il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Capitale e lavoro    (Visualizza la Mappa del sito )

Usciamo di casa

Usciamo di casa

(28 Settembre 2012) Enzo Apicella
Sciopero generale del Pubblico Impiego

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

SITI WEB
(Lotte operaie nella crisi)

DIRITTI DEI LAVORATORI

Per l’unificazione delle lotte della classe lavoratrice

Per il fronte unico sindacale di classe

(5 Dicembre 2017)

Conferenze tenute dal Partito Comunista Internazionale a Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma

L’organizzazione di un ciclo di conferenze del partito, a Bologna, Firenze, Roma, Genova e Torino, sul tema del Fronte Unico Sindacale di Classe è stata decisa in quanto negli ultimi mesi la questione è tornata ad essere un problema pratico per una parte minoritaria, ma non indifferente, del movimento sindacale in Italia, cioè per il campo del cosiddetto sindacalismo di base e, di riflesso, anche delle correnti di opposizioni di sinistra nella Cgil.

Fin dal luglio scorso infatti si era profilata la proclamazione da parte dei sindacati di base di due scioperi generali separati ed in concorrenza, come poi è effettivamente avvenuto con quelli del 27 ottobre e del 10 novembre. Contro questa divisione e a sostegno di uno sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di base e di classe i nostri compagni hanno collaborato con militanti di diverse organizzazioni sindacali – Usb, Cub, Confederazione Cobas, l’area di opposizione interna di sinistra della Cgil “Il sindacato è un’altra cosa” – alla redazione di un Appello intitolato “Per un fronte unico sindacale di classe, per un’azione generale di tutta la classe lavoratrice, in difesa della libertà di sciopero”.

Dell’attività legata alla redazione e alla diffusione di questo Appello abbiamo reso conto nel numero scorso di questo giornale (“Il percorso accidentato ma segnato verso un fronte unico sindacale di classe”) e continuiamo in questo numero introducendo il volantino distribuito ai due scioperi.

Il nostro partito è tornato ad agitare in seno alla classe ed al movimento sindacale in Italia la parola d’ordine del “fronte unico sindacale di classe”, e quella ad essa strettamente legata della “unità d’azione dei lavoratori”, e lo ha fatto – come suo metodo e sua tradizione – tramite la sua frazione sindacale, cioè i suoi compagni lavoratori e militanti nelle organizzazioni sindacali, che agiscono disciplinati secondo il comune ed unico indirizzo sindacale di partito.

Il “fronte unico sindacale di classe” e la “unità d’azione dei lavoratori” sono due pilastri della tattica del comunismo rivoluzionario, di quell’insieme di norme d’azione che il partito, attraverso tutta la sua esperienza storica e sulla base della sua teoria e del suo programma, ha selezionato considerandole adatte e necessarie a perseguire la sua finalità politica, il Comunismo.

La tattica è un ambito cruciale per il partito comunista, quanto lo sono la teoria e il programma politico, essendo il collegamento fra questi e l’azione pratica. Tesi caratteristica della nostra corrente è che ciò che il partito fa determina ciò che il partito è, la buona tattica fa il buon partito, e naturalmente vale anche l’opposto, nel caso della errata tattica. Quello della tattica non può essere un ambito in cui sia lecito dare sfogo alle più azzardate alchimie, inquadrabili secondo il motto il fine giustifica i mezzi, ma questi devono essere in armonia con quello. Il nostro partito quindi si distingue per cercare di definire in anticipo il complesso di norme tattiche che intende impiegare in una data situazione. Questa è stata una delle preziose lezioni della peggiore fra le sconfitte del movimento comunista, quella della degenerazione del partito russo e della Terza Internazionale.

La relazione ha voluto mostrare come i due indirizzi d’azione sopracitati siano corretti, sia sul piano sindacale sia su quello degli obiettivi politici del partito, e come il primo pienamente s’inquadri nel secondo.

La situazione attuale

Il compagno relatore ha fornito preliminarmente un breve quadro generale della situazione economica mondiale, e della classe lavoratrice e del movimento sindacale in Italia.

Qui solo ribadiamo come sul piano economico il capitalismo continui ad affondare nella sua crisi mondiale (si legga il rapporto sul “Corso del capitalismo mondiale” pubblicato nei numeri scorsi).

La condizione della classe lavoratrice in Occidente ha seguito un corso analogo a quello della crisi: il miglioramento nelle norme d’impiego e di vita, iniziato a partire dai primi anni sessanta, compiutosi attraverso dure lotte operaie, costate anche decine di vittime per opera della forza pubblica, nella seconda metà del decennio sucessivo si è invertito in un peggioramento, dapprima lento poi accelerato.

Il movimento sindacale in Italia è dominato dalle grandi confederazioni sindacali tradizionali, Cgil, Cisl e Uil, le quali da decenni hanno abbandonato e rinnegato, anche sul piano delle proclamazioni, i principi e i metodi della lotta di classe, per abbracciare un sindacalismo apertamente collaborazionista. Questi sindacati conservano ancora il controllo della maggior parte della classe salariata sindacalizzata, pur se sottoposti ad un lento logoramento. Ad essi si contrappone un insieme, più piccolo nonché variegato, di organizzazioni sindacali cosiddette “di base” che, con distinzioni non secondarie le une dalle altre, si dichiarano sostenitrici della lotta di classe, di un sindacalismo “conflittuale” e “anticoncertativo”.

La condotta del partito nei confronti dei sindacati in Italia in questo dopoguerra

Il nostro partito definì la Cgil un sindacato di regime fin dalla ricostituzione dall’alto di questo sindacato nel 1944 con il Patto di Roma, ad opera dei maggiori partiti costituenti il CLN (Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista). La nuova organizzazione sindacale rinasceva ponendo a suo cardine il principio secondo il quale gli interessi della classe operaia sono subordinati a quelli della Nazione. Per il marxismo rivoluzionario la Nazione e il suo Stato, li si chiamino Paese o Patria, non sono null’altro che la borghesia organizzata a difesa del capitalismo. Tale subordinazione era evidenziata anche nel suo nuovo nome, con l’aggiunta della “I” nazionale a quello della originaria CGdL dal 1906 al 1927, la quale era invece stata un sindacato “rosso” e di classe, pur a guida riformista.

