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“Solidarity here and everywhere”. Il pensiero e l’opera di Barbara Harlow tra critica letteraria e militanza politica

(23 Febbraio 2019)

Dallo speciale dedicato alla memoria di Barbara Harlow (1948 – 2017) sulle pagine di Race & Class (R&C), periodico dell’Institute for race relations di Londra (IRR), il più influente think thank della sinistra britannica, fondato nel lontano 1958 con il compito di monitorare principalmente l’impatto delle politiche imperialiste e neo-coloniali della decaduta potenza imperiale britannica e delle altre potenze nelle more del processo di decolonizzazione e dissoluzione dei vecchi imperi coloniali; dal 1972, mentre la originale impostazione liberal del IRR cedeva il passo a un marcato approccio marxista, l’Istituto si dotava di una mission maggiormente incentrata su tematiche antirazziste (ancora oggi il rapporto annuale IRR rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per attivisti e militanti antirazzisti del paese). Nel corso degli anni ’70 – ’80 l’IRR accoglie tra le fila dei suoi collaboratori intellettuali radicali da tutto il mondo, tra i quali la figura della critica letteraria, saggista e militante Barbara Harlow occupa ancora, ad oltre un anno di di distanza dalla sua scomparsa, un posto di assoluto rilievo.
Oltre all’editoriale di R&C, abbiamo scelto di tradurre e pubblicare, tra i tenti materiali e interventi che compongono questo “speciale”, l’omaggio a Barbara dedicato dalla sociologa Avery F. Gordon (Università della California, Santa Barbara) e membro del comitato redazionale di R&C, per lungo tempo collaboratrice e amica personale della studiosa (l.d.).

Barbara Harlow

Race & Class, 7 gennaio 2019.
Barbara Harlow, docente di letteratura inglese e comparata all’Università del Texas di Austin, ricordata come “una voce critica del mondo come del testo”, ha lasciato una profonda traccia di sé nei campi delleteorie femministe e post-coloniali, nelle letterature medio-orientali e africane e negli studi di genere. Insegnò agli accademici a mantenere la propria onestà per coltivare la propria radicalità. Come critica, attivista e docente è stata paragonata al suo contemporaneo Edward Said, il quale coniò l’espressione “Solidarietà qui e ovunque” che dà il titolo a questo speciale. Pubblicato da Every F.Gordon, professore di sociologia all’UCSB e membro del Comitato editoriale esecutivo di R&C e da Neville Hoad, collega di barbara all’Università del Texas, lo speciale di Race & Class mette insieme estratti di lavori inediti della Harlow, commenti e interventi di autori che lavorarono con la studiosa o ne furono influenzati e una esaustiva bibliografia della sua considerevole produzione. In “La matita sovversiva: scrittura, carcere e status politico” Every F.Gordon descrive la Harlow come una figura unica tra i critici letterari, la cui opera attraversa le frontiere geopolitiche e disciplinari, e i cui interventi erano costantemente funzionali alle sue istanze di liberazione. Gordon rivisita l’opera di Harlow “Dietro le sbarre. Donne, scrittura e detenzione politica” -uno dei primi testi a trattare la prigione come centrale dei movimenti di resistenza. Mia Carter, Università del Texas, Austin, già co-editore di tre volumi degli “Archivi dell’Impero” (2003) assieme alla Harlow, descrive il lavoro comune che fu centrale nella loro prassi al momento in cui si confrontarono con documenti del passato e con la loro rilevanza nel presente. Come scrive la Carter, “Cosa è la resistenza agli odierni schemi imperiali e disegni militari è questione che dovrebbe assomigliare alla richiesta che Barbara rivolgeva ai suoi studenti, colleghi, compagni, di rispondere a tali interrogativi con serietà, rigore, fierezza”. Nel cuore di questo speciale ritroviamo materiali dal lavoro incompiuto della Harlow, -una biografia di Ruth First, l’attivista sudafricana anti-apartheid assassinata nel 1987- e da una ricerca sperimentale sui droni, che esamina fiction e non-fiction allo scopo di mostrare come la guerra dei droni minacci i diritti umani. Harlow portò un contributo fondamentale al rinnovamento della nostra rivista nella pubblicazione di materiali che connettano teoria e lotta politica anti-razzista e anti-imperialista. Barbara si impegnò in modo assai ricercato nelle recensioni di varie opere, scrisse un totale di trentadue recensioni solo per R&C. Pubblichiamo on line una selezione di dieci di esse, insieme al suo importante saggio “Extraordinary renditions: racconti di Guantanamo”, vincitore dell’Axard nel 2011. “La sua opera fu politica, aggiornata a una visione delle attuali relazioni legali, politiche, civili”, scrive Timothy Brennan, “ la sua capacità di aprire nuove vie instancabile e pacatamante –ancorché costantemente- contro corrente”. Vogliamo sperare che lo speciale possa restituire Barbara Halow a una intera, nuova generazione di studenti e di attivisti, e (prendendo a prestito le parole del titolo del saggio) ripagare il debito che abbiamo contratto con lei, “qui e ovunque”.


