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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Una forza politica comunista all’altezza delle sfide del XXI secolo…

…verso il Movimento per la Costituente Comunista…

(26 Marzo 2008)

Questo documento politico è il punto conclusivo del percorso di coordinamento per l’unità dei comunisti e rappresenta lo sforzo analitico e teorico comune dei gruppi organizzati che lo hanno promosso fino ad oggi.
Questa sintesi rende possibile oggi superare il coordinamento stesso verso una forma politica più avanzata, quella di un Movimento per la Costituente Comunista. Un percorso politico ampio che non si ponga l’obiettivo immediato di partorire l’ennesimo nuovo partitino, ma che tenti di aprire un percorso di ricomposizione verso l’unico Partito di tipo “nuovo” di questa fase storica: quello comunista.
Per raggiungere questo obiettivo pensiamo che occorra coinvolgere i più ampi settori di massa possibile e aprire un dibattito e sforzo unitario, il più franco e leale, con tutte le componenti comuniste realmente interessate oggi a un processo di liberazione del proletariato e dell’umanità intera dallo sfruttamento capitalistico e dalla schiavitù del lavoro salariato.

INDICE:

1. Dalla deriva della sinistra istituzionale alla costituente comunista.
2. Il Capitalismo nella competizione globale e la guerra permanente.
2.1 Il polo imperialista europeo.
2.2 Attività produttiva capitalistica nella crisi energetico-ambientale.
2.3 Composizione di classe e conflitto capitale-lavoro.
3 Movimenti e blocchi sociali.
3.1 Il rapporto con i movimenti.
3.2 Quali movimenti e che dialettica.
3.3 Il ritorno in campo della classe operaia.
3.4 Lotta alla precarietà.
3.5 Territorio e sfruttamento.
3.6 La questione meridionale oggi.
3.7 Lavoro e guerra.
4 Forma-Stato e riforme istituzionali.
5 Necessità e percorso dell’organizzazione politica di classe.
5.1 La questione sindacale.
6 Necessità di un bilancio del ‘900.

1. Dalla deriva della sinistra istituzionale alla costituente comunista

Il compimento della deriva della sinistra cosiddetta “radicale” (con la nascita della Sinistra Arcobaleno) segna la scomparsa anche formale di ogni opposizione parlamentare di classe al governo dei poteri forti del Capitalismo (Confindustria, banchieri, Vaticano, ecc.) aprendo uno scenario politico inedito. La classe dominante nel nostro paese, per affrontare la crisi di sovrapproduzione del capitalismo e la competizione internazionale, sta orientando tutto il sistema verso la blindatura di ogni spazio residuo di agibilità politica all’interno di un quadro che, potremmo definire, di “democrazia autoritaria” con la cancellazione/ridimensionamento degli ambiti della democrazia formale per come li avevamo conosciuti dal dopoguerra ad oggi.

La formazione del Partito Democratico, da parte delle forze liberiste dell’ex-Ulivo, e la nascita della “Sinistra Arcobaleno”, come patto di sopravvivenza della sinistra “radical”, segnano dei passaggi verso l’assunzione definitiva da parte di tutto l’arco istituzionale del paradigma della “governabilità” come valore assoluto per schiacciare ogni rappresentazione pubblica del conflitto sociale determinato dalla contrapposizione di interessi di classe.
A questi passaggi si accompagnano le spinte neo-corporative dei vertici confederali verso la costituzione di un interlocutore sindacale unico affidabile, che assuma in toto le priorità del mercato e dell’accumulazione capitalistica, al tavolo della concertazione con governo e padronato. Tale blindatura passa anche attraverso le politiche militari, securitarie e repressive con cui, all’esterno, si partecipa al grande risiko imperialista globale e, all’interno, si criminalizza ogni ipotesi di opposizione sociale fomentando, parallelamente, una “guerra tra poveri” istillando la percezione che le paure e le insicurezze non siano determinate dalla precarietà e dallo sfruttamento bensì dal “pericolo” dei lavoratori immigrati.
Governabilità, legalità, sicurezza e concertazione saranno gli unici punti “programmatici” considerati accettabili. Tutto ciò che non è “compatibile” con questi paradigmi imperanti sarà fuorilegge o quasi. Le conseguenze di questi fatti incontestabili le stanno scontando sulla propria pelle, innanzitutto, i movimenti di lotta che si sono espressi in questi anni e che hanno costituito un’ossatura reale dell’opposizione di massa alle politiche reazionarie del precedente governo di centro-destra. Sebbene, insieme al governo di centro-sinistra, siano entrati in crisi alcuni dei legami e dei cappi della sinistra “radical” su gran parte di questi movimenti, questi ancora stentano ad esprimere la piena consapevolezza della necessità di una propria autonomia alle compatibilità del sistema capitalistico e risultano ancora oggi troppo influenzati dalla “sindrome del governo amico” e dalle esigenze della governabilità.
Questo passaggio cruciale sarà però ancor più complicato e difficoltoso (se non impossibile) senza la conquista da parte delle componenti comuniste e di classe di un ruolo più importante all’interno del conflitto sociale e del panorama politico italiano più in generale. Anche per i comunisti nel nostro paese è venuto il momento, infatti, di riconquistare una propria autonomia politico-organizzativa e una completa indipendenza ideologica e culturale nei confronti delle compatibilità col sistema capitalistico.

Da molte parti viene visto ormai come urgente riaprire un percorso di costruzione di un Partito Comunista credibile che occupi lo spazio politico che gli compete nella lotta contro il capitalismo nel nostro paese e protagonista attivo anche sullo scenario delle contraddizioni internazionali. Tuttavia, molte delle proposte che si profilano all’orizzonte sostenute dalle attuali componenti comuniste, fuori e dentro i partiti della sinistra istituzionale, sembrano ancora troppo orientate alla sopravvivenza dei propri orticelli e poco coraggiose di fonte agli spazi che si stanno aprendo e che non possono essere “terreno di conquista” di questa o quella organizzazione esistente.
C’è bisogno di qualcosa di diverso, di aprire una fase costituente di una tendenza comunista organizzata che sappia ricomporre sul terreno della lotta e del conflitto le forze attualmente disperse e frammentate; ponendo sul terreno del confronto aperto la costruzione di un soggetto politico comunista all’altezza delle sfide del XXI secolo che contribuisca all’elaborazione di un progetto di società alternativa, socialista, non utopica, che sappia coinvolgere migliaia di persone e non solo le ristrette cerchie delle leadership delle organizzazioni attualmente esistenti.

Ci rivolgiamo, dunque, a tutti i compagni e le compagne, ai lavoratori ed ai proletari, agli intellettuali non allineati con il pensiero unico dominante, affinché partecipino alla costruzione di una nuova forza politica comunista, indipendente e alternativa al bipolarismo borghese e padronale: il Movimento per la Costituente Comunista.

2. Il Capitalismo nella competizione globale e la guerra permanente

La crisi generale del modo di produzione capitalistico, che si è aperta all'inizio degli anni ‘70, ha le sue origini nella crisi di sovrapproduzione nordamericana che chiude la fase di espansione del secondo dopoguerra amplificata politicamente dalla sconfitta in Vietnam e globalizzata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods (fine della convertibilità del dollaro in oro).
A metà degli anni ‘70 la necessità di politiche concertate a livello globale (del mondo “occidentale”) si traduce nella creazione di nuovi organismi sovranazionali (G5, poi G7 e quindi G8) e nella ristrutturazione di quelli preesistenti in funzione della crisi economica (FMI e BM) e politica (NATO).
Con l’inizio degli anni ‘80 le nuove amministrazioni dei principali paesi imperialisti (Reagan e Thatcher, ma non solo) riescono a concretizzare le controtendenze concertate a livello globale: riduzione dei salari e attacco diritti sindacali (in Italia politica dei sacrifici e svolta dell’Eur); uso di strumenti monetari (rivalutazione del dollaro) per scaricare la crisi sui paesi dell’est e del sud; concentrazione dei capitali; aumento delle spese militari in funzione del finanziamento dei nuovi settori, come l’informatica (dispiegamento dei Cruise e dei Pershing, “guerre stellari”).