Questa nuova sottomissione della Cgil al regime borghese era coerente alla ideologia del partito che la dominava, lo staliniano Partito Comunista Italiano, con la sua teoria della “democrazia progressiva” secondo la quale con la caduta del fascismo – che noi affermammo essere solo esteriore ed apparente – si era instaurato un nuovo regime, di “nuova democrazia”, aperto alla classe operaia e suscettibile di modificare e migliorare gradualmente il capitalismo, fino a farlo diventare socialismo senza traumi rivoluzionari.

È evidente che questa teoria nega i fondamenti del marxismo rivoluzionario secondo il quale il capitalismo non è riformabile e la democrazia è una forma di governo del regime borghese, la più consona alla sua conservazione (“Il migliore involucro del capitalismo”, come la definisce Lenin), complementare e non opposta al suo totalitario dominio. Di fatto non si trattava che della riproposizione dell’opportunismo socialdemocratico della Seconda Internazionale, contro cui Lenin e il Partito Comunista d’Italia delle origini si erano tanto fieramente battuti.

Il corso storico ha dimostrato il fallimento di quella teoria. Quattro decenni di avvitarsi della crisi economica, lenta ma inesorabile, hanno dimostrato che il capitalismo post-fascista non è affatto migliore di quello di prima e di sempre. I miglioramenti conquistati dalla classe operaia nel secondo dopoguerra non furono frutto di una diversa natura del capitalismo o di un suo preteso nuovo regime compiutamente democratico, ma delle lotte operaie, in una fase di potente crescita dell’accumulazione di rendite e profitti. Compiuta l’opera di inganno di due generazioni di proletari e sotto il peso di cotali smentite storiche si disfaceva infine quel falso partito comunista la cui larga maggioranza ha apertamente rinnegato tutto il suo armamentario teorico, già spacciato vergognosamente per marxismo.

Nell’immediato secondo dopoguerra, definita la nuova Cgil sindacato di regime, il nostro ricostituito partito ritenne tuttavia allora possibili due prospettive per la rinascita del sindacato di classe, considerata necessaria quanto ineluttabile: o attraverso la riconquista di quel sindacato ad una linea di classe o la sua rinascita al di fuori e contro di esso.

Dovendo sempre un vero partito comunista dare un immediato indirizzo pratico alla incessante lotta dei lavoratori, questo fu, in quel dopoguerra, di iscriversi alla Cgil e battersi per riportarla su posizioni classiste. Ciò in ragione del fatto che al suo interno militava la parte più combattiva della classe operaia. Questa, nei decenni di crescita economica, pur scontrandosi spesso con la struttura della Cgil, che fin da allora aveva iniziato l’opera di sradicamento dei principi e dei metodi della lotta di classe, riuscì ad utilizzare la Cgil per condurre dure battaglie e ottenere significative conquiste.

La situazione venne a cambiare con l’aprirsi del ciclo di crisi del capitalismo, nella prima metà degli anni settanta. In coerenza col principio di subordinazione degli interessi della classe lavoratrice a quelli del Paese, la Cgil si fece allora portatrice fra i lavoratori della necessità di sacrifici in nome del preteso superiore interesse nazionale. Ciò avvenne, in maniera quanto mai netta e chiara, con la svolta dell’EUR del febbraio 1978.

Fu così che, a partire da allora, minoritari ma consistenti gruppi di lavoratori si trovarono nella necessità, non per una scelta ideologica ma per la pratica della lotta, di organizzarsi fuori dalla Cgil, trovandosi a dover fronteggiare non solo il padrone ma lo stesso sindacato che, rispetto ai tre decenni precedenti, si stava rivelando sempre meno utilizzabile al fine della lotta difensiva della classe operaia.

Sulla base di questa direzione spontaneamente assunta dal movimento operaio, sulla base della analisi del partito del corso complessivo della degenerazione della Cgil verso posizioni di sempre più aperto collaborazionismo di classe, e sulla base infine di trent’anni di esperienza di lotta interna dei nostri gruppi operai, valutammo chiusa la possibilità di riconquista di quel sindacato ad una direzione classista, cioè lo considerammo da allora definitivamente di regime, irrecuperabile alla lotta di classe, e passammo quindi ad indicare ai lavoratori la strada della ricostruzione del sindacato di classe fuori e contro di esso (vedi Fuori e contro gli attuali sindacati).

La correttezza del nuovo indirizzo di tattica sindacale – non nuovo ma previsto scioglimento di una alternativa atteso fin dall’immediato secondo dopoguerra – è stata confermata dal successivo corso del movimento operaio che successivamente ha visto la formazione dei sindacati di base, in un processo caratterizzato da avanzate e arretramenti ma che non cessa di alimentarsi, confermando come sia il prodotto di una necessità materiale.

La necessaria unificazione delle lotte operaie

Nell’arco temporale ormai di quattro decenni, se la Cgil non ha ancora avuto occasione di tornare a sostenere tanto apertamente come nel 1978 la necessità che i lavoratori si sacrifichino per salvare il paese, ha però costantemente impedito la reale organizzazione della classe per la lotta difensiva contro la crisi capitalistica. Si è cioè comportata come lo stato maggiore di un esercito che lo mantenga immobile di fronte all’offensiva nemica.

Al nostro partito si pone quindi il problema di come i lavoratori possano difendersi di fronte alla crisi del capitalismo. A questo riguardo l’indirizzo di azione sindacale che consideriamo fondamentale è quello della unificazione delle lotte, del superamento dei confini aziendali e di categoria.

La lotta chiusa entro i confini dell’azienda o della fabbrica deve necessariamente fare i conti con le compatibilità aziendali. In una fase di crescita economica gli elevati profitti delle imprese offrono margini più ampi alle rivendicazioni operaie e anche battaglie condotte all’interno di un singolo posto di lavoro, di una singola azienda, di una singola categoria possono consentire dei miglioramenti.

