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Copenaghen

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(17 Dicembre 2009) Enzo Apicella
Represse le contestazioni alla 15° Conferenza ONU sul Clima

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Emergenza climatica o preparazione rivoluzionaria?

(da “il programma comunista”, n.4/2019)

(20 Settembre 2019)

Friedrich Engels

Friedrich Engels

Le recenti mobilitazioni di giovani, nate dall’iniziativa della fin troppo nota ragazzina svedese e poi coagulatesi in un “movimento” internazionale chiamato “Fridays for Future” (FFF: i “venerdì per il futuro”), sono state oggetto di una vasta campagna mediatica perché se ne debbano qui riassumere i contenuti, per altro alquanto vaghi e generici. Eppure, qualcosa va detto, specie a quei giovani che scendono o scenderanno ancora in piazza, prede di una sincera angoscia per il futuro, ma chiusi dentro un drammatico vicolo cieco, privo di prospettive.
Il “movimento” dichiara di rivolgersi agli alunni e agli studenti, invitandoli a “scioperare” e manifestare un giorno alla settimana (per l’appunto, il venerdì: una delle manifestazioni più numerose s’è tenuta a Milano, il 15 marzo scorso). Si tratta dunque, programmaticamente, di un “movimento” generazionale, che rispolvera in parte – forse senza nemmeno saperlo – un vecchio e abusato slogan anni ’60: “Non fidarti di nessuno sopra ai 30 anni” (dunque, “giovani” e “adulti”, come se si trattasse di altrettante categorie sociali); e che, però, si rivolge poi ai “governi” (notoriamente composti da “adulti”), perché riconoscano l’urgenza del problema e prendano finalmente i provvedimenti adeguati. Vale a dire, in sintesi: “100% di energia pulita, utilizzo di fonti rinnovabili e aiuti ai rifugiati e migranti climatici”. Queste le richieste originarie, che in seguito si sono sì ampliate, restando però sempre in questo quadro di riferimento.
La tentazione di far dell’ironia su motivazioni e obiettivi è forte, ma vogliamo resistervi e invece tentare di far ragionare quei pochissimi “giovani” che, per avventura, incrocino la nostra stampa e siano disposti a fermarsi con attenzione su questi temi e problemi.
I “giovani” di FFF si preoccupano per il futuro: bene, è giusto. Dicono: “Che senso ha andare a scuola e apprendere nozioni, quando siamo sull’orlo del baratro e forse non esisterà nessun futuro?”. E già qui il limite è evidente: un limite, per così dire, “corporativo”. “Partiamo dalla nostra condizione di studenti”, dicono: e poi vi rimangono chiusi dentro, quasi che il “futuro” (che “potrebbe non esserci più, di qui a pochi anni”) riguardasse soltanto loro. Non si tratta però soltanto di un “corporativismo generazionale”. Infatti, quando si parla di “aiuti ai rifugiati e migranti climatici”, di nuovo si tagliano fuori tutti coloro che “climatici” non sono: i “rifugiati e i migranti” per motivi economici e sociali, o bellici e politici… loro no? e tutte le altre vittime dello sfruttamento che deriva direttamente dal modo di produzione capitalista? In tutto ciò, il carattere, originariamente senza dubbio sincero, ma subito orientato in senso ultra-riformista e di accettazione supina della società del profitto (solo un po’ ritoccata!), balza agli occhi: il “100% di energia pulita” e l’“utilizzo di fonti rinnovabili” basteranno ad assicurarci (a tutti noi oggi e alle generazioni che verranno dopo!) un futuro? E di che futuro si tratterà? un futuro ancora dominato dalla legge del profitto, dalla produzione per la produzione, dal denaro e dalle leggi del mercato, e via discorrendo – cioè un futuro tutto dentro al modo di produzione capitalistico che è all’origine dei disastri che si vorrebbero sanare?
Potrebbe esserci dell’ignoranza, alla base di queste ingenuità: forse, i “giovani” hanno studiato poco e male. Ma soprattutto, se prendiamo in considerazione anche l’enorme campagna mediatica che si è sviluppata intorno a questo “movimento”, il favore, l’interesse e le premure con cui – a livello generale – esso è stato accolto e soprattutto incoraggiato, propagandato, blandito, omaggiato, be’, possiamo davvero dichiarare che… “il re è nudo”! Vogliamo dire che questo dei FFF è l’ennesimo strumento ideologico destinato, partendo da preoccupazioni più che legittime sullo “stato del mondo”, a sviare e contenere il manifestarsi di potenziali contraddizioni sociali. I “giovani” (categoria già di per sé fluida, temporanea, evanescente) entreranno poi a forza nella categoria di coloro impegnati a cercarsi un lavoro (per lo più, senza trovarlo!), a sbarcare il lunario (per lo più, miseramente), a confrontarsi con le leggi inaggirabili del modo di produzione capitalistico, con le sue contraddizioni insanabili, e con la prospettiva sempre più vicina di conflitti distruttivi – insomma, con un futuro la cui drammaticità va ben oltre l’“emergenza climatica”. Meglio allora, per il potere borghese (già: quello dei “governanti adulti”!), educarli fin da piccoli a prospettive soft, che facciano leva sulla loro condizione esistenziale (“corporativa”, per l’appunto), e permettano di dar sfogo a paure, rabbie, frustrazioni e preoccupazioni, ma senza per nulla intaccare lo status quo1. Perché mai i “governanti adulti”, che sono i rappresentanti degli interessi capitalistici, dovrebbero mettere davvero in discussione quegli stessi interessi che rappresentano? Forse è bene cominciare a chiederselo seriamente!
