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Dignità operaia

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Sulla lotta per la casa

Note introduttive all'assemblea del 13 luglio 2003 al Circolo "M. Lupo" di Parma

(8 Luglio 2003)

La questione abitativa è un problema che i lavoratori e i disoccupati, i proletari in genere, si sono posti e si pongono in modo pressante. Si tratta infatti di una necessità primaria che non può essere rinviata tanto a lungo.

A radicalizzare ulteriormente questo problema vi sono tutta una serie di misure, di carattere sia economico che repressivo-militare, volte a preservare i margini di profittabilità dei capitali investiti, in un contesto generalizzato di approfondimento della crisi economica, che è anche crisi sociale e politica, e di guerra imperialista.

Si tratta, in buona sostanza, delle misure di contenimento e di riduzione del costo della forza-lavoro, sia direttamente, attraverso i nuovi contratti di lavoro, che indirettamente, mediante l’introduzione dell’Euro – che si è rivelato un utilissimo strumento di gestione dell’inflazione e quindi dei salari immediatamente su scala europea; dell’imposizione massiva e costante di elementi di precarietà, ricattabilità e flessibilità nel mondo del lavoro attraverso l’introduzione del lavoro interinale, l’abolizione del collocamento pubblico, l’uso generalizzato dei contratti cosiddetti atipici che progressivamente tendono ad una completa individualizzazione del rapporto di lavoro.

E’ quindi evidente come, in un tale scenario, dominato dalla forza d’urto della valorizzazione capitalistica, la battaglia contro l’abolizione dell’art.18 e, più in generale, delle garanzie contenute nello Statuto dei Lavoratori, sia stata percepita dai più come un’arma politica spuntata, importante sul piano dello scontro formale, ma sostanzialmente inefficace dal punto di vista dei rapporti di forza effettivi fra le classi.

L’ingresso, in questi ultimi anni, di molti proletari immigrati, nelle metropoli occidentali, ha portato ad una vera e propria militarizzazione delle relazioni sociali che si è concretizzata principalmente nell’estensione e nell’intensificazione delle forme detentive e carcerarie, volte, nello specifico del soggetto “extracomunitario”, a mantenerlo in uno stato di costante ed estrema ricattabilità e sfruttamento.

Il tentativo di consolidare la transitorietà della loro permanenza mediante l’inasprimento delle condizioni di accesso al permesso di soggiorno e ricorrendo a periodiche espulsioni, in un quadro di flussi migratori programmati in funzione del fabbisogno nazionale di forza-lavoro, l’intensificarsi del potere di controllo e deterrenza attraverso la detenzione coattiva nel carcere – il proletariato “extracomunitario” costituisce circa il 50% della popolazione attualmente detenuta – o in strutture para-carcerarie quali i CPT, sono i “moderni” strumenti delle cosiddette politiche di sicurezza.

Più in generale, le politiche di sicurezza assolvono, in modo evidente, ad una funzione preventiva di controrivoluzione strisciante rispetto all’intensificarsi, su scala planetaria, delle contraddizioni connesse alla crisi in atto, al fine di contenere l’insorgenza proletaria e disarticolarne le embrionali espressioni di autonomia e di organizzazione.

Il proletariato etichettato come “extracomunitario”, è afflitto altresì dal problema della casa, in conseguenza dell’intensificazione dello sfruttamento e della ricattibilità cui è sottoposto, allo stesso modo di come, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, e ancora oggi anche se in misura notevolmente minore, fu per il proletariato immigrato dal Sud di Italia.

L’occupazione delle case sfitte, attraverso la lotta organizzata attraverso in comitati di quartiere e di fabbrica, è il modo che storicamente si è dimostrato il più efficace, per porre un qualche rimedio immediato all’urgenza abitativa ma anche per costruire nuove relazioni sociali in grado di prefigurare un superamento di quelli esistenti.

Tuttavia, laddove all’azione diretta di parte proletaria, all’organizzazione autonoma di classe, alla pratica dell’obiettivo si è sostituita la mediazione opportunistica delle organizzazioni burocratizzatesi del sindacato e dei partiti riformisti, la lotta è stata ricondotta nell’alveo della concertazione e, così, privata del carattere proletario ed autonomo che ne garantiva la forza e l’efficacia.

