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(17 Aprile 2013) Enzo Apicella

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"DIALOGO FRA LE PARTI"/CAPITOLAZIONE
OPPURE RESISTENZA DI CLASSE/RIVOLUZIONE

IL VENEZUELA BOLIVARIANO SOTTO ASSEDIO

(27 Maggio 2019)

liga unitaria chavista socialista

Il pronunciamento del 23 gennaio 2019 con il quale gli Stati Uniti d’America riconoscono l’autoproclamato Guaidò, loro pupazzo, come presidente del Venezuela ed intimano lo sfratto al governo bolivarista di Maduro è un passo di vasta ed enorme portata contro-rivoluzionaria. Titola il Wall Street Journal del 30 gennaio: “ U.S. push oust Venezuela’s Maduro marks first shot in plan to reshape Latin America”. First shot: primo colpo! La destituzione di Maduro o meglio la capitolazione del movimento chavista-bolivariano che da venti anni, dal 1999, gestisce il potere a Caracas è – vorrebbe essere – il primo colpo di un “reset” imperialista continentale, detto nel linguaggio del WSJ: “the opening of a new strategy to exert greater U.S. influence over Latin America”. Imposta la capitolazione al Venezuela bolivariano – possibilmente senza combattimento diretto, evitando la guerra civile e sociale apertamente dichiarata cioè attraverso l’immobilizzazione del “popolo rivoluzionario” chavista – si passerà alla resa dei conti con il fastidioso Nicaragua e soprattutto con la spina rappresentata da Cuba. Tale è l’agenda spavaldamente dichiarata dalla massima potenza mondiale imperialista e democratica.

A chi il Venezuela? A chi l’America Latina?

Attraverso l’assedio e lo strangolamento economico-finanziario, la capitolazione della borghesia patriottica chavista-bolivariana è – vorrebbe essere – il primo passo che apre la strada all’asservimento totale del sud-continente e dei Caraibi; che sbarra la strada alla penetrazione economica, politica e militare dentro al giardino di casa delle potenze capitalistiche concorrenti russa e cinese, riaffermando l’incontrastabile controllo nordamericano sul continente e la supremazia inattaccabile del dollaro. Infine, vibrando il first shot al Venezuela bolivariano, l’imperialismo statunitense intende assestare un duro colpo all’intero campo del proletariato e delle masse oppresse dell’America Latina e dei Caribi spezzandone per un lungo tempo la capacità di resistenza e lotta.

La capitolazione del Venezuela bolivariano, soprattutto se ottenuta “per via pacifica” sotto la maschera delle formule del “dialogo” e del “compromesso” politico e sociale (con l’argomento pesante di “evitare il bagno di sangue” e la guerra civile come se il sangue del popolo venezuelano non sia già scorso a fiotti e non scorra e come se il proletariato e le masse non siano già atrocemente e quotidianamente pressati da una guerra sociale di classe provocata ed impulsata dall’iniziativa imperialista) (1) sarebbe infatti un potente fattore di disorientamento e di depressione per tutti i movimenti popolari e di resistenza all’imperialismo attivi nel continente latinoamericano, giacché la larga e decisiva maggioranza del proletariato e delle masse oppresse si raccolgono e si riconoscono dietro le loro insegne. Dietro le insegne “anti-imperialiste” di cui la borghesia patriottica chavista-bolivariana è simbolo orgoglioso e concreto nelle realizzazioni che ha strappato in vent’anni di gestione del potere “per il bene del popolo”. Dietro alla storica chimera borghese-patriottica di un possibile sviluppo capitalistico “giusto ed equilibrato” qualora sottratto dalla dipendenza e dal giogo del padrone e predone nordamericano, da raggiungersi con l’intreccio delle intese fra gli Stati della “Patria Grande” e grazie allo spalleggiamento di quel campo di potenza capitalistica che un tempo, fino alla caduta dell’Urss, si presentava con gli orpelli di “campo del socialismo, del progresso e della pace” opposto alla dominazione guerrafondaia e usuraia del dollaro.

Gli orpelli “socialisti” sono caduti, è restata ed anzi si è esacerbata la sostanza, la materia della competizione fra i grandi centri di potenza capitalistica per la definizione e spartizione delle sfere di influenza. Degli “spazi vitali”, lebensraum come qualcuno – il “cattivo e guerrafondaio” tedesco coi baffetti – ebbe a definire (del tutto correttamente e legittimamente dal punto di vista nazionale capitalistico). Caracas è di sicuro spazio vitale-lebensraum per l’imperialismo di Wall Street e del dollaro, lo è altrettanto per Mosca e per Pechino? Attorno a questo fatale e cruciale dilemma ed interrogativo (da brivido per tutti, poiché si tratta dalla “pace” capitalistica oppure del cozzo violento e della guerra fra i colossali centri di potere capitalistico) sono impiccati gli anti-imperialisti borghesi e le frazioni patriottiche della borghesia latinoamericana. Il proletariato e le masse oppresse dell’America Latina e dei Caraibi devono spezzare questo fatale e letale dilemma, replicando alla feroce iniziativa dell’imperialismo con il dispiegamento della loro iniziativa di classe. Stracciando con l’azione violenta e di classe i vincoli interclassisti del rispetto e della “conciliazione fra le parti sociali” con cui la borghesia patriottica e “anti-imperialista” soffoca le masse e ne lega le mani dietro alla schiena nella lotta mortale contro l’imperialismo. E non parliamo al vento o di petizioni ideali e irreali, come diamo conto qui sotto attraverso la viva voce dei compagni venezuelani. I quali, pur essendo “chavisti di base”, parlano una lingua molto diversa da quella della borghesia patriottica bolivariana. Lingua, cioè indirizzo politico “splendidamente” riassunto da Maduro a proposito dei colloqui con l’opposizione per raggiungere “accordi di pace e di armonia” in corso in campo neutro (in Norvegia). Così li inquadra (in perfetta coerenza con l’indirizzo democratico-pacifista-interclassista tracciato dal padre della “rivoluzione bolivariana”): “Il Venezuela deve elaborare i conflitti non attraverso le armi, non attraverso la guerra, deve farlo attraverso la politica, il dialogo, la diplomazia, attraverso la pace”; “Contro le ingerenze, amore e pazienza”! predica un altro pezzo grosso bolivariano (Diosdado Cabello).

Si vedrà presto dove porta anzi cosa maschera la politica “realista” e “lungimirante” della borghesia patriottica bolivariana come ben fiuta la base proletaria chavista chiamata a imporre una sterzata alla sua stessa direzione (e in tendenza a rompere con il chavismo cioè con i principi e l’organizzazione del riformismo).

