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Ai giornalisti prezzolati

Ai giornalisti prezzolati

(9 Ottobre 2012) Enzo Apicella
Chavez viene rieletto con il 54% dei voti, con grande dispetto dei giornalisti prezzolati dall'imperialismo che davano per sicura la sua sconfitta

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(La rivoluzione bolivariana)

I pieni poteri a Chavez e gli Stati Uniti

(10 Febbraio 2007)

Il 31 gennaio scorso, il parlamento di Caracas ha votato la concessione dei pieni poteri al presidente Hugo Chavez. Questi, per i prossimi 18 mesi, potrà emanare decreti esecutivi per regolamentare undici differenti settori della vita sociale, politica ed economica venezuelana, dal sistema tributario, alla sicurezza, dalle infrastrutture all’ambito energetico. La motivazione per cui il leader di Caracas aveva chiesto tale devoluzione di poteri era accelerare il processo di trasformazione dello Stato e della economia venezuelana in vista dell’attuazione di quello che egli definisce ‘socialismo del 21° secolo’.

Sebbene la sua scelta sia stata aspramente criticata da buona parte della opinione pubblica internazionale come l’inizio della possibile deriva autoritaria del Venezuela, l’assemblea legislativa non ha fatto altro che applicare una norma prevista dalla Costituzione del 1999, un precetto a sua volta mutuato nella attuale legge fondamentale dalla precedente carta del 1961.

Nel corso del suo mandato Chavez ha ottenuto tale facoltà due volte e comunque non è stato l’unico presidente ad averne usufruito. Altri suoi quattro predecessori (dal 1961 a oggi) hanno potuto esercitare un simile potere, previsto peraltro dalla Costituzione, a differenza di quanto accade con gli ‘executive orders’, emanati dai presidenti americani. Tali atti, di cui hanno abusato gli inquilini della Casa Bianca per esercitare poteri legislativi e quindi superare la rigida divisione di poteri esistente nel sistema costituzionale americano, non trovano alcun riferimento nel testo fondamentale, se non in un vago precetto rivolto all’esecutivo di “aver cura che le leggi siano eseguite correttamente” (Art. 2, sez. III).

Tralasciando l’argomento dei fondamenti giuridici del conferimento di poteri straordinari al presidente, quello che importa rilevare sono le motivazioni alla base di tale richiesta. Dopo essere stato riconfermato per altri sei anni con una percentuale di voti molto elevata, Chavez intende ora utilizzare il tempo che gli è stato concesso per attuare quella trasformazione dello Stato venezuelano che alternativamente definisce come attuazione della “rivoluzione bolivariana” o affermazione del “socialismo del 21° secolo”.

Slogan utilizzati per indicare un insieme di misure volte a realizzare due obiettivi: in politica estera l’affrancamento del suo Paese e possibilmente dell’intera America Latina dalla tradizionale tutela egemonica statunitense e in ambito interno l’effettiva redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti della popolazione.

Nella prospettiva di conseguire quest’ultimo scopo va inteso sia il precedente annuncio di nazionalizzare tutti quei settori produttivi privatizzati dai precedenti esecutivi sia l’attuale devoluzione di poteri speciali da parte dell’assemblea di Caracas. Come ha scritto il giornalista inglese Richard Gott (uno dei più importanti biografi di Chavez), il leader venezuelano ha appena iniziato a scalfire la superficie del gigantesco progetto rivoluzionario che intende attuare.

Le reazioni statunitensi alle decisioni di Caracas non sono sembrate univoche. Da una parte John Negroponte (attuale direttore dei servizi di intelligence), nel corso delle audizioni di fronte al Senato per la sua conferma della sua nomina a vice segretario di Stato, non ha esitato a definire Chavez come una minaccia alla democrazia in America Latina.