La matita sovversiva: scrittura, carcere e status politico.
Avery F. Gordon.

Non ho fatto parte della vita quotidiana di Barbara Harlow come invece Neville Hood, la mia co-redattrice di questo speciale di “Race & class”, e Mia Carter, una delle nostre collaboratrici, ma ella è stata una amica di molti anni, una collega nel Comitato operativo redazionale di “Race & class” e una persona importante nel mio percorso intellettuale, come per molti altri. Negli ultimi, pochi anni prima che venisse a mancare, ho avuto l’opportunità di vedere Barbara con maggiore regolarità, a causa del tempo che allora trascorrevo a Londra, città che era solita visitare due o tre volte l’anno. Anche se non fu quella l’ultima volta che ci vedemmo, avemmo un memorabile incontro nel luglio del 2015, che Barbara trascorse quasi interamente nell’ospedale dove mi sarei recata a visitarla ogni giorno, sedendo accanto al suo letto, riportandole notizie, e anche intraprendendo interminabili discussioni , dandole consigli indesiderati sulla sua dieta, che lei pazientemente fingeva di ascoltare, finché non ne poteva più e mi invitava a uscire dalla sua stanza alla ricerca dell’infermiere, o a prendere dell’acqua, o a cambiare argomento. Due degli argomenti che in quella estate interessavano Barbara assai più che la opportunità di mangiare più fibre, erano l’escalation della guerra in Siria e il numero delle persone fuggite in Libano, Turchia ed Europa, e il programma “The counted” del quotidiano Guardian, con cui tale giornale iniziò a registrare sistematicamente i casi di uso di armi da fuoco da parte delle forze di polizia negli USA, a partire dal momento in cui le autorità governative americane smisero di produrre stime esaurienti del fenomeno. Nel 2015 il programma registrò 1146 vittime della polizia.
Non tollerare attenzioni eccessive alla propria persona e conservare la sua lucidità anche durante il decorso della sua malattia nel denunciare le violenze nel Medio oriente e negli USA, erano tipici di Barbara, e questo lo posso affermare con sicurezza. Voglio sperare che lei comprenderebbe le ragioni delle attenzioni che le dedico qui. Il “Territorio di Barbara”. Nell’elogio di Barbara pubblicato sul sito web dell’IRR (Institute for Race Relations), Timothy Brennan descrive la fondamentale rinascita intellettuale da lei “sperimentata nel periodo della sua docenza al Cairo, ove giunse come seguace di Derrida”, così dice, “con il mondo si suoi piedi. Con alle spalle tradizione, competenze linguistiche, l’orientamento a cavalcare l’onda del testualismo…un ambiente professionale che premiava abbondantemente ambo le cose…in cui continuava a produrre unicamente grandi cose. Scelse di andarsene altrove, creando un campo di studi che non esisteva ancora. Ciò fu come se…Joyce avesse deciso di abbandonare i suoi giochi di parole trilingui per tenere un registro aggiornato delle statistiche criminali”. “Forse –ipotizza Brennan- furono la lotta di liberazione palestinese, o le conseguenze future del colonialismo francese, o qualcosa che divenne ‘il territorio di Barbara’, le ragioni cui imputare , come Barbara stessa ha riconosciuto, la svolta che la spinse a scrivere un libro di ‘Letteratura di resistenza’ (1987) e quelli che seguirono”. Incontrai Barbara la prima volta nell’estate del 1989 presso il Gruppo di Letteratura Marxista (GLM) a Pittsburg, Pennsylvania, che frequentavo dal 1986. Quell’incontro estivo fu anche l’occasione per fare la conoscenza di Wanheema Lubiano e approfondire quella di Ann Cetkovitch, entrambe allora giovani colleghe di Barbara all’Università del Texas di Austin. Quel 1989 avrebbe fatto nascere una amicizia di una vita con quelle tre donne straordinarie, che ho ancora assai cara. Al momento del mio primo incontro con Barbara ero impegnata nelle fasi finali della mia dissertazione di sociologia al convegno estivo del GLM e mi apparve siubito una persona formidabile, completamente a proprio agio nel “Territorio di Barbara”. La scelta di abbandonare le lusinghe della élite accademica