***
Gli enormi drammi che stanno sconvolgendo il pianeta, anche a livello “ecologico”, sono tutti da ricondurre al modo di produzione capitalistico: il clima che cambia, il CO2 che cresce, e poi la plastica onnipresente, i pesticidi ed erbicidi, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la deforestazione e la desertificazione di aree enormi, lo scioglimento dei ghiacciai, la cementificazione e mineralizzazione diffuse, le città intasate dal traffico, i veleni di ogni tipo, le onde elettromagnetiche di cui ancora troppo poco si conosce (e ci si è dimenticati del buco dell’ozono? non se ne parla più)... Potremmo continuare: e ce n’è da stare allegri! MA: o si ha la forza di andare oltre le angosce sottilmente alimentate (perché, in ultima analisi, servono a paralizzare), di ricondurre cioè tutti questi fenomeni alla loro radice storico-economica e di lì trarre le lezioni e le indicazioni per la propria azione, oppure si è come i criceti: non si smette di correre in tondo, sempre nella medesima ruota…
Scienziati, professori universitari, opinionisti (lasciamo perdere i politici e i governanti, per non provar nausea!) s’interrogano, tengono lezioni, organizzano convegni e tavole rotonde, scrivono libri e articoli, si dannano e s’insultano. E inventano e introducono il concetto di “Antropocene”: nel susseguirsi delle epoche geologiche (Pliocene, Pleistocene, Olocene), questa sarebbe “l’epoca dominata dalla presenza devastante dell’Homo Sapiens”2. E giù a discettare sulle date d’inizio dell’Antropocene: “Risale a 11.650 anni fa, con le prime produzioni agricole? O al 1610, quando l’anidride carbonica scende come mai più farà dopo? O alla Rivoluzione Industriale? O al 16 luglio 1945, con l’avvio dell’era atomica?”3. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Ma perché definire “devastante” tout court la “presenza” dell’uomo? L’uomo è parte della natura, e dunque, entro la natura vive, opera, agisce, in un rapporto dialettico con tutto il resto d’essa, organica e inorganica: come una termite, come un cespuglio di ortiche, come una distesa di sabbia, come una pozza d’acqua. Definireste “devastante” l’opera di una termite che erode un tronco d’albero?
Allora, bisogna forse cominciare da un’altra parte, tralasciando questo concetto che ha in sé un bel po’ di quella colpevolizzazione comune e gradita a tutte le religioni (per restare a quella cristiana: il “peccato originale”, il “partorirai con dolore”, “il “sudare per vivere”, ecc. ecc.). E invece interrogarci sui modi con cui, nelle varie epoche storiche, la comunità umana interagisce con la natura: dall’epoca del comunismo primitivo, attraverso le varie società di classe, fino all’attuale modo di produzione capitalistico. Non vogliamo né possiamo farla troppo lunga qui: ce ne siamo abbondantemente occupati e continueremo a occuparcene (vedere lo “specchietto bibliografico” a lato). Ci basti affermare che il modo di produzione capitalistico, che ha sicuramente permesso alla comunità umana di fare enormi balzi in avanti rispetto ai modi di produzione precedenti, è ormai anche il più distruttivo e (questa volta sì!) devastante. Forse perché ci sono… i cattivi? i governanti indifferenti e ciechi rispetto al futuro? gli adulti egoisti? Ma stiamo scherzando? Lo è perché le sue leggi di funzionamento non possono che condurre a quegli effetti: la ricerca forsennata del profitto, la necessità primaria dell’accumulazione e dell’auto-valorizzazione del capitale, la produzione per la produzione, ecc. Tutto ciò e la scala ormai mondiale su cui ciò avviene stanno alla base di quei disastri. Cosa, questa, ben nota a Marx ed Engels, quando studiavano il funzionamento del modo di produzione capitalistico in rapporto a quelli che l’hanno preceduto e scrivevano opere come La situazione della classe operaia in Inghilterra, i Manoscritti economico-filosofici del 1844, l’Anti-Dühring, Il Capitale, la Dialettica della natura, testi in cui l’attenzione al posto dell’uomo dentro la natura e al problema del rapporto fra modo di produzione capitalistico e natura è ben presente – come lo è stato sempre, da allora, per noi comunisti, che non perdiamo l’occasione per denunciare lo sperpero continuo delle risorse naturali da parte del Capitale. Limitiamoci ad alcuni riferimenti, fra i tanti che si potrebbero fare.

