il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Comunisti e organizzazione    (Visualizza la Mappa del sito )

Ricordando Stefano Chiarini

Ricordando Stefano Chiarini

(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
E' morto Stefano Chiarini, un giornalista, un compagno,un amico dei popoli in lotta

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

Per un dibattito leale tra i comunisti

Le possibilità di una sinistra anticapitalista dentro la crisi

(12 Maggio 2009)

Il seguente articolo uscirà sulla rivista L’Ernesto di prossima pubblicazione

Il recente rapporto sull’instabilità sociale dei vari paesi elaborato dall’Economist Intelligence Unit e un editoriale del quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore, indicano concretamente le inquietudini dell’establishment e lo spazio per l’azione politica dei comunisti dentro la crisi che investe anche le principali economie capitaliste dell’Europa . (1)
Se l’Economist segnala come il “rischio instabilità” dovuto ai conflitti sociali sia più alto in Francia e Grecia (e negli stessi USA) piuttosto che nell’Italia dominata dal berlusconismo e ipotecata dagli effetti di anni di concertazione, l’editoriale del Sole 24 Ore indica tutti i rischi di un conflitto sociale in cui l’anticapitalismo sia più marcato sul piano politico e negli attori sociali. Il quotidiano della Confindustria ad esempio coglie la differenza tra i movimenti no global degli anni scorsi e la rabbia degli operai che perdono il lavoro e sequestrano i manager. “Il tratto distintivo più rilevante è che nel caso francese l’attacco ai manager dell’industria – e non della finanza – vede la partecipazione di lavoratori coinvolti in consistenti licenziamenti, con la partecipazione di qualche sindacalista” - scrive l’editorialista - “Gli episodi di conflittualità segnalano la possibilità che si diffondano forme di ribellismo con il coinvolgimento diretto di lavoratori colpiti da licenziamenti per effetti della crisi”.
Due sono le considerazioni che l’editorialista confindustriale fa derivare da queste constatazioni:
a) i rischi maggiori non vengono dai movimenti anti-globalizzazione dove ci sono anche frange violente ma estremamente minoritarie;
b) non bisogna assolutamente indebolire i sindacati perché “il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tende a saltare le stesse organizzazioni sindacali… è soprattutto il ricorso ai licenziamenti e insieme la debolezza delle organizzazioni sindacali che deve far riflettere”. (2)

Il giornale della grande industria italiana ci manda dunque a dire di temere che il conflitto sociale veda come protagonisti i lavoratori, che non si limiti a contestare le banche ma prenda di petto anche l’industria, che governo e padronato commetterebbero un errore nell’indebolire troppo i sindacati concertativi (Cgil inclusa e soprattutto) perché in Francia i sindacati sono più deboli ma la conflittualità sociale è più dura e alta che in Italia.
Questo articolo coglie bene – anche se del tutto involontariamente – uno dei maggiori rilievi critici che negli anni scorsi abbiamo mosso alla strategia movimentista del bertinottismo ed ai movimenti no global nel nostro paese e in Europa, ovvero quello di essere talvolta molto radicali nelle forme di lotta ma sostanzialmente riformisti negli obiettivi. La straordinaria indulgenza di cui hanno goduto tutti gli apparati riformisti dentro l’esperienza dei Social Forum (dalla Cgil, all’Arci, al PRC bertinottiano etc.), ha fatto sì che questi movimenti sociali venissero sistematicamente depotenziati dalla loro carica conflittuale sul piano sociale mentre – qua e là – venivano tollerate forme di protesta magari radicali ma riconducibili sul piano politico al progetto riformista e concertativo.
Non possiamo negare che certe azioni esemplari di questi anni abbiano visto come protagonisti più i fotografi e i cameraman che i militanti e gli attivisti sociali.
Questo rapporto piuttosto malsano, è stato però rotto dalla vittoria della destra con relativa sconfitta della sinistra di governo e dall’irruzione della crisi come parametro generale che conforma analisi, azione politica, interessi in gioco e comportamenti sociali di questi mesi.

