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L’influenza del Che fra gli argentini

di Claudia Korol - Traduzione Angela Cecotti - Ass. Argentina “Vientos del Sur”

(7 Ottobre 2003)

Nel 1987 iniziai a scrivere un libro che porta questo titolo[1], nel quale cercavo di trovare il Che, spinta dalla necessità di una generazione che si era avvicinata a lui molto precocemente, e che presto lo perse- così come perdemmo tante cose noi argentini- travolta e perseguitata dalla dittatura. In quell’oscurità, presentivo che il Che aveva le chiavi che ci mancavano per crescere e credere; per ricostituirci come identità ribelle e proiettarci in una causa collettiva. Era il nostro fratello maggiore desaparecido, come tutti i nostri desaparecidos, nostro fratello fucilato, perseguitato, sepolto clandestinamente, e che dopo pretesero seppellire nell’oblio.

Cercando il Che scoprii che, come risultato del massacro compiuto nella nostra Patria, la sua memoria era rimasta custodita nel ricordo di un pugno di sopravvissuti. Pochi, però i necessari affinché la fiamma non si estinguesse. Loro mantennero vivo con tenacia il fuoco che adesso minaccia di ritornare ad incendiarci.

Quando nel 1997 scrivo queste note, il Che è uno degli uomini più stimati sia in Argentina sia nel mondo, e la sua immagine si diffonde come un mito potenzialmente sovversivo. La sua figura incarna il ritorno di tutto quello che pretese negare la cultura che riproduce e rafforza la dominazione capitalista. Possiamo incontrare il Che nei blocchi stradali che si propagano in Argentina, da Jujuy a Cutral- Có, vere e proprie ribellioni popolari contro la disoccupazione; sulle bandiere d’alcune tifoserie allo stadio, in varie canzoni rock, sui petti giovani che si mobilitano contro il grilletto facile, per l’educazione, il lavoro, la casa, nelle occupazioni delle terre, nelle cattedre universitarie. Con il Che ritornano gli esclusi di tutti i tempi. In lui si riconoscono gli umili, gli oltraggiati, gli emarginati, così come pure coloro che onestamente mettono in discussione l’etica di una società fondata sull’ingiustizia, anche se questa non riguarda direttamente le loro vite.

Il Che rappresenta la validità della ribellione, delle ideologie, dell’umanesimo, dei valori di un’etica opposta a quella del capitalismo: l’etica della solidarietà, dell’umanesimo, della lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo. La trascendenza del Che, passando oltre le proprie e le altrui sconfitte, le frustrazioni nazionali e mondiali, la predica sulla fine della storia, è frutto della ricerca dell’essere umano della felicità e della realizzazione di un mondo più nobile e più giusto, che trova nel Che, un punto d’appoggio e un rifugio.

Quando gli assassini costatarono che il Che ritornava da tutte le morti che tentarono dargli, s'innescò la gigantesca manovra propagandistica delle centrali di formazione dell’opinione pubblica, che pretendono seppellire il Che nella propria immagine, esaltata e distorta da diversi mezzi di comunicazione.

La denominata “Che- mania”, esprime il tentativo di cooptare con una serie d’espedienti la sua immagine, per addomesticarla come moda, fino a renderla il suo contrario, una figura suscettibile ad essere collocata come icona in qualcuno dei frammenti in cui si disintegra l'era postmoderna.

Punta a questa direzione il libro scritto da Jorge Castañeda, “ La vida en rojo”, in cui si esprime, fra le altre cose:

Le idee del Che, la sua vita, la sua opera, compreso il suo esempio, appartengono ad un’altra tappa della storia moderna, e come tali difficilmente potranno recuperare un giorno la loro attualità. Le principali tesi teoriche e politiche legate al Che- la lotta armata e il foco guerrigliero, la creazione dell’uomo nuovo e la priorità degli stimoli morali, l’internazionalismo combattente e solidale- mancano potenzialmente di validità. La rivoluzione cubana- il suo maggior trionfo, il suo vero successo- agonizza, o sopravvive solamente grazie al rifiuto di buona parte dell’eredità ideologica di Guevara.[2]

Come si può spiegare allora, se ciò fosse vero, la trascendenza dell’immagine del Che, in un mondo dominato da immagini emesse dal potere globalizzato? Come si può credere che il suo esempio non abbia attualità, quando assistiamo ad una crescente identificazione giovanile con la sua assenza- presenza e ad una diffusione della sua figura? Come si può concepire che la rivoluzione cubana agonizzi, quando essa sta offrendo le più eroiche prove di resistenza e dignità, sostenendosi proprio sull’essenza dell’eredità di Guevara?

Nell’identificazione con il Che, si sta avverando un incontro simultaneo fra due generazioni: quella del 70 e quella dei suoi figli, la generazione del 90; processo che a sua volta si collega con le nostre stesse radici culturali. È molto interessante l’analisi che trent’anni fa fece John William CooKe[3] su quest’enigmatica relazione fra il Che e gli argentini, nella quale si possono costatare diversi momenti di avvicinamento e distacco.

Ci riferiamo al contatto delle masse argentine con il compatriota assassinato, processo che credo abbia avuto due stadi, cronologicamente e qualitativamente parlando. Il primo consiste nella scomparsa della muraglia alzata dalla propaganda borghese, che aveva fissato un’immagine popolare del Che come personaggio esotico, sul quale variavano le interpretazioni, circoscritte pur sempre all’interno di quel carattere d’individuo estraneo, appartenente al lontano e pittoresco mondo dei Caraibi.

