il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Comunisti e organizzazione    (Visualizza la Mappa del sito )

Ricordando Stefano Chiarini

Ricordando Stefano Chiarini

(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
E' morto Stefano Chiarini, un giornalista, un compagno,un amico dei popoli in lotta

Tutte le vignette di Enzo Apicella

PRIMA PAGINA

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

SITI WEB
(Memoria e progetto)

ASINESCO, TROPPO ASINESCO

(17 Dicembre 2021)

nietsche asino 2

Quando leggiamo le massime aforistiche del sazio, ma arrabbiatissimo, piccolo-borghese Friedrich Nietzsche a proposito della “morale degli schiavi” e quella “dei signori”, quando leggiamo delle sue avvelenate equiparazioni tra il cristianesimo e il socialismo, ci viene in mente che innegabilmente, fino alla fine del III secolo dopo Cristo, il cristianesimo rappresentò una potente sovversione delle concezioni pagane circa la naturalità, giustezza ed eternità delle disparità tra gli uomini. Esso sorse da sètte egualitaristiche nell’ambito del giudaismo e si diffuse tra gli oppressi dall’ineguaglianza strutturale della società pagana. Per la prima volta un sistema di pensiero (benché in forma religiosa) rifiutava di considerare una certa parte dell’umanità (gli schiavi ad esempio) come “strumento parlante” e riconosceva la comune natura di tutti gli uomini. È vero che questo riconoscimento spesso (ma non sempre) si limitava a proclamare l’uguaglianza delle sole anime, come figlie del dio e nel regno dei cieli, ma era indubbiamente un passo in avanti, soprattutto perché le prime sètte cristiane si aspettavano l’avvento del Regno a breve, e proprio sulla terra.

Per un Paolo – non a caso un civis romanus – che scrive decenni dopo la morte di Gesù che gli schiavi devono obbedire al proprio padrone c’è un Clemente alessandrino, che nel II secolo d. C. scrive:

tutti sono generati uguali, con capacità e facoltà di sentire e ragionare, senza privilegio d’età, sesso o ceto sociale […], è mostruoso che esseri umani che sono fattura di Dio siano assoggettati ad altro padrone che Lui.

Quando leggiamo le massime aforistiche del sazio, ma arrabbiatissimo, piccolo-borghese Friedrich Nietzsche a proposito del “ressentiment” e del “disprezzo della vita” che caratterizzerebbe le classi dominate e che si esprimerebbero nel cristianesimo e nel socialismo, ci viene in mente che nel giudaismo e nel cristianesimo primitivo sorsero idee antidualistiche sul mondo. Nella Genesi si parla di un dio che crea il mondo organizzando un caos preesistente, non di creazione “dal nulla”. Inoltre, tutto quello che viene “creato” dal dio ha eguale valore: cieli e terra, spirito e carne. Il mondo reale, il corpo, non sono disprezzabili, inferiori o subordinati alla perfezione dello spirito, come postulava l’idealismo platonico.

Non c’è nessun dubbio sul fatto che il cristianesimo sia poi diventato ciò che è oggi, ma se il ressentiment e il disprezzo della vita sono assurti a sua cifra caratteristica (la sua “difesa della vita” è rifiuto di ciò che la allieta, esaltazione di ciò che la mortifica e conservazione dell’ordine sociale che la rende alienata), la spiegazione, checché ne dica Nietzsche, è proprio nel fatto che da “morale degli schiavi” si trasformò nella utilissima (per secoli) morale dei “signori”.

Alla fine del III secolo, infatti, la progressiva separazione delle condizioni di vita di “laici” e “sacerdoti” all’interno del movimento cristiano condusse al consolidamento di una solida gerarchia sociale. Un possente corpo organizzato all’interno di una società in disfacimento, uno Stato nello Stato che possedeva e amministrava grandi ricchezze (donazioni, eredità). Le élites pagane, nella loro gran parte, riconobbero in questa organizzazione, che controllava vaste masse nullatenenti, un valido strumento di conservazione sociale e vi aderirono, convertendosi in cambio di preziose funzioni vescovili. Lo Stato riconobbe la Chiesa e ne fece una sorta di “partito unico”, in quello che fu eminentemente uno scambio di favori: la tranquillità dei possessi per la Chiesa, che ormai aveva interessi fin troppo materiali da difendere, e la tranquillità sociale per l’impero, tramite un’ideologia, ormai divenuta consolatoria e conservatrice, da somministrare alle masse.

Il patto resse. Nel IV secolo i conventi-latifondi erano proprietari di terre e di schiavi. Nel 324 il Concilio di Granges proclamò:

Se qualcuno, sotto il pretesto della pietà, spinge lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a non servire con buona volontà e rispetto, che egli sia scomunicato.

A coronare il tutto venne anche l’assunzione dei precetti platonici sulla dualità tra spirito e materia, il cui significato “cristiano” divenne il disprezzo del corpo, della vita terrena, dei bisogni fisici, per meritare la vita eterna, al di fuori del mondo reale.

