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Arretramento politico – culturale

(18 Maggio 2008)

L'immediato post – elezioni ha messo in evidenza un dato che già si conosceva ma, forse, non nelle dimensioni in cui esso si presenta in questa fase: il pauroso arretramento politico – culturale di quella che fu la sinistra italiana, sia nella versione “riformista”, sia nella versione “massimalista” (uso apposta questi termini ottocenteschi, per cercare di identificare attraverso categorie “storiche” il complesso travaglio percorso dalle nostre formazioni di provenienza).

Lo choc della sconfitta (diversa nei termini: il PD strapazzato dal centro – destra esce dal turno elettorale più o meno nelle condizioni del Fronte nel '48 senza avere davanti la situazione internazionale, sociale, politica di allora, con l'aggravante di aver bruciato alle spalle tutti i possibili vascelli utilizzabili sul piano della manovra politica; la sinistra “massimalista” esce del tutto dall'arena parlamentare e, quindi -non se ne dolgano i cultori del movimentismo ad ogni costo- dallo scenario del sistema politico italiano).

Le reazioni a questo esito possono ben essere definibili “paurose” almeno per chi, come noi, forse ingenuamente pensa che occorrano ancora soggetti politici capaci di disegnare scenari per il futuro e, contemporaneamente, offrire una sponda di indirizzo, sintesi, rappresentanza politica alla complessità della dinamica sociale che , ovviamente, continuerà a muoversi fuori dalle istituzioni, nel vivo della lotta quotidiana, di fronte ai tanti problemi dell'oggi che vediamo esplodere anche con violenza.

Davvero ci sarebbe da autodefinirci quasi come profetici quando, al momento dello scioglimento della XV legislatura si parlò di “sistema esausto” e di affidamento del Paese ad una sorta di “Lord Protettore”, nella figura di Silvio Berlusconi.

Così in effetti sta andando, non soltanto in ragione dell'esito del voto (quattro milioni di voti di scarto tra PDL e PD: questo dato andrebbe ricordato ogni momento, quasi come una giaculatoria, al presunto “leader” Veltroni), ma soprattutto per via degli atteggiamenti assunti dagli sconfitti nell'immediato inizio di questa fase politica.

Nessuno, nella sinistra riformista e tanto meno nella sinistra massimalista, pensa a ricostruire l'identità di una autonomia del proprio pensiero politico, da tradurre in progetto, programma, iniziativa, struttura organizzativa.

Il PD si affida allo “statuto delle opposizioni” sperando in una sorta di “specchio mediatico” che consenta una qualche parvenza di cogestione del potere illudendosi che i propri elettori si rassicurino grazie alla fine della “politica degli insulti”, ed accedano all'idea di una alternanza di tipo “anglosassone” che in realtà non esiste (se mai ce ne fosse stato traccia in passato) in nessun paese del mondo.

Il PD appare totalmente subalterno, ed è in questo sta il dato di rivelazione della qualità di un arretramento politico – culturale sul quale pochi avrebbero scommesso almeno dal punto di vista delle dimensioni: una subalternità che troverà sfogo, alla fine, in una ulteriore situazione di distacco da parte di tantissimi elettori che, ovviamente, non potranno rivolgersi ad una opposizione del tipo di quella portata avanti dall'IDV, che pure cercherà di rifarsi anche alla “questione morale” ma appare totalmente priva di progettualità alternativa e provvista di pochissimo respiro sul piano politico.

Un velo pietoso andrebbe steso, d'altro canto, su ciò che sta accadendo nel fronte della cosiddetta “Sinistra Arcobaleno”: il candidato alla segreteria di Rifondazione Comunista e presidente della Regione Puglia (un potenziale cumulatore di cariche, come ci è già capitato di leggere) ha scritto, per il “Manifesto”, un lungo articolo di intenti assolutamente incomprensibile, dove si parla a sproposito di “pensieri lunghi” e che, invece, molto semplicemente potrebbe essere riassunto con l'antico motto saragattiano del “destino cinico e baro”; non una riga di autocritica, non una idea di messa in mora di un gruppo dirigente che ha completamente fallito il proprio progetto rendendo inservibile, ormai, la stessa struttura politica. Anzi la riproposizione , in termini oscuri, dell'antica baracca mentre Giordano si aggira per il Transatlantico, dimenticando di non essere più deputato, quasi come Augusto al tempo di “Varo, Varo, rendimi le mie legioni”, Sodano chiede al Presidente del senato un ufficetto con qualche computer e Salvi desidera essere ricevuto in commissione come “auditore” per poter elargire saggi consigli.

Ai compagni della Sinistra Arcobaleno va ricordato che non sono stati eletti, sono fuori dalle istituzioni rappresentative della Repubblica non tanto per una legge elettorale provvista di drastiche soglie di sbarramento, ma per aver dato luogo nella storia elettorale italiana al più grandi disastro che si ricordi: milioni di voti perduti.

Come ripartire, come riproporre una possibilità, come si diceva prima, di esistenza di un soggetto che anche dalle istituzioni possa offrire sintesi e indirizzo politico?

Prima di tutto occorre stabilire se questo soggetto serve: se si pensa di sì (come ritiene chi scrive) la prima mossa è quella di far ripartire un ragionamento sulle condizioni reali dello scontro politico, senza fumisterie, con chiarezza.

Serve una unità ed una unità non meramente identitaria, servono progetti ed itinerari, occorre coinvolgere compagne e compagni a tutti i livelli nella chiarezza di un dato, sul quale concludo questo intervento: non sono utilizzabili i vecchi gruppi dirigenti che hanno fallito, non è utilizzabile il partito degli assessori in cui si è trasformata Rifondazione Comunista.

Capisco il limite dell'affermazione che sto per svolgere: ma a volte è necessario ricominciare dal “ciò che non siamo, dal ciò che non vogliamo”.

Savona, li 16 Maggio 2008

Franco Astengo

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