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(4 Aprile 2011) Enzo Apicella

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Dietro il baccano mediatico e le provocazioni...

... una questione da non lasciare alla critica roditrice dei topi (Vis-à-Vis)

(4 Novembre 2003)

Le altisonanti dichiarazioni di Sergio Segio, già militante di Prima Linea, poi "dissociato" ed infine riciclato nel cosiddetto (assai malamente!) movimento dei movimenti, hanno scatenato un baccano mediatico, alimentato dai soliti più o meno impresentabili addetti ai lavori, cui hanno dovuto rispondere svariati esponenti del "movimento".

In merito alle "premurose" esternazioni di Segio, replichiamo anzitutto che ai media NON si deve concedere mai l’opportunità di spettacolarizzare singoli aspetti delle dinamiche implicite nei movimenti sociali. Una simile generosità d’animo, alla fine, diviene immancabilmente occasione per strumentali mistificazioni, direttamente funzionali alla criminalizzazione che puntualmente lo stato tende, per sua natura, a scatenare contro l’eresia, per esso insopportabile, di una pratica diretta di massa.

In ogni caso, al di là dei suoi intenti specifici più o meno consapevoli (e/o eterodiretti) e comunque difficilmente "spendibili" sul versante del movimento, Segio ha fatto delle affermazioni che, malgrado lui, impongono un approfondito ragionamento e non possono essere semplicemente cestinate.

E’ stato infatti toccato un nervo scoperto, non a caso quasi mai emerso nella riflessione collettiva degli ultimi anni: il rapporto tra movimento e l’uso della forza. Una simile questione può essere rimossa soltanto da chi rinuncia alla radicale trasformazione dell’esistente, o da chi si illude che un uso, per di più stravolto, del gandhismo possa non condurre di fatto al "disarmo" unilaterale e preventivo della critica anticapitalistica. Purtroppo non deve sorprendere che tale ordine di problemi sia stato rimosso: per sciogliere nodi di tale portata occorrerebbe definire in modo sufficientemente chiaro quale sia l’opzione strategica complessiva del nostro agire politico, la natura del nostro avversario e, conseguentemente, i mezzi necessari per raggiungere i nostri fini.

Ovviamente non ci occuperemo di tutto ciò in questa sede. Cercheremo piuttosto di fare chiarezza su alcuni punti, in certo senso preliminari.

In primo luogo rifiutiamo il ragionamento per cui in passato l’opzione lottarmatista sarebbe stata, se non giusta, almeno giustificabile, mentre solo oggi sarebbe diventata una follia perché "tutto è cambiato". Cosa mai sarebbe cambiato, infatti? Il dominio capitalistico è in realtà rimasto, nella sostanza, identico, sebbene gli aspetti fenomenici di esso abbiano subìto rilevanti modificazioni, nel senso di un ulteriore restringimento degli spazi di agibilità politica, sindacale, sociale ecc. Da questo punto di vista, dunque, nessuna conferma può venire alla tesi che stiamo criticando.

Ma c’è un altro aspetto che va considerato: l’espressione soggettiva dell’antagonismo. In questo senso "la sconfitta storica di tutta un’ipotesi rivoluzionaria" (per usare le parole di Barbara Balzerani) avrebbe creato una cesura netta, non più recuperabile, tra i passati movimenti e quelli presenti. Su questo punto, magari giustificandolo in modo diverso, finiscono per convergere in molti. Tanto Bertinotti quanto Casarini sostengono, infatti, che questo movimento sarebbe totalmente estraneo alla storia della tradizione rivoluzionaria novecentesca.

Ma, in fin dei conti, in cosa consisterebbe questa cesura? Riteniamo che, in sostanza, essa sia la testimonianza di un’arbitraria convinzione o di una maliziosa speranza: in estrema sintesi, sarebbe venuta meno, rispetto al passato, la possibilità che il sociale esprima autonomamente e consapevolmente, al di fuori della mediazione astrattizzante della politica, un’opzione strategica, di complessiva e radicale alterità rispetto allo stato di cose presenti, ineluttabilmente destinata a scontrarsi con quelle istituzioni che presiedono alla tutela dell’ordine costituito.