I comunisti devono raccogliere la sfida
In tale scenario, diventa dunque importante discutere e decidere sul come l’opzione comunista possa agire dentro la crisi del sistema capitalista e cercare di volgerla a favore degli interessi popolari. E’ importante sapere però che in questo ambito non sono solo la sinistra anticapitalista e i comunisti a riflettere su questa storica “finestra di opportunità”. Il governo, i padroni e i loro apparati ideologici ad esempio si sono già posti il problema e si sono messi al lavoro adottando una serie di contromisure molto pesanti:
1) Il varo da parte del governo del provvedimento antisciopero che non solo impedisce il conflitto in un settore strategico come i trasporti ma che penalizza fortemente ogni manifestazione che interrompa la mobilità (blocchi stradali, ferroviari etc.). E’ evidente come questo provvedimento punti ad impedire anche lo sciopero di chi è rimasto senza lavoro o è stato espulso dalle fabbriche e che quindi non può ricorrere alla forma di lotta dello sciopero sul posto di lavoro. I piqueteros argentini ci hanno spiegato in questi anni come i blocchi stradali fossero di fatto lo sciopero dei senza lavoro. Lo stesso provvedimento governativo si prepara anche a destrutturare la rappresentatività sindacale per indebolire distruggere il sindacalismo di base e conflittuale con nuove e più rigide norme limitative sia sulla convocazione degli scioperi sia nella partecipazione alle trattative;
2) I padroni – nel senso proprio dei padroni delle industrie – fino ad oggi hanno lavorato alla divisione dei sindacati concertativi imponendo la modifica della contrattazione collettiva, marginalizzando la Cgil e firmando accordi separati (vedi Piaggio e Fincantieri). Il rischio di questo atteggiamento è oggi però ben visibile, e le preoccupazioni segnalate dall’editoriale del Sole 24 Ore lasciano intendere che in qualche modo la Cgil va recuperata al più presto al suo ruolo di garante della concertazione e del controllo sindacale sui lavoratori e il conflitto sociale;
3) La crisi, nel suo manifestarsi concreto sull’economia reale fatta di posti di lavoro, salari, consumi, mutui, affitti, fiducia, condizioni e aspettative di vita delle famiglie dei lavoratori, produce un cambiamento nei comportamenti sociali. Una radicalizzazione di questi comportamenti può essere incalanata nella competizione tra poveri o nel razzismo contro gli immigrati oppure può produrre una conflittualità sociale più avanzata. Come ha detto giustamente Giorgio Cremaschi in un recente dibattito, oggi un lavoratore può essere un crumiro o un rivoluzionario nello stesso giorno, dipende dalle indicazioni e dai livelli di organizzazione che si trova a disposizione in quel momento. La differenza tra gli operai italiani che intendono molto spesso condividere la sorte con i padroni della loro azienda e gli operai francesi che sequestrano i loro manager per costringerli a non chiudere la fabbrica, salta agli occhi. E’ evidente come in questo caso la funzione della soggettività di una sinistra anticapitalista (e dentro questa dei comunisti) possa rivelarsi decisiva.

Sul piano politico, possiamo infine rilevare come la coscienza di questi fattori stia producendo idee e progetti definiti nello schieramento politico. Le destre unite nel nuovo Popolo della Libertà ripropongono una forma attualizzata del corporativismo fascista fondato sul Lavoro, un concetto questo che mette insieme gli interessi dei padroni e dei loro operai rendendo inservibili i sindacati così come li abbiamo conosciuti e riducendoli a mera struttura di servizio.
I liberisti del Partito Democratico non vanno troppo lontano e ripropongono un patto neocorporativo con gli stessi presupposti ma dentro cui il ruolo dei sindacati è decisivo ai fini della concertazione generale.
Una domanda ci si pone obbligatoriamente. E noi? Come e cosa devono proporre in un contesto di crisi economica e sociale sistemica una sinistra anticapitalista ed insieme ad essa i comunisti?
Fino ad ora i due maggiori partiti comunisti (PRC, PdCI) hanno stentato enormemente a far decollare proposte e atteggiamenti di rottura con il riformismo e la mentalità “governista”. Essi alternano proposte formalmente giuste come la nazionalizzazione delle banche (ma che se restano scritte sui manifesti e non diventano azione politica si rivelano velleitarie), proposte arretrate come gli ammortizzatori sociali o proposte congiunturali come il recupero di una dimensione mutualistica (il partito “sociale”) attraverso la diffusione dei mercatini popolari per il pane, i libri usati e quant’altro.
In questo scenario, pesa ancora la rinuncia ad una vera riflessione sull’organizzazione, sull’indipendenza politica dal PD, sulla costruzione di una identità e di un punto di vista di classe e comunista sostanziale e non formale, pesa cioè un impianto politico e culturale che ha rimosso tutti i fattori decisivi di un progetto comunista ma sul quale sono cresciuti e si sono adeguati migliaia di compagne e compagni nel nostro paese che oggi sono in seria difficoltà.
La discussione tra i comunisti per questi motivi deve cessare di essere congiunturale e superficiale ed entrare nel merito dei problemi attivando, insieme al dibattito, anche l’inchiesta di classe, la mobilitazione, la sperimentazione dell’organizzazione comunista, le forme di lotta e la verifica delle idee dentro il conflitto sociale esistente ed in quello potenziale.
La divaricazione tra le possibilità offerte dalle contraddizioni reali determinate dalla crisi della civilizzazione capitalista e le capacità soggettive di intervenirvi per spostarne gli esiti in una direzione più avanzata piuttosto che con un segno reazionario, continua a essere il convitato di pietra del dibattito nella “sinistra”, nei movimenti sociali e tra i comunisti. Al contrario, le forze
della destra - alimentando gli istinti più belluini dell’Italia profonda - sembrano ancora meglio attrezzate per indicare una soluzione reazionaria alla crisi economica, sociale e morale che attanaglia il nostro paese.