Gli effetti di queste politiche (crescita abnorme del capitale finanziario, crolli delle borse, instabilità mondiale), hanno determinato, tra l’altro, la creazione di mercati e di istituti sovranazionali “regionali” (ad esempio, la UE) come elemento di mediazione tra la necessità di controtendenze globali alla crisi e le necessità dei capitali “singoli” che, dopo il processo di concentrazione, non potevano essere rappresentati politicamente solo a livello dei singoli paesi.
Con il crollo dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”, e con l’ingresso a pieno titolo nel mercato capitalistico di Cina e India, si costruisce l’opportunità di una seconda controtendenza alla crisi legata all’espansione del ciclo di sfruttamento, così come l’informatica aveva dato la possibilità di una controtendenza legata all’intensificazione dello sfruttamento.
Che questo processo non abbia risolto alcuna delle contraddizioni iniziali (crisi di sovrapproduzione, tendenza alla finanziarizzazione, tendenza alla guerra) ma che, anzi, le abbia dislocate a livello globale è sotto gli occhi di tutti.
Allo stesso tempo questo processo ha definito una nuova classe operaia globale: con la definitiva distruzione delle economie precapitaliste, e con il crollo di quelle “socialiste”, i lavoratori salariati, gli uomini e le donne direttamente sfruttati nel ciclo di produzione capitalista sono diventati la maggioranza dell’umanità.

Il capitalismo è crisi: il modo di produzione capitalistico è contraddittorio e storicamente “finito”. Le sue contraddizioni sono ineliminabili. Il capitalismo come modo di produzione è in continua disgregazione, anche se sopravvive come rapporto sociale, ma solo in un quadro contraddittorio sempre più complesso e tale da rendere impossibili soluzioni generali. Singoli capitali riescono ad accumulare a spese del proletariato, o anche di altri capitali, ma il sistema nel suo insieme è in crisi.
Non si tratta della crisi di un “modello” (quello liberista), quello che in crisi è l’essenza stessa del modo di produzione capitalistico, non una specifica ideologia padronale.

2.1 Il polo imperialista europeo

L’attività della UE investe con un’influenza decisiva e crescente su settori di importanza vitale, come la politica monetaria, il mercato del lavoro, la legislazione in materia di immigrazione... e nel prossimo futuro sulla proiezione militare (stato maggiore militare europeo, agenzia europea per gli armamenti) e sulla giustizia (Eurojust).

La nascita dell’UE risponde all’obiettivo del capitale europeo di conquistare quegli spazi lasciati vacanti dal declino del Giappone e dall’apertura dei mercati dell’Est Europeo e dei Balcani. La storia recente dell’Unione non fa che confermare questo quadro: gli accordi di Maastricht (‘93), Shengen (’96), Amsterdam (‘97) e Nizza (2000), l’unificazione monetaria portata a compimento con l’introduzione dell’Euro, la strategia di indirizzo economico definita a Lisbona nel 2002 poggiano tutte su un unico comune denominatore: consolidare e riprodurre il dominio di classe della borghesia nei confronti del proletariato europeo attraverso la precarizzazione e lo smantellamento dei diritti sociali. Il progetto di Costituzione europea, firmata dai capi di Stato e di governo a Roma nel 2004 ma non ancora entrata in vigore a seguito della sonora bocciatura nei referendum popolari svoltisi in Francia e in Olanda, si muove esattamente in questa direzione.
La Direttiva Bolkestein sui servizi e quella sugli orari di lavoro confermano questo processo: esse si prefiggono l’obiettivo di deregolamentare interamente i rapporti di lavoro, attraverso una selvaggia competizione al ribasso dei salari e l’allungamento considerevole dell’orario di lavoro settimanale. Non è un caso che gran parte di questo lavoro sia stato assegnato proprio a Romano Prodi: il presidente del consiglio uscente è stato infatti uno dei rappresentanti più affidabili del grande capitale finanziario e bancario europeo.
Sul versante internazionale, l’UE persegue l’obiettivo dell’autonomia economica e militare USA costituendosi a sua volta come polo imperialista. Il ruolo da essa assunto nella spartizione del bottino in ex- Jugoslavia successivo all’aggressione Nato del ’99, che ha visto l’Italia in prima fila, la definizione di una politica repressiva comune attraverso la cosiddetta “Black List”, le numerose attività militari rese operative all’estero, la creazione di uno stato maggiore militare europeo e di un’agenzia europea per gli armamenti e il sostegno all’industria militare dimostrano chiaramente la natura dell’UE quale nuova frontiera imperialista di sfruttamento delle classi subalterne e oppressione dei popoli dei paesi dipendenti.
La stessa partecipazione di Paesi membri dell’UE alle imprese militari americane, come nel caso delle aggressioni tuttora in corso ad Iraq e Afghanistan non rappresenta, come potrebbe sembrare, un atto di “asservimento”; al contrario, essa risponde all’esigenza degli europei di compartecipare alla spartizione del bottino, per affermare, passo dopo passo, un peso politico-economico-militare sempre maggiore. Risulta quindi chiaro come l’UE non possa in alcun modo essere vista dalle classi sfruttate come un interlocutore, ne tanto meno come un possibile alleato.
Attribuire all’Europa il ruolo di contrappeso democratico (la cosiddetta “Europa Sociale”) allo strapotere Usa è del tutto illusorio e alla fine dei conti serve soltanto ai burocrati della sinistra istituzionale per giustificare le loro scelte opportuniste.
A fronte di un livello già così profondo di “integrazione reale”, troviamo una scarsa consapevolezza che spesso alimenta concezioni e pratiche localistiche e, quindi, una sottomissione all’iniziativa politica, economica (e repressiva) stabilita e diretta sul piano continentale. E’ necessario lavorare affinché i comunisti si organizzino a livello internazionale e assumano anche questo nuovo contesto europeo come dimensione della propria azione politica.
Nella sua formazione economica sovranazionale, il capitale italiano ha dislocato parte della sua produzione nelle periferie dell’est e del sud del mondo. Allo stesso tempo ha richiamato in Italia forza lavoro da quelle aree.
Le condizioni di vita, i salari, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici “italiani” sono sempre più legati a quelli dei lavoratori “stranieri” e parte del territorio italiano sta diventando “periferia” paragonabile a quelle dell’est e del sud.
E’ necessario, quindi, affiancare alla difesa del lavoro immigrato la costruzione di collegamenti politici con i lavoratori delle fabbriche globalizzate, a partire dai paesi della periferia europea.

Dalla resistenza di Cuba e dalla rivoluzione bolivariana, fino all’eroica lotta dei combattenti iracheni e palestinesi, dal lontanissimo Nepal e dal cuore dell’Europa (Euskadi), l’imperialismo ed suoi complici ricevono ogni giorno esempi di dignità e progettualità: è dentro queste lotte che il sacrificio di milioni di uomini e di donne indica la prospettiva di un’alternativa, di un altro mondo possibile, necessario e socialista.
I Comunisti sostengono ogni lotta di liberazione antimperialista ed anticolonialista, a partire dalle resistenze alle occupazioni in cui viene direttamente coinvolta la “nostra” borghesia come in Afghanistan, in Iraq, in Libano e in Kosovo; e laddove i popoli resistono all’arroganza imperialista come in Palestina ed in Colombia, impegnandosi nel rafforzamento delle componenti marxiste e di liberazione sociale all’interno dei movimenti di resistenza.

2.2 Attività produttiva capitalistica nella crisi energetico-ambientale

Il sistema di produzione capitalistico si basa sul paradigma della crescita infinita a fronte di un sistema terra finito.
Per ragioni scientifiche tale sviluppo è incompatibile sia con le risorse energetiche non rinnovabili, di cui è oggi estremamente dipendente, sia con la conservazione degli ecosistemi terrestri. Ai ritmi attuali, il sistema capitalistico sta portando inevitabilmente delle conseguenze disastrose per il nostro pianeta. Il consumo sfrenato delle risorse energetiche non rinnovabili, infatti, e la conseguente immissione di gas serra durevoli (forcing radiativo) hanno incrementato o indotto una serie di sconvolgimenti noti sotto il nome di cambiamenti climatici: aumento delle temperature medie con conseguenti trasgressioni marine, desertificazione, sconvolgimento dei cicli idrogeologici, diffusione di malattie infettive e cardio-respiratorie, ecc.
Risulta quanto mai importante quindi analizzare come il sistema capitalistico stesso ha risposto o risponderà ad un tale scenario che qualcuno minimizza ciecamente come catastrofista. Il capitale deve far fronte quindi oltre all’intrinseca crisi di sovrapproduzione anche ai suoi limiti strutturali di crescita (totale dipendenza da risorse finite) e agli sconvolgimenti ambientali da lui stesso indotti. Questi stanno incrementando delle differenze di classe, in termini sia di sostanziale peggioramento delle condizioni sociali nei paesi a capitalismo avanzato che di sfruttamento incondizionato nel Sud del mondo. I capitalisti anche di fronte ad una futura crisi ambientale globale troveranno sempre un rimedio sulle spalle dei lavoratori per mantenere i loro privilegi di classe anche a spese delle condizioni di vita di milioni di persone.
L’ambientalismo capitalista (conosciuto anche come sviluppo sostenibile) è una corrente di pensiero oggi sempre più influente, ma falsa e priva di fondamento scientifico. Si basa sull’idea che capitalismo e ambiente possano trovare una strada comune che soddisfi entrambe le esigenze: produrre merci senza limiti e non inquinare. L’unica alternativa, invece, è una rivoluzione sociale che con lo sviluppo di un’economia pianificata mondiale non faccia del profitto il suo scopo e riesca ad essere compatibile con l’ambiente perché capace di regolare la produzione in funzione delle reali necessità della società umana, con controllo pubblico e partecipato, eliminando sprechi e sovrapproduzione.