non è stata da lei affrontata (o almeno tale è la mia impressione) come un sacrificio personale gravido di risvolti ambivalenti e drammatici. Negli incontri del Gruppo di Letteratura Marxista le credenziali marxiste dei partecipanti, specialmente delle donne più giovani, erano abitualmente messe in discussione dai membri maschi anziani. Il terreno di tali diffidenze era costituito da elementi formali e ideologici della cultura, specialmente della letteratura, sebbene sembrasse sottilmente assurdo che professori di letteratura e di filosofia estetica dalle buone posizioni credessero di essere i depositari di autentiche posizioni rivoluzionarie che a noi parevano far difetto. I motivi di contrasto erano rappresentati dalle politiche di genere e di razza e da prese di posizione che inasprivano tali polemiche. In tale contesto Barbara era una presenza importante, , per il suo rifiuto di coinvolgersi in tali polemiche, cui si sottraeva del tutto. Trattava la letteratura come un campo di battaglia, il suo amore per la letteratura non la metteva in difficoltà (mentre tale era l’impressione a proposito degli uomini), la letteratura per lei non era incompatibile con la rivoluzione, ma parte integrante di essa. Barbara non era solo la persona più affabile tra i professori anziani. E titolati, una autorità padrona di sé, con un proprio, distinto stile nell’abbigliamento e nel taglio di capelli (esattamente lo stesso taglio di capelli con cui noi la vedemmo fino alla fine), spesso con la sua sigarette in mano. Era molto di più di uno stile personale: parlava solo quando era necessario. .il suo eloquio era posato e potente, teso a liquidare il provincialismo insito nei metri di giudizio altrui, grazie alla sua erudita conoscenza ed esperienza delle attuali lotte in Medio oriente, Africa, America latina dove, come notoriamente sottolineò Amilcar Cabral, “la cultura è “ovunque troviamo i semi dell’opposizione”. Ciò che mi dicevo in quei giorni, dopo averla vista e ascoltata, era: vorrei essere come Barbara (disponendo di maggiori mezzi). Tale desiderio poteva sembrare una sciocca ambizione -credo sicuramente dovuta alla mia giovane età- ma comunque possibile, una possibilità emergente, credo, dal suo approccio, volto all’incoraggiamento piuttosto che competitivo. E’ difficile descrivere l’influenza che Barbara ebbe su di me allora, influenza che non può essere racchiusa in un libro o in un articolo specifici, ma che ebbe a che fare con la sua presenza, il modo in cui porgeva le sue argomentazioni, le sue posizioni e se stessa, la sua tenacia e puntualità e anche con la facilità con cui permetteva a qualcuno come me di perseguire obiettivi, nella forma che il cinema surrealista di Luisa Valenzuela ha maggiormente colto nel rappresentare della repressione politica in Argentina e la lotta politica intrapresa dalle Madri di Plaza de Mayo contro il governo militare, rispetto alla analisi marxista di allora. La sua via –il “Territorio di Barbara”- era decisamente anti-politicista e ostile all’anti-intellettualismo. Il suo metodo non si interessava unicamente di popoli e progetti politici oltre l’America e l’Europa, ma era teso alla creazione di una connessione per un mondo vivente di radicale anticolonialismo anticapitalista. Quel vibrante mondo non allineato mi si aprì per la prima volta ai tempi in cui ero una giovane matricola alla scuola del Foreign Office dell’Università di Georgetown, un luogo cui non appartenevo, grazie alla persona che più di ogni altra mi fece conoscere il “Territorio di Barbara”, l’insigne storico e filosofo palestinese Hisham Sharabi. Al tempo in cui iniziai i miei studi universitari, nel 1980, ci dicevano che quel mondo era defunto, oramai privo di interesse, e come Salah Hassan ci ricorda: “L’impegno di Barbara di scrivere su argomenti attinenti al mondo arabo coincise con un periodo in cui l’interesse per la letteratura araba tra gli studenti anglo-americani di materie umanistiche era assai scarso, al di fuori della cerchia ristretta degli esperti del