Fare i conti con i passaggi che hanno determinato la “nostra crisi”
Il come mettere mano a questa contraddizione crescente sopraindicata, diventa giorno dopo giorno l’emergenza politica con cui fare i conti per riorganizzare una soggettività anticapitalista e comunista adeguata agli scenari - interessanti e inquietanti allo stesso tempo – del XXI° Secolo.
Da un lato banche, Confindustria e il loro governo cercano di usare la mano pesante – dentro il guanto di velluto del bipolarismo – per assicurarsi tutti gli strumenti di governabilità dentro una crisi che si conferma più pesante di quanto si lasci intendere; dall’altro il nostro blocco sociale di riferimento stenta a reagire adeguatamente sul piano del conflitto non trovando più riconoscimento dei propri interessi di classe e rappresentanza politica degli stessi. In mezzo la soggettività politica dei comunisti e della sinistra anticapitalista che appare ancora al di sotto delle necessità del nuovo scenario e continua a muoversi e parlare con gesti e linguaggi di una condizione storica ormai alle spalle.
Le abitudini consolidate su cui si sono rette e sono cresciute almeno due generazioni di compagni, non esistono più e i residui di soggettività ancora in campo stentano nel mettere in campo rotture politiche e culturali adeguate alla situazione concreta, una situazione caratterizzata tra l’altro dalla pessima sensazione di essere sottoposti all’assedio incalzante della destra e delle forze reazionarie.
Questo “assedio nel cuore” mette a dura prova tutto l’impianto su cui si è agito politicamente negli ultimi venti anni e in molti agisce segretamente la speranza che in qualche modo – volutamente o fortunosamente – tutto ritorni come prima delle elezioni del 13 aprile. Ma la realtà ci indica che così non sarà e che se anche così fosse, sarebbe – nella migliore delle ipotesi – la micidiale riproposizione del “meno peggio” in cui l’alleanza con il PD riemerge continuamente come orizzonte inevitabile.
Molte compagne e molti compagni, infatti, hanno ritenuto che la dimensione elettoralista dell’azione politica, fosse quella prevalente (3).
Alla luce dei risultati è difficile disconoscere come questa cultura politica abbia prodotto una crescita smisurata degli apparati e la burocratizzazione della militanza, uno scollamento crescente tra l’attività politica e la società, tra l’attivismo dei militanti della sinistra e le relazioni con i settori popolari, fino al punto da esacerbare al massimo quella “autonomia del politico” che ha rotto in più punti anche l’internità dei comunisti alla stessa classe di riferimento. La differenza tra un funzionario di partito e un rivoluzionario di professione rimane in tal senso abissale.
La conseguenza di questa mutazione è che proprio quando la condizione materiale della classe dentro la crisi sistemica del capitale chiama ad un maggiore riconoscimento degli interessi materiali di classe e del loro conflitto con interessi materiali contrapposti, molte compagne e compagni si dichiarano predisposti ad “andare a casa” qualora il modello politico su cui si sono fondati e su cui sono cresciuti (e che è andato in crisi) non funzionasse più. Ma un lavoratore salariato, un insegnante, un futuro lavoratore della conoscenza, possono realisticamente pensare di andarsene a casa dentro questa crisi? Oppure devono recuperare – individualmente oltre che collettivamente – un punto di vista di classe che parta anche dalla propria condizione materiale e dalla propria funzione dentro l’insieme delle relazioni sociali?
Nonostante la situazione lo richieda con evidenza, dobbiamo chiederci come mai anche la discussione sul programma minimo di fase e sugli obiettivi strategici stenti ancora a decollare? Eppure è proprio su questi contenuti e sulla consapevolezza della propria funzione che il dibattito è urgente e stimolante allo stesso tempo. E’ inevitabile che questo percorso debba produrre quanto prima una sorta di rivoluzione culturale tesa ad evitare l’avventurismo e l’elettoralismo, due fattori perfettamente convergenti sul piano della mera rappresentazione del conflitto ma inservibili sul piano della sua capacità di rottura sociale sostanziale (4).