Le efferatezze giornalistiche, subito dopo la sua scomparsa da Cuba, lo mantennero al centro della cronaca, ma alla fine del 1966, finì per diventare un fantasma che s'aggirava nei pressi delle nostre frontiere.

Poco dopo, la sua spettacolare riapparizione pubblica con il Mensaje a la Tricontinental, fece sì che la stampa, compresa quella sensazionalistica che arriva alle classi più umili, divulgasse accenni biografici che contribuirono a dare entità all’essere romanzesco ed errante. Quasi subito dopo, le sensazionali notizie furono assorbite dal processo a Regis Debray e alla guerriglia boliviana. E si venne così affermando l’ipotesi che Guevara svolgesse in essa un ruolo decisivo.

Bolivia fa parte dell’ambito geografico che l’argentino comune percepisce come realtà immediata. Per la gente del nord-est è parte del proprio habitat naturale.

Come se mancasse qualcosa per far risaltare ancor di più il Che nell’interesse immediato della nostra vita nazionale, i settori reazionari internazionali corrono in aiuto dei suoi colleghi boliviani e accerchiano le province limitrofe con truppe, palesando l’artificiosità di una separazione che solamente è evidente nei colori della cartografia, ma che la gente comune ignora, allo stesso modo del rivoluzionario e degli organi repressivi.

Che Guevara è già parte della nostra vita sociale. Si parla di lui in coda al mercato, nel bar della fabbrica. Nessuno dimentica, nemmeno per un istante, che nacque in Argentina, e ad ogni momento spunta la rivendicazione possessiva di questo connazionale straordinario.

Per contrastare questo pericoloso assedio di in popolo oppresso e impotente con un’azione sovversiva, si ricorre ad un tipico stratagemma: un giornale radio riporta presunte dichiarazioni del Generale Perón contro il Che, ma l’effetto è controproducente, poiché Perón rilascia immediatamente un’energica smentita, denunciando la manovra come un tentativo di dividere coloro che lottano per la liberazione nazionale e latino-americana.

[…] La seconda parte del processo inizia con la sua morte: l’impatto emotivo è di un’intensità tale che supera l’impulso affettivo che sempre risvegliano gli eroi abbattuti dalla fatalità. Il fenomeno non si verifica semplicemente per effetto “cumulativo” dell’approssimazione previa e il finale tragico del suo protagonista. Penso che si opera un profondo cambiamento qualitativo nell’attitudine spirituale nei suoi confronti. Da una parte, il suo caso si ricollega ad alcune costanti culturali del nostro popolo: il culto del coraggio, il disprezzo per la legge, considerata come qualcosa di estraneo, imposta agli umili “ dall’alto”, l’identificazione con i ribelli che si battono solidalmente contro le forze conservatrici del potere costituito. Questi eroi della tradizione popolare persistono nella memoria delle generazioni. In qualsiasi angolo del paese e attraverso tutti i livelli della cultura, Martín Fierro continua a battersi contro gli oppressori e ad ingiuriare i potenti. Cruz rivendica con il suo gesto solidale i valori dell’uomo della tierra. La montonera oppone le sue lance alla cupidigia dei gringos e dei portegni.

Sia per un atto riflessivo, sia per un’associazione spontanea di idee, immediatamente questo patrimonio speciale, non deteriorato da un secolo di acculturazione alienante, si materializza in un uomo reale, vicino, contemporaneo[4].

L’eco che generò la rivoluzione cubana e come parte di essa, le figure di Fidel e del Che, e in seguito il tentativo rivoluzionario del Che in Bolivia, attraversò l’insieme delle espressioni politiche e sociali della sinistra e del movimento popolare. Quei primi guevaristi si moltiplicarono rapidamente. Erano peronisti, cristiani, comunisti, e molti che non provenivano da nessun'organizzazione né da alcuna determinata identità politica.

Era una vera e propria rottura culturale nella tradizione della sinistra argentina, e accelerò, di conseguenza, diverse e successive fratture di correnti giovanili dei partiti socialista e comunista, come pure delle frazioni che da essi si formarono. In quel contesto si crearono diversi gruppi che tentarono di basarsi sull’esperienza del Che in Bolivia, e dopo la sua morte, di darle continuità.

Il suo antecedente più diretto è l’Esercito Guerrigliero dei Poveri, guidato da Jorge Ricardo Masetti[5], colui che creò una guerriglia a Salta fra il 1962 e il 1964, progetto che era direttamente legato al piano di creazione di un movimento rivoluzionario nei paesi del sud del continente, che in seguito il Che avrebbe continuato in Bolivia.

I settori diretti da John William Cooke, prepararono la convergenza con la guerriglia del Che in Bolivia, e in seguito cercarono nuove strade per propagare la resistenza. Il 13 ottobre del 1967, membri del Movimento della Gioventù Peronista fondarono le Forze Armate Peroniste, congiungendosi all’Azione Rivoluzionaria Peronista di Cooke e al Movimento Rivoluzionario Peronista di Gustavo Rearte. Costoro organizzarono la guerriglia di Taco Ralo, che fu distrutta lo stesso giorno della morte di Cooke, il 1 settembre del 1968.