Da K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844: “La vita della specie, tanto nell'uomo quanto negli animali, consiste fisicamente anzitutto nel fatto che l'uomo (come l'animale) vive della natura inorganica, e quanto più universale è l'uomo dell'animale, tanto più universale è il regno della natura inorganica di cui egli vive. Le piante, gli animali, le pietre, l'aria, la luce, ecc., come costituiscono teoricamente una parte della coscienza umana, in parte come oggetti della scienza naturale, in parte come oggetti dell'arte - si tratta della natura inorganica spirituale, dei mezzi spirituali di sussistenza, che egli non ha che da apprestare per goderne e assimilarli -, cosi costituiscono anche praticamente una parte della vita umana e dell'umana attività. L'uomo vive fisicamente soltanto di questi prodotti naturali, si presentino essi nella forma di nutrimento o di riscaldamento o di abbigliamento o di abitazione, ecc. L'universalità dell'uomo appare praticamente proprio in quella universalità, che fa della intera natura il corpo inorganico dell'uomo, sia perché essa 1) è un mezzo immediato di sussistenza, sia perché 2) è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale. La natura è il corpo inorganico dell'uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l'uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell'uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l'uomo è una parte della natura”.

Da K. Marx, Il Capitale, Libro Primo: “Il modo di produzione capitalistico completa la lacerazione del vincolo originario di parentela fra agricoltura e manifattura, da cui le forme infantilmente inevolute di entrambe erano unite; ma crea nello stesso tempo le premesse materiali di una sintesi nuova e superiore, l’unione di agricoltura e industria, sulla base delle loro forme antagonisticamente elaborate. Con la preponderanza sempre crescente della popolazione urbana che esso stipa in grandi aggregati umani, da un lato accumula la forza di propulsione storica della società, dall’altro sconvolge il ricambio organico fra uomo e terra, cioè il ritorno al suolo dei suoi elementi costitutivi consumati dall'uomo sotto forma di mezzi di nutrizione e abbigliamento, e quindi la condizione naturale eterna di una sua fertilità duratura. Così, il modo di produzione capitalistico distrugge insieme la salute fisica dell’operaio urbano e la vita intellettuale del lavoratore agricolo; ma, nello stesso tempo, con l’eliminazione delle circostanze prodottesi in modo puramente naturale e spontaneo di quel ricambio, impone di riprodurlo sistematicamente come legge regolatrice della produzione sociale, e in una forma adeguata al pieno sviluppo dell’uomo. [...] Come nell'industria cittadina, così nell'agricoltura moderna, la produttività aumentata e la crescente mobilitazione del lavoro si pagano con la devastazione e l’inaridimento della forza-lavoro”.

Da F. Engels, “La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia”: “l'animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l'uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l'ultima, essenziale differenza tra l'uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza. Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell'Asia Minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l'attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e i depositi dell'umidità. Gli italiani della regione alpina, nell'utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa all'industria pastorizia sul loro territorio; e ancor meno immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell'anno quell'acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l'epoca delle piogge. Coloro che diffusero in Europa la coltivazione della patata non sapevano di diffondere la scrofola assieme al bulbo farinoso. A ogni passo, ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo a essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacitò, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato”.

