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Società e dissenso

(21 Agosto 2008)

Sulle colonne dei principali organi di stampa si sta sviluppando, da qualche giorno, un intenso dibattito attorno al tema, individuato da Nanni Moretti ed Eugenio Scalfari, di una società priva di opinioni pubbliche, ridotta come scrive il sociologo De Rita “ad una poltiglia di massa ormai incapace di orientamento collettivo”, mentre Nadia Urbinati scrive di una “Italia docile che ha perso il dissenso”.

Ha colto, ovviamente, l’occasione di intervenire il segretario PD, Veltroni (uno dei principali responsabili di questa situazione, sul piano culturale) che, incautamente a nostro avviso,ha richiamato “l’assenza di memoria”: incautamente, perché proprio il suo partito si è reso protagonista di questa cancellazione sul piano più specificatamente politico, puntando ad una non meglio definita “innovazione” (che lo stesso segretario mette in atto, proprio nell’articolo in questione, attraverso alcune citazioni di autori in chiave post –moderna rovesciandone spesso il senso, con una dimostrazione di capacità improvvisatoria davvero notevole).

Le cose, in realtà, stanno come le vediamo, come le si possono analizzare empiricamente: si sono effettuate alcune ardite operazioni che hanno avuto i loro esiti.

Prima di tutto si è fatto di tutto per spostare l’idea del collettivo a quella dell’individuo: individuo come “consumatore”, teso ad allargare i propri spazi esclusivamente in quella direzione.

In secondo luogo si è pensato di definire la politica in chiave personalistica, con la funzione di esercizio non tanto del “potere” (quello del “potere” è lo scopo della politica) quanto del “governo”, il “governo” inteso come effimero, quasi come una posizione salvifica, unico luogo dell’esistere.

In terzo luogo si sono marginalizzate, attraverso un uso sapiente dei messaggi destinati alle grandi dimensioni di massa, tutte le posizioni culturali prima ancora che politiche che potessero infastidire questo quadro di nuova supremazia dell’idea individualistica: così il “dissenso” legato a determinate opzioni ideologiche (fino al caso clamoroso di Catania) è stato ritenuto marginale;il passaggio dalla marginalità, all’estraneità e, di conseguenza, alla legittimazione dell’espulsione di questa estraneità il passo è breve (ed è sempre stato breve, nella storia: senza ricordare nel dettaglio le vicende di tutte le eresie).

Ecco: per rispondere a Nadia Urbinati, ma anche un po’ al tono complessivo di questo dibattito, il dissenso è diventato “eresia”, e per ciò stesso perseguibile da unaortodossia che definiremmo con un termine inadeguato, ma forse comprensibile, “bipartisan”.

Quando si accetta la trasformazione di determinati meccanismi e strumenti dell’agire politico (anche quelli apparentemente più tecnicistici come, facendo due esempi a caso, la legge elettorale o l’organizzazione interna ai partiti, introducendo il sistema delle “primarie” che è la sublimazione dell’individualismo applicato alla politica. Un individualismo che, per affermarsi, richiede anche un consumismo, prima di tutto culturale, sfrenato) le conseguenze di quello che vorremmo definire, senza mezzi termini, “disfacimento” diventa inevitabile.

Affermare che questa deriva ha coinvolto anche quei soggetti che, nella loro insegna, intendevano affermare idee, valori, storie diverse è, ormai e purtroppo, una banalità.

La reazione non può arrivare, però, da indistinti moti di coscienza, è necessario ricostruire una identità ed un progetto fondanti su una idea moderna della soggettività di massa, delle sue stratificazioni sociali, della necessità di un ritorno all’idea dell’azione politica collettiva.

Savona, li 21 agosto 2008

Franco Astengo

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