Middle Eastern Studies, e che registrava contemporaneamente l’assenza di sostegno pubblico alla causa palestinese negli USA” Il Territorio di Barbara consisteva in un invito a una richiesta di connettere il mondo vivo, non quello morto, e, come Sharabi mi disse per primo, non può essere mediato e incontrato senza ricorrere ad atteggiamenti avulsi da posizioni anti-intellettualiste, incarnato dalla nozione che alcuni di noi hanno appreso da studenti da Raymond Williams e da Stuart Hall, che la cultura non è qualcosa di secondario, ma anima e nervi della società materiale e coscienza politica vissuta. La matita sovversiva. “Carta e matita sono sovversive nelle mani dei prigionieri politici, così come possono essere armi pistole e coltelli”, scrisse Harlow nell’introduzione di “Dietro le sbarre. Donne, scrittura e detenzione politica” (titolo da ora in poi abbreviato in “Barred”, NDT), il suo libro del 1992 sulla centralità del carcere e della scrittura carceraria per i movimenti di resistenza. Tale centralità era già stata sottolineata nel suo libro, assai innovativo, del 1987, “Letteratura di resistenza”, in cui le memorie carcerarie dei prigionieri politici erano trattate come “categoria speciale” o genere letterario di resistenza, con un intero capitolo ad essa dedicata. L’argomento complessivo riguardante il genere –“Le memorie carcerarie dei detenuti politici non sono scritte mai nell’interesse del singolo scrivente, ma piuttosto essi sono documenti collettivi, testimonianze scritte da individui nel contesto di lotte comuni”- si chiarisce nella prefazione di “Barred”. In tal modo ci chiariscono le idee, gli argomenti chiave illustrati nel capitolo dedicato alle memorie carcerarie. La lotta contro il controllo e la coercizione cui sono soggette in carcere la scrittura e la lettura e la minaccia che il prigioniero-scrittore rappresenta per l’autorità dello Stato e per il regime carcerario; la natura della solidarietà all’interno del carcere, dove le divisioni tra i detenuti rappresentano una modalità di dominio, e tra i detenuti e i loro compagni, familiari, sostenitori fuori; le relazioni conseguenti e spesso gravide di conseguenze tra i detenuti politici e i cosiddetti detenuti comuni; l’esperienza specifica delle donne; e il ruolo della scrittura nel creare “archivi della resistenza”, che costituiscono una storia inedita del carcere stesso. “Barred” tratta di queste tematiche e crea una complessa struttura analitica divisa in quattro sezioni con undici capitoli, che risulterebbero di lettura assai più agevole prescindendo dall’ordine in cui sono stati scritti.. Tale architettura testuale incarna il nocciolo della questione, ma qualcosa resta in sospeso in “Letteratura di resistenza”: le generiche classificazioni che organizzano il libro vengono a cadere nei capitoli sulle memorie carcerarie , e le narrazioni utopiche distopiche sono “destinate ad arrendersi alle evidenze delle esigenze ideologiche e politiche” dettate tanto dal contesto politico quanto dl regime carcerario stesso, che ha i propri sistemi di classificazione tesi a organizzare e manipolare le relazioni tra i detenuti. Scritto tra il 1988 e il 1991 e fortemente influenzato dalla “pressione degli eventi di quel tempo”, specialmente quelli che si verificavano nei contesti dell’Irlanda del nord, l’opera offre una sofisticata e complessa mappatura delle terminologie annunciate nel titolo: sbarre, donne, scrittura, detenzione politica. Uno studio su scrittura e detenuti politici è anche allo stesso tempo uno studio del e sul ruolo “intimo e storico” della detenzione politica nei contesti peculiari delle lotte specifiche in Irlanda del nord, Palestina, Egitto, Sud Africa, Salvador, Stati Uniti. I perni di questo progetto sono due; uno rappresentato dalla “Agenda della liberazione letteraria”, con implicazioni tanto sul piano accademico, quanto su quello delle organizzazioni per i diritti umani, i cui rapporti andavano prendendo forma di “letteratura critica” per studenti di letteratura sensibili all’appello