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Minatori del Cile: prima salvati, poi abbandonati

(19 Ottobre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

19-10-2010/16:17 --- Dopo il crollo e la conseguente chiusura della miniera di San Josè, in Cile, circa 300 lavoratori hanno perso il posto di lavoro. Ma mentre quelli sepolti a 700 metri di profondità per 68 giorni sono diventati i protagonisti di un “Grande Fratello” improvvisato, gli altri 267 sono rimasti più di due mesi senza lavoro, senza stipendio e senza liquidazione di fine rapporto. Dimenticati da media e governo, i colleghi dei “33” hanno protestato domenica scorsa, durante una messa di ringraziamentoo organizzata sul bordo della miniera, contro la società San Esteban, proprietaria della miniera San José, chiedendo il pagamento della liquidazione e accusando il governo di averli sempre discriminati.
Nel tentativo di mantenere l'attenzione del governo e dell'opinione pubblica sulla condizione dei minatori in Cile, gli operai e le loro famiglie hanno deciso di accamparsi vicino alla miniera, in pieno deserto di Atacama, dove resteranno finchè non vedranno i propri diritti rispettati.
E hanno ragione. La vecchia miniera San José, piena di gallerie malandate e di rocce poco stabili, ha già visto la morte di due lavoratori tra il 2004 ed il 2007, anno in cui il Servicio Nacional Geológico Minero ha chiesto la sua chiusura definitiva. La miniera ha tuttavia ripreso le sue attività nel 2008, dopo aver ottenuto i permessi per riaprire grazie ad alcuni lavori di messa in sicurezza. È stato il crollo del 5 agosto a portare alla luce la verità: solo una parte del cunicolo in cui si trovavano i minatori era stata messa in sicurezza. Infatti, come scoperto dopo il salvataggio dei minatori, c'era un accesso per uscire, però non c'erano le scale, perché l'impresa non le ha costruite. Troppo care...
Ora si parla della crisi in cui versa la società San Esteban, che non può assicurare nemmeno le liquidazioni ai dipendenti. Questa non è una novità: si sa che l'azienda ha risparmiato sulla sicurezza (forse con la complicità di uno Stato negligente). Inoltre lo scorso agosto, Alejandro Bohn, uno dei proprietari, ha ammesso che la società non aveva stipulato alcuna assicurazione per i suoi lavoratori, e dopo aver messo in dubbio la capacità dell'azienda di assicurare gli stipendi dei minatori, si è immensamente dispiaciuto per il deterioramento economico in cui versava.
Nel frattempo iniziano le indagini per accertare le responsabilità di quanto accaduto. Pochi giorni fa il deputato Lautaro Carmona, ha reso pubblica una risoluzione del 28 luglio scorso, firmata dal Segretario Regionale del Ministero della Salute di Atacama, Raúl Martínez Guzmán, nella quale si autorizza l'ultima delle riaperture della miniera, chiusa per qualche giorno dopo l'ultimo incidente avvenuto ai primi di luglio, e che costò l'amputazione di una gamba a un minatore.
Se torniamo invece ai nostri mezzi di comunicazione, sembra di vivere tutt'altra storia. Da una parte, il ministro dell'interno cileno annuncia che una delle capsule usate per mettere in salvo i lavoratori verrà esposta nella piazza principale di Santiago. Dall'altra, ci si chiede quale sarà il titolo che Hollywood darà al film che starebbe già preparando sulla straordinaria storia. Potrebbe essere “La dimenticata storia di lavoratori sfruttati in un paese qualsiasi dell'America Latina”. Un titolo tanto improbabile quanto vero.

Thais Palermo Buti, Radio Città Aperta

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