Riguardo a ciò è rimasta la testimonianza della sua compagna Alicia Eguren[6]:

Cooke venne a sapere le prime notizie della morte del Che a Londra, di ritorno dalla conferenza della OLAS, nella quale aveva presieduto la delegazione argentina. Lo shock fu per lui ben più grave di quello provato da coloro che presero immediatamente coscienza di aver perso il loro capo per la vera guerra. Per John questa morte significava la morte, o per lo meno, il tragico rinvio dei piani di lavoro, per i quali egli aveva spontaneamente rinunciato a molte cose, incluso, a livello umano a coloro che più amava. Da Londra passò a Parigi. Lì rimase per più di quindici giorni aspettando contatti che non si stabilirono. La tragedia fu troppo grande perché si potessero ricostruire in breve tempo i legami interrotti. Purtroppo non ci fu l’organizzazione, i piani d’azione e d’emergenza affinché il progetto originale, interrotto dalla tragedia, potesse realizzarsi nell’immediato. Ernesto Che Guevara e John W. Cooke mantennero una lunga relazione politica, militante e rivoluzionaria. I progetti di lotta comune nel sud del continente rimasero troncati con la morte di Ernesto. John morì a meno di un anno dal Che.[7]

Nei primi mesi del 1967, Marcos Osatinsky e Roberto Quieto fondarono l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) argentino[8], per appoggiare la guerriglia del Che. Si costituirono, inoltre, le Forze Armate di Liberazione (FAL) che tentarono di realizzare un progetto di appoggio alla guerriglia boliviana.

Lo sconcerto provocato dalla morte del Che, accelerò i dibattiti nel Partido Revolucionario de los Trabajadores (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori) e la rottura fra Roberto Santucho[9] e Nahuel Moreno[10].

In un secondo momento, distinte esperienze, armate e non, prepararono il terreno per i nuovi movimenti politici e sociali.

Il Movimento dei Sacerdoti del Terzo Mondo si sviluppò con impeto, avvalendosi del lucido pensiero di uomini come Juan García Elorio, direttore della rivista Cristianesimo e Liberazione, che si cominciò a pubblicare nel dicembre del 1967.

Il nascente sindacalismo di liberazione, con leaders come Agustín Tosco, Antonio Alac e Atilio López, promosse sollevazioni popolari contro la dittatura in tutto il paese, come il Rosariazo, il Cordobazo, il Correntinazo e il Chaconazo.

Nella campagna si organizzavano le Ligas Agrarias, che riunivano i settori più poveri nella lotta per la terra.

Dopo la morte del Che, non fu più la stessa cosa essere un intellettuale rivoluzionario. Danno prova di questa trasformazione interiore alcune testimonianze di coloro che corroborarono i pensieri con le loro vite:

Detto più semplicemente: a molti di noi costa eludere la vergogna, non di essere vivi- perché non è il desiderio della morte, è il suo contrario, la forza della rivoluzione-, bensì di sapere che Guevara è morto con pochissimi accanto. Sì, certo, non lo sapevamo; ufficialmente non sapevamo nulla, però alcuni di noi lo sospettavamo, lo temevamo. Siamo stati lenti, colpevoli? È ormai inutile discutere la cosa, però questo sentimento rimane, almeno per me, e forse esso rappresenta un nuovo punto di partenza. (Rodolfo Walsh[11])

Ormai al mio Comandante non si possono più chiedere ordini; ormai non va più dando risposte; la sua risposta l’ha già data. Bisognerà ricordarla, indovinarla, o inventare i passi del nostro destino. (Paco Urondo) [12]

Inventando i passi del nostro destino, molti di quei guevaristi consegnarono alla lotta la purezza dei loro sogni e delle loro vite. Molti, come il Che, furono assassinati. La sfida al potere, che la generazione degli anni 70 promosse, fu castigata con il più grande genocidio della nostra storia. Il capitalismo si assicurò il proprio futuro, eliminando fisicamente la parte più attiva e intelligente di quella generazione. È per questo motivo che risulta inaccettabile il testo di Jorge Castañeda in cui si afferma:

Il Che consegnò a un paio di generazioni delle Americhe, lo strumento per credere, e l’ardore che nutre l’audacia. Ma Ernesto Guevara è anche responsabile della quantità di sangue e di vite che si dovette pagare…La sua morte gli permise di ignorare come e perché tanti universitari dell’emergente classe media della regione andarono al macello con tanta innocenza. Ma i suoi errori costituiscono colpe che appartengono soltanto in parte al suo passivo, debiti che solo in parte si devono mettere sul suo conto. Non fu l’unico responsabile degli errori della guerriglia della sinistra latino- americana, ma fu uno dei responsabili.[13]

Punire le vittime, è una delle manovre elaborate dal sistema allo scopo di castigare preventivamente ogni tentativo di lotta e di sovversione contro l’ordinamento capitalista. Attribuire al Che la morte di migliaia di giovani nella nostra Patria, significa reiterare la teoria dei due demoni; ma soprattutto, occultare i veri responsabili di questi crimini: le classi dominanti argentine e i loro padroni del nuovo mondo globale. Contro tutto quello che Castañeda dice, coloro che legarono le proprie vite a un progetto di emancipazione dell’essere umano, permisero con il loro sacrificio la possibilità che oggi abbiamo di pensare che non siamo condannati a vivere come schiavi.