Su questo occorre prestare molta attenzione poiché non si tratta, come spesso si sente dire, di una questione di natura morale: non è l’estetica del “militante incorruttibile” ma la stessa realtà dei fatti che ci insegna che solo la lotta paga.

E’ chiaro che bisogna fin da subito interrogarsi su quali obiettivi si intraprende una lotta, se per sottrarre terreno alla controparte statal-padronale, contribuendo a sviluppare una forza sociale autonoma, oppure se sia sufficiente dare una qualche risposta parziale al problema, cogestendolo con quelle stesse istituzioni che si vorrebbero combattere.

Su queste tematiche, e in specifico sulla lotta per la casa, ci interessa portare il contributo significativo di un’area di compagni che ha intrapreso l’occupazione dell'ex seminario a Casier (Treviso).

In un loro documento scrivono:


«Gli estensori di questo dossier sono un gruppo eterogeneo di persone che è intervenuto in una delle contraddizioni di questo tessuto sociale (quello del nordest appunto) per sostenere le lotte degli sfruttati e fomentare una situazione di conflitto.

Innanzi tutto bisogna spendere quattro parole per specificare il contesto in cui si sviluppa la nostra lotta, per meglio chiarire cos’è questo fumoso fenomeno nordest oramai sulla bocca di tutti.

Il Nordest d’Italia non è solo un’area geografica ma anche un concetto costruito di recente per rappresentare un’omogeneità economica e produttiva. Si tratta in realtà di una regione che deve il suo recente successo ad un assetto produttivo fondato su piccole e medie imprese sparse nel territorio e collegate tra loro da reti di vincoli e scambi. La storica presenza di piccole imprese artigianali - sorte e sostenute da finanziamenti pubblici, secondo il progetto democristiano di creazione di un tessuto produttivo a basso conflitto sociale – si è evoluta grazie alla possibilità recente di accedere a basso costo alle innovazioni elettroniche e informatiche coniugandosi perfettamente con le nuove esigenze del capitalismo odierno: una produzione snella che si adatti facilmente e rapidamente alle esigenze di un mercato in perenne fluttuazione e che consente margini sempre più esigui di profitto.

Ad eccezione di Porto Marghera non esistono grosse concentrazioni industriali. La produzione è diffusa sull’intero territorio e affidata a piccole unità interconnesse da un utilizzo strategico delle infrastrutture. L’urbanizzazione del territorio è lo specchio di questa struttura produttiva: non esistono grosse città ma, nei fatti un’unica area metropolitana; il fronte conflittuale non si localizza in un centro ma si disperde in una miriade di microconflitti diffusi.

Se la produzione si realizza in piccole fabbriche all’interno di un sistema reticolare, la direzione di questo non è affatto orizzontale bensì guidata da un numero ristretto di imprese più grandi che dispongono di capitali e di conoscenza della produzione, della vendita e della comunicazione del prodotto sul mercato.

Grandi gruppi – il più famoso è Benetton – utilizzano questo sistema dinamico di subforniture che gli consente di ammortizzare le fluttuazioni del mercato, ridurre i costi e contenere lo scontro sociale: le piccole imprese che realizzano materialmente i prodotti dipendono infatti dalle commesse dei grandi marchi che le commercializzano; questi, acquistando semilavorati e non forza lavoro, sono privi di obblighi nei confronti degli operai che producono le loro merci. Necessità e conseguenza di questo modello sono le condizioni di vita precarie degli sfruttati: contratti di lavoro atipici, contratti di formazione lavoro, di apprendistato, lavoro interinale o in appalto tramite cooperative, l’attacco alle garanzie minime offerte dallo Statuto dei lavoratori - tra queste l’art. 18 contro i licenziamenti senza giusta causa - e, per finire, il ricorso massiccio, soprattutto in Veneto, al lavoro “in nero”, sono gli strumenti che inducono questa precarietà.

Da un lato l’esigenza di lavoratori usa e getta, dall’altro il raggiungimento di una piena occupazione producono sul mercato del lavoro locale la richiesta di una manodopera generica, poco qualificata e, suo malgrado, costretta ad accettare un brutale sfruttamento. Per far fronte a questa richiesta si è fatto ricorso ad un sistema mafioso di accaparramenti di aree depresse in cui esportare industrie e capitali e da cui importare manodopera a basso costo, facilmente ricattabile: lo Stato e il Capitale fanno sì che gli immigrati corrispondano a queste esigenze, mantenendoli forzatamente in una condizione di precarietà e di esclusione. La continua minaccia del controllo poliziesco e, peculiarità del Nordest, l’indisponibilità di alloggi per gli stranieri immigrati costituiscono i fattori principali di questa condizione.