2.3 Composizione di classe e conflitto capitale-lavoro

Dentro una tendenza di crisi internazionale strutturale che dura da almeno un trentennio, il sistema economico italiano è entrato negli ultimi anni in una fase di recessione acuta, con rilevanti saggi di decremento produttivo e degli investimenti.
Almeno dal 1975 siamo di fronte una forte riorganizzazione di tutta l’economia capitalistica italiana con una riduzione delle imprese e dei settori legati esclusivamente al mercato interno; la nascita di nuove concentrazioni produttive, bancarie e finanziarie; l’innalzamento del livello tecnologico con una selezione degli investimenti a vantaggio di alcune imprese (soprattutto legate alla produzione bellica), zone (quelle investite dai famosi “corridoi energetici”) e settori (edilizia, “grandi opere”, distribuzione e servizi, soprattutto nel settore delle TLC) a svantaggio di altri.
Questa ristrutturazione sta avvenendo attraverso la delocalizzazione degli impianti ed esternalizzazione delle singole fasi della filiera produttiva estendendo, su scala nazionale ed internazionale, il sistema dei “distretti industriali” e dei “poli produttivi”. Tutto questo, all’interno di un progetto più generale di progressiva integrazione internazionale del capitale, a livello europeo e mondiale, per rendere più competitivo e aggressivo il capitalismo italiano attraverso un forte aumento dello sfruttamento del lavoro, garantito oggi dalla flessibilità e dalla precarizzazione. La politica economica dei governi di centro-destra e di centro-sinistra, con il determinante ausilio della Banca d’Italia, ha contribuito ad affermare le tendenze qui sopra sintetizzate e il loro peso. L’accelerazione delle concentrazioni nel credito; le privatizzazioni e aziendalizzazioni delle imprese statali; i tagli alla spesa pubblica; i crediti agevolati e i tagli d’imposta concessi all'industria, all'edilizia e ai servizi; le leggi sulla cessione di ramo d’azienda e altre misure (Pacchetto Treu, Legge 30, Protocollo sul Welfare) ne rappresentano la manifestazione.

Attraverso queste politiche si è espressa una direzione capitalistica dell'economia che può essere così sintetizzata:
a) Compressione dei costi che il capitale deve sostenere in momenti critici, sostegno alla politica di incentivazione del saggio di profitto e scaricamento dei costi sui lavoratori (intensificazione dello sfruttamento).
b) Una politica “neo-corporativa” che, attraverso la concertazione, coinvolga i sindacati confederali nella cogestione dei processi di ristrutturazione dell'economia nazionale e nella loro integrazione piena nell’apparato statale, svolgendo ruoli di controllo sociale che prima erano competenza dei partiti tradizionali.
Questa tendenza produce anche una radicale trasformazione della composizione della forza-lavoro e dei rapporti di forza tra le classi (determinata ovviamente anche da fattori politici).
Se è vero che gli occupati nelle grandi imprese industriali stanno diminuendo al ritmo di circa 25.000 all’anno, nello stesso tempo, attraverso la delocalizzazione e la esternalizzazione di parte dei processi lavorativi, la quantità di manodopera impiegata nelle mansioni operaie è maggiore di quanto lo fosse nel 1968. In questo trend va letto il dato che i lavoratori dei servizi (per lo più all’impresa) oggi rappresentano i 2/3 della forza lavoro attiva, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, delle imprese d’appalto (cooperative e non), dei trasporti e della grande distribuzione e logistica.

Dentro questo contesto di “crisi e ristrutturazioni”, con un ciclo di accumulazione flessibile e di valorizzazione ipervelocizzato, è stato concentrato l’attacco contro tutte le forme di garanzie, diritti, contratti e la precarizzazione massiccia del lavoro spezzettato in migliaia di figure apparentemente distinte tra loro: co.co.pro. e LAP, somministrati, a tempo determinato, in apprendistato, soci di cooperativa, affiliati in partecipazione, sono le forme giuridiche in cui si manifesta la condizione di insicurezza e di supersfruttamento dei proletari e delle proletarie oggi accanto alle figure operaie “tradizionali”. Milioni di lavoratori ai quali vanno aggiunti quelli dell’immigrazione impiegati, in condizioni spesso di semi-schiavitù, nell’edilizia, nell’industria, nel commercio e nel lavoro domestico. Last but not least, la condizione femminile assume rinnovata centralità, stretta fra la discriminazione lavorativa e salariale da una parte e la sua funzione di “riproduttrice” e cura della merce forza-lavoro, in questo caricata di funzioni e compiti a cui un welfare state sempre più dimesso ha abdicato da tempo.
Questo è il sintetico quadro di una classe sfruttata dal medesimo ingranaggio produttivo del sistema capitalista, ma scomposta e incosciente di avere interessi economici e politici comuni.

3. Movimenti e blocchi sociali

Negli ultimi anni (soprattutto da Genova in poi) si è alimentato un dibattito fittizio (prevalentemente in Rifondazione e nelle realtà sociali impegnate contro la globalizzazione e la guerra) sul ruolo dei movimenti e di un partito comunista, e del rapporto che deve intercorrere. Fittizio un dibattito che riproduceva schematicamente alcune tesi del Novecento in ambito marxista o post marxista. Quindi niente di nuovo sotto il cielo, anzi riproposizione di tesi già note ripulite e riadattate. Soprattutto, il PRC ha utilizzato la propria internità ai movimenti per avvicinarsi ad una cultura lontana mille miglia da quella comunista, con l’assunzione della non-violenza come principio assoluto della lotta politica, con l’intenzione di prendere le distanze in maniera netta dalle esperienze rivoluzionarie degli anni ‘70 e non solo, ma incrinando le fondamenta storico-culturali della stessa Resistenza, favorendo così il revisionismo storico e negando di fatto l’idea stessa di rivoluzione e di trasformazione della società divisa in classi.
In assenza di un bilancio della esperienza storica e politica dei comunisti nel Novecento, i vari ismi si sono scatenati e non sono mancati i soliti opportunismi su tutti i fronti, dal PRC ai settori di movimento che hanno abbandonato il conflitto sociale ripiegando in alleanze elettorali e governative, oppure scegliendo una spettacolarizzazione della politica che poco o niente ha da spartire con il conflitto sociale.
Anche chi ha optato per la centralità della forma organizzativa partito, spesso ha riprodotto uno schema vuoto perché la forma partito privata di elementi conflittuali e di un progetto di trasformazione della società diventa subalternità e di fatto supina accettazione, e non trasformazione, dell'esistente. Lo stesso proliferare di minuscoli “partitini” senza radicamento sociale diventa controproducente, in quanto la maggior parte di questi appaiono più come conventicole settarie piuttosto che organizzazioni della classe operaia e dei lavoratori.

Per evitare di autoproclamarci partito senza che ce ne siano le condizioni, occorre dunque intraprendere una disanima storico-teorica che permetta di trarre un bilancio sereno, ma critico, verso la centralità di una forma partito che si prefigga l’unico o prevalente obiettivo delle alleanze e competizioni elettorali, non presenta alcun carattere di massa e sacrifica il radicamento sociale in nome di elementi esclusivamente identitari, non opera per la trasformazione della società e per la organizzazione del conflitto nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università.

Da parte nostra crediamo che i compiti dei comunisti siano ben altri.