della Harlow per “una ricollocazione della ricerca accademica nella arena globale delle politiche nazionali e internazionali”. Il secondo pilastro, ovviamente, è rappresentato dalla emancipazione politica Qui il termine “sbarre” si spinge fino a una nozione più generica di status politico: “Dietro le sbarre…si riferisce alle politiche –ufficiali e ufficiose- che negano lo status politico alle donne, al dissenso organizzato, agli scrittori…alle pratiche soggette a restrizioni e a chi la agisce, gli scrittori e le opere bandite, le strategie, dentro e fuori del carcere…che contestano tale negazione nella loro domanda di riconoscimento e di status politico”. Nella visione di Harlow, lo status politico non significava “omogeneità teoretica”, ma luogo delle “congiunture” e dei “collegamenti”, il termine con cui le donne si riferiscono alle donne “e” agli uomini nelle organizzazioni politiche e nelle lotte sociali. Oltre alla mole impressionante e ancora poco conosciuta di materiale letterario cui fa riferimento in modo meticoloso, l’opera pare assai attuale oggi, per la sua attenzione ai cosiddetti studi carcerari, la cui tendenza è una progressiva istituzionalizzazione. Ricordo la replica di Harlow alle argomentazioni di H.Bruce Franklin, per il quale “la prigione e l’università costituiscono i due poli contrapposti che definiscono il campo dell’estetica, così come altri”. Il suo punto di vista, lei scrisse, “potrebbe essere maggiormente sottolineato dagli scritti prodotti all’interno dell’esperienza delle ‘prigioni politiche’ a tal punto, che il carcere e l’università, nel rappresentare ‘poli contrapposti’ possono essere visti quali funzioni complementari dello stesso sistema operativo del controllo e del dominio dello stato sul dissenso e del contenimento delle sfide antisistemiche”. L’attenzione teorica intensa e sapiente che “Barred” prestò al carcere quale “università” dei movimenti di liberazione e laboratorio per lo sviluppo della coscienza politica e organizzativa, appare oggi assai significativa e pertinente. Particolarmente negli Stati Uniti, dove le politiche pubbliche prestano una attenzione crescente al trattamento del prigioniero non come soggetto politico, ma come problema interno alle categorie giuridiche di colpevole o innocente, meritevole il primo di offese morali e correzioni, il secondo di comprensione e riabilitazione. Nel frattempo i detenuti, in Georgia, Ohio o California, hanno organizzato scioperi del lavoro e della fame all’interno delle loro case circondariali e anche oltre le mura di queste, con l’ausilio di amici all’esterno. Oltre a produrre scritti creativi di vario tipo, i detenuti hanno stilato i loro rapporti e comunicati su argomenti attinenti all’equità dei processi, a punizioni crudeli e non regolamentari, condizioni di vita disumane, torture e isolamento, e sulla funzione del regime carcerario in uno stato razziale e capitalista. Non nutro alcun dubbio sul fatto che questa letteratura debba molto alla produzione di Barbara, ai suoi libri “Letteratura di resistenza” e “Barred”. E’ perfino possibile che alcuni autori di tali scritti possano aver letto “Barred”, perché le ultime parole del libro corrispondono alle prime del comunicato del Collettivo del “Pelican Bay Short Corridory” (costituito da uomini detenuti in isolamento nel carcere di Pelican Bay, California): “Diritti umani, si, ma anche status politico. Il silenzio imposto dal torturatore è minacciato dalla domanda di resistenza politica, oggi e sempre rivendicante la urgente e critica relazione tra lo scrivere i diritti umani e il raddrizzare i torti politici”. La prima volta che lessi “Barred” stavo svolgendo le mie ricerche sul sistema di repressione politica e di contro-insurrezione conosciuto come “desapariciòn” in America Latina, dove le prigioni segrete erano il cuore del sistema di morte. Nel caso argentino, quello di cui allora mi occupavo, c’erano alcuni scritti –classificabili come letteratura- i cui autori erano ex prigionieri politici sopravvissuti, ma non molti. Ho