I Guevaristi argentini e il dilemma dell’unità

In precedenza, ho menzionato alcuni compagni che potremmo identificare come i primi guevaristi argentini ed ho segnalato, inoltre, che provenivano da diverse identità e organizzazioni politiche argentine. Peronisti, cristiani, marxisti, che ebbero diverse opinioni e posizioni sulla congiuntura nazionale, internazionale e le tattiche da seguire. Compagni che si scontrarono fra loro al momento della lotta, che si ritrovarono come vittime della repressione, e che furono lo stesso fedeli all’esempio, all’etica e all’umanesimo che ci lega al Che. In questo, nelle diverse identità, nelle distinte organizzazioni, e nella stessa attitudine verso la vita, è forse racchiuso il dilemma argentino, e la maggior sfida.

È interessante osservare come il messaggio del Che è stato ed è accolto da diverse correnti che cercano di lottare per una società nuova, rivoluzionaria, socialista. Questo ci dice molto sul pensiero del Che e anche sulla sua condotta. Una sintesi di teoria e azione rivoluzionaria nella quale gli ideali si sono posti al di sopra dei pregiudizi, dove la ricerca innovatrice ha prevalso sulle posizioni settarie, dove l’impegno con il popolo ha potuto più di qualsiasi altro dogma. Il Che è stato capace di unirsi alle diverse correnti politiche argentine, senza porre altra condizione che quella di essere disposti a lottare; e in questa relazione, ha stabilito le polemiche in cui ha potuto modificare le concezioni erronee di quei settori, e cambiare anche le proprie idee. È stato un dialogo leale, sincero, senza sotterfugi e retto, inoltre, da un’alta morale rivoluzionaria. Allo stesso tempo, la forza etica del suo esempio, più di tanti discorsi, è riuscita a commuovere migliaia di giovani argentini. Soltanto coloro che non hanno compreso il suo messaggio possono tentare di delimitare la forza del suo esempio nel recinto di un’organizzazione o di una sola maniera di concepire il mondo.

Il Che esprime l’identità ribelle capace di riunire tutti noi che oggi, alla fine quasi dell’anno 2000, aspiriamo non ad imitarlo, ma a continuare il suo cammino. E io credo che se riusciamo a rendercene conto, saremo capaci di interpretare pienamente il significato profondo del suo messaggio agli argentini, pronunciato il 25/5/1962, durante un asado (grigliata) all’Avana, nel quale egli lanciava un richiamo alla lotta decisa e all’unità di tutti coloro che partecipano a questa lotta.

In quell'occasione il Che, parlando a nome del governo cubano, disse:

Tutto fa parte di un'unica lotta; ed è vero quando l'imperialismo ci chiama con un denominatore comune, perché anche quando le ideologie cambiano, anche quando uno si riconosce comunista, o socialista, o peronista, o qualsiasi altra ideologia politica in un determinato paese, ci sono solamente due posizioni nella storia: o si è a favore dei monopoli o si è contro i monopoli. E, a tutti coloro che sono contro i monopoli, a tutti loro gli si può applicare un denominatore comune. In questo, i nordamericani hanno ragione.

Tutti noi che lottiamo per la liberazione dei nostri popoli, combattiamo allo stesso tempo, anche se a volte non lo sappiamo, per l'annichilamento dell'imperialismo; e tutti siamo alleati, anche se a volte non lo sappiamo, anche se a volte dimezziamo le nostre forze in liti interne, anche se a volte per discussioni sterili smettiamo di far il fronte necessario per lottare contro l'imperialismo; ma tutti, tutti noi che lottiamo onestamente per la liberazione nelle nostre rispettive patrie, siamo nemici diretti dell'imperialismo. In questo momento, non c'è altra posizione che la lotta diretta o la collaborazione
.[14]

Il Che e il Partito Comunista Argentino

È risaputa la contraddizione esistente in quegli anni fra la direzione del Partido Comunista Argentino e le posizioni del Che. Numerosi dirigenti e militanti comunisti argentini ebbero la possibilità di scambiare opinioni, pareri ed esperienze con il Che. Tutti loro ricordano la semplicità e allo stesso tempo la convinzione con le quali egli esprimeva le sue idee; egli li sollecitava a far parte dell'apertura di un nuovo fronte di lotta contro l'imperialismo. Il dogmatismo, il settarismo, e una gran dosi di superbia, impedì al Partido Comunista di modificare una linea opportunista di destra, che lo portava all'integrazione nel sistema di dominazione, a dispetto dell'enorme sacrificio della maggior parte della sua militanza.

Queste riflessioni autocritiche, che noi militanti del Partido Comunista veniamo maturando dalla metà degli anni ottanta, con l'obiettivo di produrre una profonda trasformazione nella nostra cultura politica, tendente a ricreare una forza rivoluzionaria, ci obbligano a ritornare ancora una volta al Che.

Tentando di individuare i nuclei teorici e politici che determinarono questa politica riformista, siamo giunti alla conclusione che appoggiavamo un sistema dogmatico, che aveva spogliato il marxismo della sua ispirazione sovversiva e del suo maggior supporto: la dialettica rivoluzionaria.

Partendo da approcci meccanicisti sul cambiamento sociale, rendevamo culto alle denominate condizioni oggettive, alla correlazione di forze date nella società, sottovalutando il ruolo del fattore soggettivo e limitando, di conseguenza, il nostro supporto all'azione rivoluzionaria.

Il Partido Comunista ereditò dal Partido Socialista Argentino, dal quale proveniva, un approccio positivista, che impregnò di una visione metafisica ed europeista l'analisi della nostra realtà; esso ereditò, inoltre, una prospettiva storica liberale, che si allontanava sistematicamente dai contenuti nazionali e antimperialisti che si stavano formando nelle lotte popolari.