3.1 Il rapporto con i movimenti

I movimenti sono quelli che nascono su istanze sociali, con una caratterizzazione – spesso trasversale alle classi - di mobilitazione e di intervento diretti da parte delle popolazioni o dei lavoratori, su argomenti ed obiettivi particolari, parziali e specifici come la difesa dell’ambiente, contro la militarizzazione dei territori o contro alcune leggi e accordi sui quali si determinano opposizione e mobilitazione: alcuni esempi possono essere le mobilitazioni sulla scala mobile, o contro il Protocollo del 23 luglio sul Welfare, o per i rinnovi contrattuali, o ancora contro il TAV, contro la nuova base militare di Vicenza, contro discariche ed inceneritori in Campania.
In questi movimenti i comunisti devono operare come soggettività coscienti e consapevoli nell’ottica della crescita dei movimenti stessi e di una coscienza di classe più avanzata.
I movimenti sono ambiti nei quali si costruiscono rapporti sociali e relazioni di massa nuove, improntate alla fiducia nell’azione collettiva come mezzo per l’affermazione dei propri interessi: è dunque necessario che una organizzazione comunista sappia intervenire nelle istanze di movimento senza atteggiamento subalterno, ma neppure con la presunzione di dettare la linea o la velleità di rinchiuderle dentro sigle e siglette.

La capacità egemonica dei comunisti dovrà passare attraverso la capacità di influire e collaborare nei vari settori associativi, sociali, politico-sindacali in cui sono organizzati spezzoni di classe, e incidere negli orientamenti attraverso la promozione di battaglie, piattaforme, obiettivi che determinino l’autonomia dei movimenti stessi, mantenendo aperta la prospettiva anticapitalista nella dinamica di massa, senza cadere nella subalternità alle istituzioni; per questo è più che mai necessaria una seria analisi dell’attuale fase del capitalismo, e di proposte politiche e pratiche conflittuali che sappiano intercettare le reali esigenze delle classi popolari; i comunisti devono saper indicare obiettivi concreti, che permettano di individuare e definire di volta in volta le prospettive per una lotta che non si esaurisca con l’esaurirsi delle spinte dei movimenti stessi, e che soprattutto consenta di definire blocchi politico-sociali che non vivano solamente di alleanze politiciste, ma che abbiano radici negli interessi materiali del moderno proletariato e delle classi popolari, subalterne e sfruttate.
Per far crescere il conflitto sociale, espressione concreta della lotta di classe, i comunisti devono saper superare la tendenza alla retorica e alla semplice ripetizione delle proprie categorie: i comunisti non sono dogmatici esegeti dei testi del marxismo, ma uomini e donne che operano collettivamente nella prospettiva di cambiare lo stato delle cose presenti.

Il marxismo deve essere riattualizzate giorno per giorno attraverso la prova dell’applicazione alla realtà, e nella battaglia politico-pratica si misura la correttezza teorica ed ideologica. Solo attraverso il confronto serrato con la realtà materiale è possibile individuare gli elementi più efficaci e vivi del marxismo, a maggior ragione nel rapporto con i movimenti è necessario non intervenire con astrattezza teorica, ma con proposte che facciano emergere le ragioni dei comunisti attraverso il perseguimento ed il raggiungimento, almeno parziale, di obiettivi di fase.
Una organizzazione comunista deve saper stare nei movimenti e nei luoghi del conflitto in modo da alimentare i movimenti che esprimono conflitto sociale, come espressione cosciente della lotta di classe: i movimenti così intesi sono la premessa e la condizione, necessaria ma non sufficiente, per sviluppare un rovesciamento dello stato delle cose presenti.

A questo scopo, i comunisti debbono sviluppare un programma di intervento e di priorità, all’interno di un progetto che restituisca ai comunisti credibilità e radicamento sociale, chiarezza nei programmi e obiettivi concreti da raggiungere.

3.2 Quali movimenti e che dialettica

Non tutti i movimenti hanno le stesse caratteristiche: vi sono movimenti dei lavoratori con caratteristiche fortemente classiste, ma non rivoluzionarie; movimenti di carattere popolare, come quelli per la difesa ambientale di territori da distruzione industriale o cementificazione edilizia; movimenti per l’autodeterminazione, come quelli delle donne, o per i diritti civili, come quelli degli omosessuali.

Dalla nascita del movimento chiamato No Global, abbiamo imparato a costruire obiettivi comuni e condivisi, pur appartenendo a percorsi diversi e partendo da esperienze e culture diverse. Per i comunisti, questo movimento presentava limiti piuttosto evidenti nel momento in cui non poneva come obiettivo quello della costruzione di un’alternativa di potere, ma delineava in maniera vaga e sfumata l’orizzonte di una altro mondo possibile, in contrapposizione al neoliberismo che governa la globalizzazione.
L’assenza di una critica più precisa e puntuale al sistema dell’imperialismo globalizzato rendeva questo movimento spesso evanescente e dai contorni sfumati; la stessa forma movimentista ha finito spesso con il perdere ogni connotato di massa, per ripiegare sul business del terzo settore (un esempio per tutti: le cooperative rappresentano una punta avanzata della dinamica dello sfruttamento della forza lavoro, con “operatori” in condizione semi-servile senza salari adeguati alle mansioni e senza diritti sindacali), oppure rinchiudendosi dentro luoghi apparentemente liberati che alla fine assumono più le sembianze di un ghetto chiuso ed autoreferenziale che di istanze antagoniste, o infine appoggiando in maniera lobbistica e strumentale forze politiche istituzionali e governative nelle amministrazioni locali, regionali e che oggi sono al governo con il centrosinistra, con risultati ben miseri dal punto di vista di una politica antiliberista.

Il movimento No Global ha sicuramente avuto, nel suo periodo di ascesa, il merito di evidenziare le conseguenze nefaste della globalizzazione capitalistica sui popoli oppressi e sull’ambiente, e ha consentito a molti sinceri anticapitalisti di costruire obiettivi comuni e condivisi, pur appartenendo a percorsi diversi e partendo da esperienze e culture diverse.
Di questo movimento oggi non rimane molto, al di là dell’opportunismo di ceti politici che nel giro di qualche anno si sono riciclati in tutte le forme possibili e immaginabili (cariche istituzionali nazionali e locali, business dell’associazionismo e del terzo settore, consulenze, ecc.), e ciò sempre al fine di salvaguardare o conquistare spazi di potere presso le istituzioni borghesi. L’incapacità del movimento No global in Italia ed in Europa di individuare come contraddizione centrale quella dello sfruttamento del lavoro salariato, l’assenza di obiettivi chiari e finalizzati alla costruzione di un’alternativa di potere, l’orizzonte vago e sfumato di un altro mondo possibile, l’assenza di una critica più precisa e puntuale al sistema dell’imperialismo, la scarsa attenzione alle lotte territoriali e la conseguente assenza dei proletari organizzati alle scadenze di movimento, ha portato l’esperienza dei no global e dei social forum ad avvilupparsi su se stessa e quindi ad esaurirsi in tempi brevi. Contemporaneamente, e a partire dal biennio 2002-2003, abbiamo tuttavia assistito ad una ripresa esponenziale del protagonismo e della conflittualità, sia sui luoghi di lavoro sia a livello territoriale.

3.3 Il ritorno in campo della classe operaia

La lotta degli operai Fiat a Termini Imerese, gli scioperi ad oltranza degli autoferrotranvieri partiti a Milano e poi estesisi in tutta Italia, la straordinaria mobilitazione dei lavoratori di Melfi nella primavera del 2004, la lotta dei dipendenti dell’Alitalia, le innumerevoli mobilitazioni sui luoghi di lavoro contro lo scippo del TFR, le mobilitazioni dei metalmeccanici sui contratti e gli scioperi contro il protocollo sul welfare siglato dal governo Prodi rappresentano la cartina di tornasole di un nuovo protagonismo operaio, finanche in presenza dei “governi amici” di centrosinistra.
Il riflusso e la rassegnazione degli ultimi anni non sono ancora alle nostre spalle, ma sono chiari i segnali di un “disgelo”.

3.4 Lotta alla precarietà

La precarietà non rappresenta una nuova categoria, ne determina una nuova classe sociale: essa non è altro che la forma attuale dello sfruttamento salariato, la quale ci rimanda agli albori del capitalismo. Nessuna novità epocale, quindi, come vorrebbe far credere qualche sociologo “progressista”.