Il Venezuela come nuova Stalingrado?

Leggiamo che fra i patrioti e gli anti-imperialisti latinoamericani viene evocato il nome terribile: Stalingrado! La battaglia in e per il Venezuela, come odierna trincea per inchiodare e sbarrare la strada all’imperialismo nordamericano oppure esserne travolti su tutta la linea. E sia! Ma il punto cruciale è: come inchiodare e respingere l’iniziativa della contro-rivoluzione? Attraverso l’unità e il fronte comune interclassista di tutte le forze nazional-patriottiche, borghesia bolivariana insieme al “popolo rivoluzionario” chavista? Oppure, al contrario e come reclamato dalla crudeltà della guerra sociale e di classe stoicamente sopportata ed affrontata dal proletariato venezuelano, attraverso la rottura del fronte interclassista a cominciare dalla necessaria azione radicale e di liquidazione delle quinte colonne filo-imperialiste che impunemente tessono le loro trame all’interno del paese evidentemente ben piantate su una larga base sociale borghese (e la proiezione fuori dai confini nazionali della lotta anti-imperialista, a cominciare dalla Colombia dove continuano ad essere assassinati in serie militanti sociali e di quella guerriglia che si è rifiutata di deporre le armi)?

Visto che i patrioti latinoamericani evocano Stalingrado, non è inutile ricordare quella terribile Storia e metterla in ordine secondo i criteri ed i principi di classe. Trarne le lezioni di classe che, fra l’altro, furono rilevantissime per i movimenti di liberazione nazionale dell’America Latina i quali (allora come oggi) non avevano da liberarsi dalla dominazione e dal giogo dell’imperialismo fascista bensì dalla dominazione e dal giogo dell’imperialismo yankee e democratico. Imperialismo democratico di cui era alleato lo Stato russo (dopo essere stato, dal settembre 1939 al giugno 1941, legato al patto con Hitler ed aver denunciato la guerra come “causata” dai guerrafondai delle potenze democratiche)! Dice niente questa “vecchia storia” in relazione al fatale e attuale dilemma/interrogativo di cui sopra? Che lezioni dobbiamo trarne per la battaglia anti-imperialista in corso? Continuiamo con quella “vecchia storia”: la vittoria nazionale russo-sovietica certamente diede un colpo letale al fascismo europeo ma non aprì la strada a nessuna liberazione sociale e nazionale. La Comune proletaria di Varsavia fu annientata con la complicità dei “liberatori” russi; ovunque ogni spinta verso la rivoluzione fu soffocata. Soprattutto, per ciò che concerne l’America Latina, l’alleanza dei vincitori antifascisti ebbe l’effetto catastrofico di impiccare il movimento di classe continentale al palo degli interessi della democrazia imperialista seguendo quanto dettato da Mosca e di abbandonare letteralmente la conduzione della lotta anti-imperialista nelle mani della borghesia patriottica, il generale Peron massimo esempio per tutti. (2) La tragica “vecchia storia” di Stalingrado, e proprio in particolare per le sue conseguenze in America Latina, insegna esattamente il contrario di quello che credono e vogliono far credere i patrioti latinoamericani che oggi la evocano come esempio emblematico da seguire nella lotta di liberazione del continente dalla dipendenza e dal dominio imperialista.

Detto ciò, l’opera di intralcio e di opposizione delle potenze capitalistiche russa e cinese al Mostro di Wall Street e del Pentagono rappresenta senza dubbio un dato di fatto di enorme valenza, utile e positiva per lo scaturire della Rivoluzione proletaria che è l’unica reale Forza di liberazione, sociale e nazionale (e al patto che il partito della Rivoluzione stia in assoluta indipendenza politica e organizzativa dagli apparati e dai maneggi di ogni Stato borghese). Non perché Mosca e Pechino siano vettori non diciamo di liberazione sociale ma nemmeno di un mondo capitalistico più equilibrato e pacificato (niente “pace e progresso”! orpelli rimasti in piedi nella propaganda a differenza di quelli “socialisti” finiti nella spazzatura) ma perché quell’intralcio, quell’opposizione sono potenti forze di oggettivo scardinamento del supremo baluardo statunitense dell’ordine borghese internazionale (la cui rovinosa caduta è peraltro e perciò temuta e non auspicata dalla borghesia russa e cinese).

Fiume di dollari in secca, chavismo al capolinea

La prima e principale potenza del capitalismo mondiale è stata determinata, attraverso il suo amministratore-Trump, a tirare la corda di un cappio che il precedente amministratore-Obama ha provveduto a girare attorno al collo del Venezuela bolivariano. Ufficialmente con l’ordine esecutivo firmato il 5 marzo 2015 nel quale il Venezuela era indicato come “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati uniti” e si predisponevano gli strumenti economico-finanziari atti all’assedio e allo strangolamento del paese, nel momento in cui il prezzo del petrolio crollava dai massimi toccati nel 2014 e il fiume di dollari derivante dalla rendita petrolifera andava in secca.

Fiume di dollari da cui il Venezuela dipendeva e dipende, pre-Chavez con-Chavez e post-Chavez. (Dipendenza che si può forzare soltanto attraverso una guerra rivoluzionaria, mai e poi mai per via democratica e pacifica. L’esatto contrario di quanto predicato e praticato da Chavez e dai suoi continuatori). Fiume di dollari che ha permesso l’effettivo e reale riformismo sociale attuato dalla “rivoluzione bolivarista”, ha permesso l’elevazione delle condizioni economiche-materiali ed ha data dignità sociale alla massa e alla razza degli oppressi precedentemente tenuta ai margini ed esclusa dallo Stato, fatto inaudito per la borghesia venezuelana asservita all’imperialismo e prevalentemente di razza bianca. Ha permesso la tenuta ed il consolidamento, certificato dalla serie di elezioni democraticamente vinte dal 1998 in qua, del compromesso sociale su cui si basa il movimento chavista-bolivariano. Anzi: su cui si basava, su cui ha potuto basarsi il movimento chavista-bolivariano sino ad ora, sino a che l’iniziativa della feroce contro-rivoluzione ha provveduto e provvede a sbriciolare la base materiale del compromesso sociale.

