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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Tendenza culturale

(13 Aprile 2008)

Il comunismo come “tendenza culturale”, collocato all'interno di un indistinto “melting pot” accomunante quelle che vengono definite contraddizioni “post – materialiste” per formare un soggetto che garantisca ruolo ad un ceto politico: questa, in sostanza, l'ultima trovata che viene avanti da quei settori della cosiddetta “sinistra radicale” interna alle istituzioni, che intende,per avere mani libere e nel timore di dover cedere il passo dei propri privilegi, cancellare, rimuovere, definitivamente ogni memoria del conflitto politico, relegando il conflitto sociale ad un ruolo di “spettatore” vociante, senza titolo di intervento.

Qualcuno ha risposto, giustamente, come il comunismo sia “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” ed è forse da lì che occorre ripartire, recuperando prima di tutto la storia.

Nessuna enfasi, nessuna retorica, nel far questo: né sul versante della sconfitta subita dai tentativi di inveramento statuale del marxismo che hanno attraversato il '900; né sul versante della glorificazione dei grandi sacrifici compiuti dalle masse proletarie per riscattare la loro condizione, difendere il proprio diritto ad esistere come soggetto politico.

L'Italia è stata luogo privilegiato di una esperienza politica comunista originale e perdurante, pur con tutti i limiti che conosciamo e che abbiamo vissuto, analizzato ed anche contrastato: una esperienza politica comunista che molti pensano ancora debba essere raccolta, pur nella complessità dell'oggi, nel proteiforme mutare delle contraddizioni che non possono, però, essere private dell'idea di un processo e di un progetto politico di trasformazione della società.

Per questa ragione mi permetto di lanciare un appello perché si trovi una sede dove ragionare assieme di questo insieme di cose, contrapponendoci a chi cerca semplicemente la via di una generica “sinistra”, avendo abbandonata totalmente anche la semplice ipotesi socialdemocratica del “programma minimo”.

La moderna democrazia rappresentativa è per sua natura fondata sulla eguaglianza dei diritti politici tra individui diseguali, nel loro potere reale.

Il suffragio universale continua ad essere il nodo di questa contraddizione.

Negli ultimi decenni si sono venuti sviluppando ed accentuando meccanismi perversi che hanno portato sempre di più il potere politico a rappresentare la sede di uno scambio e di una contrattazione, di uno specifico mercato tra governanti e governati.

Si sono così determinate le condizioni per una totale autonomizzazione del ceto politico, e per una segmentazione della società, i cui reciproci rapporti tendono sempre più a realizzarsi sulla base di un costante ricatto di tipo corporativo: come è stato, tanto per fare un esempio al massimo ribasso, nel corso di questa campagna elettorale 2008.

Una struttura politica fondata sull'individualismo, sulla delega, sul carattere formale della rappresentanza (che non può essere più basata su “identità forti”, bensì su di una inedita capacità di mediazione con il “governo”).

Altro che democrazia come regola del gioco, come forma perenne!

Siamo ad una crisi verticale della democrazia rappresentativa.

Da queste riflessioni nascono interrogativi nuovi e difficili.

Ad esempio il più scottante: quale forma politica, quale tipo di “forze” ed istituzioni possono gestire una nuova, più complessa e conflittuale, fase di coesistenza e di intreccio tra i diversi e principali ordinamenti sociali?

Per rispondere è necessario affrontare con coraggio i problemi di organizzazione ed i principi che li regolano: cercare una nuova concezione della “sintesi politica”.

In realtà pare definitivamente emergere un concetto negativo della rappresentanza come elemento “sostitutivo” dell'effettiva volontà popolare anziché come complesso di procedure in nome e per conto della “volontà generale”.

Rispetto alle urgenti esigenze di affrontare gli elementi fin qui sommariamente indicati deve essere individuato, sottolineato, ripreso, difeso contro ogni volontà pervicace di “strappo” un filo rosso, che ha percorso buona parte della storia del marxismo italiano, ed è stato rappresentato dal tentativo di tradurre peculiarmente l'insegnamento leninista.

Gramsci individuava, fin dal 1922, ma in forma assai più compiuta nel 1926, con grande lucidità l'estrema articolazione esistente nella complessità di classe ed il ruolo determinante della sovrastruttura.

Da quell'analisi Gramsci trasse, e con lui l'intera tradizione del movimento comunista italiano, alcune conseguenze di grande importanza:

La necessità di formare, attraverso un lento ed articolato lavoro di lotta sociale e politica, un blocco storico anti-capitalistico;

L'utilizzo della mediazione possibile e praticabile da parte di forze politiche profondamente ramificate nel senso comune di massa, smantellando un apparato egemonico costruito dall'avversario, al fine di realizzarne uno proprio, radicalmente alternativo;

L'operatività di un partito in grado di agire non come semplice avanguardia,ma come intellettuale collettivo promotore di una trasformazione intellettuale e morale;

L'esigenza, infine, di fare tutto questo attraverso un lungo ed articolato processo di lotta all'interno delle società capitalistiche, con parole d'ordine intermedie e positive e con una forte attivizzazione e partecipazione di massa.

Oggi, in una fase in cui – in tutta evidenza – l'insieme delle contraddizioni emergenti all'interno del sistema producono modificazioni profonde della realtà oggettiva, ma non acquistano spontaneamente alcuna rilevanza politica, senza la presenza di una coscienza alternativa in grado di far sentire i soggetti portatori delle diverse contraddizioni, quale parte integrante di un blocco storico destinato a governare la società del futuro, le riflessioni gramsciane riassumono una pregnante attualità.

Queste poche osservazioni dovrebbero essere sufficienti a chiarire come le nuove condizioni della società capitalistica rendono del tutto necessaria, di conseguenza possibile, la concezione di un nuovo “Partito Comunista” fondato su di un asse teorico ispirato ad una concezione gramsciana dell'egemonia intelligentemente riattualizzata.

Altro che comunismo come “tendenza culturale”!

Savona, li 13 Aprile 2008

Franco Astengo

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