Ma anche allora il partito indicava come più favorevole un’azione sindacale che unificasse le lotte al grado più alto onde evitare fra i lavoratori l’indifferenza per le sorti del resto della classe, lo spirito corporativo, l’aziendalismo. Tare che oggi li affliggono gravemente e che sono prodotto di decenni di sindacalismo di regime di Cgil, Cisl e Uil.

Ma è in una fase di crisi economica che l’indirizzo dell’unificazione delle lotte operaie diviene vitale. La concorrenza sempre più aspra fra le imprese, i fallimenti o le cosiddette ristrutturazioni limitano le disponibilità aziendali fino a ridurre a zero i margini rivendicativi di un’azione sindacale chiusa nella singola impresa. O quei margini il fanno divenire negativi: si possono far accettare ai lavoratori tagli salariali, licenziamenti e altri peggioramenti per impedire che l’impresa chiuda. Il sindacalismo chiuso entro i confini della fabbrica in crisi si capovolge dalla difesa dei lavoratori alla difesa dell’azienda. Nelle mille vertenze, che seguono inesorabilmente gli stessi binari e che nella quasi totalità dei casi portano alla sconfitta, si diffonde negli operai la convinzione che vi sia una certa comunanza d’interessi fra lavoratore e azienda, che la vita dello schiavo dipenda dal benessere del padrone. Si puntella il supremo dogma borghese: o capitalismo o morte.

Finché l’orizzonte non oltrepassa i confini della fabbrica i lavoratori sono condannati a restare privi della possibilità di unificare le loro lotte ed obiettivi, quando invece la soddisfazione dei bisogni operai può aversi non nel confronto col singolo padrone ma con l’intera classe capitalista – industriali, finanza, proprietari fondiari – e col suo regime politico. Questo permette all’azione sindacale di muoversi entro margini rivendicativi più ampi di quelli dettati dalle anguste compatibilità economiche della singola azienda e di svilupparsi sulla base di una forza enormemente superiore.

Il processo di unificazione delle lotte della classe lavoratrice deve avvenire su due piani. Il primo, più elementare, è quello di scioperare insieme, nel tempo e nello spazio: facendo coincidere la giornata di sciopero e unendo fisicamente i cortei, dove il numero dà e fa la forza. Il secondo piano, che può impiantarsi solo sul primo, è che il movimento operaio esprima rivendicazioni che accomunino tutta la classe e giustifichino e rendano necessaria l’unificazione delle lotte: aumenti salariali per tutte le categorie, maggiori i peggio pagati; riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; salario pieno ai lavoratori licenziati; riduzione dell’età della pensione e ritorno al sistema contributivo; servizi sociali (scuola, sanità, trasporti) gratuiti per la classe lavoratrice.

Più cresce e si afferma un movimento generale di classe anche meno opprimente diviene la condizione del lavoratore nella singola fabbrica.

È importante sottolineare che una lotta generale della classe lavoratrice per questi obiettivi, pur conservando ancora la forma di un movimento sindacale, è già in sé, intrinsecamente, un grande fatto politico, che vede cioè schierate l’una di fronte all’altra le due classi nemiche di questa società.

Per arrivare a questa unificazione delle lotte operaie è evidentemente necessaria un’organizzazione. Anche laddove si verificasse un moto spontaneo di gruppi di lavoratori in questa direzione, fatto che certo ci auspichiamo e che sicuramente accadrà, questo movimento dovrà esprimere una sua adeguata organizzazione per difendersi, collegarsi e poter crescere.

Il sindacalismo di base

La situazione in cui si trova oggi ad agire la classe lavoratrice è ancora più grave di quella di una assenza di tale strumento in quanto il campo di battaglia, la rete di decine di migliaia di posti di lavoro sul territorio, risulta presidiato capillarmente dalla cappa asfissiante dei sindacati di regime la cui condotta in tutto il dopoguerra, e in particolare in questo arco quarantennale di lunga crisi, è stata volta precipuamente ad impedire questa unificazione.

Dall’altro lato, il sindacalismo di base si è fino ad oggi dimostrato inadeguato a questo compito, in parte certamente a causa di oggettive condizioni sfavorevoli ma, a nostro giudizio, anche per errori di politica sindacale, uno dei più importanti dei quali proprio riguardo l’unità d’azione.

Per esempio, la critica, in linea generale corretta, mossa dal sindacalismo di base alla condotta dei principi dei sindacati di regime, è stata seguita, nella larga maggioranza dei casi, dall’indicazione di non partecipare, se non di boicottare, le mobilitazioni da questi promosse. Questo atteggiamento ha certamente una sua ragion d’essere: nei posti di lavoro si consumano sovente da parte dei sindacati confederali svariate nefandezze; la reazione dei delegati dei sindacati di base è spesso quella di rifiutarsi di scendere in sciopero ed in piazza al fianco di cotali traditori, con cui si scontrano quotidianamente. Questo indirizzo quindi, se promana dalle dirigenze, è condiviso da una parte consistente dei militanti dei sindacati di base.

Tuttavia, se tale condotta è spiegabile, non ne va taciuta la superficialità: si tratta qui non di scendere in lotta al fianco della struttura dei delegati e dei funzionari dei sindacati collaborazionisti, ma con i lavoratori da essi mobilitati.

Non partecipare agli scioperi indetti dai confederali è controproducente per varie ragioni:
1. Innanzitutto i sindacati di base con questa condotta appaiono alla massa dei lavoratori, ancora controllati dal sindacalismo di regime, come dei disertori sul campo di una battaglia: noi siamo qui e voi non ci siete;
2. La parte più combattiva dei lavoratori, che si suppone quella inquadrata nelle organizzazioni sindacali di base, isolata nella sua azione, negli scioperi e nelle manifestazioni, abbandona la restante massa al controllo e all’influenza del sindacalismo di regime;
3. Con una prassi affinata e consolidata da lunga esperienza il sindacalismo di regime quando mobilita i lavoratori è sempre attento a non ordinare azioni né troppo deboli, da apparire un suo fallimento, né troppo forti, da rischiare di perderne il controllo. Privando questi scioperi e questi cortei della presenza dei lavoratori più combattivi, organizzati nei sindacati di base, con il loro apporto di entusiasmo, energia, critica, indirizzo, si facilita al sindacalismo di regime il controllo delle sue stesse mobilitazioni.