Negli ultimi anni, nella provincia di Treviso in particolare, ma è un fenomeno estendibile a tutto il Veneto, assistiamo ad occupazioni spontanee di fabbricati, il più delle volte vecchie fabbriche in disuso e spesso pericolanti, di case cantoniere e vecchi caselli ferroviari abbandonati, da parte di immigrati spinti ai margini della società, dalla netta volontà da parte degli organismi politici (di destra e di sinistra), istituzionali (chiesa, banche, associazioni), ma soprattutto del padronato, di emarginare e precarizzare, assieme agli immigrati, anche il resto degli sfruttati.

È evidente che un proletariato disunito e a cui viene tolta anche la dignità di un tetto sicuro, sotto la costante minaccia poliziesca di controlli, arresti, sgomberi ed espulsioni, non ha la forza necessaria per opporsi al più bieco sfruttamento sul posto di lavoro, alle vessazioni, al licenziamento, ai salari bassi ecc.

Ed è proprio in seguito allo sgombero di una scuola in provincia di Treviso nel novembre 2001, occupata da immigrati del centro Africa assieme al Comitato lotta per la casa che inizia, dopo una serie di incontri, a formarsi questo coordinamento ed a stringere rapporti con alcuni immigrati.

Il nostro obiettivo era quello, attraverso l’occupazione di un posto migliore, di cercare di ridurre la loro precarietà dandogli maggior forza, e di legare le lotte degli immigrati a quelle degli altri proletari, senza per questo scadere in una sorta di loro sindacato o associazione di servizi.

È necessario aggiungere, a scanso di equivoci, che nel trevigiano l’emergenza immigrazione ha dato vita nel tempo a varie tavole rotonde e manifestazioni promosse da associazioni e partiti politici che svolgono un importante compito di pompieraggio (nel migliore dei casi), e di vero e proprio sciacallaggio nei confronti degli immigrati stessi.

Si fanno notare in particolar modo: l’associazione Fratelli d’Italia (caritas, cgil/cisl/uil, pds), che riesce ad incamerare centinaia di migliaia di Euro per la costruzione di alloggi per immigrati che nessuno ha mai visto; la Fondazione Cassamarca che con la stessa scusa riesce ad acquisire per pochi soldi intere aree dismesse; la Caritas e consorelle che, gestendo le case-alloggio per immigrati ed il dormitorio, estorcono pigioni altissime a condizioni indecenti; l’M21 (tute bianche di Treviso) che interviene a gestire le emergenze della casa per gli immigrati con lo scopo di mettere le mani su una fetta dei finanziamenti regionali per l’immigrazione e garantendo alla Questura il controllo degli immigrati stessi.

Ed è in questo scenario che in una nebbiosissima mattina di marzo occupiamo a Preganziol di Treviso, paese retto da una Giunta di sinistra, l’area della fabbrica ex-Secco abbandonata da alcuni anni e di proprietà della Fondazione Cassamarca. Tale Fondazione, emanazione dell’omonima Banca, in apparente contrasto col famigerato sindaco di Treviso Gentilini, va accaparrandosi le simpatie dei benpensanti di sinistra grazie alle esternazioni del suo Presidente, De Poli, che assicura la sua volontà di risolvere il problema degli alloggi per gli immigrati. In realtà ha avuto buon gioco ad acquistare a poco prezzo beni comunali e non, per costruire o ristrutturare musei, teatri, per non parlare dell’Università di cui la Fondazione è principale promoter e sponsor. L’area ex-Secco rientra nei progetti di Cassamarca relativi all’Università dovendo diventare alloggio per i frequentanti il master di economia per super manager.

Nei primi giorni di occupazione si cerca un rapporto con la popolazione del paese e allo scopo si distribuisce il volantino dal titolo Una rivolta della sofferenza sotto silenzio e si organizzano altre iniziative. Dopo circa un mese il Comune prospetta velatamente una possibilità di sgombero dovuta a motivi sanitari: improvvisamente avevano scoperto la presenza di eternit sul tetto della fabbrica, alla quale farà seguito il volantino Una fuga d’amianto, nel quale denunciamo le reali intenzioni del comune, e di Cassamarca.