Una trafila di provvedimenti legislativi compiuta da tutti i governi europei nel corso degli anni ‘90 con la connivenza delle burocrazie sindacali (in Italia Cgil- Cisl- Uil) ha fatto si che i rapporti di lavoro precari divenissero norma. La precarizzazione del lavoro, unita alla crisi, porta alla proletarizzazione di fette sempre più larghe del lavoro dipendente: la diffusione dei contratti atipici nel pubblico impiego ne è la testimonianza più diretta.
La vera novità della nostra epoca non è rappresentata dall’esistenza in sé del precariato, ma dall’irrompere della lotta di classe nei luoghi della precarietà: le mobilitazioni dei dipendenti dei call-center in numerose parti d’Italia (su tutte l’esperienza emblematica di Atesia a Roma), e la diffusione di vertenze tra i cosiddetti “atipici” rappresentano la smentita più clamorosa di chi si è lasciato ammaliare dalle tesi “suggestive” di Rifkin e Revelli sulla fine del lavoro salariato e l'estinzione della classe operaia.

Nel movimento si parla troppo di precarietà senza una reale cognizione di causa: il precario diviene spesso un feticcio nel nome del quale giustificare scelte e pratiche opportunistiche. Ecco così che si contrappone il mito del precario allegro, gioioso e spensierato all’operaio “novecentesco, quindi superato”; si oppone l’idea delle moltitudini in movimento alla tanto vetusta e deprecata lotta di classe, si rifiutano in maniera altezzosa gli scioperi come strumento di conflitto, preferendogli i meeting e le street parade senza porsi il problema se, al di là delle capacità di “aggregazione”, queste forme di manifestazione siano riuscite mai ad abrogare alcuna legge ingiusta, di vincere una vertenza o fermare un solo licenziamento!
I fatti di questi anni ci dicono che le forme di organizzazione “classiche” del conflitto, anche tenendo presente le differenti specificità e alcune novità, si sono dimostrate spesso ancora le uniche che pagano: come comunisti ed avanguardie dobbiamo far crescere e prevalere questa consapevolezza, affondando invece il problema reale di aggiornare le nostre modalità di intervento, tenendo conto delle nuove forme di sfruttamento e di composizione di classe.

3.5 Territorio e sfruttamento

A partire dalla lotta del popolo di Scanzano nel 2003 contro il tentativo di trasformare la Basilicata in un enorme deposito di scorie tossiche, ha preso sempre più vigore nel nostro paese la mobilitazione in difesa dell’ambiente, contro le nocività e contro le cosiddette “grandi opere”. La lotta contro il ponte sullo stretto di Messina, la grande mobilitazione del popolo dei No Tav lo scorso anno, la miriade di lotte e vertenze contro i termovalorizzatori, turbogas e per la difesa dei beni pubblici e dell’acqua in particolare, rappresenta una novità importante e al tempo stesso un terreno prezioso di intervento e di investimento politico col quale i comunisti devono necessariamente fare i conti.
La stessa emergenza-rifiuti, riesplosa a Napoli e in Campania in maniera drammatica e che ha portato un’intera Regione ad essere sepolta da centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura, è lo specchio di una crisi che non può essere ridotta a qualche errore o qualche inefficienza di questa o quella maggioranza di governo.
Gli esiti delle inchieste giudiziarie di questi giorni hanno portato alla luce come questa situazione fosse prodotta e alimentata ad hoc da una fitta ragnatela di interessi economico-affaristici che unificano in un’unica associazione a delinquere governi nazionali e locali, speculatori privati e malavita organizzata. Questa è la riprova evidente di un collasso sistemico del sistema capitalistico, che nel nome del profitto e degli utili (sia privati che pubblici) è capace di minare e travolgere finanche il diritto alla vita e alla salute delle popolazioni.
Queste crisi ambientali ci dimostrano dunque quanto sia attuale la critica marxiana del sistema di produzione capitalistico, e di come esso sia veicolo di sfruttamento non solo dell’uomo sull’uomo, ma anche dell’uomo (ovvero della borghesia e dei suoi comitati d’affari) sulla natura.

La nostra presenza nel movimento è dunque legata anche all’analisi che dobbiamo intraprendere degli obiettivi e delle piattaforme, nonché delle forme di lotta stesse: abbiamo il compito di individuare le priorità della nostra azione, e soprattutto la visione complessiva ed organica che la nostra lettura della realtà, a partire dalla contraddizione capitale/lavoro e dalla guerra permanente come elemento organico della fase imperialistica attuale, ci consente di definire. In ogni caso, nelle mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei pensionati e degli studenti, è necessario insistere nella prospettiva di un programma anticapitalista, che permetta di individuare obiettivi più radicali rispetto a quelli esclusivamente rivendicativi. Saper coniugare questa prospettiva con la necessità di costruire comunque percorsi e mobilitazioni per obiettivi concreti, parziali, di per sé sindacal-riformisti, è la scommessa che siamo chiamati a fare come comunisti del XXI secolo, evitando la caricaturale ripetizione di formule magiche in cui categorie teoriche non rielaborate perdono forza ed efficacia teorico-politica.

3.6 La questione meridionale oggi

Le lotte di questi anni, a Scanzano, a Melfi, a Locri, dalle manifestazioni contro il Ponte sullo Stretto a quelle contro l’inceneritore di Gioia Tauro, i movimenti dei disoccupati e degli sfrattati a Napoli, i blocchi contro le discariche a Pianura e in tutta la provincia di Napoli, le manifestazioni spontanee degli studenti a Vibo Valentia contro la sanità malata, sono la riprova di come il nostro paese sia ancora attraversato da un profondo dualismo fra un Nord evoluto e un Sud immerso nella miseria e nel sottosviluppo. Locri, attraversata da una sola strada e due binari, è un esempio calzante. Ma essa è solo la punta dell’iceberg.
Il territorio meridionale è stato, per anni, depauperato dai continui flussi migratori cui i giovani sono obbligati per trovare una più decente occupazione al nord. Oggi non è diverso. I dati dell’Istituto Svimez, specializzato sulle tematiche del Mezzogiorno, ci dicono che nel 2002 i nuovi emigranti dal Meridione sono stati 180 mila e oltre 200 mila nel 2003. Il fenomeno riguarda oggi giovani, magari diplomati e laureati, ed i nuovi disoccupati, lavoratori espulsi dal ciclo produttivo con le ristrutturazioni degli ultimi venti anni. Il meridione è, in sostanza, ridotto a semplice serbatoio di manovalanza, anche elettorale, per i ceti dirigenti. In alcune regioni la disoccupazione giovanile raggiunge cifre da capogiro (con punte del 60% in Campania e Calabria). A nulla sono serviti i vari piani di sviluppo territoriali, o i contratti d’area, in quanto i fondi stanziati o non sono mai stati utilizzati dalla classe politica locale, e quindi nel tempo sono andati persi, oppure sono divenuti preda dei poteri mafiosi. I poteri mafiosi rappresentano una piaga del territorio meridionale: esse opprimono e violentano la cultura di interi territori, in complicità con le forze politiche, degli apparati dello Stato e talvolta della massoneria. La criminalità organizzata vive all’ombra dello stato e si sostituisce ad esso offrendo “soluzioni immediate” alle emergenze che lo Stato non sa e non vuole risolvere. La disoccupazione diviene prima fonte del sostentamento mafioso e del suo radicamento sul territorio.
I governi nazionali e locali, attraverso il ridimensionamento dell’apparato industriale e del peso della classe operaia hanno prodotto un’ulteriore disarticolazione del tessuto sociale e favorito i nuovi disegni del capitale affaristico.
L’obiettivo evidente del padronato e delle politiche governative è l’accentuazione del doppio “regime salariale” tra Nord e Sud del Paese.

A tutto ciò bisogna contrapporre la necessità di piani di sviluppo basati sul rilancio del lavoro e sul sostegno a quei cittadini e quei lavoratori che hanno il coraggio di ribellarsi al potere e alle speculazioni mafiose. E’ evidente che ovunque ci sarà clientelismo, raccomandazioni, minacce, ricatti, lavoro nero, la criminalità organizzata troverà terreno fertile.
A chi continua a raccontare la favola secondo cui il Sud si risolleverebbe con il turismo o con le grandi opere come il Ponte sullo Stretto (che il prossimo governo porterà ugualmente avanti) bisogna rispondere che le popolazioni meridionali hanno bisogno di tutt’altro; vi è bisogno di infrastrutture primarie, quali strade, ospedali, autostrade e ferrovie; va rilanciato il diritto allo studio, per combattere la dispersione scolastica nell’età dell’infanzia e la fuga degli studenti universitari verso il Nord; infine, la lotta per un lavoro ed un salario dignitosi al fine di sottrarre milioni di giovani al ricatto del lavoro nero e della precarietà.
Le lotte delle popolazioni meridionali richiamano la necessità di organizzare comitati di lotta e di controllo popolare, con la partecipazione di lavoratori, disoccupati, precari, immigrati e studenti, al fine di imporre scelte occupazionali, di uso del territorio, di qualità della vita, in netta controtendenza con quelle dominanti.