Il dogmatismo portò ad un'adozione acritica delle idee dell'Internazionale Comunista. Così, per esempio, nella fase settaria che predominò nelle risoluzioni dell'Internazionale, dal 1927 al 1932, che si esprimevano in una politica di "classe contro classe", il PCA definì l'yrigoyenismo come "nazionalfascismo"; con il quale s'iniziò un processo di isolamento del movimento popolare e di incomprensione del fenomeno del nazionalismo popolare, che cominciava ad esprimersi nel nostro paese.

I procedimenti "a tappe" sostenuti dall'Internazionale, portavano a concepire una prima tappa della rivoluzione a carattere democratico borghese, e una seconda tappa socialista; sostenendo, di conseguenza, una politica di alleanze, che privilegiava il ruolo della cosiddetta "borghesia nazionale". L'adozione delle tesi browderiste, che decretavano la caducità della lotta antimperialista, completò l'incapacità del nostro partito di interpretare le richieste della società, in momenti cruciali di cambiamento della storia argentina, in cui si stava sviluppando un nuovo livello di coscienza delle masse, che fu canalizzato dal peronismo.

Il dottrinarismo andava accompagnato e a sua volta si rafforzava per un debole inserimento sociale nei settori operai e popolari, e in un forte sradicamento della cultura popolare.

I paradigmi di mobilitazione risultavano troppo esterni ed estranei alla sensibilità e alla coscienza del nostro popolo. L'incomprensione del peronismo accentuò un tipo di azione che combinava un forte ideologismo, di proclama degli obiettivi finali, con un pragmatismo economicistico nel quotidiano. Su quella stessa strada, si trasformò il concetto di coesistenza pacifica e l'idea di passaggio pacifico al socialismo, approvata dalle Conferenze dei Partiti Comunisti nel 1957 e nel 1960, in un'adozione pratica della via pacifica per il nostro paese, in contrasto con il momento storico latino-americano, segnato dallo sviluppo e in seguito dal trionfo della rivoluzione cubana e in contrasto, inoltre, con il momento storico nazionale, caratterizzato dalla resistenza peronista e la formazione più tardi delle prime guerriglie rurali e urbane, così come il tentativo di pratiche insurrezionali da parte del movimento popolare.

Quando indaghiamo le cause di quella deviazione opportunista di destra, scopriamo che quei criteri erano parte di un patrimonio culturale che si fondava su una dottrina filosofica sviluppatosi principalmente in Unione Sovietica, che aveva trasformato il marxismo in un catalogo di credenze che sostenevano e consolidavano l'immobilismo. La posizione del Partido Comunista Argentino aveva come base filosofica il materialismo comune premarxista, che affidava l'avvento della rivoluzione al determinismo delle supposte leggi di sviluppo sociale. Quelle posizioni fecero sì che lo sforzo di tanti militanti comunisti, la cui devozione e sacrificio sono fuori discussione, non potesse proiettarsi in una proposta capace di rivoluzionare o di scuotere il potere delle classi dominanti.

È logico che partendo da queste concezioni, il Partito Comunista Argentino si scontrasse con il pensiero del Che e con l'esperienza della rivoluzione cubana, soprattutto in un momento in cui la stessa rivoluzione ingaggiava un'enorme battaglia affinché il suo impeto si estendesse oltre le sue frontiere, in modo da poter assicurare una nuova fase di liberazione continentale.

L'argomento utilizzato dai comunisti argentini, per spiegare ciò che non rientrava nel dogma marxista ufficiale di quei tempi, era "l'eccezionalità della Rivoluzione Cubana". Il senso di quell'affermazione era mettere in evidenza l'irripetibilità del suo esempio, negare la sua essenza: la sovversione contro il senso comune conservatore, contro l'apatia e il torpore del movimento rivoluzionario, o come la definirebbe il Che, una vera e propria "ribellione contro le oligarchie e i dogmi rivoluzionari."[15]

Guevara polemizzò con il concetto di eccezionalità della rivoluzione cubana nel suo articolo: " La rivoluzione cubana, eccezionalità storica o avanguardia nella lotta contro il colonialismo" :

"Analizziamo, dunque, i fattori di questa pretesa eccezionalità. Il primo, forse, il più importante, il più originale, è questa forza tellurica chiamata Fidel Castro Ruz, nome che in pochi anni ha raggiunto proiezioni storiche…E, quali sono le circostanze eccezionali che circondano la personalità di Fidel Castro?…Possiede le caratteristiche del gran condottiero, che sommate alle sue doti personali di audacia, forza e coraggio, e al suo straordinario sforzo di ascoltare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato al posto d'onore e di sacrificio che oggi occupa. Ma possiede altre qualità importanti quali la capacità di assimilare le conoscenze e le esperienze, di comprendere nel suo insieme una data situazione senza perdere di vista i dettagli, la sua immensa fede nel futuro, e la larghezza di vedute per prevenire gli avvenimenti e anticiparsi ai fatti, vedendo sempre più lontano e meglio dei suoi compagni."