Ma i nostri problemi non finiscono qui, infatti poco tempo dopo, in seguito all’operazione del governo denominata “alto impatto”, che riguarderà tutta la penisola, gli sbirri faranno irruzione nello stabile in pieno giorno (quando il posto era quasi deserto perché la maggior parte era al lavoro) armati di tronchesi e mazze, spaccando tutto quello che trovavano, con l’obiettivo dichiarato di cercare clandestini.

Infatti verranno sequestrati e tradotti nel lager di Lecce cinque ragazzi di nazionalità algerina senza alcuna accusa.

A quest’ultima intimidazione si risponde con il volantino Il giorno dei cristalli nel quale si denunciano i modi e la finalità di tutta l’operazione al quale la Questura si sentirà in dovere di controbattere dalle pagine dei quotidiani locali.

In questi mesi abbiamo comunque cercato un posto migliore e così a fine giugno ci siamo trasferiti presso l’ex seminario dei padri Sacramentini nel vicino comune di Casier anch’esso con una giunta di sinistra.

Da allora il numero degli occupanti è aumentato da 50 a 100 persone circa comprendendo in larga parte algerini e centroafricani.

La situazione igienico-sanitaria è abbastanza soddisfacente anche grazie alla presenza di luce, acqua, e del servizio di nettezza urbana, ma nonostante questo, ed al fatto che la situazione sia tranquilla, ogni tanto appaiono appelli all’ordine pubblico da parte del sindaco o di altri consiglieri comunali che hanno molti interessi nella costruzione di alloggi per immigrati nel loro territorio.

Non saremmo obiettivi però se non parlassimo anche dei problemi e degli errori da noi commessi in questo anno, che si riferiscono in particolar modo al fatto di non essere riusciti a legare le lotte degli immigrati in un contesto più ampio, che travalicasse il problema abitativo e si congiungesse alle lotte degli italiani.

Molto rimane ancora da fare, anche in vista della scadenza dell’undici novembre, ultima data utile per presentare le richieste di regolarizzazione in seno alla legge Bossi-Fini».

Anche a Parma, in questi ultimi anni, si è dato un significativo movimento di lotta per la casa che è riuscito, non senza difficoltà e limiti, a promuovere e supportare l'occupazione di tre strutture, di cui due, la scuola di via del Popolo e l'ex centro di prima accoglienza in viale Piacenza, sono utilizzate tutt'ora dagli occupanti.

Di seguito riportiamo il contributo di alcuni compagni del Comitato Cittadino Antirazzista scritto in occasione dell'incontro del 13 luglio.


«Il percorso di lotta per la casa che ha portato alle attuali occupazioni in città ha inizio dalle mobilitazioni che si sono tenute a partire dalla metà degli anni ’90 in città per contestare i vari provvedimenti legislativi che andavano a colpire la condizione quotidiana di vita dei lavoratori migranti (Decreto Dini, Legge Prodi Napolitano-Turco e provvedimenti collegati).

Questi interventi hanno consentito ai militanti italiani dei collettivi che impostavano le mobilitazioni di cominciare a conoscere e ad essere riconosciuti nell’ambito delle varie comunità immigrate della città.

Il riconoscere nella questione casa la problematica più sentita e l’interpretazione di questa emergenza come un potenzialmente dirompente settore d’intervento è frutto di questa buona conoscenza della realtà dell’immigrazione a Parma sviluppata costruendo gli interventi precedenti.

Il primo approccio con la questione casa è stato l’intervento contro la chiusura di un centro di prima accoglienza: pur essendo stato un intervento di retroguardia, una battaglia non avanzata ma di difesa di un tipo di struttura sicuramente non da proporre come esempio, ha permesso nei circa 6 mesi della sua evoluzione di stringere rapporti stretti coi 32 residenti e altri membri delle rispettive comunità, di approfondire la tematica legata alle politiche locali e nazionali rispetto alla casa e all’accoglienza, di rendersi credibili e rispettati agli occhi del soggetto sociale di riferimento, di rendersi visibili e conosciuti in città con manifestazioni, mobilitazioni in occasione dei consigli comunali, interventi sui giornali e sulle televisioni locali.