appreso molto dalla conoscenza enciclopedica di Barbara di una più ampia letteratura e dei contesti di detenzione politica, benché io fossi allora alla ricerca di una risposta che i rapporti delle organizzazioni per ii diritti umani –compresa “Nunca màs”- mi fornivano, né potevano darmi. La conclusione che ho tratto dal mio stesso lavoro, è la consapevolezza di quante vie alternative ci sono, quando la letteratura non è considerata un mero campione, o un genere estetico, o semplicemente un dato sociologico, e quando la teoria critica non è trattata come qualcosa di esterno o superiore a essa. In “Barred” Barbara definisce così tali vie alternative: “Rilavare attraverso le specificità (materiali e storiche) i territori e i contesti del ‘letterario’ e del ‘politico’ e delle loro intersezioni conflittuali e ‘riportare sulla scena’ gli attori che ne sono stati esclusi e rimossi, proprio a causa del loro lavoro intellettuale e politico”. Il “cast dei protagonisti”, come lei definiva i prigionieri, producono scritti, pensieri e perfino teoria: che gli scritti non sono “materiale grezzo” per una mente superiore accademica o politica, ma una forma di conoscenza sottoposta al dominio, anch’essa una “articolazione di una prospettiva critica”. Come Barbara asseriva, tale prospettiva doveva diffondersi ai fini di una connessione delle posizioni o di una causa comune. La visione di Barbara, incentrata su Irlanda del nord, Palestina, Sud Africa, America centrale e meridionale e USA era una visione politica e per molti versi ha segnato i miei personali impegni. Tali punti disegnavano una costellazione di solidarietà diffuse nello scenario geopolitico di quel tempo, che conferivano sostanza e urgenza alla esposizione e alla analisi di tali prospettive critiche. Il prigioniero è soggetto politico detenuto a causa di e inserito nel contesto di una lotta per la mutazione dei rapporti sociali, come lei era solita ripetere con insistenza, e non materiale grezzo da essere utilizzato in un secondo momento da analisti ben intenzionati. Tornai su “Barred” ancora a diversi anni di distanza, nel 2008, quando ricevetti una richiesta di partecipazione dal Modern Language Association Section a un incontro tenuto dal PMLA (la rivista della Modern Language Association), organizzato da Patricia Yaeger su “Carcerazione, giustizia sociale e letteratura”. All’epoca Dylan Rodriguez aveva pubblicato “Passaggi forzati. Intellettuali radicali detenuti e regime carcerario negli Stati Uniti”, lavoro in cui non si cita “Barred”, ma che dell’opera di Barbara costituisce la principale eredità negli USA. Anche Rodriguez stava traducendo e studiando la “prassi” intellettuale radicale dei detenuti, alcuni dei quali erano in carcere perché politicamente coinvolti nel Black Panther Party, nell’AIM o nel movimento per l’indipendenza di Portorico e altri che iniziarono a politicizzarsi in carcere come George Jackson. E, come il lavoro di Harlow, lo studio di Rodriguez era stato intrapreso nello spirito del suo coinvolgimento in un più ampio movimento contro ciò che lui felicemente definiva “il regime carcerario”, termine con il quale designava le forme del potere statale e del comando amministrate dal sistema di detenzione. Gli scritti -che Barbara definiva “letteratura di resistenza”- su cui si concentrò l’attenzione di Rodriguez, erano una pratica politica, come egli sostenne, e non ciò che si ritiene, definisce in termini istituzionali “scritti carcerari”, letteratura carceraria”, “educazione carceraria”. Quando tornai a leggere “Barred” avevo terminato di scrivere delle prigioni militari USA, tra le quali il complesso di Abu Ghraib e la base di Guantanamo a Cuba, dove ciò che Rodriguez definiva come versioni “addomesticate e circoscritte” di “scrittura carceraria” e “educazione carceraria” erano evidenti. E’ importante ricordare che per quei prigionieri di guerra, così come per i reclusi in condizioni speciali o in carceri di massima sicurezza come Pelican Bay, la comunicazione e la rappresentazione erano assai