Da K. Marx, Il Capitale, Libro Terzo: “Dal punto di vista di una superiore formazione socio-economica [cioè del comunismo – NdR], la proprietà privata di singoli individui sul globo terrestre apparirà non meno assurda della proprietà privata di un uomo su un altro uomo. Neppure un'intera società, una nazione, anzi tutte le società di una stessa epoca prese assieme, neppure esse sono proprietarie della terra. Ne hanno soltanto il possesso, l’usufrutto, e hanno il dovere, da boni patres familias, di trasmetterla migliorata alle generazioni successive”.
***
Ora, però, andando al di là delle citazioni, facciamo alcuni esempi (e anche qui la lista sarebbe lunghissima, da riempire pagine e pagine, volumi e volumi!).
In Africa, il Sahel (“bordo del deserto”) è una fascia di territorio che, correndo a sud del Sahara e a nord delle savane del Sudan, dall’Oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est, separa due aree climatiche del continente e tocca paesi come Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell'Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l'Eritrea. E’ da qui che, in larga maggioranza, provengono le migliaia e migliaia di disperati che, per sopravvivere, cercano di arrivare in Europa, solcando con mezzi di fortuna le acque del Mediterraneo e troppo spesso venendone inghiottiti: sappiamo bene di che si tratta – una carneficina. Proprio per la sua collocazione (deserto a nord e savane a sud), il Sahel ha conosciuto nel tempo ripetute ondate di siccità e conseguente carestia; ma la più tragica e drammatica, da cui stenta ancora a risollevarsi, si ebbe intorno al 1972 (attenzione alla data!): quasi un milione di morti e oltre 50 milioni di persone direttamente o indirettamente colpite. La causa prima fu la diffusa deforestazione, a sua volta conseguenza dello sfruttamento intensivo dell’area per svilupparvi la monocoltura delle arachidi e del cotone. Come si sa, la monocoltura porta con sé l’impoverimento della terra, non più rinnovata da altre colture e dalla periodica messa a riposo. Ma monocoltura che cosa vuol dire se non sfruttamento intensivo di tipo capitalistico, che – oltre a distruggere tutte le economie di sussistenza originarie – prosciuga per l’appunto la terra, la desertifica? Arachidi e cotone: due componenti importanti dell’economia globale capitalistica (e al riguardo, giovani dei FFF, andatevi a leggere gli articoli di Marx ed Engels sulla monocoltura del cotone in India durante la dominazione inglese: lì c’è molto da studiare…). E perché s’è detto prima “attenzione alla data”? Perché quegli anni, intorno al 1972, sono quelli in cui, per la prima volta dalla fine del secondo massacro mondiale e dal successivo boom economico, l’economia mondiale entra in crisi globalmente – in cui s’inceppa il meccanismo di auto-valorizzazione del capitale, così fondamentale per sostenere il saggio medio di profitto: nei decenni precedenti, s’è prodotto troppo e la crisi è, squisitamente, una crisi di sovrapproduzione di merci e capitali, quella in cui siamo immersi ancora oggi. Il milione di morti e i 50 milioni di sofferenti del Sahel nel 1972, e le molte centinaia di migliaia in eterna fuga da allora, hanno lì la loro origine! Altro che “migranti climatici”!