"Con queste grandi qualità fondamentali, con la sua capacità di agglutinare, di unire, opponendosi alla divisione che debilita; la sua capacità di dirigere alla testa di tutti le azioni del popolo; il suo amore infinito per la sua gente, la sua fede nel futuro e la sua capacità di prevedere, Fidel Castro fece più di qualsiasi altro a Cuba per costruire dal niente l'apparato oggi formidabile della Rivoluzione Cubana".
[16]

Gli altri due fattori di eccezionalità, che egli segnalava, erano che "l'imperialismo nordamericano era disorientato e non era mai riuscito a valutare le vere proporzioni della Rivoluzione Cubana" e che" esagerando le cose, possiamo aggiungere un nuovo fattore di eccezionalità ed è che, nella maggior parte dei luoghi a Cuba, il contadino si era proletarizzato a seguito delle esigenze della gran coltivazione capitalista semi meccanizzata, ed era entrato in una fase organizzativa che gli conferiva una maggior coscienza di classe".

Successivamente, analizzava i fattori comuni a tutti i popoli latino-americani, " le contraddizioni che, maturando in seno alle società attuali, provocano cambiamenti che possono acquisire la grandezza di una rivoluzione come quella cubana". Fra questi fattori individuava il " latifondo e la sua alleanza con i monopoli, specialmente con l'imperialismo nordamericano. Lo sottosviluppo, conseguenza della dipendenza e del latifondo, e origine dei bassi salari, la disoccupazione e la fame del popolo". Da ciò concludeva che esistevano le condizioni per iniziare una lotta rivoluzionaria più decisa nell'insieme dei paesi dell'America Latina, incluso l'Argentina. E allora si appellava al ruolo del fattore soggettivo, alla coscienza e alla convinzione dei rivoluzionari e al ruolo dei dirigenti:

"Questo compagni, che si ripeta l'esperienza storica del 25 Maggio in queste nuove condizioni, dipende prima di tutto dal popolo argentino e dai suoi dirigenti. Vale a dire, dipende da voi in quanto popolo e in quanto dirigenti. In modo tale che una buona parte della responsabilità ricada anche su di voi. La responsabilità di saper lottare, di saper dirigere il proprio popolo, che da tempo sta esprimendo, in tutte le maniere possibili, la sua decisione di distruggere le vecchie catene e di liberarsi dalle nuove catene con le quali l'imperialismo minaccia di legarci".[17]

L'incomprensione delle lezioni fondamentali che scaturivano dalla Rivoluzione Cubana, nonostante l'enorme solidarietà che i comunisti argentini le manifestarono, ebbe come corollario il disaccordo con le organizzazioni rivoluzionarie che si formarono sotto la sua influenza. In questo modo, si assicurò la divisione delle forze popolari. É necessario segnalare anche che il settarismo, l'egemonismo, l'avanguardismo, sono problemi che riguardano la maggior parte della sinistra in Argentina, e che le loro conseguenze nella vita politica e sociale del paese sono tragiche.

Mi sono soffermata sull'analisi delle posizioni e degli approcci che portarono alla deviazione riformista del Partido Comunista, non soltanto per responsabilità autocritica, ma anche perché è necessario segnalare che il riformismo è un fenomeno che ha profonde radici nel pensiero sociale argentino. E oggi riscontriamo che molte delle concezioni che i comunisti sostenevano e che furono oggetto di polemica con il Che, sono ora accettate, senza beneficio d'inventario, da diversi settori politici che ritornano a concepire un processo di trasformazione (non parlano più di processo rivoluzionario) a tappe; nel quale si tratterebbe di pianificare una fase a carattere democratico e decisamente borghese, giacché il socialismo è passato all'indice della storia. Si argomenta, inoltre, contro qualsiasi esperienza d'esercizio della violenza popolare, con la giustificazione che essa "destabilizza la democrazia", creando in questo modo l'illusione che si potranno ottenere cambiamenti profondi nel potere, senza la resistenza violenta delle classi dominanti, e seguendo un cammino di accumulazione di forze limitata esclusivamente agli ambiti istituzionali borghesi. Si propone come "alternativa" al neo liberismo, un sistema di alleanze chiaramente egemonizzato politicamente, ideologicamente e socialmente dalla borghesia che promuove, nella maggior parte dei casi, l'utopia reazionaria dell'umanizzazione del capitalismo. Ancora una volta il riformismo si fa scudo con un freddo economicismo, con un'eccessiva determinazione dei fattori geopolitici, intesi come elementi decisivi per rinviare qualsiasi tentativo rivoluzionario.

Questi argomenti, di cui si avvale una supposta sinistra "postmoderna", non sono altro che una volgare ripetizione dei vecchi argomenti della sinistra dogmatica che, nel caso di noi comunisti argentini, stiamo cercando di trasformare partendo da una prassi che aspira ad affermarsi nella ricerca di cammini di lotta, dal cuore del nostro popolo.

La validità del pensiero del Che

È evidente che non possiamo analizzare la validità del pensiero del Che senza considerare i profondi cambiamenti sociali, politici e culturali che si sono verificati nel mondo negli ultimi 30 anni. Ciò nonostante, voglio segnalare la pertinenza di alcuni approcci essenziali che hanno ancora una gran ricchezza in questa nuova fase storica.

Credo che sia ancora di assoluta validità la predica del Che sulla creazione dell'uomo nuovo, come condizione necessaria per la realizzazione di qualsiasi progetto di trasformazione. Il bisogno di costruire una cultura opposta a quella che riproduce la dominazione, come strumento per forgiare le premesse di un potere popolare, implica una nostra trasformazione completa come militanti, come donne e uomini.

La relazione uomo nuovo, nuova donna, organizzazione nuova e nuova società, è l'asse che dobbiamo ricomporre come condizione necessaria per creare un progetto rivoluzionario alternativo.