Fin da questo intervento si è cercato di far emergere le contraddizioni generali create dalla speculazione del mercato privato e dalla inesistenza di politiche serie volte a contrastare gli interessi legati alla rendita immobiliare.

Quindi, ricapitolando, si è scelto questo campo d’intervento (lotta per la casa) per questi motivi:

1) Conoscenza di una sezione componente la classe (gli immigrati appunto), particolarmente colpita dal problema e pronta a scegliere metodi di lotta avanzati per garantirsi il diritto.

2) Scarsa o solo parziale possibilità di recupero in senso riformista dei movimenti che si vengono a creare, visto che seri progetti di sviluppo di edilizia popolare nell’attuale fase di recessione non sono proponibili.

3) Si tratta di un campo d’intervento che offre possibilità di ricomposizione di classe, attraversando settori di lavoratori che per vari motivi sono disuniti tra di loro (più tardi si analizzeranno le difficoltà in questo ambito).

4) Si tratta di un problema di dirompente potenzialità dal punto di vista dello sviluppo delle lotte, visti da una parte gli esorbitanti aumenti dei costi degli affitti, causati dall’introduzione dei patti in eroga fino alla legge 431/98, ai quali fanno riscontro un sostanziale blocco dei salari e la diffusione massificata di contratti di lavoro precario che mortificano le possibilità di copertura dei costi degli affitti.

A queste considerazioni di partenza corrispondono le seguenti finalità politiche (obiettivi a breve e medio termine):

1) Sviluppare tramite la lotta per la casa coscienza politica e rivendicativa nel settore di classe che in sé è più debole (a causa dei vari ricatti e dell’emarginazione a cui può essere sottoposto) ma potenzialmente più conflittuale viste le condizioni di bisogno estremo cui spesso viene relegato. Può rientrare in questo obiettivo anche il fatto di aspettarsi la diffusione di militanza attiva tra almeno alcuni dei soggetti sociali coinvolti.

2) Ottenere risultati concreti dalle lotte messe in piedi per i bisogni, cioè occupazioni che tengano per anni, in modo da diffondere la coscienza che la lotta paga e che può essere sempre più diffusa;

3) Costruire un percorso che porti ad una ricomposizione tra i diversi settori di classe colpiti dall’emergenza casa riunendo nello stesso percorso di lotta diverse categorie sociali, oltre all’immigrato il lavoratore meridionale e parmigiano, gli studenti fuori sede ecc, per rilanciare in prospettiva battaglie unitarie anche su altri campi d’intervento lavoro in primis.

A tre anni dall’avvio di questo percorso di lotta si può dire che i primi risultati sono stati ottenuti rispetto ai primi due obiettivi.

Rispetto al terzo, oltre all’inadeguato impegno da parte dei compagni attivi nel percorso, occorre ricordare che spesso i lavoratori italiani, in particolare gli autoctoni, sono spesso proprietari della casa in cui abitano (circa 70%) e non sono rari i casi in cui i proprietari dell’alloggio che viene affittato ad altri lavoratori siano proprio una famiglia di lavoratori. Dai tentativi di coinvolgimento diretto di altri settore di classe (controinformazione rispetto alle conseguenze nefaste della legge regionale 24/2001, interventi in assemblee universitarie sugli studentati e intervento in occasione dell’apertura del bando per assegnazione case popolari) spesso i compagni hanno riscontrato un certo disinteresse e diffidenza da parte dei soggetti sociali intercettati.

Un certo grado di diffidenza è dato sicuramente dal fatto che la mobilitazione si è finora caratterizzata per la presenza di immigrati come soggetto trascinante, il che sollecita purtroppo anche una reazione di repulsione (vedi manifestazione a Langhirano) dettati da scarsa coscienza politica e da razzismo. Sarebbe sicuramente utile a tal proposito proporsi in tutte le situazioni di particolare visibilità, come conferenze stampa e interventi alle televisioni, come movimento che interviene con tutti i settori di classe coinvolti dall’emergenza e non apparire come i difensori dei più sfigati, conservando la consapevolezza del fatto che si tratta del passaggio più difficile e delicato ma anche più importante.