Nessun dubbio che il "movimento" sospinto dal vento di Seattle non abbia fin qui espresso tale opzione strategica. Ma ciò non significa ch’esso non possa giungere a farlo. Riteniamo, anzi, che un simile salto di qualità sia necessario, benché non scontato, se esso vorrà superare l’attuale situazione di impasse e recuperare la capacità di incidere nell’attuale contesto, segnato da una feroce offensiva capitalistica su scala globale.

Se ciò accadrà, si riproporrà fatalmente ed in modo dispiegato il problema del rapporto tra conflittualità sociale, pratiche di piazza e uso della forza, in un’oggettiva intersecazione con l’area tematica delineata dal pur delirante discorso del lottarmatismo. Quest’ultimo, infatti, è comunque "ascrivibile" alla sfera della conflittualità sociale, pur costituendone una perversa deriva degenerativa. Esso prescinde dal materiale esprimersi dello scontro di classe, ma oggettivamente vi allude e in qualche modo lo implicita, del tutto strumentalmente, come fonte di legittimazione virtuale per la propria stessa autodefinizione in chiave politico-progettuale.

D’altronde, riteniamo che, per orientarsi in tale coacervo di problematiche, vada preventivamente ribadito un punto assolutamente centrale, che troppo spesso viene dato sbrigativamente per scontato e/o tendenzialmente rimosso tout court: ogni volta che la critica pratico-teorica di massa pone in questione gli equilibri di potere fra le classi, normativizzati negli istituti statuali del comando, si palesa un’implicita ma sostanziale messa in mora del ciclo della rappresentanza. Su di questo si fonda la legittimità stessa del cosiddetto stato di diritto, basata sulla delega "democratica" all’esercizio della "sovranità popolare", e proprio l’uso di tale delega viene contestata nei momenti in cui i "cittadini" non agiscono più singolarmente, attraverso la dinamica del voto, ma scelgono di attivarsi direttamente, in una ripresa di parola dal basso e di massa, al di fuori della mediazione politico-istituzionale.

In situazioni siffatte, il "sociale" riprende forma direttamente, fuori dalla mediazione astrattizzante e disciplinatrice della politica: la monade isolata del "cittadino" si dissolve e riemerge la materialità delle determinazioni specifiche di classe degli individui. E in tale momento di autentica "catastrofe", il proletariato tende ad autodeterminarsi in un processo fusionale di ricomposizione del soggetto collettivo rivoluzionario: tale nuovo soggetto si riconosce come antitesi dell’esistente, come sua dirompente eccezione, e nell’articolare il proprio percorso di lotta, è inevitabile che esso "pratichi la piazza", ponendo in essere anche azioni di attacco, contro oggetti ad alta valenza simbolica, in cui riconfermare l’autopercezione di sé e, a maggior ragione, giunga a mettere in atto comportamenti di autodifesa contro la scontata reazione statuale, più o meno "teppistica" che sia.

In tale processo non può che riemergere la fitta trama di violenza che impregna l’intera formazione storico-sociale capitalistica: quando la finzione della mediazione astrattizzante della politica lascia il passo alla reale valenza dispotica del dominio di classe, inverato nella forma-stato, non può che riemergere la violenza incistata nel cuore stesso dei rapporti sociali di produzione del capitale ed intrinseca al rapporto capitale-lavoro . E tale rapporto, sul versante capitalistico, infatti, tende immediatamente a dispiegarsi sotto le forme dell’opzione militaresca, posta a fondamento dello stato stesso, da sempre autodefinitosi come detentore del monopolio dell’uso della forza.