Adesso, dall’Africa passiamo al mondo luccicante del capitalismo più sviluppato e tracotante: gli Stati Uniti d’America. A differenza del dramma del Sahel, la storia è piuttosto nota: a fine agosto 2005, l’ennesimo uragano (battezzato “Katrina”) si abbatte sulle coste statunitensi del Golfo del Messico: Florida, Mississippi e Louisiana, dove a essere colpite in maniera drammatica sono la città di New Orleans e zone limitrofe. Qui si contano quasi duemila morti, più di settecento dispersi, diaspora (ancor oggi in corso!) di parecchie decine migliaia di persone (fra gli strati più deboli e poveri della popolazione, specie afro-americana), conseguenze economiche, sociali e sanitarie a lungo termine, ulteriori disastri ambientali dovuti al micidiale mix di veleni trasportato dalle acque in piena e riversato nel grande Lago Pontchartrain e nel fiume Mississippi, nella fitta trama di corsi e specchi d’acqua circostanti, nelle terre e nei paesi tutt’intorno, danni calcolati in 81 miliardi di dollari (ma che pacchia per la ricostruzione!). Lasciamo perdere per il momento le polemiche sui ritardi e le modalità degli interventi statali e federali: ulteriore esempio dell’incapacità della società del profitto immediato nel gestire anche le “catastrofi naturali”; o le polemiche sulla gestione degli argini che avrebbero dovuto proteggere New Orleans (città che, come buona parte della Bassa Louisiana, si trova al di sotto del livello del mare). Cerchiamo di andare a monte di queste questioni. Abbiamo messo tra virgolette “catastrofi naturali”, perché l’espressione è infelice: la verità è che le esigenze superiori del capitale sono le prime responsabili di questa tragedia. Vediamole.
Tutto il sistema degli argini che imbragano letteralmente la forza delle acque del fiume Mississippi, impedendo loro di riversarsi naturalmente sulle terre circostanti (con l’effetto positivo di fertilizzarle e sedimentarvisi) e scagliandole invece con violenza nel Golfo del Messico, ha prodotto una serie di conseguenze, tutte legate insieme: il limo trasportato dal fiume non si deposita più alla foce ma precipita molto più in là, nella Fossa Caraibica; dunque, l’erosione della costa si fa più acuta e profonda; l’intero territorio si abbassa con impressionante velocità e quindi è esposto ancor più all’azione combinata di venti, maree ed esondazioni. A ciò si aggiunga il fatto che l’aggressiva deforestazione dell’area, attuata anche per lo scavo di un complesso sistema di canali per il trasporto di merci, prodotti agricoli e materie prime (l’Intracoastal Waterway), ha ancor più esposto l’area agli agenti atmosferici, eliminando ogni tipo di barriera naturale, dai boschi ai cespugli; e che a sostituire la fertilizzazione naturale delle terre intorno al fiume Mississippi e alla ragnatela di corsi minori (troppo lenta per le necessità dell’agricoltura intensiva capitalistica) s’è ricorso a tal punto ai fertilizzanti chimici (che intridono la terra e sono poi dilavati nelle acque) che l’ultimo tratto è chiamato localmente Toxic Alley (Vicolo Avvelenato), con alta incidenza di tumori e altre patologie per chi ci abita e ci lavora. E fermiamoci pure qui: l’evidenza della “non-naturalità” dell’evento e invece della sua stretta relazione con il modo di produzione capitalistico è più che sufficiente!
Ripetiamo: a) di entrambi gli eventi si potrebbero dire molte altre cose, a ulteriore conferma; b) gli esempi potrebbero essere moltiplicati all’infinito, sull’arco di ormai trecento anni di dominio del capitalismo, divenuto sempre più devastante e diffuso globalmente. Se poi aggiungiamo a ciò anche solo una rapida riflessione sulle conseguenze delle due guerre mondiali e delle centinaia di guerre “minori” che hanno devastato e stanno devastando intere aree del pianeta (si pensi agli effetti delle radiazioni da bombe atomiche o del fosforo bianco o dell’uranio impoverito, ecc. ecc. – il vero e proprio film dell’orrore delle guerre del capitale!), be’, il quadro è impressionante e mostra in maniera feroce l’illusorietà di ogni fantasia di blanda “riforma del sistema”, di “appello ai governanti”, di “mobilitazione etica e morale”!