Queste considerazioni hanno valore generale ma è necessario sempre considerare ogni singola mobilitazione con i suoi propri caratteri. Laddove, ad esempio, vi siano aziende o categorie in cui i sindacati di regime siano già stati svuotati e sconfitti da parte delle organizzazioni sindacali di base, evidentemente l’atteggiamento può essere diverso. È il caso ad esempio di importanti aziende della logistica dove il SI Cobas risulta essere forza egemone e i sindacati tricolore ridotti in condizioni di estrema minoranza se non addirittura assenti. Al contrario fra i metalmeccanici, ad esempio, il controllo della Fiom Cgil è ancora robusto e molto debole l’insediamento organizzativo del sindacalismo di base.

Né ci si deve illudere circa le capacità di recupero del sindacalismo di regime, che controlla ancora la maggioranza dei lavoratori: se gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una assenza di mobilitazioni da parte della Cgil, ciò non esclude che in futuro cambi registro, ostentando un nuovo attivismo, imbastendo false mobilitazioni, come certamente è in grado di fare, si pensi a quanto fece la Fiom di Landini all’indomani dell’accordo di Pomigliano nel giugno 2010 (si legga L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil), illusionismo in cui cadde anche parte non indifferente del sindacalismo di base.

Il nostro partito quindi indica di battersi all’interno dei sindacati di base per l’affermazione dell’indirizzo opposto, coerente con quello della unità d’azione dei lavoratori, della partecipazione agli scioperi promossi dal sindacalismo di regime, qualora siano suscettibili di mobilitare un parte consistente di quella determinata frazione della classe lavoratrice, e di intervenire ai cortei da essi organizzati con loro spezzoni, ben visibili e distinguibili, diffondendo ampiamente fra i lavoratori in sciopero le loro rivendicazioni e i loro metodi d’azione.

Opposte concezioni sulla natura degli scioperi

Alla base di questi due contrastanti indirizzi, quello dell’unità d’azione e quello della maggioranza delle dirigenze del sindacalismo di base, che punta su scioperi separati ed in concorrenza, vi sono due opposte concezioni della natura dello sciopero e del processo di crescita e sviluppo del movimento operaio: la prima si fonda sui reali bisogni delle classe operaia e sulla necessità di difenderli, la seconda pone al centro e a motore di questo processo il fattore della “coscienza”, della comprensione della reltà sociale da parte dei lavoratori. Nel movimento operaio e sindacale prima i lavoratori arriverebbero ad una graduale presa di coscienza, diffusa ed individuale, della realtà della loro condizione sociale, e solo dopo quelli avrebbero gli strumenti di giudizio, le motivazioni razionali e le convinzioni ideali per organizzarsi adeguatamente in sindacati combattivi e per scendere in lotta.

A nostro modo di vedere il processo avviene secondo un percorso ribaltato, in cui la coscienza è il risultato ultimo, e sempre parziale, non il punto di partenza. Prima, istintivamente, si scende in lotta, insieme, e il numero tutti subito capiscono che è il primo fattore di forza; dopo, nella massa, con una lunga esperienza si arriva a comprende qualcosa. E si possono valutare sull’esperienza gli indirizzi dei diversi partiti e gruppi politici.

Andrebbe qui notato come gli stessi sindacati di base non sono nati attraverso un processo di graduale presa di coscienza dei lavoratori, ma sotto la spinta di forti mobilitazioni di determinate categorie. La concezione realistica dello sciopero e dello sviluppo del movimento operaio pone a suo motore non la testa ma il cuore e la pancia dei lavoratori.

In secondo luogo, ci pare che ormai quattro decenni di pratica dell’indirizzo degli scioperi separati da parte del sindacalismo di base stia a dimostrare chiaramente la sua inefficacia. Queste mobilitazioni, soprattutto per ciò che riguarda quelli generali intercategoriali, ma non solo, sono sempre estremamente minoritarie, ridotte ad innocue manifestazioni d’opinione, mai vere prove di forza per piegare il padronato, di cui la maggioranza della classe lavoratrice nemmeno si avvede o, nel più benevolo dei casi, considera un vano agitarsi di una minoranza estremista.

È importante fare una distinzione fra i soggetti che agiscono nel movimento operaio. Alla base vi è la massa dei lavoratori. Di questa, una parte è inquadrata nell’organizzazione sindacale. In questa a sua volta si distingue la base degli iscritti, i militanti, i delegati, i dirigenti territoriali e infine quelli nazionali.

In linea generale, in un sindacato sano, col salire i livelli di questa piramide sale il grado di consapevolezza dei problemi legati alla lotta sindacale. Non fosse altro perché un lavoratore decide di impegnarsi maggiormente nell’attività del sindacato, diventando ad esempio delegato, perché ha davvero passione per questa lotta e, nel compiere questa attività, col tempo e con l’esperienza acquisisce una conoscenza crescente.

Giudicare la base degli iscritti di un sindacato con gli stessi criteri con cui si giudicano i suoi dirigenti, considerando gli uni e gli altri ugualmente traditori della classe lavoratrice, è quindi un grave errore, utile solo a giustificare il rifiuto a scioperare unitamente ad essi. Questo ovviamente non significa ignorare l’esistenza ovunque di singoli lavoratori opportunisti o peggio.

Lo sciopero è un fenomeno sociale vivo che ha caratteri preminentemente irrazionali. Tante volte è stato paragonato ad un fuoco: necessita di determinate condizioni affinché si accenda, combustibile, ossigeno, temperatura, innesco; una volta acceso quanto più si estende tanto più è arduo estinguerlo; per contro, una volta spento, avendo consumato parte del combustibile, per un certo periodo diviene più difficile riaccenderlo. Non a caso, in un tempo non lontano, quando i dirigenti dei sindacati di regime erano mandati nelle fabbriche a spaccare e sedare gli scioperi, erano chiamati pompieri. E significativamente tutta una serie di accordi fra padronato e sindacati di regime volti a impedire veri scioperi introducono procedure dette di raffreddamento che confessano già nel nome le loro intenzioni e mostrano come il padronato e i falsi sindacati ad esso venduti abbiano ben chiara quale sia la vera natura dello sciopero.