La feroce determinazione dell’imperialismo, anzi per dire più esattamente, la necessità oggettiva da cui è determinata la ferocia e l’urgenza dell’imperialismo di garantire alla sua mostruosa macchina il pieno controllo delle grandissime risorse (petrolio, oro e tanto altro) custodite nelle terre venezuelane (dice bene, a proposito di questa “intima molla” che determina l’azione imperialista, una dirigente chavista: “In questo momento, la Federal Reserve sta cercando di appropriarsi della ricchezza del mondo perché la sua forma di produrre denaro non è sostenibile. Hanno bisogno di ancorarsi alla realtà, e per questo necessitano delle nostre riserve, dei paesi che hanno la possibilità di ancorare il proprio sistema monetario alle risorse naturali”) (3) disintegrando le basi materiali del compromesso sociale “rivoluzionario” chavista-bolivariano, disintegra le sue fondamenta e prospettive politiche.

Al capolinea è stata sospinta ed è giunta la linea politica riformista ed interclassista del chavismo che immaginava possibile e percorribile la strada verso la liberazione dalla dipendenza e verso uno sviluppo capitalistico equilibrato del paese (lasciamo stare che questo obiettivo “rivoluzionario” venga chiamato e spacciato come “socialismo”) nel quadro della pace sociale “tesoro supremo da preservare” e nel rispetto delle regole della democrazia borghese. Una strada “verso il socialismo” cioè verso la borghese indipendenza nazionale possibile senza nemmeno il ricorso ai metodi giacobini e la sollevazione nazional-popolare propri della borghesia rivoluzionaria del tempo che fu: niente da fare! I fatti ribadiscono, ancora una volta, che la strada del rispetto delle regole democratiche e della pace non porta da nessuna parte.

Diamo la parola alle avanguardie del proletariato venezuelano

Il “popolo rivoluzionario” chavista attraverso le sue avanguardie è sospinto dalla forza delle cose a mettere in discussione l’indirizzo cosiddetto “realista”, nei fatti capitolardo, della direzione bolivariana di cui per il momento è messa in discussione la “politica interna” conciliatoria verso la borghesia e di attacco a molte acquisizioni dei lavoratori ed allo stesso tempo è messa in discussione quella “casta” (come dicono i compagni venezuelani) di civili e militari interna e dirigente del movimento chavista la quale è sempre più staccata dagli interessi e dalle istanze delle masse (e sempre più attaccata come un parassita alle rendite che derivano dalla gestione e dai maneggi del potere statale). Questa tendenza vitale di classe alla rottura della pretesa “unità nazionale patriottica” non significa favorire anche solo oggettivamente l’indebolimento del fronte di lotta contro l’imperialismo.

E’ vero il contrario!
Che cioè la politica di compromesso e di dialogo sociale costantemente ricercati e perseguiti dalla borghesia patriottica bolivariana con le altre frazioni della borghesia nazionale, in conformità al suo ruolo e alla sua natura di classe, preparano e preludono alla capitolazione. Alla peggior specie di capitolazione a cui si giunge senza che gli scarponi dei marines arrivino a calpestare la terra venezuelana e senza nemmeno la bisogna (in un primo momento dove occorre intanto uscire dallo stallo) di un aperto golpe militare in stile Pinochet (quello del settembre 1973, non il golpe preparatorio del giugno 1973). Una capitolazione “contrattata” in cui la borghesia patriottica bolivariana si faccia garante (con le dovute …garanzie in solido per essa, per i suoi quadri civili e militari) di una qualche sorta di “transizione democratica e di pace”. Si faccia garante del controllo del “popolo rivoluzionario” chavista, ne sia rappresentante e al tempo stesso guardiano. Il tutto sotto la supervisione per non dire sotto la dettatura delle massime cancellerie mondiali, quella del Vaticano ben inclusa. Alla faccia del “patriottismo” da ogni parte borghese sventolato!

Quasi con commozione abbiamo letto la seguente straordinaria dichiarazione di compagni venezuelani, avanguardie politiche di un proletariato costretto a sbarcare lunario con salari mensili da 40.000 bolivares (15 dollari al cambio dei primi di maggio) che bastano per sfamare una famiglia di quattro membri per due o tre giorni (per i restanti debbono bastare i sussidi e le provvidenze distribuite dal governo):

“La clase trabajadora y el pueblo pueden soportar esto y mucha mas si se trata realmente de enfrentar a las naciones imperialistas”.


La classe lavoratrice ed il popolo possono sopportare questo ed altro se si tratta di AFFRONTARE REALMENTE l’imperialismo! Straordinaria affermazione scritta dai compagni della Liga Unitaria Chavista Socialista (4) che aggiungono: (riportiamo in lingua madre, crediamo che il significato sia chiaro anche senza l’ausilio del vocabolario)

“Pero ello no puede ser pretexto pare que se diga alimentando la conformacion de una nueva casta politica y economica. Resulta insultante que mientra los trabajadores no pueden comprar lo basico para vivir, una pequena logia ‘revolucionaria’ tenga un ritmo de vida lleno de opulencia y desenfado consumidor. Eso es inadmisible y contrarrevolucionario.”

Si dice: siamo in trincea, stiamo combattendo quotidianamente una guerra e c’è chi, in abiti civili o in divisa militare, fra le nostre stesse fila si imbosca o addirittura se la spassa! Aggiungiamo noi: e contratta con il nemico di classe che ci strangola e affama.

Una “nuova casta politica e economica” cioè la borghesia patriottica costretta a venire allo scoperto dalla riduzione delle rendite (il fiume in secca di cui sopra) che gestiva e distribuiva “equamente” fra le classi sociali. Ora interessata a ridefinire i termini di quella distribuzione attraverso “il dialogo” e l’intesa “patriottica” con una opposizione borghese se appena mondata dai personaggi più impresentabili e più compromessi platealmente con l’imperialismo. Come dice e rivendica il ministro del governo bolivariano Castro Soteldo: “questa borghesia nazionale (con la quale vogliamo dialogare, ndr) è chiamata ad assumere un scelta storica, deve abbandonare le sue vedute ristrette ed invece proporsi come elemento di trasformazione produttiva della società così che si possa elevare i livelli di vita della nostra società insieme al governo, insieme al popolo. In questo passaggio può risiedere la formula magica”. Più borghesemente chiari di così …si muore.

Una “nuova casta politica e economica” interessata – per determinazione di classe – alla pace sociale e alla “riconciliazione nazionale” e certamente non alla lotta di classe. E proprio perché impossibilitata – per determinazione di classe – ad affondare il coltello della lotta di classe contro il nemico sociale di classe interno, contro le quinte colonne interne dell’imperialismo e le loro radici economiche e sociali all’interno del paese, proprio per questo impotente – per determinazione di classe – ad affrontare realmente l’imperialismo (“…realmente de enfrentar a las naciones imperialistas”) cioè sul terreno della lotta rivoluzionaria, del combattimento di massa e della violenza rivoluzionaria di classe. Con il piano che scavalca i confini nazionali e punta alla sollevazione delle masse latinoamericane e dei Caraibi, fino ad appiccare l’incendio rivoluzionario fra gli sfruttati e i proletari degli stessi Stati Uniti d’America.