Ed è qui che, appunto, si biforcano le strade fra i seguaci dell’autonomia del politico e quelli dell’autonomia di classe. Laddove i primi pretendono di surrogare quelle che considerano deficienze costitutivamente intrinseche al sociale, autoerigendosi a rappresentanti del proletariato e impegnandosi come una élite d’avanguardia iperspecializzata nell’"arte della politica". E in tal senso essi hanno due alternative: o la socialdemocratica via del compromesso, abilmente contrattato con l’avversario, o l’opzione pseudorivoluzionaria che porta fino agli estremi esiti il "proseguimento della politica con altri mezzi", di clausewitziana memoria. Dall’autonomia della politica all’autonomia del militare il passaggio è solo formalistico, dal momento che nella "sostanza" permane l’astrattizzazione della società della merce e la conseguente drastica negazione di qualsivoglia capacità di autodeterminazione da parte di quel proletariato oggi fattosi infine universale, in forza della stessa globalizzazione del capitale.

Purtroppo, anche oggi questo passaggio può di nuovo indurre in tentazione. La ristrutturazione dei processi produttivi, incessantemente attuata dal capitale da più di un ventennio, ha scomposto la classe e l’ha gettata in una condizione di atomismo forse mai così diffuso e penetrante. Oggi più di ieri, quindi, le deficienze soggettive del proletariato possono apparire insormontabili e bisognose di un intervento "esterno" da parte degli specialisti della politica e del militare. Altro che "tutto è cambiato" !

Non ci possiamo dunque esimere da un’aspra battaglia contro l’avventurismo ipersoggettivistico degli specialisti dell’autonomia del politico, così come del militare. Ma tale battaglia NON deve mai in alcun modo "servirsi" delatoriamente della repressione statuale, per eliminare dalla scena della conflittualità sociale quelli che risultano, oggettivamente, avversari dell’autonomia di classe. La necessaria conseguenza sarebbe infatti un rafforzamento oggettivo dello stato, dal quale non si potrebbe poi certo sperare di ottenere in cambio una qualche assurda "legittimazione" al proprio preteso antagonismo, rispetto ad esso e al suo vero padrone, il capitale.

Lo stato infatti pretende l’abiura, non già delle metodologie adottate dai lottarmatisti, ad esso sostanzialmente omologhe, ma della critica pratico-teorica di massa cui l’opzione comunista tende, dentro i processi di autodeterminazione del soggetto collettivo rivoluzionario, fuori e contro la mediazione alienante della politica, laddove davvero si gioca la partita storica per l’estinzione dell’astrattizzazione della merce e dello stato stesso.

A questo punto un’ultima considerazione si impone, sebbene assai scomoda, quasi indicibile.

Fermo restando che lo stato sempre e comunque, per chi si pretenda comunista, NON ha legittimità alcuna ad incarcerare e reprimere chicchessia, rimane il fatto che la solidarietà a tutti i costi, "senza se e senza ma", con chiunque si autodefinisca "compagno rivoluzionario", è un retaggio mistificante da abbandonare: esso è infatti sostanzialmente omologo al perverso strumentalismo per cui "il nemico del nostro nemico ha da essere comunque nostro amico" !

Rimaniamo invece convinti che i compagni di strada si debbano scegliere sulla base di discriminanti saldamente ancorate alla definizione dei fini e delle pratiche prescelte. Fini e pratiche che noi individuiamo nell’opzione comunista libertaria e nell’autodeterminazione del soggetto collettivo rivoluzionario. Coloro che propugnano di fatto un "socialismo da caserma" e lo vogliono raggiungere espropriando l’autonoma decisionalità dei movimenti sociali non possono che essere nostri avversari.

Quindi, pur di fronte alla ferocia repressiva dello stato, non possiamo scordare il prezzo politico che costoro ci hanno fatto e ci faranno pagare, e riserviamo loro esclusivamente la solidarietà dovuta a tutti gli uomini e le donne privati della propria libertà in quella disumana istituzione disciplinare chiamata carcere, del tutto indipendentemente dal motivo per cui ci sono stati sbattuti dentro.

4 novembre 2003

Vis-à-Vis
Quaderni per l’autonomia di classe
http://web.tiscalinet.it/visavis

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