difficili, tanto dal punto di vista estetico quanto da quello politico, e la presa di parola praticamente impossibile. In tali condizioni, in cui lepiù conosciute modalità di lettura, scrittura, dialogo e organizzazione erano impraticabili, i prigionieri debbono utilizzare altri mezzi per sottrarsi all’autorità al cui potere soggiacciono. Il libro di Barbara aveva mostrato come, con poche eccezioni, ovunque i prigionieri hanno dovuto inventare metodi modi creativi per vivere e agire, leggere e scrivere in carcere. Il corpo della conoscenza dominata è ciò che lei ha svelato come “Letteratura di resistenza”, e il genere letterario carcerario può essere preso a riferimento per quanto possiamo apprendere da esso; allo stesso modo, tale conoscenza è il vero soggetto che promuove l’impegno dei prigionieri a insegnare e apprendere reciprocamente, facendo di tale pratica la loro università. Ho definito come conoscenza dominata una metodologia radicale di carcerazione, una pedagogia volta alla costruzione e alla invenzione di uno status politico dove a dominare sono la morte civile e la distruzione dell’uomo. Ricordiamo cosa disse di Gramsci il suo persecutore, parole citate nel primo capitolo di “Barred”: “Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per venti anni”. Tale ingiunzione non era unicamente rivolta alla mente brillante di Gramsci. Idres Naidoo fa una osservazione simile, basandosi sulla propria esperienza a Robben Island: “L’intenzione dell’autorità era di tagliarci completamente fuori dal mondo esterno allo scopo di disgregarci. Noi, da parte nostra, non ci siamo mai arresi, neanche una volta”. O, come laconicamente si espresse Victor Serge, a margine della descrizione dei vari regimi carcerari cui fu soggetto, nella sua autobiografia romanzata degli anni ’30, “Uomini in prigione”: “Vivere è proibito”. Ovviamente, maggiore è la repressione da parte delle autorità carcerarie, maggiormente innovativi sono i mezzi della rappresentazione estetica e politica. La mia conoscenza della fama dei prigionieri quali individui capaci di fare ogni cosa, incluso il ricostruire se stessi, al di fuori dei luoghi sottoposti a maggiore controllo nel carcere, la debbo in gran parte a ciò che appresi dal lavoro di Barbara e a ciò che mi insegnò in termini di capacità di previsione e ricerca. Le prigioni militari e la stessa guerra al terrorismo hanno dilatato le categorie di prigioniero politico e di detenzione politica quali Barbara aveva compreso e utilizzato. I reclusi di Guantanamo non corrispondevano al modello di prigioniero politico di tale tipo. La maggior parte di essi non era coinvolta il lotte anti-coloniali collettive: la loro identità e il loro linguaggio erano religiosi, non laici; la loro poetica non particolarmente affascinante e le memorie e le testimonianze prodotte grazie al sostegno esterno dettato dalle migliori intenzioni, che comunque troppo spesso, ancorché involontariamente, tendeva a decollettivizzare i prigionieri al fine di trattarli come soggetti di diritti umani e di enfatizzarne l’innocenza (invero, il significato contraddittorio del patrocinio e dei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, negli anni successivi alla stesura dell’ultimo capitolo di “Barred” non ha fatto che amplificarsi, con la crescita a un tempo dell’ importanza di tale tipo di documentazione e delle difficoltà di intervento sul campo). L’accesso agli archivi carcerari, ove sempre troviamo qualche traccia almeno della presenza dei prigionieri, della loro resistenza e di quelle aspirazioni che oltrepassano il regime carcerario, era completamente sbarrato. Come Barbara, setacciavo tutto il materiale che i legali potevano e volevano rendere accessibile, comprese lettere di ingiurie, richieste di aiuto, di minacce di suicidio e dichiarazioni formali che emanavano deliberata deferenza. Tale scenario di detenzione e la più ampia cultura politica in cui si inseriva era molto diverso da quello sviscerato instancabilmente in “Barred” e in “Oltre le vite. Le eredità degli