Lo sciopero è l’elemento primordiale ed elementare della lotta di classe. Elementare perché è il primo modo in cui un gruppo di proletari si oppone collettivamente, e quasi sempre all’inizio inconsapevolmente, all’oppressione del capitalismo. Primordiale perché in un vero sciopero, anche nel più piccolo, sono da riconoscere, in forma embrionale, tutti quei fattori – primariamente di natura emotiva e sentimentale – destinati a crescere e maturare nell’intero corso dello sviluppo della lotta di classe, fino al suo finale sbocco nel riconoscere il suo partito, comunista, e nel poter così proseguire la lotta verso la rivoluzionaria presa del potere politico. Dalla massa dei lavoratori, vista dal basso, la rivoluzione è vissuta come un grandissimo sciopero.

Viceversa un vero sciopero è una piccola rivoluzione. I lavoratori sono coinvolti in una situazione del tutto diversa e nuova. Sono liberati dall’oppressione del lavoro, con la disponibilità elementare e semplice di tempo per incontrarsi e per pensare. La nuova situazione collettiva libera energie che accendono il bisogno di approfondire i problemi di natura sindacale, che li appassionano, e della volontà di mettere alla prova la forza della loro classe. È nel fuoco della lotta che si creano nella classe le condizioni favorevoli a una comprensione di grado più generale dei problemi che la affliggono. E più il fuoco cresce e si estende, attraverso un processo di unificazione delle lotte operaie, più si creano le condizioni affinché si diffonda la convinzione che sia possibile ed utile affrontare anche la questione della condizione del salariato non solo sul piano sindacale ma anche su quello politico, guardando ai vari partiti e indirizzi sociali dei quali ciascuno propone una sua soluzione generale alla storia della lotta fra le classi.

Tutto questo difficilmente accade a freddo, in assenza di lotta, durante le due orette di assemblea nella quale i lavoratori si ritrovano ad ascoltare le campane di due, tre o quattro diversi sindacati, su problemi anche complessi, e spesso resi volutamente più complicati, stanchi dal lavoro e consapevoli di dover tornare a svolgerlo terminata la breve pausa. Quindi per la massa dei lavoratori, diversamente dalla ristretta minoranza dei militanti sindacali, davvero prima viene l’azione, dopo la comprensione. Confondere i ruoli e i soggetti, rivolgersi e guardare alla massa dei salariati come se avesse le stesse false convinzioni e gli stessi pregiudizi dei dirigenti del loro sindacato, non può che condurre a gravi errori e ad incapacità di intervenire nei loro confronti.

Si pone quindi il problema di quali siano le condizioni necessarie affinché un vero sciopero sia messo in moto. Queste, a nostro modo di vedere, trattandosi di un fenomeno appunto elementare, non sono di natura complessa, per quanto non sia affatto facile prevedere il momento giusto per tentare l’innesco. Le possiamo ridurre a due: la presenza di un effettivo malessere nei lavoratori, di un provvedimento padronale sentito come un morso nella viva carne della loro quotidiana esistenza; il fatto che i lavoratori vedano, sentano di avere al loro fianco un numero adeguato di compagni di lavoro disposti a lottare. Dato che sul primo fattore non è facoltà dei militanti sindacali poter intervenire, se non per comprendere l’umore e il morale dei lavoratori, è sul secondo che è necessario agire.

È in questa direzione che opera l’indirizzo dell’unità d’azione dei lavoratori. Battersi all’interno dei sindacati di base affinché partecipino, con le proprie rivendicazioni, agli scioperi promossi dal sindacalismo di regime, nell’intento di creare le condizioni più favorevoli affinché queste mobilitazioni raggiungano un grado di forza tale da travolgere il controllo dei sindacati concertativi sui loro iscritti. Scioperare insieme ai sindacati di regime non significa, come sostengono la maggior parte delle dirigenze del sindacalismo di base, confondersi con essi e favorirli: le differenze saranno spiegate dai militanti dei sindacati di base ai lavoratori nello sciopero. Si tratta al contrario della condotta più adeguata a logorare questi sindacati asserviti al capitale.

Perché, e qui chiudiamo questa parte della relazione, per la massa dei lavoratori l’abbracciare il sindacalismo di classe e le sue rivendicazioni non è una scelta, ma un problema di forza! È quando si sentono forti che capiscono di aver effettivamente la possibilità d di battersi per obiettivi più ambiziosi e con metodi più intransigenti. Fintantoché le rivendicazioni pur sacrosante e classiste si appoggiano su mobilitazioni estremamente minoritarie, la massa della classe salariata giocoforza si rivolge al sindacalismo che appare più forte, di comodo, clientelare. Un comportamento opportunista, certo, ma tale è quello di una classe oppressa, finché non troverà la forza per affrontare a viso aperto la forza sociale nemica che l’opprime.

Il fronte unico sindacale di classe

Quindi, da parte del sindacalismo di base, aderire agli scioperi promossi dal sindacalismo di regime non significa scioperare con le strutture di quei sindacati ma coi lavoratori da essi mobilitati. Si tratta di seguire l’indirizzo dell’unità d’azione dei lavoratori – condotta che riteniamo più adeguata a combattere quel sindacalismo – non di cercare un fronte comune fra sindacati di base e sindacati tricolore. Un simile fronte unico sindacale sarebbe in evidente contraddizione con la natura definitivamente di regime della Cgil ed il conseguente nostro indirizzo tattico, dalla fine degli anni settanta, di ricostruire il sindacato di classe fuori e contro di essa.

La parola d’ordine del Fronte Unico Sindacale è strettamente legata a quella della Unità d’Azione dei Lavoratori ma non coincide con essa, si muove parallelamente ed è in sua funzione. Per chiarire questo indirizzo è utile spiegare il carattere dell’Appello per uno sciopero unitario di tutto il sindacalismo di base e di classe cui abbiamo accennato introducendo questa relazione.