Ascoltiamo ancora la voce che ci giunge dai proletari venezuelani in trincea. Leggiamo da un documento firmato “la clase trabajadora venezolana” circolato ampiamente in rete e che raccoglie “il grido di dolore”, ed il monito al “proprio governo”, di rappresentanti sindacali dei settori “petroleros, petroquimicos, gasiero, mineros, gremios profesionales, movimentos de campesinos, pescadores, artesanos” in esso si: “Avverte il governo che sul piano economico non si vede una chiara rotta per uscire dalla iperinflazione che flagella il popolo e sul piano politico il PSUV si è convertito in un grande elefante bianco, inutile se non come macchina elettorale, invece di essere una piattaforma di assistenza politica legata al popolo come sognava il presidente Chavez”. Prosegue il documento: “Si stanno cancellando tutti i diritti e le rivendicazioni dei lavoratori, consegnando le risorse minerarie strategiche alle imprese capitaliste che nell’interesse (“que en aras…” forse da intendersi meglio: “con la scusa”) dell’aumento della produttività hanno ripristinato tutte le perversioni sradicate da Chavez: privatizzazioni, terziarizzazioni, sfruttamento e corruzione”. Si giunge a toccare il tasto delicatissimo del ruolo dei militari, della “fortezza civico-militare” vantata dalla borghesia patriottica bolivariana come invincibile presidio della patria:

“la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) es hoy la duena del pais, el indica que los militares se han amparado en el ideal de union civico-militar que esbozò el Comandante Chavez para apoderarse de todos los espacios economicos, bajo la amenaza de un golpe latente de Estado”.

Le Forze Armate sono diventate il padrone del paese e approfittandosi degli ideali per i quali il comandante Chavez aveva creato l’unione civico-militare si adoperano per occupare tutti gli spazi, in specie economici, sotto la minaccia di “un golpe latente de Estado”.

E il documento di questi proletari infine rivolge un minaccioso monito “al proprio governo”, al “governo del popolo”:

“golpe de volante o nos bajamos del bus”!
cioè: o c’è una sterzata di volante oppure noi, noi classe lavoratrice venezuelana, scendiamo dal bus! (Ed evidentemente non per salire su quello dei Guaidò e soci!) (5)

E chissà se questo avvertimento, questo segnale insieme di profonda insoddisfazione e di battaglia e non certo di disarmo di classe (i disfattisti sono quelli del governo! Disfattista è la borghesia patriottica bolivariana!) lanciato dalla spina dorsale del “popolo rivoluzionario” chavista qualche giorno prima del primo maggio, non abbia, in qualche modo, qualcosa a che fare col il maldestro golpe del 30 aprile. Maldestro e – in questo momento dati gli attuali rapporti di forza cioè con un “popolo rivoluzionario” chavista ancora, fieramente e nonostante tutto, in piedi – inappropriato, non opportuno in quanto possibile suscitatore di una guerra civile aperta che, in questo momento, la borghesia sente e teme di non poter vincere. Un golpe perciò lasciato cadere nel vuoto dal grosso dell’opposizione borghese.

Il proletariato venezuelano e le sue avanguardie reagiscono in difesa degli interessi di classe e di una reale lotta all’imperialismo, nel nome del Comandante Chavez adombrando il “tradimento della rivoluzione” da parte dei suoi epigoni. Non si avvedono che gli attuali epigoni sono in realtà coerenti continuatori della politica interclassista tracciata dal Comandante. Certo, con la coerenza consentita dalle presenti condizioni oggettive: un conto è “fare la rivoluzione bolivariana” cioè attuare un reale riformismo sociale con il fiume in piena (vedi sopra) altro conto governare la baracca, cercando di conciliare capra e cavoli, quando l’imperialismo decide e provvede a prosciugarlo.

Quello che conta, e quello con cui tutte le frazioni borghesi, di governo (borghesia patriottica “anti-imperialista”) e di opposizione (borghesia nazionale “centrista”, borghesia compradora filo-imperialista) devono fare i conti è che la spina dorsale del “popolo rivoluzionario bolivariano” non è spezzata. Altrettanto vero è che “il popolo rivoluzionario bolivariano” dovrà scontrarsi con suoi attuali “stati maggiori” politici, rovesciandone l’indirizzo politico interclassista e pacifista.

Altri documenti di compagni venezuelani ci trasmettono la viva tensione della guerra civile di classe non dichiarata in corso e la necessità per il proletariato venezuelano di trovare la strada e di darsi una sua propria indipendente organizzazione rivoluzionaria di classe. In essi leggiamo che:

“los simpatizantes del gobierno señalaban que los barrios enfurecidos irian a los urbanizaciones de los ricos a ‘saldar cuentas’ por los efectos del apagon en su cotidianidad”,

cioè che nei barrios popolari fra la gente inferocita per gli effetti dei sabotaggi c’è chi vorrebbe andare nei quartieri “de los ricos” (e, prevalentemente, dei bianchi) per “saldar cuentas”, per saldare i conti. Che sono conti di classe! Ed ancora:

“Este sector no es un deseo metafisico, sino que se evidencia en expresiones populares que cade vez se convierten mas en colectivas, las cuale señala que antes que las tropas invasoras toques el territorio patrio y tengano que enfrentarlos, iremos por las cabezas de los ricos para que ellos sean los primeros caidos en esta guerra” (6)

che il settore sociale popolare e proletario del chavismo rivoluzionario (che non è un “desiderio metafisico”), dichiara che quando si tratterà di affrontare gli invasori non appena mettano piede sul territorio della Patria, bisognerà andare a prendere “por las cabezas de los ricos”, i ricchi per il collo. I quali ricchi saranno “los primeros caidos en esta guerra”, i primi a cadere in questa guerra.

