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Paura di democrazia

Paura di democrazia

(1 Febbraio 2011) Enzo Apicella
Israele guarda con preoccupazione alla rivolta in Egitto

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L’ombra della lobby militare sulle elezioni d’Egitto

(21 Novembre 2011)

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Sayyid ripete ai microfoni di Al Jazeera quel che sabato scorso ha gridato per ore nella piazza Tharir scagliando pietre e bottiglie incendiarie sui militari arrivati a sgombrare lui e i suoi Fratelli di fede e ormai di politica: “Libertà, libertà perché rischiamo che questa giunta resti al potere nonostante le elezioni”. È uno delle migliaia di ragazzi musulmani che s’è scontrato nel luogo simbolo del Cairo e teme per il futuro. Sarà uno dei milioni di giovani poco più che ventenni (pare siano il 30% dell’elettorato) che dal 28 novembre sono chiamati alle urne in Egitto per votare in tre diversi turni i rappresentanti alla Camera Bassa, cui successivamente seguirà la scelta dei membri del Consiglio della Shura. Solo a primavera dovrebbero arrivare le attese elezioni presidenziali, ma i giovani, specie gli islamisti come Sayyid temono che gli uomini di Tantawi forzino la mano come già stanno facendo non solo per l’ordine pubblico. All’inizio di mese il Consiglio Superiore delle Forze Armate ha presentato una proposta costituzionale che conferisce ai militari un’autorità esclusiva sulla gestione dei loro affari e sui fondi a disposizione. Inizialmente la proposta doveva essere discussa con vari partiti fra cui quelli islamici, ma a un tratto il CSFA ha fatto dietro-front e ora reprime la voce della piazza com’era già accaduto nei mesi scorsi. I Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-muslimin), che con la lista denominata ‘Giustizia e Libertà’ sono accreditati di una maggioranza seppur relativa, temono lo spirito di corpo e le revanches delle divise. Esse - con circa mezzo milione di uomini di esercito, aviazione e marina e 400.000 paramilitari di Guardia nazionale e addetti alla vigilanza di coste e frontiere di terra - sono una lobby potentissima e, fatto non secondario, armata.

I militari godono tuttora di privilegi, hanno sempre avuto salari decorosi rispetto agli stipendi di fame (un centinaio di euro mensili) dichiarati nelle prime settimane della rivolta da quei lavoratori statali garantiti che sono insegnanti o impiegati pubblici. Ben prima delle svolte affaristiche compiute dal Partito dei pasdaran iraniani le Forze Armate in Egitto hanno conservato un controllo su rami dell’economia nazionale nati col nasserismo ed espansi sotto il regime di Mubarak. Immobili, attività costruttiva d’infrastrutture, anche prodotti alimentari sono beni nazionali che i militari usano per accrescere finanze e potere, più quello della propaganda verso strati di popolazione rurale cui vengono dirottate derrate alimentari a pressi stracciati per ricevere in cambio benevolenza verso i propri apparati. Come accade in Turchia anche i militari egiziani sono visti dal nazionalismo interno quale baluardo della difesa, non solo contro un nemico d’oltre confine che li ha sempre battuti (Israele), ma come emblema della sicurezza e dell’unità patrie. Influenzeranno senz’altro alcuni dei 47 raggruppamenti che si presentano agli elettori e di cui i ragazzi alla Sayyid temono i passi perché lì troveranno i camaleonti del vecchio raìs che hanno aggirato gli ostacoli inizialmente posti dai tribunali. Una recente decisione dell’Alta Corte ha cancellato il divieto rivolto a ex membri del Partito Democratico Nazionale di rientrare sulla scena politica e parecchi di costoro saranno fra i 6.700 candidati inseriti nelle nuove liste. Fra le formazioni che contano c’è la componente islamica moderata del Blocco Egiziano (al-Ketla al-Masrya), abbraccia tendenze liberali e non vuol fare della religione uno strumento di conflitto politico.

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Da una sua costola è nata l’Alleanza per il Completamento della Rivoluzione (Istiqmal al-Thawra) formata, dicono elettori locali, soprattutto da giovani islamici anch’essi moderati ma socialisteggianti. Ancora un Islam moderato si ritrova fra i membri del Centro (Wasat) che si sono distanziati dalla Fratellanza Musulmana e sostengono un riformismo foriero di libertà individuali. Ben diverse le posizioni dell’intransigenza salafita che non disdegna la presenza di suoi uomini alle consultazioni sebbene non siano accreditati d’un grande seguito. Sul fronte laico il Partito Democratico del Popolo punta sulla corposa minoranza copta (circa 12 milioni) che proprio contro l’estremismo sunnita ha trovato nei mesi scorsi sanguinose contrapposizioni religiose. C’è poi la componente nazionalista del Nuovo Wafd (Hizb al-Wafd al-Jadid). La sinistra prima delle sterzate autoritarie di Mubarak vantava una lunga tradizione. Per quanto disgregata dalla repressione tre anni prima dei “18 giorni che sconvolsero l’Egitto” aveva dato voce alla protesta di portuali e operai del Delta del Nilo e oggi presenta qualche sindacalista in liste minori. Poi compaiono, ma con scarso appeal, le navigate formazioni dell’Unione Progressista (Tagammu) e quella socialdemocratica (al-Masry al-Dimucrati al-igtima’i). Nelle varie tornate elettorali gestite dal raìs attori non secondari erano stati denaro (per la compera dei voti) e brogli. I giovani di piazza Tahrir, i blogger democratici non finiti in galera insieme alle migliaia di oppositori (com’è accaduto negli ultimi tempi ad Abd al-Fattah), il Movimento 6 Aprile sperano che stavolta non abbiano peso. Però non si fidano di tutto il vecchiume che ancora circola. A cominciare dalla lobby delle mostrine.

21 novembre 2011

Enrico Campofreda

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