L’Appello è stato intitolato “Per un fronte unico sindacale di classe”: la specificazione “di classe” sta ad indicare, anche, che una intesa sul piano dell’azione era considerata possibile solo all’interno del sindacalismo di base e con i gruppi e le correnti di opposizione di sinistra dentro la Cgil, escludendo però quel sindacato.

L’Appello era rivolto, oltre che “a tutti i lavoratori” affinché aderissero e sostenessero lo sciopero, “agli iscritti ed ai militanti” di tutte le organizzazioni sindacali di base perché facessero pressione sulle proprie dirigenze per il superamento delle divisioni e per l’indizione di uno sciopero unitario, e “agli iscritti ed ai militanti delle correnti di opposizione di sinistra nella Cgil” affinché sostenessero un simile sciopero a prescindere da ciò che avrebbe fatto la dirigenza Cgil. Non era quindi un appello rivolto alle dirigenze delle organizzazioni sindacali, come erroneamente era stato inizialmente inteso dal alcuni, ma rivolto alla base di questi sindacati.

Questo nella consapevolezza del fatto che in un arco temporale di ormai quattro decenni queste dirigenze non solo non sono riuscite a giungere ad una unità organizzativa del sindacalismo di base ma nemmeno ad una unità sul piano dell’azione, anzi, le divisioni invece di ridursi sembrano farsi sempre più gravi, come dimostrato dalla ennesima proclamazione di due scioperi generali separati a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro.

Nostra convinzione è che la completa ed organica unità d’azione del sindacalismo di base sarà possibile solo a detrimento per lo meno della maggioranza delle sue attuali dirigenze. Sicché l’appello, lungi dall’accreditarle, era un atto di scontro con esse.

L’unità d’azione del sindacalismo di base e conflittuale sarà la premessa della realizzazione di un Fronte Unico Sindacale che sarà “di classe” anche perché, potendo compiersi e realizzarsi solo attraverso una lotta contro le attuali dirigenze, permetterà di abbracciare un indirizzo sindacale che sia davvero tale.

Questo obiettivo permetterà la creazione di un polo sindacale – foriero di un unico grande Sindacato di Classe – con una massa tale da generare un’attrazione adeguata a contrastare quella, ancora oggi sovrastante, del sindacalismo di regime.

Ciò non significa dare per certo che la formazione del futuro Sindacato di Classe avverrà necessariamente attraverso la fusione organizzativa degli attuali sindacati di base. È possibile che alcune o anche tutte queste organizzazioni non si dimostrino all’altezza di questo compito, cedano al processo d’inquadramento nel regime politico borghese come già accaduto alla Cgil, o viceversa vengano da esso spazzate via, e che nuovi organismi di lotta operaia sorgano ed assolvano questa necessità storica.

Questa possibilità non contraddice gli indirizzi sindacali qui esposti e il lavoro che il partito compie per la loro affermazione nel movimento operaio e sindacale, giacché questo compito ovviamente non può essere assolto che nelle organizzazioni che al momento esistono, non in quelle che hanno ancora da venire.

È importante chiarire il rapporto che intercorre fra i due indirizzi tattici in campo sindacale che abbiamo fin qui esposto.

Quello del Fronte Unico Sindacale di Classe è un obiettivo che consideriamo indispensabile al fine di raggiungere la più completa realizzazione dell’unità d’azione dei lavoratori. Il nostro partito non esclude la necessità, e il suo compito, di rivolgersi direttamente alle masse proletarie indicando loro la necessità di unificare le lotte rivendicative e proponendo, oltre l’unità d’azione, anche obiettivi unificanti. Questo andrebbe a rafforzare la battaglia condotta al medesimo scopo entro le organizzazioni sindacali. Ma non ci si deve illudere che l’unificazione delle lotte della classe lavoratrice sia raggiungibile eludendo il compito della battaglia entro le organizzazioni sindacali per l’affermazione del giusto indirizzo d’azione.

I sindacati sono i soggetti fondamentali e viventi del movimento operaio. Ignorarne il ruolo ed abdicare alla battaglia al loro interno non può condurre che alla generale dispersione delle forze. Ciò vale non solo in una condizione storica come quella attuale, in cui è manifesta la condizione di debolezza e sbandamento ideale della classe operaia, ma avrà valore anche in situazioni in cui i lavoratori torneranno a lottare duramente, guadagnando un grado di consapevolezza della loro condizione di classe sfruttata molto superiore a quello attuale.

Questo il nostro partito lo può affermare sulla base di una grande esperienza di una lotta ormai più che secolare, giacché ci consideriamo fedeli continuatori di una corrente politica che ha avuto l’occasione storica e il merito di adempiere ad un ruolo di primissimo piano nell’epoca in cui massima è stata l’avanzata del proletariato rivoluzionario, negli anni dalla Rivoluzione d’Ottobre al 1923. Questa corrente è la Sinistra Comunista Italiana, che ebbe origine intorno al 1912 all’interno del PSI in reazione all’avanzata in esso del riformismo, si formalizzò nel 1919 come Frazione Comunista Astensionista e nel gennaio 1921 guidò la scissione che portò alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, di cui detenne la direzione fino al 1923 e la maggioranza dei consensi fino al 1926, quando, al Congresso di Lione, prevalse la corrente centrista espressione della controrivoluzione staliniana nel partito russo e nella Terza Internazionale, coi suoi epigoni nel partito italiano (Togliatti).

Fin dai mesi successivi alla sua fondazione, il Partito Comunista d’Italia si impegnò nella battaglia per il Fronte Unico Sindacale fra le organizzazioni di classe del tempo. Il Comitato sindacale comunista inviò una lettera indirizzata alla CGdL, al Sindacato Ferrovieri (SFI) e all’USI in cui proponeva «la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice» per fare fronte «allo sviluppo dell’offensiva capitalistica».

