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(18 Novembre 2008) Enzo Apicella

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Condizione operaia, salari reali e salari nominali

(15 Febbraio 2008)

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad una farsa: i responsabili della miseria di milioni di persone - governi, Confindustria, sindacati e Banca d’Italia, cioè gli artefici dell’accordo del 23 luglio 1992 che ha bloccato i salari - si fanno paladini della necessità di aumentarli.

Dove sta il trucco? E’ quello che cercheremo di spiegare!

Mediobanca ha diffuso dati da cui risulta che se la ricchezza prodotta nel 1974 che andava al lavoro dipendente era del 70%, nel 1996 era scesa al 53%, e al 48% nel 2005. Lo stesso governatore della Banca d’Italia Draghi dice che i salari italiani sono inferiori del 30-40% rispetto a Francia, Germania e Inghilterra.

Negli ultimi 5 anni la perdita del potere d’acquisto dei salari a causa dell’inflazione e del sostanziale blocco dei salari e degli stipendi (complice il non rinnovo dei contratti di 6 milioni di lavoratori) è continuata inesorabile, colpendo sempre più gli strati più bassi.

Dai dati Istat risulta che il 50% delle famiglie italiane vive con meno di 1.900 euro al mese, il 15% non arriva a fine mese con punte del 30% al sud. La Banca d’Italia ha dichiarato che dal 2000 al 2006 i salari dei lavoratori dipendenti sono rimasti gli stessi (+0,3%), mentre quello dei lavoratori autonomi è cresciuto del 13,1%.

L’ ADNKRONOS - su rielaborazione dei dati Istat sull’andamento della capacità di spesa degli italiani con un reddito fisso al 31 dicembre 2007 - ci dice che chi guadagna 1.000 euro al mese (13.000 l’anno con la 13°) ha visto ridursi il suo potere d’acquisto di 1.395 euro; chi ne guadagna 2.000 (26.000 con la 13°) di 2.794 euro.

Anche i dati dell’Eurispes dicono che nel periodo 2000-2005, mentre vi è stata una crescita del “salario medio comunitario” per i paesi europei del 18%, in Italia per i lavoratori dell’industria e dei servizi la busta paga è cresciuta solo del 13,7%.

Nello stesso periodo se in Gran Bretagna i salari sono cresciuti del 27,8%; in Francia sono aumentati del 17,5%; in Spagna del 17,2%.

A parità di condizioni, se un operaio o un lavoratore italiano ha avuto un salario di 16.000 euro; un lavoratore inglese ha avuto un reddito intorno ai 28 mila euro, un francese sui 19 mila; uno spagnolo sui 17 mila.

Negli ultimi anni il 90% del prodotto interno lordo è andato a profitti, interessi e rendite finanziarie. C’è un solo punto in cui il lavoratore italiano primeggia nella classifica europea: quello del cuneo fiscale. Un lavoratore senza carichi di famiglia arriva a pagare, per tasse e contributi prelevati direttamente in busta paga, il 45,8% del suo salario.

Nel 2006 solo i lavoratori portoghesi hanno avuto salari inferiori a quelli italiani.

Padroni, governo e sindacati, dopo aver abolito la scala mobile - che adeguava, anche se con ritardo, la perdita salariale erosa dall’inflazione riallineandola al costo della vita - perché toglieva potere contrattuale al sindacato, ora davanti alle proteste operaie contro il peggioramento delle condizioni di vita, di sicurezza del lavoro e alle cifre fornite dai loro stessi istituti hanno scoperto che i salari dei lavoratori italiani sono fra i più bassi d’Europa.

Da qui tutte le chiacchiere nel cercare nuove ricette per “aumentare i salari”, senza però intaccare i profitti.

Infatti le misure intorno a cui si muove la concertazione fra governi-sindacati-confindustria vanno in questo senso:
- riduzione del peso fiscale;
- modifica scaglioni Irpef;
- abbattimento delle tasse sulla contrattazione di secondo livello(contratti aziendali) e sugli straordinari.

In realtà queste misure, se pur possono dare un momentaneo respiro, non possono risolvere il problema dei bassi salari dei lavoratori italiani.

Con il peggioramento del rapporto di lavoro e della condizione operaia dovuta ai contratti “a perdere”, alla legge Treu del ‘93 e alla legge 30 (la cosiddetta “legge Biagi” che introduce massicciamente la precarietà, la legalizzazione del lavoro sottopagato e al lavoro nero con il conseguente supersfruttamento di forza-lavoro italiana e immigrata) i capitalisti hanno imposto in questi anni agli operai salari bassissimi, sotto il livello di sussistenza, indegni di una società umana prima ancora che civile.

Mentre i profitti raggiungono livelli record, l’acuirsi della concorrenza fa diminuire i salari ed è questo uno dei motivi per cui il 2% delle famiglie sono sempre più indebitate con i mutui per la crescita del costo delle rate come rileva anche l’Ance (l’associazione dei costruttori).

Da oltre vent’anni c’è una continua erosione dei salari, causata dai contratti al ribasso, dall’eliminazione della scala mobile e dell’equo canone. Secondo una ricerca del Censis-Sunia-GGIL, negli ultimi sette anni gli affitti sono aumentati del 107 %, con punte del128% nelle grandi città. Questo dato riguarda tutti quei lavoratori (immigrati e italiani) che non possono permettersi la possibilità di acquistare una casa con mutui capestro .