Come movimento comunista dobbiamo lavorare alla costruzione di una alleanza tra i proletari del nord e quelli sud: tale obiettivo ha un valore strategico, poiché è condizione essenziale per portare sul piano nazionale ogni lotta o vertenza regionale o locale e superare il localismo. La questione meridionale è oggi più che mai una questione nazionale. Dunque solo con la ripresa di un conflitto nazionale sarà possibile incidere con maggior forza sul blocco liberale borghese e padronale responsabile del sottosviluppo del Sud, e avviare il riscatto sociale del meridione.

3.7 Lavoro e guerra

In questo senso, come comunisti dobbiamo privilegiare nell’immediato due campi di intervento nei movimenti: quello relativo alle questioni del lavoro (salario, occupazione, precariato, pensioni) e quello determinante della guerra imperialista.
Nei movimenti sulle questioni sociali, sindacali, rivendicative, vanno evidenziate le posizioni più avanzate dei settori di classe, valorizzate e sostenute perché si affermino come posizioni condivise.
In questo senso, la costruzione di alleanze di lotta con il sindacalismo di base, con i settori critici della CGIL, con i lavoratori autorganizzati è determinante, ma non sufficiente: i comunisti debbono far avanzare le lotte con gli obiettivi più avanzati, evitando al contempo di limitare il proprio orizzonte alle rivendicazioni, seppur radicali, di carattere sindacale.
Rispetto al movimento contro la guerra, condividere piattaforme chiare e nette contro le missioni militari all’estero, contro le basi militari USA/NATO, contro le spese militari e il sistema della guerra permanente è assolutamente necessario, e al contempo dobbiamo avere la capacità di sviluppare la lettura del quadro internazionale imperialistico utilizzando e riattualizzando le categorie del marxismo rivoluzionario. La posizione dei comunisti nel movimento contro la guerra dovrà dunque essere di adesione e di proposta: aderire alle piattaforme e alle mobilitazioni con obiettivi chiari contro la guerra imperialista (anche nelle forme delle missioni di peace keeping), sviluppare proposte di opposizione sociale e politica ai processi di militarizzazione del territorio, della società, della cultura e contro le spese militari.
Ovviamente, bisogna rilanciare le campagne per il ritiro delle truppe dai fronti di guerra, Afghanistan e Libano inclusi, e di solidarietà militante con i popoli oppressi dall’imperialismo, a cominciare dai popoli palestinese ed iracheno.
Sarebbe opportuno iniziare anche una riflessione-analisi sulla situazione dell’America Latina, a partire dal Venezuela.

4. Forma-Stato e riforme istituzionali

Lo Stato è la forma del dominio di una classe sociale sulle altre e noi comunisti, puntando al superamento della divisione in classi della società, non possiamo che avere come obiettivo storico il superamento dello Stato stesso. Tuttavia siamo altresì convinti che tale scopo non si possa realizzare per decreto. Bisogna perciò mirare, come obiettivo intermedio e preliminare, al superamento del parlamentarismo quale forma più “adeguata” del dominio borghese.
Tali obiettivi storici non ci debbono però distogliere dall’analisi e dalla battaglia politica immediata in un contesto dominato dal capitalismo.

Se lo Stato nell’accezione marxista rappresenta il comitato di affari della borghesia, il processo di ridefinizione delle funzioni istituzionali - avviato sin dagli anni ‘80 e in un contesto di accresciuta concorrenza interimperialista - ha portato ad una dialettica più complessa tra Stati-nazione e organismi sovranazionali e sovrastatuali. Oggi le grandi tendenze di politica economica e miliare vengono decise dalle potenze imperialiste e mediate in organismi sovranazionali e sovrastuatali non elettivi sotto forme di strategie complessive. Le linee politiche di fondo vengono concordate in sede di Commissione Europea, OCSE e FMI, quelle monetarie nella Banca Centrale Europea e BM, quelle militari in sede NATO, quelle commerciali nel WTO; mentre le politiche industriali e culturali sono decise nei consigli di amministrazione delle grandi imprese transnazionali.
L’accentuazione del ruolo di questi organismi strategici di mediazione, tuttavia, non elimina affatto la sovranità nazionale e le contraddizioni tra le potenze anche all’interno di un medesimo polo imperialista.
Dimostrazione lo sono l’accentuarsi delle guerre commerciali tra potenze e imprese transnazionali sui mercati mondiali, le crescenti contraddizioni tra le strategie politico-militari anglo-americane e quelle delle maggiori potenze imperialiste europee nella conquista e spartizione delle aree di influenza (egemonismo unilateralista USA versus multilateralismo europeo), le contraddizioni all’interno dello stesso polo europeo sui processi unitari (vedi rallentamento del varo della costituzione europea), ecc.
Sul piano nazionale, inoltre, se le linee strategiche politico-economiche di fondo sono stabilite in organismi sovranazionali non eletti, queste però devono essere attuate “contestualizzandole” in ogni singolo paese capitalista da parte dei Parlamenti e delle classi dominanti. L’attuazione di queste linee, oltretutto, si è dimostrata tutt’altro che “immediata e automatica” per la resistenza delle classi lavoratrici alle controriforme su pensioni, privatizzazione dei servizi e flessibilizzazione dei salari (solo per fare degli esempi) come dimostrano i recenti scioperi e mobilitazioni in paesi come Francia, Germania e soprattutto Grecia.
Ecco che allora i parlamenti e gli organismi di dominio borghesi “nazionali” (eletti e non) dimostrano ancora tutto il loro peso per garantire comunque la stabilità delle strategie politiche di fondo e la garanzia del mantenimento di un alto livello di profitti per le imprese capitalistiche (competitività).
Ed è proprio in questa direzione che nel nostro paese, ad esempio, si parla di riforme elettorali e costituzionali; per cancellare ogni residuo “laccio e lacciuolo” democratico alla volontà della classe dominante italiana di decidere liberamente - e senza grosse opposizioni - delle sorti di milioni di persone.
La riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra, ha già delineato l’assetto federalista della Repubblica e ridisegnato le competenze riguardo aspetti fondamentali della vita sociale. Non è ancora arrivata a compimento, invece, la riscrittura definitiva delle regole istituzionali, in relazione al rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, al conseguente svuotamento della democrazia parlamentare e all’adozione di una legge elettorale che, escludendo dalla rappresentanza le forze politiche alternative, garantisca la costruzione di un sistema che ricalca sostanzialmente il Piano di Rinascita Nazionale a suo tempo propugnato dalla Loggia P2 di Licio Gelli.

La deriva securitaria e autoritaria, ormai parte costituente di entrambi gli schieramenti maggioritari, accompagna il processo di ridefinizione degli assetti statuali, anche funzionalmente alla necessità di proiezione militare della partecipazione italiana alle nuove avventure dell’imperialismo e del neocolonialismo; è all’interno di questo processo che va compreso anche il crescente ruolo dell’esercito professionale e delle forze armate nella vita del Paese. L’assunzione esplicita, da parte del Partito Democratico, di temi razzisti e classisti un tempo appannaggio esclusivo dell’estrema destra, risponde alla duplice esigenza di sintonizzarsi sul senso comune di settori popolari imbarbariti, da un lato, e dall’altro di trasferire l’attenzione dai problemi reali e di classe su altri terreni, non solo innocui per gli interessi dei poteri forti, ma funzionali al disegno di una società scomposta, dove lo scontro fra le classi si sposti all’interno di una sola classe - il proletariato - contrapponendo lavoratori immigrati a lavoratori italiani.
E’ necessario, dunque, contrastare con ogni mezzo necessario il restringimento degli spazi di libertà e di democrazia, che sono gli spazi di agibilità del conflitto sociale, intervenendo a tutto campo per la salvaguardia dei diritti civili, sociali e della rappresentanza democratica, promuovendo e sostenendo tutte le iniziative in controtendenza, denunciando il maggioritario ed il bipolarismo (anche nella variante bipartitica) come il volto attuale del totalitarismo democratico del Capitale e difendendo, in questa fase, un ritorno al sistema elettorale proporzionale puro, i valori democratici ed antifascisti della Resistenza e le conquiste storiche del movimento operaio.