Diamo ancora la parola a Engels (sempre dal testo citato sopra):

“Tutti i modi di produzione fino ad oggi esistiti si sono sviluppati avendo di mira i risultati pratici più vicini, più immediati, del lavoro. Le ulteriori conseguenze manifestantisi solo in un tempo successivo, operanti solo per graduale accumulazione e ripetizione, rimanevano del tutto trascurate. L'iniziale proprietà collettiva del suolo corrispondeva da una parte a uno stadio di sviluppo dell'uomo, che limitava in generale il suo orizzonte alle cose più vicine, e presupponeva d'altra parte una certa abbondanza di terreno a disposizione, che consentiva un certo giuoco di fronte a eventuali cattivi risultati di quell'economia primitiva di tipo forestale. Esauritasi questa sovrabbondanza di terreno, si disgregò anche la proprietà collettiva. Ma tutte le forme superiori di produzione hanno portato alla divisione della popolazione in diverse classi e con ciò al contrasto tra classi dominanti e classi oppresse; con ciò però l'interesse della classe dominante diveniva l'elemento che dava impulso alla produzione, nella misura in cui quest'ultima non si limitava alle più indispensabili necessità di vita degli oppressi. Questo processo si è sviluppato, nella maniera più completa, nel modo di produzione capitalistico oggi dominante nell'Europa occidentale. I singoli capitalisti, che dominano la produzione e lo scambio, possono preoccuparsi solo degli effetti pratici più immediati della loro attività. Anzi, questi stessi effetti – per quel che concerne l'utilità dell'articolo prodotto o commerciato – vengono posti completamente in secondo piano: l'unica molla della produzione diventa il profitto che si può realizzare nella vendita. La scienza borghese della società, l'economia politica classica, si occupa soprattutto degli effetti sociali immediatamente visibili dell'attività umana rivolta alla produzione e allo scambio. Ciò corrisponde completamente all'organizzazione sociale, di cui essa è l'espressione teorica. In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono esser presi in considerazione solo i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l'usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l'ormai indifeso ‘humus’ e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell'attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte a un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto; che l'armonia tra la domanda e l'offerta si trasformi nella sua opposizione polare, come mostra l'andamento di ogni ciclo industriale decennale (e anche la Germania, nel ‘crac’, ne ha esperimentato un piccolo preludio); ci si meraviglia che la proprietà privata basata sul lavoro personale porti come necessaria conseguenza del suo sviluppo alla mancanza di ogni proprietà per i lavoratori, mentre tutti i possessi si concentrano sempre di più nelle mani di chi non lavora?”.
***
Soluzioni? Non esistono ricette. Esiste solo il capovolgimento della logica del “male minore”, delle “pezze” al sistema, degli appelli etici e riformatori ai “potenti della terra”, a favore di una prospettiva ben più vasta e radicale. Il modo di produzione capitalistico è giunto ormai da più d’un secolo e mezzo a un punto in cui il suo sviluppo positivo rispetto ai modi di produzione precedenti s’è trasformato soltanto in una lunga, incessante, distruttiva agonia. A questa agonia, bisogna porre termine con un taglio drastico, con la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato, verso la società senza classi, la società della specie finalmente umana, in equilibrio con la natura: il comunismo4. Ma questa prospettiva non s’improvvisa né s’inventa: l’unico futuro possibile è quello passa attraverso la preparazione rivoluzionaria delle giovani generazioni. Senza illudersi che questa via possa essere breve, facile e individualmente appagante.
settembre 2019

Nostri testi di base sul tema “Capitalismo e ambiente”
(disponibili sul nostro sito www.internationalcommunistparty.org)

“Piena e rotta della civiltà borghese” (1951)
“Omicidio dei morti” (1951)
“Politica e ‘costruzione’” (1952)
“Pubblica utilità, cuccagna privata” (1952)
“Specie umana e crosta terrestre” (1952)
“Esploratori nel domani” (1952)
“Spazio contro cemento” (1953)
“Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale” (1956)
“La leggenda del Piave” (1963)
“Questa friabile penisola si disintegrerà sotto l’alluvione delle leggi speciali” (1966)


Note
1 Non a caso, il “movimento” si presenta all’insegna del massimo di “buone maniere”, “rispetto per le istituzioni democratiche”, “rifiuto di ogni anche lontana prospettiva antagonista”. Possiamo leggere per esempio, sul suo sito, frasi come queste: “1. FFF vogliono che ‘scioperiate’ solo in modo da sentirvi al sicuro; 2. Molti FFF in sciopero hanno avuto l’approvazione della polizia; 3. Per lo più tale approvazione vale soltanto per sit-in di protesta tranquilli” (https://www.fridaysforfuture.org/).
2 Cfr. Telmo Pievani, “Il lunghissimo Antropocene”, La Lettura-Corriere della Sera, 21/7/2019.
3 Idem.
4 Non c’interessa qui replicare a tutti i ragli di coloro che proclamano “Il comunismo è fallito!” senza nemmeno sapere di che cosa cianciano. L’abbiamo già fatto in centinaia di articoli e di testi: chi è interessato a comprendere ha materia abbondante di studio. Precisiamo, però: studio militante, non accademico!

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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