Il fatto è che la guerra civile non dichiarata in corso esige che siano saldati i conti con “los ricos” cioè con la borghesia e la feccia sociale piccolo-borghese che la fiancheggia prima che gli invasori osino mettere piede nel paese, pena il soffocamento del “popolo rivoluzionario”, stretto nella morsa della crisi irresolubile e dello sfacelo del paese da cui si può uscire solamente in due direzioni, aut-aut. O attraverso la capitolazione cioè lo spezzamento della spina dorsale di cui sopra, oppure, direzione opposta e contraria, attraverso la violenta azione di classe e rivoluzionaria per “saldar cuentas” con i borghesi. Assai difficilmente l’imperialismo muoverà il passo-falso di invadere (o di far invadere da truppe àscare) il Venezuela prima che al “popolo rivoluzionario” bolivariano non sia spezzata la spina dorsale (l’incessante “lavoro” delle diplomazie e il filo continuo mai rotto del dialogo “per la pace e la concordia nazionale” fra governo e opposizione verte essenzialmente su questo punto cruciale). Se i marines verranno, sarà solo dopo l’operazione, assai complessa, di soffocamento del proletariato venezuelano. Qualora l’imperialismo decidesse di muoverlo prima quel passo, allora sarebbe un grande regalo per la Rivoluzione. Non per caso i gesuiti venezuelani che, come tutta la gerarchia cattolica del paese, sono ferocemente anti-chavisti (e la centrale di vaticana di Roma deve “moderare i toni” della Chiesa venezuelana assumendo una falsa posizione “equidistante” fra governo e opposizione per non apparire scopertamente filo-imperialista agli occhi delle masse latinoamericane, mentre la sua diplomazia lavora assiduamente “per la conciliazione e per evitare il bagno di sangue fratricida” ossia lavora per la capitolazione di classe. Il “bello” è che questa posizione falsamente equidistante è sbandierata dai nostrani “anti-imperialisti” come una specie di vittoria del Venezuela bolivariano, come una presa di distanza da parte vaticana dalla prepotenza di Trump e dell’imperialismo nordamericano!) i gesuiti venezuelani dicevamo, da autentici viscidi serpenti a sonagli, scongiurano l’imperialismo dal muovere il passo-falso dell’invasione: “Maduro è a corto di risorse. Economiche e politiche. E’ completamente isolato. Quanto ci metteranno i militari a lasciare la nave che affonda? Credo poco. Spero, però, che nel frattempo non ci sia una invasione Usa. Perché sarebbe un disastro”. (il gesuita Luis Ugalde per dieci anni rettore dell’università cattolica di Caracas. Cfr. Avvenire del 5/2/9)

Sulla lealtà dei militari all’ordine “rivoluzionario” bolivariano costituito

I gesuiti venezuelani confidano sul pronunciamento dei militari per il campo della famigerata “libertà”, come del resto tutte le altre forze di quel campo. L’imperialismo yankee ha sfrontatamente usato i metodi che sappiamo per comperarne i servigi. Il metodo con cui il puzzolente cow boy affitta una prostituta nel saloon, unito a quello del gangster istituzionale che blocca e sequestra i conti ed i beni detenuti all’estero di certi alti ufficiali delle Forze Armate Bolivariane per ricattarli.

Hanno sbattuto tutti quanti la testa di fronte alla pressoché compatta lealtà e fedeltà delle Forze Armate venezuelane ai principi della legalità costituzionale “rivoluzionaria” della Repubblica bolivariana, comprovata sul campo da ultimo neutralizzando facilmente il maldestro golpe del 30 aprile, un mese prima sventando la provocazione dell’entrata degli “aiuti umanitari” ai confini con la Colombia.

Il quadro sembrerebbe rassicurante per affrontare a dovere la minaccia a mano armata dell’imperialismo e quella eversiva della quinta colonna interna. Nonostante tutte le “distorsioni” prodotte da un apparato elefantiaco (qualcosa come 900 generali!) che parassita in tutti i pori dello Stato e che grava sulle spalle della classe lavoratrice. E nonostante forse un certo imbarazzo nello spiegare al popolo chavista il fatto dei quattrini detenuti in casa del nemico-Usa da parte di molta dirigenza politico-militare della borghesia patriottica (leali alla “rivoluzione” bolivariana sicuro, ma … non si sa mai nella vita!). Certo bisogna provvedere a togliere qualche trave dagli occhi, mettere un freno alla corruzione ecc. ecc. ma l’esercito rimane una “fortezza leale ed unita al popolo” possono vantare i dirigenti bolivariani. Del resto il nemico-Usa è stato fino all’altro giorno il principale acquirente della principalissima risorsa del paese, il petrolio. Con la cui rendita si è finanziata … la transizione al socialismo. Intrallazzi e malversazioni fanno parte del gioco. Si chiama dialettica bellezza!

Ed invece la vantata “fortezza militare leale al popolo” (leale all’ordine costituito bolivariano) è fatta di mattoni molto mal cementati. E’ una “fortezza” precaria ed instabile tanto quanto la base su cui si erge, vale a dire la base del compromesso sociale di cui è espressione il chavismo e la “rivoluzione” bolivariana. Base materiale letteralmente terremotata come abbiamo visto. Ma, si dirà: e il cemento del “sacro giuramento” della difesa della Patria dall’invasione? Difatti!: l’imperialismo non farà il passo-falso prima che… come avvertito dai serpenti a sonagli gesuiti venezuelani e da molti altri accorti borghesi.

La questione della “lealtà” o del “tradimento” del quadro militare non risiede assolutamente sul rispetto e sulla saldezza attorno a principi etici o “giuramenti d’onore” su ideali più o meno nobili a cui ognuno (ogni parte sociale, ogni classe) può restare leale e fedele a suo modo. Così che, ad esempio, i macellai generali argentini golpisti del 1976 furono leali e fedeli “al sacro giuramento della difesa della Patria” estirpando la gramigna sovversiva e rossa, fra l’altro con un ampio iniziale consenso nazionale a quel pronunciamento militare (ci si ricordi, tanto per dire, della posizione in quel frangente del PCA stalinista e di certi maoisti argentini).

La “lealtà” di ferro o di argilla dei quadri militari non è un fatto che sta al di fuori e al di sopra degli interessi e delle determinazioni di classe. Non dei singoli o di una serie di più o meno miserabili interessi dei singoli borghesi-ufficiali militari. E nemmeno della “casta” militare (per quanto potere essa abbia nella società) come separata dal più elevato interesse complessivo di classe, in base al quale invece si decide della “lealtà” o del “ tradimento”.