L'uomo nuovo, proposta cui il Che consacrò la propria vita, è la coniugazione dei valori negati dalla cultura alienante del capitalismo di fine secolo; in suo nome dovremo riscattare la nostra identità, recuperare la dimensione della solidarietà, disprezzare la predica dell'egoismo e da esso si salvi chi può. La creazione dell'uomo nuovo e della nuova donna, risulta tanto o più difficile in un momento in cui il principio della controrivoluzione conservatrice nel mondo, è stato imperniato sul terreno ideologico e culturale. Dalla frammentazione e dall'impotenza, si è imposta una maniera di vedere la vita di tutti e quella di ognuno.

Un punto fondamentale del pensiero del Che è stato la battaglia contro l'alienazione e contro ogni tipo di dominazione. In questa prospettiva s'inserisce la predica dell'attuale femminismo di liberazione e i suoi sforzi per la creazione di una nuova donna, protagonista attiva della storia accanto all'uomo, e preparata ad affrontare tanto la lotta contro lo sfruttamento capitalista quanto la battaglia culturale contro il maschilismo, fattore che agisce come riproduttore e alleato della dominazione classista.

Lo sviluppo di una nuova passione trasformatrice, di una nuova soggettività, inizia ad essere avvertita come un segno dei tempi futuri, nella generazione che entra nella vita attiva, aspirando ad essere parte fondamentale nella lotta per la dignità, e rifacendosi per questo al Che, ripreso secondo codici propri e intrasferibili. La generazione del 90, figlia culturale, e in alcuni casi biologica, di quei primi guevaristi, non trova nel Che le stesse identiche cose dei loro padri. Tuttavia sono simili l'emozione che suscita in loro la sua figura e la forza con cui si afferrano alla sua immagine.

Nel legame possibile fra la generazione del 70 e quella del 90, che la dittatura si preoccupò così meticolosamente di tagliare alla radice, risiede forse la possibilità di un nuovo impulso rivoluzionario che arrivi più lontano; un legame nato dal recupero dei valori che ispirò la lotta negli anni 70 (incarnati paradossalmente nell'immagine del Che) e basato sull'esperienza dura ma istruttiva, e sulla cultura politica accumulata in questi decenni.

La generazione degli anni 90 può trarre le proprie conclusioni (e le trae) dall'esperienza delle dittature e anche da ciò che le offrono queste democrazie dalle mani legate; dalle possibilità e dai limiti della lotta armata, dalle opportunità e dalle difficoltà che si presentano nella lotta istituzionale.

Se è vero che questo lungo e profondo dibattito (alla cui impostazione ci aiuta anche il Che nel suo anniversario, nel moltiplicarsi di cattedre e seminari a lui dedicati), riesce a coniugarsi con un rinnovato impulso della lotta popolare che comincia a insinuarsi in tutto il paese, ci sarà allora sicuramente la possibilità di creare nuovi cammini, più decisi e allo stesso tempo più audaci, per dare prospettive ai sogni libertari di tutti i tempi.

La gioventù degli anni 90, protagonista di questa scommessa, potrà essere colei che contribuirà a ridare energia combattiva a quei settori che, remando contro corrente in questi difficili anni, non si sono arresi, ma indubbiamente si sono stancati di lottare in solitudine.

Recuperare la storia, da una vera partecipazione alla storia attuale è una sfida per noi che aspiriamo a trasformare attivamente la realtà nella quale viviamo.

La creazione dell'uomo nuovo, della nuova donna, implica un lavoro costante di formazione di coscienze, dialoghi, valori; un lavoro realizzato nell'ambito di un confronto sempre più deciso ed energico contro i poteri che ci opprimono e alienano. Una battaglia quotidiana per una nuova etica, che non si riduce al precetto non rubare, o non far parte della catena di corruzione alla quale pretendono agganciare ogni uomo e donna per assicurarsi in questo modo la sua complicità con il sistema. Un'etica basata sulla lotta, sull'azione collettiva per trasformare le condizioni di vita dell'umanità; un'etica basata sul protagonismo, sul rispetto inalienabile per la dignità, la libertà e la solidarietà.

Dal Messaggio del Che agli argentini fino ad oggi, la divisione della sinistra e del movimento popolare in Argentina continua e la disgregazione delle nostre forze si è accentuata. La sconfitta che subimmo e che si cementò con il genocidio, deve richiamarci l'attenzione sulle nefaste conseguenze delle condotte di numerosi settori della sinistra, tanto sul piano politico quanto su quello sociale; ognuno si trincea nella sua verità assoluta, nella sua auto proclamazione come avanguardia, nella sua negazione del diverso, nella sua condanna del pensiero critico, nella sua difficoltà nel rispettare la pluralità inerente al movimento popolare, nella cui varietà risiede la possibilità della crescita collettiva. L'organizzazione nuova sarà quella che potrà contribuire a riunire gli ideali, le capacità e la mistica necessari per promuovere una cultura basata sull'unione, la ribellione e la resistenza. Sarà sicuramente il risultato dell'incontro dei rivoluzionari argentini provenienti da diverse esperienze e tradizioni di lotta in Argentina.

La nuova società sarà il risultato di una complessa costruzione collettiva, emendata da contraddizioni. Il socialismo non sarà principalmente una forma superiore di distribuzione della ricchezza, né sarà principalmente un metodo di produzione, bensì come lo propose il Che, un fatto di coscienza. Sarà il trionfo di una cultura opposta ad ogni tipo di sfruttamento, ad ogni tipo di dominazione e ad ogni tipo di discriminazione.