Questa complessa dialettica tra potere degli organismi sovranazionali e gli esecutivi nazionali obbliga oggi il Movimento per la Costituente Comunista a riflettere ed intervenire:
• sul senso di lotte politiche e sindacali articolate sul solo livello locale o nazionale;
• sulla necessità di definire una strategia politica in grado di impattare i plessi reali dell’attuale dominio borghese e di farsi carico del sostegno di livelli di scontro sufficientemente articolati;
• sul ruolo effettivo che rivestono, in questa difficilissima cornice istituzionale, le varie tribune cui potrebbero dare accesso eventuali processi elettorali, valutando di volta in volta l’opportunità di un tale strumento nella concretezza della nostra battaglia politica a tutto campo.

5. Necessità e percorso dell’organizzazione politica di classe

I comunisti sono tali se in ogni presente difendono il futuro del movimento operaio (K.Marx)
operando per rendere praticabile la rivoluzione necessaria per la presa del potere e per il superamento del sistema capitalistico, per una società di liberi ed uguali, per la liberazione totale dell’uomo dalla sua alienazione, per l’instaurazione della società socialista e della democrazia proletaria (ed anche della dittatura del proletariato) e se sono in grado di dotarsi organizzativamente e teoricamente di quanto è necessario per la lotta di classe e la conquista del potere...
La ricostruzione di una forza politica comunista all’altezza delle sfide del XXI secolo è una necessità e un’esigenza collettiva. cui intendiamo dare risposte.

Riteniamo che, oggi più che mai, vi sia il bisogno dell’Unità dei Comunisti attorno ad un programma generale, marxista in grado di ricostruire con la lotta un’alternativa anticapitalistica al sistema politico della borghesia e a tutti i suoi governi che si alternano.
Proveniamo da percorsi differenti e molti di noi hanno vissuto l’esperienza del PRC, altri provengono da esperienze diverse, consolidate ormai da anni.
Pensare a percorsi di ricomposizione organizzativa, teorica e politica dei comunisti che si sviluppino a partire dal terreno del confronto puramente ideologico non porterebbe che ad un’ulteriore frammentazione. Ma, è al contrario necessario che le identità e le appartenenze costruite sulla base dei vecchi criteri di “filiazione legittima” rispetto ai “padri” del marxismo e del comunismo siano messe tra parentesi, proprio perché comportano chiusura anziché disponibilità al dialogo. Il confronto sul piano teorico potrà invece svilupparsi utilmente se sarà finalizzato a rilanciare il materialismo storico in funzione:
a) di una rinnovata capacità di organizzare il conflitto di classe e di riorganizzare un blocco storico anticapitalista e per il comunismo;
b) di una maggiore capacità di interpretare la realtà e le contraddizioni capitalistiche...
In questo scenario, comporre una forza politica comunista organizzata è un compito immane ma ineludibile.
E’ possibile e necessaria una forza politica indipendente, per ora a livello nazionale, fuori e contro il bipolarismo/bipartitismo in cui si tenta di forzare ogni dialettica politica, con la riduzione della rappresentanza a due schieramenti solo falsamente contrapposti, perché in realtà convergenti nell’identificazione con il Capitalismo come unica prospettiva, come dimostra abbondantemente.ed inconfutabilmente l’esperienza dei due “governi Prodi”, sostenuti anche da forze sedicenti comuniste (PRC e PdCI) Noi pensiamo che un Partito Comunista non si proclami, ma si costruisca, a partire dalle esperienze rivoluzionarie e del movimento operaio sviluppatesi recentemente nella lotta di classe, antimperialista- pacifista e ambientalista.

Per questi motivi, abbiamo proposto ai compagni e alle compagne un coordinamento per il percorso costituente, nella consapevolezza che si tratta di un percorso lungo e difficile…
Un percorso in cui la presenza di contributi diversi non rappresenti un problema, ma arricchisca il dibattito e rafforzi la crescita collettiva del processo di organizzazione. Siamo partiti col dare vita ad un primo livello di coordinamento di alcune delle esperienze esistenti, di cui la partecipazione alla manifestazione del 9 giugno a Roma, contro la visita di Bush e la complicità deI governo Prodi con i guerrafondai di Washington e Tel Aviv, ha costituito un primo momento visibile a tutti, cui si sono succeduti l’esperienza della festa dei comunisti di Spoleto a luglio, lo sciopero generale del 9 novembre.
Nella convinzione che ci unisce la comune volontà della realizzazione di una sola prospettiva: la costruzione di un Partito Comunista, di massa e di opposizione, alternativo ai poli dell’alternanza borghese, per il rovesciamento del sistema capitalistico, per l’instaurazione del socialismo, unica speranza di liberazione per il mondo intero.

La direzione verso cui vogliamo andare è quella di un movimento organizzato, in cui il processo di formazione delle decisioni politiche avvenga attraverso la partecipazione effettiva dei militanti ad ogni livello, dal locale al nazionale, coniugando la salvaguardia dell’autonomia delle situazioni locali con la coerenza delle scelte politiche complessive. La strutturazione del Movimento deve garantire la partecipazione di ogni militante alla formazione ed all’attuazione degli orientamenti politici, nonché la traduzione operativa delle decisioni democraticamente assunte attraverso il principio “una testa, un voto”.
Le caratteristiche fondamentali della partecipazione al Movimento saranno, dunque, la condivisione del programma, il sostegno economico e militante al Movimento stesso e la partecipazione attiva al dibattito ed all’iniziativa politica come uniche “conditio sine qua non” per appartenervi.

Molti compagni individuano l'analisi e l'intervento nei luoghi di lavoro come l’elemento materiale, la base sulla quale costruire lo strumento politico-organizzativo dei comunisti, la “forgia” dove fondono e si sviluppano i quadri necessari all’intelaiatura dell’organizzazione comunista intesa come strumento fondamentale della classe e non come fine che ha valore in sé solo per il fatto di proclamarlo.
La consapevolezza della centralità dello scontro tra capitale e lavoro salariato sul livello internazionale e nazionale, del conflitto si va generalizzando tra questi ed altri compagni anche come pratica della lotta di classe e, dunque, della contrapposizione alla concertazione sindacale (altra faccia della medaglia del collaborazionismo di classe).
Per questo il compito prioritario per i compagni che sono intenzionati a ricostruire una prospettiva di emancipazione dal lavoro salariato è quella di ricostruire la capacità politica della classe di tenere i livelli più alti dello scontro, con una coscienza che vada al di là della lotta meramente economica…

5.1 La questione sindacale

La necessità di assumere una posizione chiara e inequivoca sulla questione sindacale è ormai indifferibile.
La costruzione di un ampio fronte sociale antagonista passa anche per la soluzione di questa questione.
Uno dei nodi strategici per i comunisti è oggi come agire in questo vuoto.

La vicenda consociativa del sindacalismo confederale ha sguarnito completamente il fronte di tenuta storica del movimento di classe, anche rispetto al semplice terreno della contrattazione.
Settori consistenti di lavoratori hanno tentato ripetutamente di contrastare la politica confederale, ma hanno dovuto scontrarsi prima ancora che con i padroni, proprio con le burocrazie sindacali. Purtroppo oggi neppure i sindacati di base e quei settori di avanguardia interni ed esterni al sindacalismo confederale riescono, proprio per le diverse stratificazioni e vicende storiche di cui sono il prodotto, ad unificarsi, né a fare egemonia.
Le principali sigle del sindacalismo di base in questi anni - pur conquistando notevoli spazi di conflittualità e rappresentando un pezzo importante della sinistra di classe e dei movimenti - scontano spesso limiti e difficoltà di radicamento sui luoghi di lavoro dove sono forti solo “a macchia di leopardo”.
La necessaria riaggregazione ha bisogno dell'intervento attivo dei settori più combattivi del proletariato e del lavoro dipendente, quelli che costituiscono l’ossatura delle lotte e delle manifestazioni, soli legittimi rappresentanti dei lavoratori. L’esperienza pratica degli ultimi anni ha dimostrato che, nell’intervento di massa, ci sono aree di sovrapposizione che non consentono una netta divisione tra le zone di azione del sindacato e quelle del partito. Non è possibile riproporre l’antica logica della separazione tra sindacale e politico: anche nelle lotte sindacali, i comunisti devono intervenire da comunisti e non da semplici sindacalisti.
In questo intendiamo riaffermare la complementarietà dell’azione politica e di quella meramente sindacale.
S’impone oggi con evidenza e urgenza il nodo della ricostruzione di un autentico sindacalismo di classe, di una capacità di essere protagonisti con piattaforme di lotta unificanti e avanzate per rilanciare il conflitto in maniera autonoma non solo dai partiti borghesi, ma anche dalle istituzioni statali e dal quadro delle compatibilità capitalistiche.