Pinochet che ha spergiurato “lealtà” fino al giorno prima del golpe, non lo ha attuato nel settembre 1973 mosso dall’interesse della “casta” dei militari cileni; idem quella parte di militari argentini che nel 1955 hanno deposto … il Generale Peron. (7) Il possibile futuro pronunciamento delle FF.AA. italiane, se avverrà sarà per corrispondere all’interesse generale e complessivo della borghesia italiana e senza dubbio in nome e nel rispetto dei valori della Carta Costituzionale. E così via…

Lo stesso Comandante Chavez finì in galera come “eversore dell’ordine costituito” per il fallimento dell’azione militare attuata nel 1992. Salvo esserne dopo breve tempo tirato fuori per svolgere un ruolo utile e ad un certo punto indispensabile alla tenuta della coesione nazionale, dato il disfacimento e il marasma sociale e politico in cui, tanto per cambiare, versava la società venezuelana alla fine del secolo passato (con le ferite aperte dalla feroce repressione della rivolta popolare di Caracas 1989).

Le Forze Armate hanno giurato lealtà all’ordine costituzionale “rivoluzionario” bolivariano e dunque il punto dirimente è: questa codificazione bolivariana della legalità e dell’ordine costituzionale rappresenta la cornice, il quadro giuridico sovrastrutturale degli interessi di quale classe? Essa rappresenta la cornice che lo Stato borghese venezuelano si è dato (ha dovuto darsi) riconoscendo e codificando sul piano giuridico-costituzionale il compromesso sociale che con il movimento chavista ha, in un dato momento storico, salvato la nazione dall’ingovernabilità e dalla minaccia della guerra civile.

Nel concreto: cosa accade se a violare il quadro della legalità “rivoluzionaria” bolivariana è il proletariato, è lo stesso “popolo rivoluzionario” chavista? Cosa, per esempio, accade se la gente inferocita dei barrios popolari di Caracas decidesse di andare a far giustizia, radicale e sommaria, nei quartieri dei borghesi come i tempi e le cose esigono di fare?

In quel caso i quadri delle Forze Armate schierandosi per la difesa “dell’ordine costituzionale” e per sedare la guerra civile (che, ripetiamo, è già in atto in forma non dichiarata) e reprimendo la “sete di vendetta giacobina” delle masse non violerebbero alcun “giuramento di lealtà”. Svolgerebbero soltanto il loro ruolo di classe. Avrebbero insieme la coscienza “professionale” e patriottica a posto e i quattrini finalmente svincolati nei loro conti correnti a Miami.

Le Forze Armate bolivariane rimangono “fortezza leale e compatta” fino a che la borghesia patriottica bolivariana è in grado di controllare le masse. Fino a che è in grado di prevenire e di evitare che l’esasperazione del “popolo rivoluzionario” chavista sbocchi in “furia giacobina”, in violenza rivoluzionaria di classe, facendo definitivamente saltare per aria il compromesso sociale che tiene ancora insieme la baracca dello Stato borghese venezuelano.

Sembra un circolo vizioso ed infernale: le masse, il “popolo rivoluzionario” chavista dovrebbero accettare un inesorabile e “pacifico” soffocamento per non provocare la rottura del “fronte unito patriottico” civile-militare interclassista e, con ciò, quindi aprire la strada all’imperialismo. In realtà la meccanica della guerra civile di classe in atto è opposta: il “popolo rivoluzionario” chavista deve infrangere l’ordine “rivoluzionario” costituito, deve stangare e reprimere come si deve il nemico interno borghese per condurre la lotta contro l’imperialismo e sconfiggerlo attraverso la guerra rivoluzionaria.

La “lezione di Lenin” al contrario tratta dai patrioti bolivariani

Vi è un punto “scabroso” che i documenti dei compagni venezuelani sopra ripresi ci sollecitano ad affrontare di petto. Un punto “scabroso” su cui ci marciano i dirigenti bolivaristi, in specie quelli di formazione “comunista”, leggi stalinista, i quali sollecitano in ogni modo la classe lavoratrice venezuelana ad aumentare lo sforzo e la produttività del lavoro per rimettere in qualche modo in sesto la macchina produttiva del capitalismo nazionale. Un incessante e pressante appello “patriottico” alla Stakanov in salsa merenghe.

Abbiamo visto dai documenti delle avanguardie proletarie venezuelane come la classe lavoratrice non si tiri indietro dal tirare la cinghia e quant’altro A PATTO che “qualcuno” (la “casta” della “nuova borghesia chavista” come dicono i compagni) non ci mangi alle spalle. E non trami alle spalle.

Vediamo come il piatto avvelenato viene politicamente presentato sulla tavola dei proletari venezuelani dai dirigenti bolivaristi più scafati, i quali nel loro discorso premettono che: “In Venezuela non c’è il socialismo, ma un incipiente esperimento di transazione al socialismo”. D’accordo, in Venezuela non c’è nessun socialismo, lasciamo stare … l’incipiente esperimento. Il succo del discorso: “Intanto, bisogna ricordare la lezione di Lenin: ogni paese costruisce il suo modello di socialismo nel suo contesto, in determinate condizioni storiche. Il socialismo bolivariano si fonda su un insieme di fattori quali la giustizia sociale, la partecipazione popolare, la creazione di istituzioni partecipate, l’indipendenza della Patria, i valori dell’umanesimo nel funzionamento della società e ovviamente sullo sviluppo delle forze produttive. In questo modello concepiamo l’economia come una economia mista in cui lo Stato dirige lo sviluppo della nazione e la distribuzione della ricchezza per la grande maggioranza delle persone, ma anche il settore privato può giocare un ruolo importante nello sviluppo delle forze produttive, nella generazione della ricchezza. Naturalmente vi sono contraddizioni tra questi due settori, ma per come è configurato il mondo a livello globale oggi, dopo la caduta dell’Urss, pensiamo si possa avanzare verso il socialismo anche aprendo uno spazio al capitale privato, da affiancare ad altre forme di proprietà sociale”. (8)

Perché questo discorso molto “realista-leninista” è un piatto avvelenato? Perché qui si ciurla nel manico stravolgendo (alla Stalin in un formato Lilliput e miserabilmente democratico) il senso e l’opera e la prospettiva rivoluzionaria di Lenin?

Intanto la “lezione di Lenin” non solo non è che ciascuno si “costruisce il socialismo” per i cazzi suoi ma che non si può “costruire” alcun socialismo nel recinto di un solo paese, nemmeno in quello che ricopriva 1/6 della crosta terrestre come era per l’Unione Sovietica. Si poteva e si doveva invece (si può e si deve invece) sviluppare le forze produttive avendo nelle mani il potere politico dello Stato ed esercitandolo attraverso la Dittatura di classe: non c’è transizione al socialismo senza Dittatura di classe. Dunque Stato socialista sovietico, Stato di Dittatura di classe che sviluppa e svolge compiti ancora borghesi sul piano economico e intanto avanza verso il socialismo in quanto opera per la rivoluzione proletaria internazionale. Questa, in povera pillola, è la vera “lezione di Lenin” che in tutta evidenza c’entra come i cavoli a merenda con la … transazione al socialismo dei bolivaristi il cui sogno è quello di un mondo capitalista “più giusto” e, come si dice, “multipolare”.