In contemporanea alle sue affermazioni, Thomas Shannon (assistente segretario di Stato per l’emisfero occidentale), parlando della legge di conferimento dei pieni poteri, ha fatto commenti molto meno allarmistici. A suo giudizio, la norma non costituisce una novità e comunque è prevista dalla Costituzione. Del resto, come ogni strumento democratico – secondo Shannon – ciò che conta realmente è l’uso che se ne fa.

Le due prese di posizione potrebbero essere indice di un contrasto in atto all’interno dell’amministrazione Bush sulle modalità di gestione del problema Chavez. Un contrasto che potrebbe risolversi nell’assunzione di un atteggiamento più realista e di maggiore aperture verso il leader di Caracas. Non a caso lo stesso Shannon il 23 gennaio scorso, parlando di fronte al Center for Strategic & International Studies di Washington, ha delineato i punti essenziali della nuova politica che la Casa Bianca potrebbe applicare verso l’America Latina e il Venezuela in particolare alla luce degli eventi verificatisi nel 2006.

All’inizio del suo intervento Shannon lanciò un appello affinché il concetto di Panamericanismo, ideato da Franklin Roosevelt negli anni 30, tornasse a informare le relazioni tra i due estremi dell’emisfero: di fronte a minacce transnazionali, come il terrorismo di matrice fondamentalista, l’unico strumento per contrastarlo era la cooperazione e la collaborazione reciproca. Uno spirito applicabile anche nei riguardi dei problemi della povertà, della disuguaglianza e della esclusione sociale, pur se in un contesto di istituzioni democratiche.

Concluso il 2006, un anno che per l’America Latina era stato caratterizzato da grande effervescenza politica e notevoli cambiamenti, era necessario che l’agenda statunitense verso la regione fosse improntata alla ricerca di un dialogo franco e aperto. Ma per farlo era prioritario sviluppare i contatti e le relazioni reciproche nell’ambito del summit delle Americhe, un contesto nell’ambito del quale incontrarsi per tentare di risolvere insieme i gravi problemi che affliggevano le nazioni meridionali. In primo luogo lo sviluppo economico, da conseguirsi attraverso progressi nella integrazione tra nord e sud. Integrazione che non poteva però ridursi solo a progressi nella stipula di accordi di libero commercio, ma andava finalizzata anche alla tutela dei settori più poveri e più vulnerabili delle società latino-americane.

Parlando poi del Venezuela, Shannon sostenne che l’immagine diffusa nel paese caraibico degli Stati Uniti come nemici della nazione era errata. Washington intendeva superare i motivi di divisione con Caracas e approfondire il dialogo su una ampio raggio di questioni e problemi comuni. E aggiungeva che anche Chavez sembrava avere le stesse intenzioni. In quella sede Shannon rivelò che, durante la cerimonia di insediamento di Daniel Ortega in Nicaragua svoltasi qualche giorno prima, aveva avuto un colloquio con il leader di Caracas assieme al segretario alla Sanità della amministrazione Bush, Michael Leavitt. Allora Chavez aveva espresso la volontà del suo governo di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e di individuare aree di comune cooperazione e dialogo.

Le aperture di Washington, a cui simili parole farebbero pensare, non sarebbero però incompatibili con la contemporanea tutela degli interessi commerciali ed economici statunitensi nella regione. Ne è esempio l’accordo di scambio firmato dagli Stati Uniti con l’Uruguay il 25 gennaio scorso, inteso come il primo passo verso la firma di un più ampio accordo di libero commercio con Washington.

Niente di strano, se non fosse che l’Uruguay è membro a pieno titolo del Mercosur, il mercato comune del Sud, con Brasile, Argentina, Venezuela e Paraguay e che l’appartenenza a tale blocco non permette alle parti di firmare accordi di libero commercio con soggetti esterni. Se il trattato andasse in porto, potrebbe causare il dissolvimento del Mercosur e della prospettiva integrazionista autonoma da esso rappresentata, per ridare nuova forza al progetto di libero commercio delle Americhe, fondato su principi statunitensi e per ora abortito, dopo il fallimento del vertice di Mar del Plata del novembre 2005.

Pier Francesco Galgani

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