Il 76,4 degli affittuari guadagna meno di 20 mila euro l’anno. Si calcola che siano quattro milioni i nuclei famigliari che vivono in affitto, di cui il 39,6% sono famiglie di operai e il 33,95% pensionati, costretti a tirare sempre più la cinghia a causa di salari e pensioni da fame. Per il 2008 le pensioni sono aumentate di 1,60 euro, facendo passare le pensione al minimo dei lavoratori dipendenti e autonomi da 436,12 euro mensili a 443,12 euro con aumento irrisorio di 6,98 euro mensili .

La divisione del lavoro, l’introduzione di nuove macchine e tecnologie legate allo sfruttamento intensivo della forza-lavoro hanno innalzato negli ultimi anni la produttività del lavoro di 10/20/30 e in alcuni casi di 100 volte, col risultato di aumentare la concorrenza fra gli stessi lavoratori.

Quando il sindacato viene meno al suo ruolo di contrattazione della forza-lavoro, il lavoratore cerca individualmente una soluzione per cercare di conservare il valore reale del salario lavorando più ore con gli straordinari, col lavoro a cottimo o facendo lavoro nero.

Tuttavia le differenti forme contrattuali esistenti in una singola fabbrica o azienda e le diverse forme di pagamento del salario non mutano la sostanza e la natura del salario.

Pur in un quadro legislativo favorevole al capitale , i padroni cercano di aggirare le norme contrattuali e di legge che limitano la giornata lavorativa aumentando l’intensità del lavoro.

I capitalisti cercano - attraverso accordi sindacali - di aumentare la flessibilità e la produttività della forza-lavoro (vedi tutti gli ultimi contratti). Gli accordi sui “premi di risultato”, sulla “partecipazione”, sulla “qualità”, sul “capitale umano”, per i lavoratori significano la certezza solo di una parte del salario: costringendoli a continue lotte quotidiane per conquistare il salario pieno.

Spinti e costretti a lavorare più di quanto previsto dai contratti dal bisogno di un salario che gli permetta di sopperire ai bisogni primari del mantenimento della famiglia, i lavoratori spesso non si rendono conto che non fanno altro che peggiorare la loro condizione, perché più lavorano meno salario ricevono.

I padroni, promovendo la concorrenza, spingono altri lavoratori ad offrirsi alle stesse pessime condizioni col risultato di peggiorare sempre più la condizione dell’intera classe operaia. Così il prezzo in denaro dell’operaio (forza-lavoro), il salario nominale, a causa della concorrenza e dell’inflazione, non coincide con il salario reale, cioè la quantità di merci che vengono date in cambio del salario.

Quindi, la tendenza del sistema capitalista non è all’aumento dei salari ma alla loro diminuzione ed è questo la causa inevitabile dei conflitti.

I sindacati confederali CGIL-CISL-UIL ed i sindacati autonomi corporativi, movendosi all’interno della legalità borghese e riconoscendo come legittimo il profitto, la produttività, la compatibilità (cioè lo sfruttamento, per quanto contrattato) sono strumenti regolatori del conflitto e funzionali al sistema capitalista.

Nell’imperialismo centro-destra e centro-sinistra non sono fra loro modelli alternativi di società, ma due facce della stessa medaglia.

Per anni i sindacati ed i partiti di sinistra (una volta riferimento dei lavoratori) diventati sostenitori dell’imperialismo italiano (PCI e PSI prima, Rifondazione Comunista e la Sinistra Arcobaleno o “cosa rossa” come si voglia) hanno nascosto dietro la demagogia delle “vittorie” e delle “conquiste” una elementare verità: gli aumenti salariali si rendono necessari semplicemente per cercare di mantenere inalterato il valore del salario, non certo per accrescerlo.

Per governi, padroni e sindacati le nuove misure di “difesa dei salari” frutto della concertazione si possono fare a patto di non a intaccare il profitto.

Per effetto di certe operazioni contabili, il salario nominale (la somma monetaria di salario in busta paga) può anche aumentare e nonostante ciò il salario reale diminuire, perché l’operaio riceve in cambio meno pane, meno carne, meno verdura, cioè meno merci di prima.

I dati dimostrano che, nei paesi in cui le forze produttive sono più sviluppate, generalmente i salari sono più alti ed i prezzi più bassi perché le tecniche produttive più avanzate permettono di ridurre i costi unitari delle merci di cui il salario, anche se aumenta, è solo una parte.

Per tornare alla domanda iniziale, dove sta il trucco? Il trucco sta nel fatto che l’aumento dei salari auspicato da padroni, governo e sindacati non è un vero aumento del salario reale, perché questo andrebbe a incidere sui profitti, ma una riduzione di qualche euro di tasse sui salari senza alcuna conseguenza significativa sui prezzi delle merci, lasciando così inalterato il rapporto fra salari e profitti.

Al di là delle chiacchiere riformiste, le lotte operaie per la difesa dei salari, le richieste di aumentarli, sono necessarie per cercare di mantenere inalterato il valore reale dei salari.

La ricchezza prodotta dai lavoratori è quella che viene ripartita fra salari e profitti, per cui più riceve uno e meno riceve l’altro. Se i salari diminuiscono crescono i profitti e viceversa, ma anche nella situazione più favorevole al lavoratore, questo non cambia la situazione di schiavo moderno per l’operaio. La necessità dell’aumento dei salari e i limiti dell’azione solamente economica-rivendicativa, rendono più attuale che mai il motto rivoluzionario ”soppressione del lavoro salariato”. La liberazione, l’ emancipazione della classe operaia non può esistere senza l’abolizione del sistema del lavoro salariato , cioè la base di tutto il sistema capitalista

articolo pubblicato sul n° 1 del febbraio 2008 di "nuova unità"

Michele Michelino

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