E’ per questa capacità di rilanciare il conflitto, contrastando le spinte neo-corporative dei vertici confederali, che si gioca questa autonomia nella difesa delle condizioni materiali di vita e di lavoro del proletariato, espandendone poteri e diritti, verso l’unificazione del fronte di lotta in un unico sindacato di tutta la classe.
E questo soggetto non è più, e da diverso tempo, il sindacato confederale. Ovviamente sia nel sindacato confederale che in quello extraconfederale già esistono pezzi importanti della cultura e della pratica antagonista: un patrimonio di esperienze e di storia, di lotte e conquiste che non si può mantenere frammentato.
Così come sul piano politico sosteniamo la necessità di un processo costituente che tenda alla ricomposizione politico-organizzativa delle forze comuniste, anche sul piano sindacale auspichiamo un processo di riaggregazione, base fondamentale per la ricostruzione di un sindacalismo di classe e di massa a partire dal basso e che punti all’unificazione in una unica organizzazione di tutti i compagni realmente rappresentativi dei lavoratori e delle loro istanze di lotta.

6. Necessità di un bilancio del ‘900

Operare un bilancio dei tentativi rivoluzionari per realizzare il socialismo e le ragioni della sconfitta è una necessità.
Un’analisi rigorosa, non subordinata alle necessità della politica o della propaganda quotidiane, bensì a quelle della ridefinizione del percorso strategico dei comunisti nel XXI secolo. Il Novecento, con la Rivoluzione di Ottobre, è stato il primo momento storico della conquista di un protagonismo storico per il proletariato: da quel 7 novembre di 90 anni fa, la presa del potere non è più un affare interno alle diverse fazioni della borghesia e dei padroni, ma un obiettivo possibile per i proletari di tutto il mondo.
Ma con il modificarsi delle contraddizioni e con il conseguente esaurimento delle grandi opzioni teoriche che su queste contraddizioni erano fondate, dal “socialismo in un solo Paese” alla “rivoluzione permanente”, dal “fochismo” guerrigliero alla “rivoluzione culturale”, fino alle tante “vie nazionali” al socialismo, il Novecento ci ha consegnato anche l'arroccamento ideologico su prospettive superate dai fatti, e quindi non più in grado di trasformare lo stato di cose.
La storia del movimento comunista è la storia della lotta di classe e dei tentativi di emancipazione dei proletari: guardare in faccia senza timori la nostra storia di ieri significa cominciare a scrivere la nostra storia di oggi, significa guardare con rispetto e partecipazione ai nuovi processi rivoluzionari che – come sta avvenendo in Venezuela e in altri Paesi dell’ex cortile di casa dell’imperialismo nordamericano – possono dare un contributo concreto alla costruzione del socialismo nel XXI secolo.

Il contributo che le comuniste ed i comunisti hanno dato al progresso dell’umanità nella lotta per il socialismo nel XX secolo è stato decisivo per la sperimentazione di nuovi assetti societari liberi dallo sfruttamento economico, per la affermazione dei diritti delle donne contro il patriarcato, per la valorizzazione dell’intelletto umano contro l’oscurantismo religioso, per la rottura dell’ordine coloniale, per la sconfitta del fascismo, del nazismo e di innumerevoli dittature filo capitalistiche.
Accanto a questi innegabili contributi, nella lotta per il socialismo del XX secolo sono emersi – e non avrebbe potuto essere diversamente - grandi problemi politici che richiedono una approfondita ed autonoma valutazione da parte delle comuniste/i al fine di progettare e mettere in pratica, pur nelle mutate condizioni storiche e sociali del XXI secolo un nuovo ciclo di lotte per il socialismo:

Distinguendo - in modo schematico lotta per il potere e transizione - alcuni dei problemi su cui occorre sviluppare riflessioni ed operare bilanci riguardano:

a) lotta per il potere:
- la sostituzione dei fini di cambiamento sociale da parte degli apparati organizzativi con la trasformazione delle organizzazioni comuniste in inefficaci organizzazioni riformiste o con lo schieramento di alcune organizzazioni comuniste a favore della borghesia;
- la inversione dei fini di cambiamento sociale da parte degli apparati organizzativi con lo schieramento delle organizzazioni comuniste a favore della borghesia;
- le carenze nella dialettica tra la funzione di avanguardia delle organizzazioni ed i bisogni immediati degli sfruttati/e;
- la sproporzione tra la povertà dei dispositivi dedicati alle funzioni deliberanti di democrazia diretta e la ridondanza di quelli messi a disposizione delle funzioni esecutive;
- la creazione nelle organizzazioni comuniste di burocrazie politicamente inamovibili ed economicamente in grado di esercitare il possesso, pur non avendone la proprietà, dei beni materiali e dei sistemi operativi delle organizzazioni, finalizzandoli nei fatti alla riproduzione degli esecutivi stessi e facendone delle caste.

b) transizione:
- uno sviluppo delle forze produttive insufficiente a far fronte a quello dei paesi capitalistici e talora qualitativamente non distinguibile da quello dei paesi capitalistici;
- una forma stato ancora rudimentale, poco adatta ai fini della transizione, troppo simile alle forme stato borghesi e insufficiente a garantire la dialettica tra soggetti sociali e organizzazioni politiche;
- la identificazione di un solo ed unico processo di costruzione “scientifica” del socialismo, da consegnare ad una unica organizzazione politica.
Il fenomeno è divenuto ancora più drammatico nel momento in cui, attraverso le dinamiche della guerra fredda ed al perpetuarsi dell’aggressione imperialistica, l’organizzazione internazionale dei comunisti – ed in particolare quelli dei Paesi occidentali, Italia in primis – ha progressivamente subordinato le prospettive rivoluzionarie, quindi l’obiettivo finale della presa del potere, alle presupposte necessità di difesa di una Nazione guida, uscita distrutta da un conflitto mondiale sul terreno dello sviluppo ma forte della sua funzione guida nella lotta antifascista a livello mondiale. Il cappello della guerra fredda, se per un verso ha impedito all’imperialismo di scatenare una terza guerra mondiale – che, invece, in questi ultimi anni sta attuando – dall’altro ha prodotto in una parte consistente delle organizzazioni comuniste un atteggiamento perennemente difensivo, resistenziale, che è andato gradualmente degenerando verso la totale subordinazione all’ideologia borghese ed alla compartecipazione attiva alla difesa degli interessi della classe dominante. L’involuzione del PCI in DS prima ed ora in PD è un caso emblematico di questa parabola;
- le difficoltà nella risoluzione delle contraddizioni presenti in molte società di transizione e spesso ereditate da sistemi precedenti (tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra generi, tra diritti individuali e tutele collettive, tra città e campagna, tra paesi socialisti a diverso sviluppo delle forze produttive, tra ambiente e sviluppo, ecc).

Questi ed altri problemi hanno portato nella gran parte delle esperienze di costruzione del socialismo nel XX secolo - ma non in tutte, basti pensare a Cuba - al loro esaurimento ed al venir meno della identificazione delle sfruttate/i nella lotta politica per la costruzione del socialismo.
Al di là della rappresentazione interessata che tanto i capitalisti che la sinistra borghese danno delle lotte per il socialismo nel XX secolo, è dunque giunto il momento per i comunisti di operarne, con maturità e spirito critico il relativo bilancio, un compito imprescindibile per dare solide basi alla lunga fase costituente che ci separa dalla messa a punto della strategia politica necessaria per realizzare un nuovo e più avanzato ciclo di lotte per il socialismo nel XXI secolo.

Anche in questo caso, per un comunista non vi è altra soluzione che il comportarsi da comunista.

Per questo oggi pensiamo ad un percorso costituente che da oggi pone all’ordine del giorno il Movimento organizzato, come sintesi possibile, qui ed ora, delle nostre esperienze e – ci auguriamo – di quelle di migliaia di altri compagni e compagne, oggi condannati alla solitudine ed alla marginalità da gruppi dirigenti opportunisti che, ancora una volta nella nostra storia, hanno venduto i bisogni e le aspirazioni dei lavoratori, dei giovani, delle donne, in cambio di poltrone e privilegi.

A fronte di quelli che gettano a terra la bandiera rossa con la falce ed il martello, siamo orgogliosi di prendere nelle nostre mani il simboli della Comune di Parigi, della Rivoluzione d’Ottobre e di un secolo di lotte, di rivoluzioni e di resistenza.

OGGI COME IERI, PER IL COMUNISMO.


Febbraio 2008

Coordinamento per l'Unità dei Comunisti
http://www.coordinamento-comunisti.it

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