Non solo tattica. Cominciare a discutere anche sui “fini” di un partito comunista
Oggi il dibattito e la messa in campo di un progetto politico e strategico per l’alternativa al capitalismo (il socialismo nel XXI° Secolo) e contemporaneamente di un programma di fase come fattore di resistenza, organizzazione, controtendenza di vari segmenti del blocco sociale antagonista oggi ancora disgregato, è una necessità della situazione e una possibilità che la realtà stessa rende praticabile e non più velleitaria.
Abbiamo scritto e detto anche pubblicamente che alle elezioni europee è meglio che ci sia la falce e martello piuttosto che le paccottiglie bertinottiane contro cui ci siamo battuti da sempre, ma sarebbe suicida pensare di ricostruire una soggettività comunista ripartendo nuovamente ed esattamente da un modello politico e culturale che ha prodotto la crisi politica in cui si trovano da anni i militanti della sinistra e i comunisti nel nostro paese (5).
L’alternativa è quella di continuare una logorante “marcia sul posto” spacciata per “accumulazione delle forze” mentre le contraddizioni imposte dalla crisi del capitalismo si delineano impetuosamente ed impongono di sapersi dotare di soggettività e intellettualità collettiva più avanzate, una condizione questa decisiva per avviare una vera controtendenza di classe nel conflitto politico e sociale nel nostro paese. Dentro questa ambizione ad avviare tale controtendenza sta la funzione e la legittimità dei comunisti.
Se ricominciamo ad avere in mente anche “i fini” del nostro agire politico, della nostra identità, del carattere dell’organizzazione dei comunisti e del suo insediamento sociale e di un partito comunista consapevole di agire dentro una dimensione oggettiva come quella europea, possiamo discutere nel concreto anche di salario garantito, riduzione dell’orario di lavoro, requisizione degli alloggi sfitti, riduzione dell’IVA sulle tariffe dei servizi, blocco delle spese per gli armamenti e solidarietà internazionalista con le resistenze dei popoli, come contenuti per una possibile ed emancipatrice battaglia anticapitalista dentro la crisi nel nostro paese. Oggi possiamo dire con una certa credibilità che questo percorso si può fare e che il non farlo dipenderà moltissimo dalla nostra soggettività. Su questo i compagni della Rete dei Comunisti hanno da tempo dichiarato la loro disponibilità al confronto e all’unità.


Note:
(1) Il rapporto dell’EIU è del marzo 2009, vedi il testo in inglese su: http://a330.g.akamai.net/7/330/25828/20090318195802/graphics.eiu.com/specialReport/manning_the_barricades.pdf
(2) Carlo Trigilia.“Se la rabbia antimanager fa più danni dei “no global”, Sole 24 ore del 2 aprile
(3) Usiamo appositamente la categoria di” elettoralismo”e non elettorale perché riteniamo che anche quello elettorale sia un terreno di lotta che vada praticato. Al contrario riteniamo che la prevalenza del terreno elettorale su quello politico sia una delle deformazioni da cui dobbiamo liberare la sinistra anticapitalista e i comunisti.
(4) A maggio del 2008 la Rete dei Comunisti ha elaborato una proposta politica per i comunisti e la sinistra anticapitalisti contenente sette punti programmatici. Ma dopo una partenza incoraggiante dovuta al clima post batosta elettorale di aprile, le interlocuzioni e il confronto dentro le forze della sinistra alternativa e nei movimenti sociali si è come al solito” ibernato”rimettendo in moto la coazione a ripetere
(5) E’ questa la ragione per cui i compagni della Rete dei Comunisti non hanno accettato candidature nella lista per le elezioni europee.

Sergio Cararo
Direttore di Contropiano/ Rete dei Comunisti

11066