scritti rivoluzionari” (1996), come Barbara stessa ammise nella sua lettura commemorativa di Edward Said nel 2000 all’Università Americana del Cairo (AUC), “Letteratura di resistenza rivisitata: da Bassora a Guantanamo”, pubblicata in seguito su “Alif”, il giornale che lei stessa contribuì a fondare presso la AUC. Tale scena di detenzione aveva attori protagonisti e trama molto diversi, “nuove geografie di lotta” che produssero un genere molto differente di “letteratura di resistenza”, un genere il cui senso Barbara ritenne opportuno tradurre con il verbo “fare” letteratura, anziché con il sostantivo “letteratura”. Qui, ciò che Barbara disse a proposito di Ruth First, figura a lungo al centro dei suoi studi, è valido per lei stessa: “Al lavoro in ogni…libro, sul piano storico o locale o entrambi…c’è la tensione tra le politiche del tempo e del luogo da una parte, e gli interventi critici congiunturali intrapresi dal ricercatore –scrittore dall’altra”. In quella congiuntura del post 2001 , o post 11 settembre, Barbara scrisse: “questo tentativo di ‘rivedere’ questi luoghi oggi, questi luoghi di resistenza da Bassora a Guantanamo, di rintracciare il loro posto nella letteratura, di ricollocarli nel contesto delle loro storie politiche è, piuttosto che una operazione nostalgica volta al recupero, una lotta rinnovata per riscattare, rievocare, forse rinnovare e rianimare progetti di liberazione, strategie, lineamenti, grandi e piccole storie, visioni che, una volta che diverranno vie aperte, sapranno guidarci” Che la nostalgia non sia di nessun aiuto in un quadro geopolitico così profondamente mutato, risulta chiaro dal modo in cui Barbara lottò –e avverto ciò con forza nella relazione di Said- per leggere le memorie di Moazzam Begg -“Nemico combattente” (2006)- allo stesso modo in cui lesse il romanzo “Uomini al sole” di Ghassan Kanafani (1962), la scena di morte e desolazione come punto di partenza, la storia come punto di riferimento e prospettiva politica. Le visioni di liberazione del passato e del futuro che Barbara rivendica e rievoca non provengono da relazioni nostalgiche con il passato o dall’autorità autoriale di individui come Begg, ma dal modo in cui legge il suo libro all’interno di una storia politica che necessita di essere ricordata, ricreata e attualizzata nel presente. Provengono dl modo in cui Barbara ricorda, con e attraverso Kanafani, come Bassora non è unicamente una importante base operativa per il trasporto dei prigionieri a Cuba, ma anche un crocevia importante per migranti palestinesi che tentano di sbarcare il lunario in vista di quello che lei chiama un “futuro incerto” in Kuwait. Provengono dal modo in cui quella memoria evoca e rende possibile l’ampio movimento di popoli soggetti a mutevoli condizioni di detenzione e di privazione della libertà attraverso le frontiere geopolitiche sbarrate e fortificate, ognuna di esse il riflesso degli imperialismi di Europa e Stati Uniti. E, naturalmente, dal modo in cui tale memoria rende possibile la lotta in corso per porre fine alla occupazione della Palestina, causa cui Barbara fu fedele per tutta la vita. Affermare che tali visioni di liberazione che Barbara ha coltivato per una vita intera derivavano dalla sua lettura, non significa che le appartenevano o che lei avesse con esse un rapporto possessivo- al contrario. Considero Barbara una critica letteraria cosciente, persino orgogliosa la cui vasta opera attraversò le frontiere geopolitiche e disciplinari; solidarietà qui e ovunque. L’opera scritta di Barbara e le nostre conversazioni furono per me fonte costante di apprendimento e ispirazione perché parte integrante di visioni e progetti di liberazione, le storie complesse lunghe e brevi di cui abbiamo bisogno. Sentiremo la sua mancanza -come la sua mancanza avverto io stesso. E avremo il dovere di proseguire insieme l’opera di proteggere e di rinnovare la sua eredità e la visione di cui lei è ancora portatrice.

Traduzione di Leonardo Donghi

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