In conclusione, per far capire l’impostazione complessiva del “come ci si è mossi” si può dire che, data l’importanza e la difficoltà di questo come di tutti gli altri interventi militanti che coinvolgono soggetti sociali privi di coscienza politica avanzata, si è concentrato il lavoro sui principi di gradualità strettamente connesso a quello di continuità.

Visti gli obiettivi da raggiungere con i relativi passaggi, si è scelto un percorso metodologico che mirasse alla concretezza, verificando passo per passo le reazioni del soggetto sociale coinvolto.

Non si sono disdegnati né il ricorso ai mezzi di comunicazione di massa imponendo il passaggio di certi contenuti ed evitando di marginalizzare i percorsi di lotta in un mero confronto con le forze dell’ordine capitalista o con la controparte istituzionale e cercando invece di far emergere le denunce sociali al livello della conoscenza collettiva (tra chi ascolta c’è sempre anche il soggetto sociale referente!), né il ricorso a trattative con la controparte istituzionale, sempre intese a livello più strumentale che altro (prendere tempo).

C’è la consapevolezza che si tratta di terreni scivolosi ma si è anche dimostrata una certa abilità e senso tattico nel muoversi tra i mass media e i politici. Anche i compagni più diffidenti rispetto a questo genere di strumenti hanno dovuto riconoscerne l’utilità al fine del raggiungimento degli obiettivi, con il pagamento di un prezzo comunque molto basso. Si tratta comunque del campo che comporta il maggior motivo di attrito tra componenti del comitato antirazzista».

Un elemento importante dell'esperienza di lotta per la casa a Parma è, senza dubbio, il fatto che è stata posta l'occupazione di stabili, da adibire a scopo abitativo, come risposta alle necessità abitative e all'elevato costo degli affitti ma anche come possibile percorso pratico-politico di crescita del movimento di lotta per la casa.

E' significativo, in relazione a quest'ultimo aspetto, l'allargamento dell'area di intervento ad alcune zone della provincia, ad esempio Langhirano, e il coinvolgimento attivo di altri soggetti, come pure il processo di autoresponsabilizzazione che va sedimentandosi fra i residenti nei due stabili occupati, nonostante non si possa registrare che una parziale partecipazione al movimento di lotta per la casa ed ai percorsi di lotta più complessivi come ad esempio le ultime mobilitazioni contro la guerra imperialista in Afghanistan e in Iraq. Questo è certo a causa dell'assenza di continuità nel loro coinvolgimento da parte dei settori della sinistra rivoluzionaria ma è anche dovuto ad una dimensione pressoché locale della lotta che, se da un lato opera quale strumento di radicamento territoriale, sviluppando relazioni e contatti, dall'altro impedisce la circolazione e la generalizzazione delle lotte, vincolandosi così ad una percezione statica dei rapporti di forza vigenti e del soggetto agente.

In questo senso è necessario approfondire il concetto di territorio, al fine di superare tanto una concezione localistica dell'intervento politico quanto quella contrapposta che potremmo definire del "turismo delle lotte".

Il contributo dei compagni veneti, che hanno promosso l'occupazione di Casier, va in questa direzione.

L'assenza di un vero e proprio centro metropolitano di riferimento e della relativa concentrazione proletaria, la peculiare presenza di un fitto tessuto di piccole e medie aziende, distribuite a ridosso dei maggiori centri urbani e interconnesse fra loro, costituiscono le caratteristiche del Veneto.

Visto da questa angolatura, il territorio si presenta come una sorta di area metropolitana che, sul piano oggettivo, si presenta attraverso una specifica organizzazione e divisione del lavoro caratteristico dell'area, in un contesto economico, politico e sociale sostanzialmente omogeneo mentre, sul piano soggettivo, si esprime come capacità da parte di un tessuto militante disperso nei differenti centri urbani, di promuovere e sviluppare percorsi di lotta che assumano come territorio di riferimento l'intera area metropolitana.

A partire da queste riflessioni, è nostro interesse sviluppare un confronto con le realtà presenti all'assemblea e di verificare collettivamente la fondatezza di un'ipotesi teorica di area metropolitana emiliana e, quindi, la possibilità di sperimentare forme di intervento politico su questo territorio a partire dalla lotta per la casa.

Promuovono l'assemblea:
Alcuni compagni del Comitato Cittadino Antirazzista di Parma
LavoroInformazione - foglio di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di Parma

Fonte

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