Il socialismo, come progetto, dovrà apprendere da tutti i rovesci subiti nella lotta mondiale contro il capitalismo, e allora emergerà come una società infinitamente più giusta e più umana, risultato dell'azione cosciente e pianificata degli uomini, e non del gioco del mercato capitalista, basato sullo sfruttamento delle persone. Sarà una società in cui il vero protagonista sarà l'essere umano, in una lotta intransigente, individuale e collettiva, contro tutti i fattori che promuovono la sua alienazione. Il socialismo nascerà dal dolore che genera ogni apprendistato, soprattutto quello che tende a modificarci completamente, sconvolgendo perfino gli elementi originali costitutivi della nostra identità. Non sarà, così come si poté idealizzare, il paradiso in terra e neppure la fine della storia, bensì un momento di crescita collettiva dalle stesse radici della nostra cultura popolare e dalla nostra storia.

Il socialismo che potrà fiorire in America Latina sarà, nella prospettiva guevarista, un momento della lotta mondiale per la fine dello sfruttamento e della dominazione capitalista in tutto il pianeta. Saranno necessari a tale fine più di due o tre Vietman; più di due o tre Cuba; e soprattutto, la purezza e l'energia del Che, di Fidel, di Ho Chi Minh, di Salvador Allende, moltiplicate nei giovani di questo tempo, che continuano ad essere "l'argilla fondamentale della nostra opera".[18]

note:

[1]Claudia Korol, El Che y los argentinos, Ediciones Dialéctica.

[2] Jorge Castañeda, La vida en rojo, Ediciones Espasa.

[3] John William Cooke fu capo della resistenza peronista, delegato personale di Perón, e fondatore della corrente rivoluzionaria del Peronismo. Combattente a Playa Girón, presiedette la delegazione argentina alla OLAS.

[4] John William Cooke, Apuntes sobre el Che, Revista Compromiso, Buenos Aires, n.3. Redatti con prologo da Alicia Eguren.

[5] Jorge Ricardo Masetti, giornalista argentino. Fu il primo ad intervistare Fidel Castro e il Che nella Sierra Maestra, pubblicò successivamente il libro Los que luchan y los que lloran. Fu il fondatore della Prensa Latina. Combatté in Algeria, e basandosi poi sul progetto del Che, cercò di creare una guerriglia a Salta, nella quale fu conosciuto con il nome di "Comandante Segundo". Isolata la guerriglia nel 1964, i suoi resti sparirono nella selva e non furono mai più ritrovati.

[6] Alicia Eguren, compagna di John William Cooke, guidò insieme a lui i settori rivoluzionari del peronismo. Scomparse durante l'ultima dittatura militare. Fu vista per l'ultima volta nel campo di concentramento della Escuela Superior de Mecánica de la Armada.

[7] Idem cit.4

[8] L'ELN fondò poi le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), che confluirono nella formazione dei Montoneros. Roberto Quieto fu assassinato dalle Forze Armate nel 1976. Marcos Osatinsky fu assassinato dai poliziotti durante un trasferimento da un carcere all'altro nel 1975.

[9] Roberto Santucho fu Segretario Generale del Partido Revolucionario de los Trabajadores, e comandante in capo dell'Ejercito Revolucionario del Pueblo. Fu assassinato in combattimento il 19 luglio del 1977. Il suo corpo non è stato ancora recuperato dai familiari e compagni.

[10] María Seoane, Todo o Nada. In relazione alla rottura fra Santucho e Nahuel Moreno, riferisce: in una riunione del Comitato Centrale del PRT- la massima istanza politica- tenutasi alla Plata nel gennaio del 1968, Moreno di nuovo si oppose all'inizio dell'attività guerrigliera. Il leader trotzkista argomentò che il Che era stato sconfitto perché il suo movimento si basava " sulla classe media disperata e sui sottoproletari. Il miglior contributo che si può fare alla rivoluzione latino-americana, qui in Argentina, è buttarsi a capofitto nella lotta sindacale". Egli argomentò, inoltre, che date le condizioni di paralisi politica, il PRT doveva proteggersi impegnandosi in suddetta attività sindacale. " La classe dirà. Né noi né gli attivisti siamo qualcuno per imporre una forma di organizzazione". La lotta è appena iniziata.

Nahuel Moreno, Opuscolo pubblicato a Buenos Aires nel 1966.

[11] Rodolfo Walsh, in Revista Casa de las Americas 206. Gennaio- Marzo 1997.

[12] Paco Urondo, in Revista Casa de las Americas 206. Gennaio- Marzo 1997.

[13] Idem, cit. 2

[14] Ernesto Che Guevara, Mensaje a los argentinos. Pubblicato nel libro El Che y los argentinos, cit.1

[15] Diario del Che in Bolivia. Così si riferì al significato del 26 luglio nel suo diario.

[16] Ernesto Che Guevara, Cuba, excepción historica o vanguardia en la lucha contra el colonialismo?. Ernesto Che Guevara, Opere Scelte.

[17] Ernesto Che Guevara, Mensaje a los Argentinos, Idem. cit.14.

[18] Ernesto Che Guevara, El socialismo y el hombre en Cuba, Opere scelte.

Claudia Korol,

membro della commissione politica del Partido Comunista Argentino, docente nella Universidad Popular de las Madres de Plaza de Mayo e segretaria di redazione della Revista America Libre.

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