L’autentico leninismo, l’autentico comunismo non “imputa” e non attacca i patrioti bolivariani per “non costruire e stare veramente costruendo il socialismo” in Venezuela, questa sarebbe una “imputazione” semplicemente ridicola. Nemmeno un autentico potere di classe, nemmeno la (necessaria) dittatura di classe potrebbe “costruirlo”!

Non contesta nemmeno ai patrioti bolivariani lo spazio “concesso” alla privata economia ( “… anche il settore privato può giocare un ruolo importante…”) ma che essi non vogliano né possano estirpare il potere politico della borghesia. Non arrivando (e non potendo) nemmeno ad elevarsi al livello borghese-radicale di un Robespierre. Non arrivando nemmeno ad esercitare la forza necessaria per tagliare le teste dei tanti Guaidò in circolazione ma semmai pretendendo di … trascinarli in tribunale (facendo passare questo rigoroso rispetto della legalità e delle regole democratiche per “forza calma e sicura”, quando invece è la prova della estrema fragilità e precarietà del “governo del popolo”). Così come accusano l’imperialismo Usa di “violare la legalità internazionale” pretendendo che ci sia una Corte Suprema da qualche parte che lo sanzioni in punta di “diritto”, mai più in punta di baionette.

Una borghesia patriottica bolivariana che non solo non dovrebbe temere “l’invasione” ma – dando prova di audacia storica – dovrebbe auspicarla, attirando l’imperialismo per terra, nel combattimento diretto e aperto, faccia a faccia. Le masse popolari dell’intero continente latinoamericano allora esploderebbero, facendo a pezzi la manovra dell’imperialismo e i governi suoi vassalli nell’area. Tutte cose che sanno bene i patrioti “antimperialisti”, perché lo dicono che l’America latina esplode in caso di invasione! Ma lo dicono come “minaccia” all’imperialismo, come scongiuro che non compia il fatale passo-falso. La borghesia patriottica bolivariana non vuole né può portare la guerra sul piano rivoluzionario e a scala continentale. Vuole semplicemente e sinceramente la pace, “il dialogo”, la contrattazione fra le parti. Senza dire che il piano della sollevazione rivoluzionaria anti-imperialista è ancora di più aborrito dalla borghesia cinese e russa grazie al cui sostegno il barcone del Venezuela bolivariano si tiene a galla.

Caracas o Los Angeles?


Una pressione tremenda converge sul proletariato e sul “popolo rivoluzionario” chavista. Tutte le diverse forze borghesi interne ed internazionali, i cui interessi sono divergenti e conflittuali l’una dall’altra (persino l’interesse della borghesia nazionale all’opposizione non collima perfettamente con quello dell’imperialismo; persino essa riconosce che la gestione del potere per conto dello stesso è impossibile sulla base della pura e semplice rapina e della legge marziale…), convergono solo su un punto: quello di tenere il proletariato e il “popolo rivoluzionario” chavista recluso dietro le sbarre del rispetto della legalità e dell’ordine costituito cosiddetto “rivoluzionario”.

Il proletariato venezuelano ed il “popolo rivoluzionario” chavista si assumono in pieno tutti i compiti imposti dalla “difesa della patria” assediata dall’imperialismo. Dall’attuale livello di resistenza di classe che reclama “un cambiamento di rotta” alla dirigenza bolivariana, dovrà sollevarsi a quello dello scalzamento della stessa. Per la conquista del potere politico di classe, per la dittatura di classe. In un processo analogo a quello dei Comunardi di Parigi 1871, i quali assunsero in pieno e fino in fondo i compiti della ”difesa della patria” scalzando la borghesia dal potere ed instaurando La Comune.

Il passaggio obbligato di questo processo rivoluzionario passa attraverso l’intransigente difesa degli interessi di classe che rigetta le politiche “stakanoviste”-produttiviste richieste dal governo bolivariano alla classe lavoratrice venezuelana e collega questa battaglia alle necessità di una reale guerra all’imperialismo, che esige prioritariamente la messa in riga e la repressione delle sue quinte colonne. Il nemico è in casa nostra! Disfattista è la borghesia patriottica che lo lascia vivere e che anzi tratta e “dialoga” con esso!

Si tratta della messa in campo della massima forza possibile per intimorire e condizionare la borghesia patriottica bolivariana. E, intanto, rallentare i tempi di una capitolazione altrimenti inesorabile.

Se la spina dorsale del proletariato venezuelano non si incrinerà in questa tremenda lotta, anche contro il tempo, sarà l’imperialismo a ballare sulla corda. Il contraccolpo arriverà fin dentro la sua casa-madre. E non basterà a Trump licenziare in tronco i Cavalieri dell’Apocalisse alla John Bolton, alla Elliot Abrams e gli altri criminali che gestiscono “il dossier Venezuela”. Il disordine si diffonderà da New York a Los Angeles (9) e sarà registrato dagli indici di Wall Street. Tale è l’enorme portata della guerra civile e di classe in atto nel Venezuela.

Le manovre militari che si sono tenute nella prima settimana di febbraio in pieno centro di Los Angeles e nella zona di Long Beach sono state interpretate dai pochi che ne hanno dato notizia come allenamento della truppa al combattimento in città: si preparano all’attacco e all’occupazione di Caracas! Noi piuttosto crediamo che la soldataglia si alleni “dal vivo” a fronteggiare e a schiacciare sì un moto popolare, ma dentro casa. Proprio a Los Angeles e non a Caracas!