Anche in quegli anni in cui il proletariato italiano ed europeo espresse il massimo vigore, portando l’intera Europa sull’orlo della rivoluzione proletaria, le divisioni fra organizzazioni sindacali giocarono un ruolo di ostacolo e danneggiamento del movimento operaio, ed il partito ritenne suo compito ineludibile battersi al loro interno per la più larga unità d’azione. Al contempo non mancava di rivolgersi direttamente ai lavoratori.

I dirigenti riformisti della CGdL tacciarono “di demagogia e di incoscienza” la proposta comunista. Il Sindacato Ferrovieri e l’USI, pur dichiarandosi favorevoli al fronte unico, non presero in considerazione l’invito dei comunisti. La tattica del partito fu di aggirare tali posizioni disfattiste e imbelli con un appello rivolto direttamente al proletariato. Così si legge nella relazione del PCd’I al IV Congresso dell’Internazionale Comunista: «La questione fu portata dai comunisti direttamente fra la massa nella quale trovò le maggiori simpatie; contemporaneamente si chiedeva alla CGdL di discutere la nostra proposta in un Congresso nazionale».

Il 7 e 8 settembre 1921 si tenne a Milano un convegno nazionale indetto dai comunisti in cui confluirono un centinaio di delegati in rappresentanza di oltre 500 mila lavoratori inquadrati nella CGdL e nel Sindacato Ferrovieri, provenienti da ogni parte d’Italia. Nel documento conclusivo si affermava: «I comunisti si prefiggono come loro principale obiettivo sindacale il raggiungimento dell’unità di tutte le organizzazioni economiche del proletariato italiano».

La campagna per il fronte unico cominciò a dare i suoi primi frutti. Il Consiglio Direttivo della CGdL fu costretto a convocare il Consiglio nazionale che si tenne a Verona nei primi giorni del novembre 1921. All’ordine del giorno furono i temi del fronte unico e dello sciopero generale nazionale. Si legge ancora nel rapporto su citato. «Contro tale proposta si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della CGdL (...) Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista (...) Nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinge inesorabilmente verso il fronte unico (...) La storia dell’accoglienza data alla nostra proposta nell’agosto del 1921 si riassume in poche parole: ostruzionismo dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse» » (“Rapporto del C.E. del PCd’I al Comintern sulla tattica del partito e sulla questione del fronte unico”).

Lotta sindacale e lotta politica

Non si tratta, riproponendo nella situazione attuale di ripiegamento della classe lavoratrice lo stesso indirizzo tattico proposto in quegli anni di massima avanzata del proletariato rivoluzionario, di compiere una meccanica e forzata trasposizione della condotta pratica del partito, tale da farla risultare una parodia.

Come noi comunisti rivoluzionari crediamo di saper riconoscere nel più piccolo sciopero quegli elementi di ribellione proletaria all’oppressione del capitalismo destinati a crescere e maturare nell’intero corso di sviluppo della lotta di classe, così la nostra dottrina ci permette di individuare i processi anche nel loro embrionale formarsi. Nella limitata attività sindacale che le condizioni attuali ci consentono ravvisiamo quei caratteri fondamentali che sono apparsi chiari e netti nell’esperienza delle grandi battaglie passate e che sappiamo si riproporranno in quelle a venire:
- l’opposizione delle dirigenze sindacali riformiste e opportuniste;
- l’apparentemente inspiegabile tentennare dei gruppi politici, come gli anarchici, a parole favorevoli al fronte unico sindacale;
- l’accoglienza entusiasta della massa proletaria, anche dei lavoratori aderente a partiti avversi al comunista;
- l’adesione di strutture sindacali, territoriali e di categoria, seppure non dirette dalla frazione del partito, all’indirizzo sindacale comunista.

Spiegata la funzione dei due indirizzi d’azione nel campo sindacale e le ragioni per le quali li consideriamo corretti in quell’ambito, si tratta di esporre come essi si inquadrino nella lotta politica per il comunismo.

Il rapporto fra partito e sindacato è un un problema sempre attuale nel movimento sindacale che solo il marxismo rivoluzionario inquadra correttamente.

La nostra scuola prevede la crescita del partito in un determinato rapporto col riaccendersi della lotta di classe, ma esclude di poter assurgere a guida della classe lavoratrice, indirizzata alla conquista rivoluzionaria del potere politico, sulla base di un numero di aderenti accresciuto attraverso la sola attività di propaganda e di proselitismo. Questi sono compiti fondamentali e necessari ma non sufficienti.

Se ci atteniamo alla tesi di Marx secondo cui in ogni epoca l’ideologia dominante è quella della classe dominante, il partito rimarrà una minoranza della classe, e per un periodo non breve anche dopo la conquista del potere. La forza che catapulterà questa minoranza rivoluzionaria alla testa dalla classe lavoratrice è quella della guerra sociale, della classe operaia contro le classi borghesi, in particolare della lotta sindacale. È in questo campo che le direttive pratiche del partito saranno seguite dai lavoratori, anche da quelli non comunisti, in quanto nel corso della lotta si saranno dimostrati i più adeguati alle loro necessità.

In questo il partito autenticamente comunista non ha bisogno di strumentalizzare il movimento operaio e sindacale perché il miglior sviluppo di questo crea la condizione più favorevole alla realizzazione delle sue finalità politiche. Esattamente come recita il Manifesto del Partito Comunista, «I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato».

Il partito quindi non cerca una forzata “politicizzazione” del sindacato. Traduce in termini di giusto indirizzo pratico d’azione le tesi teoriche che lo distinguono da tutti gli altri partiti. Ad esempio, in ambiente sindacale, non propone parole d’ordine del tipo “Il capitalismo non si riforma ma si abbatte” bensì “Lotta ad oltranza contro lo sfruttamento capitalista”, consapevole che nel corso dello sviluppo della lotta di classe la seconda formula andrà di fatto a coincidere con la prima. Oppure, non inserisce nei comunicati sindacali della propaganda antireligiosa, ma spiega la necessità della solidarietà operaia al di sopra di ogni credenza religiosa.

