dell'acqua anche in caso di frana, e dette l'ordine di predisporre misure di protezione adeguate per il personale che lavorava sul Vajont, facendo spostare più in alto gli alloggi dei dipendenti... La coscienza sporca di chi già teme il peggio! Naturalmente, di tutte queste preoccupazioni e decisioni nulla trasparì all'esterno.
Nel frattempo, il 6 Dicembre 1962 era stata approvata la Legge n.1643 sulla nazionalizzazione delle imprese idroelettriche. Il 16 marzo del 1963 la SADE venne fatta passare all'ENEL, compreso tutto il personale, anche se mantenne funzioni di custodia e gestione della diga, per conto Enel, sino al 27 Luglio... Lo Stato, in teoria, aveva i mezzi per controllare il rispetto delle regole, ma la SADE era forte, economicamente e politicamente, e la Commissione di collaudo della diga, formata il 1 Aprile 1958 dal Ministro dei Lavori Pubblici, in cinque anni non aveva mai riscontrato niente di anomalo, anche se 3 membri, su 5 che componevano la commissione, si trovavano in posizione di incompatibilità (un'inezia!...).
La tragedia del 9 Ottobre 1963 è la conseguenza logica della disumanità del capitale, che per il profitto è disposto a qualsiasi nefandezza, nascondendosi dietro a false parole come, in questo caso, investimento di "pubblica utilità". La mattina del 10 Ottobre Longarone era un'enorme distesa di fango, che copriva una quantità notevole di cadaveri che i primi soccorsi cercavano di recuperare; vennero trasferiti gli abitanti di Erto e di Casso, e la valle sembrava un paesaggio lunare.
Finita la tragedia, si cominciò a discutere di chi fossero state le responsabilità di quanto avvenuto, e mentre alcuni indicarono la SADE, altri ritennero “cause naturali” le colpevoli dell'accaduto, affermando che il fatto non doveva essere strumentalizzato politicamente; in fin dei conti, la diga era rimasta intatta, a prova di una alta opera di ingegneria! Tra questi ultimi, anche lo scrittore Dino Buzzati, tristemente celebre per aver detto: "un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua, e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, ed il sasso era grande come una montagna, e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi".
I mass media, come sempre proni ai poteri economici e politici, nella loro quasi totalità, appoggiarono la tesi della disgrazia naturale; l'eccezione più nota è quella della giornalista dell'Unità, Tina Merlin, che è sempre stata in prima linea insieme alla popolazione di Erta e Casso a denunciare la friabilità di quella zona, premonitrice di eventuali frane che avrebbero messo in serio pericolo la vita degli abitanti. Per questo fu chiamata Cassandra ed accusata di essere comunista, di essere contro il progresso e di essere contro il governo della D.C.! La SADE la denunciò per diffamazione, ma, dopo le testimonianze della popolazione di Erto e di Casso, venne assolta.
Significativo anche l'episodio avvenuto dopo la tragedia. Arrivavano giornalisti da tutta Italia e dall'Europa, ma i pochi superstiti dei luoghi colpiti impedirono loro di avvicinarsi ai pochi sassi che restavano nei paesi; solo la Merlin è potuta passare, e davanti a lei gli uomini si toglievano il cappello e le donne la abbracciavano piangendo.
A pochi giorni dal disastro iniziò il solito rito delle inchieste delle commissioni per "capire" se si fosse trattato di un disastro naturale o se ci fossero dei colpevoli. Dopo un processo, durato dal 1968 al 1972 e svolto a L'Aquila, con sentenza della Corte di Cassazione, per legittima suspicione, ma soprattutto per ragioni di ordine pubblico, temendo la rabbia e la contestazione delle popolazioni colpite, la prevedibilità della frana non venne riconosciuta. Vennero ritenuti colpevoli un dirigente della SADE (Biadene) ed un ispettore del Genio Civile (Sensidoni). Solo il primo finirà in prigione per un anno e sei mesi.
Dalla strage del Vajont (1963) alla strage del Ponte Morandi (2018) sono passati 55 anni, segnati da una serie di tragedie, condotte nel nome del profitto, che si susseguono in Italia con una regolarità abbastanza preoccupante. Queste catastrofi evidenziano contemporaneamente la difficoltà delle grandi masse ad opporsi alle scelte strategiche imposte dall'alto dallo Stato "democratico" borghese, in cui la vita delle persone è posta in secondo piano rispetto alle logiche del profitto di una ristretta cerchia di parassiti, che gestiscono un patrimonio di infrastrutture realizzate con i soldi ed il lavoro degli operai.
Contemporaneamente, va evidenziata la mancanza di unità tra chi lavora e la popolazione, anche se entrambi subiscono gli stessi disastrosi effetti. Il sistema economico in essere, cioè quello capitalistico, è marcio in ogni sua cellula, ed anche in tema di sicurezza lo dimostra, ad esempio con l'appoggio ai business delle grandi opere, spesso inutili (ma utili ai soliti noti...): è il denaro, che muove anche questo business, e non certo la sicurezza della popolazione! Nel capitalismo le grandi tragedie aumentano il PIL ed i profitti.
Pensare di rendere più democratico e più umano questo sistema è da ingenui, visto che la storia ha ampiamente dimostrato la sua irrealizzabilità. Solo la costruzione di un forte movimento anticapitalistico ed internazionalista, che sappia portare avanti una coerente linea di classe del marxismo rivoluzionario può mettere un argine a queste tragedie.
La conclusione sui fatti di allora non può che essere ciò che scrisse A. Bordiga nel 1963: “"La filosofia della tragedia del Vajont (fra tante altre) è una sola. Alla base di queste attuazioni temerarie, dettate e imposte dalla fame di profitto, da una legge economica cui devono chinarsi il terrazziere, il geometra e l'ingegnere dirigente, e per cui è rimedio sciocco trovare con le inchieste quello da condannare, sta il più idiota dei culti moderni,il culto della specializzazione. Non solo è disumano trovare il capro espiatorio, ma è vano, quando si è lasciata sorgere questa insensata società produttrice, fatta a compartimenti stagni. Nessuno sarà colpevole. La scienza e l'arte del produrre e soprattutto del costruire saranno nella società del futuro, che abbia ucciso il mostro del rendimento economico, della produzione di plusvalore, unitarie e indivise. Non la testa di un uomo, ma il cervello sociale, al di sopra di stolti compartimenti stagni, vedrà senza paraocchi di comodo la vastità di ogni problema".

Alternativa di Classe

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