Paradossalmente è lo scrittore Arthur Koestler, che in epoche diverse della sua vita fu assertore di due forme di anticomunismo – lo stalinismo e il liberalismo – a fornirci una vivida descrizione del perché un certo tipo di morale, rassegnata all’oppressione e ostile alle manifestazioni gioiose dell’esistenza, può impossessarsi delle masse sfruttate e oppresse, in ogni epoca:

… con l’abitudine a sottostare alle proibizioni, che identifica la virtù con l’abnegazione e loda la morte come il sacrificio più nobile, in questa ebbrezza dell’umor nero ogni altra specie di entusiasmo appare bassa e volgare. Non ci sospinge forse l’assurdo ordine delle cose a cercare la soddisfazione di tutti i nostri desideri nei modi più bassi e volgari? Il bottegaio deve usare pesi falsi per vivere. Lo schiavo deve ingannare e derubare il padrone per vivere; l’agricoltore deve essere duro e meschino, perché altrimenti non potrebbe vivere. Non è dunque basso e volgare tutto ciò che serve alla vita e agli interessi del singolo? Non avviene forse che soltanto il contrario – rinuncia, sacrificio e morte – sia esaltato e ritenuto degno di entusiasmo? [1]

Ma questo non è certamente un inno a quei “signori” che difendono l'”assurdo ordine delle cose” che rende gli “schiavi” permeabili a una simile morale, e che altrettanto certamente hanno tutto da temere dal suo rigetto da parte delle masse…

Per comprendere tutto questo non c’è – né c’è mai stato – bisogno di ricorrere alle massime e ai proverbi di Herr Nietzsche, il servo intellettuale di una classe di “signori” assai meno aristocratica di come la dipingesse: una avida, feroce, ipocrita e decadente borghesia agli albori dell’imperialismo, che, senza peraltro seppellire l’ancora utilizzabile cadavere del “dio che è morto”, aveva altresì urgente bisogno di una “trasvalutazione dei valori” adeguata alle sue nuove esigenze, sempre figlie di quella fondamentale dell’“estrazione di plusvalori”.

Come coglie, a nostro avviso molto correttamente, Lukàcs ne La distruzione della ragione:

La “missione sociale” che viene compiuta dalla filosofia di Nietzsche consiste nel “salvare”, nel “redimere” questo tipo di intellettualità borghese, additandole una via che renda superflua ogni rottura, anzi ogni seria tensione con la borghesia; una via in cui possa continuare a sussistere il gradito senso di essere ribelli, e venga reso magari più vivo con la seducente contrapposizione di una “più profonda” rivoluzione “cosmico-biologica” alla “superficiale” ed “esteriore” rivoluzione sociale; una “rivoluzione” che mantiene completamente i privilegi della borghesia […] e che conferisce alla paura di perdere la propria posizione di vantaggio, onde sono turbati i privilegiati dell’economia e della cultura, un’espressione patetico-aggressiva che ne nasconde il carattere egoistico. […] Diventa qui facilmente visibile [la sua] “missione sociale” […] e cioè il compito di allontanare dal socialismo gli intellettuali insoddisfatti del presente e di condurli alla reazione estrema: il socialismo esige un’interiore e un’esteriore conversione (rottura con la propria classe e cambiamento dell’atteggiamento soggettivo), mentre per superare il decadentismo al modo proclamato da Nietzsche non è necessaria alcuna frattura: si rimane ciò che si era (con minori difficoltà e migliore coscienza) e si ha la sensazione di essere molto più rivoluzionari di quanto non siano i socialisti.

Non c’è molto da aggiungere.

Fra chi oggi conosce il pensiero di Nietzsche, e non sono moltissimi, la moda dominante è quella di farne un “rivoluzionario” e di negarne il carattere reazionario. Le mode non ci interessano, e meno ancora ci interessa entrare nella querelle su quanto sia giustificato ritenere Nietzsche tra i padri spirituali dell’ideologia nazista. Ci è sufficiente sapere che il nazismo trovò motivi sufficienti per ritenerlo tale e, di certo, il rifiuto dell’antisemitismo (che per alcuni determinerebbe una sorta di “salvezza eterna” del pensatore tedesco) non fu motivo sufficiente per ripudiarlo dal Pantheon del Terzo Reich.

A noi, comunisti e internazionalisti, che ci accontentiamo del materialismo storico, le veementi, solenni, apodittiche e “dinamitarde” sentenze contro la metafisica, il positivismo e soprattutto contro il cristianesimo trascritte ne l’Anticristo, nel Zarathustra o nel Crepuscolo degli idoli, per quanto indubbiamente ben tornite sul piano letterario, danno l’impressione di una fiacca loffa, messe a confronto con quanto scriveva Marx nel 1847, quando il piccolo Fritz saltellava ancora sulle ginocchia del padre, pastore protestante:

I princìpi sociali del cristianesimo hanno avuto mille ottocento anni di tempo per svilupparsi e non hanno bisogno di essere ulteriormente sviluppati […]. I princìpi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, esaltato la servitù della gleba medievale, e se necessario si prestano anche a difendere l’oppressione del proletariato, sia pure assumendo un’aria un po’ lamentosa. I princìpi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e a favore di quest’ultima esprimono soltanto il pio desiderio che la prima voglia essere caritatevole. I princìpi sociali del cristianesimo trasferiscono in cielo la compensazione di tutte le infamie […] e giustificano così la continuazione di queste infamie sulla terra. I princìpi sociali del cristianesimo dichiarano che tutte le bassezze commesse dagli oppressori contro gli oppressi sono o giuste punizioni del peccato originale e di altri peccati, oppure prove che il Signore impone ai redenti nella sua infinita saggezza. I princìpi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprezzo di sé stessi, la mortificazione, il servilismo, l’umiltà, insomma tutte le qualità della canaglia, e il proletariato, che non si vuole far trattare da canaglia, ha molto più bisogno del suo coraggio, del suo senso di sicurezza, del suo orgoglio e del suo spirito d’indipendenza che del suo pane. I princìpi sociali del cristianesimo sono ipocriti, e il proletariato è rivoluzionario.[2]

NOTE

[1] A. Koestler, I gladiatori, 1939.

[2] K. Marx, Il comunismo del “Rheinischer Beobachter”, 12 settembre 1847, Marx-Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. VI, pp. 243-244.

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

Fonte

Condividi questo articolo su Facebook

Condividi

 

Ultime notizie del dossier «Questioni di teoria»

2624