Ad esempio una delle tesi del documento congressuale del secondo congresso dell’Unione Sindacale di Base afferma che sarebbe necessario “Accettare la sfida della politicizzazione dello scontro” (vedi il nostro L’USB al suo secondo Congresso nazionale). Anche la dirigenza del SI Cobas ha spesso ripetuto che nell’assenza, a suo a dire, del partito comunista rivoluzionario, il sindacato dovrebbe svolgere un ruolo di sua “supplenza”.

Rispetto della funzione e della natura del sindacato non significa svalutazione della funzione del partito.

I compagni del partito che sono lavoratori e militanti nei sindacati non devono nascondere le proprie opinioni e svolgono attività di propaganda e proselitismo anche dentro il sindacato. Ma la funzione fondamentale della frazione sindacale comunista nel sindacato non è farlo diventare, piano piano, un mezzo partito, che si affianchi e spalleggi il primo: questo obiettivo, che si ritiene ovvio e necessario e perseguito da tutte le altre forze politiche, viene a negare il sindacato o danneggiare il suo sano sviluppo. Invece il lavoro primario della frazione sindacale comunista si svolge nel rispetto della natura e della funzione del sindacato, diverse da quelle del partito, nella loro difesa e nel battersi per l’affermazione degli indirizzi d’azione che favoriscano il suo massimo rafforzarsi.

L’affermazione di un indirizzo del tutto coerentemente classista nelle organizzazioni sindacali e nella classe è la risultante fra la lotta del proletariato contro la borghesia, di cui è un riflesso all’interno del movimento sindacale la lotta fra le sue varie correnti, e il continuo e coerente indirizzo sindacale emanante dalla corretta politica rivoluzionaria del partito comunista marxista. Quindi può avere esito favorevole solo in presenza del partito comunista. Senza questa il movimento sindacale, guidato da altri partiti e correnti politiche, solo occasionalmente e parzialmente può impugnare il giusto metodo di lotta, ma è destinato infine a tradire o a mostrare la sua insufficienza con l’approfondirsi della crisi sociale.

Nelle singole battaglie, l’indirizzo sindacale comunista, dimostrando la sua adeguatezza e rispondenza ai bisogni della lotta operaia nel suo crescere, troverà l’adesione di lavoratori che non fanno parte del partito ed anche di quelli di altre organizzazioni politiche. Ne abbiamo avuto una piccola conferma anche nella battaglia condotta in questi mesi a sostegno dello sciopero unitario del sindacalismo di base. Lo stesso appello è stato redatto non solo da compagni del partito, anche se rispondeva pienamente al nostro indirizzo.

I partiti politici agenti nel campo del movimento operaio avversi al comunista possono occasionalmente trovarsi a condividere alcune delle direttive sindacali comuniste ma, nella migliore delle ipotesi, oscillano intorno alla giusta linea d’azione e solo a momenti andando a coincidere con essa, e sono destinati presto o tardi a dover tentare di piegare, come si usa dire strumentalizzare, il movimento sindacale alle proprie finalità politiche, rivelandosi queste non in armonia con quelle.

L’opposizione di parte degli attuali gruppi dirigenti del sindacalismo di base allo sciopero unitario già ha mostrato la contraddizione fra le finalità politiche dei gruppi politici opportunisti che li dirigono e i bisogni del movimento dei lavoratori. Così pure il fatto che dei partiti che si definiscono proletari e rivoluzionari quelli che hanno dato effettivo sostegno all’Appello in favore dello sciopero unitario si contino sulle dita di una mano, nonostante a parole tutti affermino di condividere l’indirizzo dell’unità d’azione ed alcuni dei loro militanti lavoratori si fossero espressi in modo favorevole ad esso.

In questo movimento oscillatorio dei partiti attorno alla corretta linea di politica sindacale classista si va a palesare la contraddizione con la loro base operaia, con le loro frazioni sindacali, che sempre più tenderanno a non seguire l’indirizzo delle loro organizzazioni politiche bensì quello comunista.

È per questa via che il sindacato andrà a svolgere quella funzione di cinghia di trasmissione fra la minoranza di marxisti rivoluzionari organizzata nel partito e la massa della classe proletaria.

In questo processo gli indirizzi del fronte unico sindacale di classe e dell’unità d’azione dei lavoratori svolgono un ruolo fondamentale perché sono quelli suscettibili di portare l’intera classe lavoratrice a muoversi e a scontrarsi con l’intera classe borghese ed il suo regime. Come spiegato da Marx il movimento sindacale quando giunge a mobilitare l’intera classe lavoratrice per i suoi interessi è già movimento politico.

L’affermarsi dell’indirizzo sindacale classista, emanante dalla frazione comunista, e la sua condivisione da parte di una larga base proletaria, conduce al rafforzarsi a vicenda del movimento operaio e del partito comunista.

La mobilitazione generale del proletariato, determinata dall’avanzare della crisi economica mondiale, giunge sul terreno rivoluzionario in quanto il capitalismo diviene sempre meno in grado di sfamare i suoi schiavi salariati. Approfittando delle condizioni oggettive di fragilità del capitalismo e del suo regime a scala mondiale, lo sciopero generale, diretto infine dal solo partito comunista, deborda in azione insurrezionale per la presa del potere, primo passo verso l’emancipazione della classe operaia e il comunismo.

A questa tattica comunista sul terreno sindacale fa da contraltare, oltre alla rigorosa distinzione e definizione teorica e programmatica, il rifiuto di ogni fronte sul terreno politico. Il nostro partito non persegue obiettivi intermedi alla conquista rivoluzionaria del potere e rigetta tutte le alchimie politiche inevitabilmente connesse a questi intermedismi che l'opportunismo sempre propone nella fasulla prospettiva di avvicinare la rivoluzione.

È dal combinato di questi due atteggiamenti tattici di segno apparentemente opposto – massima unità d'azione del proletariato nel campo delle rivendicazioni immediate, massima indipendenza e definizione rispetto a tutti gli altri partiti – che riteniamo svilupparsi la più alta efficienza e potenza rivoluzionaria del nostra classe.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

Fonte

Condividi questo articolo su Facebook

Condividi

 

Ultime notizie del dossier «Lotte operaie nella crisi»

Ultime notizie dell'autore «Partito Comunista Internazionale»

1827