NOTE

1. Una guerra civile e sociale di classe è già in coso, da anni. Non dichiarata ma non per questo meno terribile e sanguinosa. Pagata con le sofferenze ed il sangue del proletariato venezuelano a cui si vuole legare le mani sotto l’ipocrita argomento dello “scongiurare il bagno di sangue”. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research (Usa) parla di 40.000 morti dal 2017 a causa delle sanzioni imposte dagli Usa. La guerra civile di classe si esercita quotidianamente con la difficoltà per i proletari di mettere insieme il pranzo con la cena, i salari irrisori, la mancanza della luce e del gas causa i sabotaggi attuati dalle quinte colonne filo-imperialiste (impunite!) ecc. Mentre i borghesi possono cavarsela grazie alle loro entrate ed alle larghe riserve detenute a Miami.
2. A proposito delle catastrofiche conseguenze dell’alleanza antifascista russo-americana in particolare sul continente latinoamericano, Jacqueline Lobaton moglie di Guillermo Lobaton capo della guerriglia peruviana di Tupac Amaru assassinato nel 1964 dai militari “progressisti” scrive: “Le conseguenze dell’ubbidienza cieca e aberrante alla linea sovietica – comune a quasi tutti i partiti comunisti del mondo e a quelli dell’America latina in particolare – sono state fatali al movimento operaio mondiale e alla rivoluzione latinoamericana. Scelta la via delle alleanze con una media borghesia pseudo ‘nazionalista’, pseudo ‘antifeudale’ e pseudo ‘antimperialista’ (la via cioè dei Fronti Popolari), il Partito Comunista si è affrettato ad appoggiare i regimi borghesi più reazionari e oppressivi. Il vergognoso capitolo scritto dalle tesi di Brodwer, segretario generale del PC Usa, che propugnano l’alleanza con la ‘democrazia capitalista’ e con la ‘democrazia socialista’ contro il fascismo durante la seconda guerra mondiale, ne è una tra le più incredibili conseguenze. E’ il periodo dei fronti antifascisti in cui si concilia spudoratamente tutto e in cui si gettano dietro le spalle gli insegnamenti del marxismo per lottare gomito a gomito con il peggior nemico di classe: l’oligarchia latifondista, legata a quella finanziaria e all’imperialismo yankee, ‘difensori fino alla morte’ della ‘democrazia’ in pericolo! Nel suo triste passato, il PC peruviano ha compiuto uno dei più clamorosi tradimenti storici verso la lotta rivoluzionaria del suo popolo appoggiando, nelle elezioni del 1939, la candidatura di Manuel Prado, illustre rappresentante dell’oligarchia latifondista, chiamato poi ‘lo Stalin peruviano’”. Cfr. “Secondo Fronte;– scritti del capo dei Tupac Amaru” Ed. Feltrinelli, 1970
3. Così la giurista venezuelana e dirigente bolivarista Diaz Marin: “come si distrugge una democrazia” 7/2/19 dal sito l’Antidiplomatico
4. Liga unitaria chavista socialista: “Condenamos el golpe fascista. Denunciamos la dramatica situation de la clase trabajadora” dal sito www.rebelion.org
5. I passaggi del documento a firma “la clase trabajadora venezolana” e la citazione del ministro Castro Soteldo sono tratti da: “Ademas de resistir, lo chavistas exigen a Maduro no abbandona la via socialista” di Victoria Korn del Centro Latinoamericano de Analisis Estrategico dal sito www.rebelion.org
6. Da: “Apagon y reestructurazion capitalista” documento del compagno Norman Antonio Boscan che si dichiara come “socialista del chavismo critico”. Dal sito www.rebelion.org
7. Il golpe cileno del settembre 1973 fu preceduto da un “golpe prova” nel giugno dello stesso anno che Pinochet aveva “sconfessato” dichiarando “lealtà” al governo di Allende fino a un giorno prima di vibrare il colpo decisivo. Nelle sue memorie postume questo porco ha poi scritto che in realtà egli ha tirato le fila anche di quell’azione militare utilizzata per “testare” le reazioni del governo socialista. Ma l’attuale stallo venezuelano può essere accostato più che con il Cile 1973, alla storia della deposizione di Peron, Argentina 1955. Così descrive quegli avvenimenti il compagno Miguel Angel Garcia: “La grande maggioranza della classe operaia, pur scontenta, vedeva con ragione in questa ondata di opposizione la minaccia di una restaurazione capitalistica ancor più dura di quella che stava vivendo. Tuttavia la sua mobilitazione politica rappresentava per Peron un pericolo ancora maggiore di quello che era rappresentato dalla stessa opposizione. Nei momenti decisivi, Peron e la CGT cercarono in tutti i modi di smobilitare le masse, attraverso parole d’ordine del tipo ’da casa al lavoro e dal lavoro a casa’. (…) Il golpe fu intrapreso nel settembre dello stesso anno e mobilitò a suo favore solo la Marina e due caserme dell’esercito, a Cordoba e a Curuz-Cuatià. Militarmente si sarebbe dovuto parlare di un fallimento, dato lo schiacciante predominio del settore governativo. Ma quella che si lanciò in risposta non fu un’operazione repressiva, bensì una curiosa ‘guerra fantasma’, nella quale le colonne officialiste vagavano da una città all’altra senza combattere, mentre si svolgevano negoziati con i ‘ribelli’. Il peronismo cadeva non perché sconfitto politicamente o militarmente, ma perché mancava di un contenuto da difendere”. Cfr. “Argentina, dall’indipendenza al peronismo d’oggi” Ed. Mazzotta, 1975
8. Intervista di Geraldina Collotti a Jesus Farias dirigente del PSUV proveniente dalle fila del PC Venezuelano. Dal sito l’Antidiplomatico: “L’attacco imperialista all’economia del Venezuela”.
9. Le esercitazioni militari con elicotteri d’assalto, mezzi blindati e fanteria a terra si sono svolte nei centri urbani di Los Angeles e Long Beach senza che ciò sollevi particolare turbamento nell’opinione pubblica dentro e fuori i confini della grande democrazia della repubblica stellata. Provate a immaginare il putiferio che si solleverebbe se Putin ordinasse analoghe manovre nei centri metropolitani russi! Non si deve dimenticare comunque che l’imperialismo Usa poggia su una base interna marcia fradicia e drogata. Saranno pure aspetti “marginali” ma apprendiamo che al suo interno (Los Angeles ultimo esempio) si diffondono epidemie ed infezioni definite ‘medioevali’ (come quella del tifo e della Tbc) generate dalle condizioni disperate in cui versa una umanità di tagliati-fuori che si trascina, non lontano dalle residenze di Hollywood e dalle incantevoli spiagge californiane, senza avere nemmeno un posto, se non la strada o la spiaggia, per espletare le proprie funzioni corporali (date una occhiata ai video sulla situazione di un quartiere come Skid Row a Los Angeles); oppure che in una sola città (San Francisco) sono state distribuite 5,8 milioni di siringhe libere nel 2018! Per lenire il dolore e per stordire una grandeggiante marea di cittadini attraverso il consumo e il bisogno di droga.


26 maggio 2019

NUCLEO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA

1853