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Articolo 18

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(13 Marzo 2012) Enzo Apicella

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(Capitale e lavoro)

Tutto tace

(19 Luglio 2012)

82° Consiglio dei Delegati della FdCA
Sestri Levante, 1 luglio 2012
presso locali del Circolo Matteotti - Santa Vittoria
Documento finale


Tutto tace di fronte a una delle più massacranti offensive condotte dal padronato, che appare ormai vincitore su tutta la linea, una offensiva in atto dagli assi ormai chiari da tempo.

E poiché i padroni quando distruggono contemporaneamente costruiscono a loro vantaggio è sempre più evidente un progetto di riorganizzazione complessiva e di ridefinizione sociale che investe tutta la società e che ovviamente parte dal mondo del lavoro, e dalle sue forme organizzate, in cui le forme sindacali rivendicativo-conflittuali vengono progressivamente espulse dai luoghi di lavoro.

L'art. 18, ormai relitto del passato è stato il punto culminante di un processo di destrutturazione legislativa durata circa un decennio e che si affianca all'indebolimento e all' esautoramento delle capacità contrattuale dei lavoratori.

La ristrutturazione ormai completamente delineata comprende

- riduzione dei posti di lavoro
- riorganizzazione della produzione e dei settori
- centralizzazione della precarietà
- spostamento della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale e creazione di un sindacato aziendale
- progressiva espulsione delle residue forme sindacali conflittuali, o meramente rivendicative, dai posti di lavoro.

L'attacco al lavoro pubblico con le stesse modalità già viste nel privato (già praticata l'esautorazione contrattuale, già prevista la riduzione del livello salariale) rischia nella migliore delle ipotesi di avere una possibilità di risposta esclusivamente formale ma nella sostanza di semplice gestione delle strategie di tagli già previste nell'intesa firmata a suo tempo dove i sindacati firmatari si pongono come cogestori e garanti della pace sociale. E se CISL e UIL hanno da tempo fatto una scelta netta a favore di privatizzazione e sussidiarietà, assicurazioni per i ricchi e diritti universali, ovvero miserrimi, per i poveri, come strategia di gestione di quella che allora si chiamava globalizzazione, scommettendo sulla governabilità di processi che invece si dimostrano sempre più ingovernabili, la CGIL invece scegliendo di fatto di non scegliere, vittima e ostaggio dell'istinto di autoconservazione della sua burocrazia, non è stata capace di contrapporre alcuna strategia e si mostra ora in piena deriva tra aperta complicità, scelte adattative e ultimi colpi di coda conflittuali, mentre il sindacalismo di base oscilla tra testimonianza di sé e sindrome da tela di Penelope.

Il tutto in uno scenario europeo di ristrutturazione complessiva dell'eurozona, in cui noi siamo tra le aree più deboli, in cui non sarebbe stato comunque semplice mantenere in buona salute un'organizzazione rivendicativa e conflittuale, al termine di una ristrutturazione del diritto di lavoro, con un quadro politico ovviamente schierato, e rapporti di forza sfavorevoli ai lavoratori, e in assenza di un sia pur minimo coordinamento transnazionale tra forze sindacali.

E se altrove in Europa, ad esempio in Spagna, forme di lotta continuative e partecipate, pur non riuscendo ad fermare la devastazione padronale, continuano a tessere resistenze, o come in Francia, si manifestano forme di riottosità elettorale ai diktat liberisti, in Italia ogni forma di rappresentanza di opposizione, che sia istituzionale o di base, continua a brillare per la propria assenza o inconsistenza.

Un'anomalia tutta italiana che ha a che fare con la ormai incancrenita questione della rappresentanza oltre che con il venir meno, in questo paese, dei più elementari principi democratici, dalla separazione dei poteri alla proporzionalità delle pene (vedi le ultime uscite per via giudiziaria dei conflitti sociali) alla non ingerenza tra stato e chiesa, alla piena compenetrazione tra poteri politici ed economici sia in chiave affaristica che legislativa.

Sembra non esserci via di scampo per chi non fa parte dell'élite garantita e garantente, che agita principi fintamente meritocratici per continuare a dare risorse a chi ne ha e a toglierle a chi non ne ha, che chiede la sicurezza dell'impunità dei privilegi accanendosi contro i più deboli e contro ogni forza residua di resistenza.

Ma anche se sembra inutile, se il rapporto tra il costo delle lotte e il loro risultato sembra già scritto, se sembra persa la consapevolezza di poter se non invertire o fermare certi processi almeno rallentarli, se il padronato ha portato a casa quello che voleva le lotte continuano. Continuano a macchie di leopardo, continuano con sforzo e testardaggine degna di miglior causa, continuano nei settori più difficili, dove le condizioni di sfruttamento sono le peggiori, come nel settore della logistica, dove le lotte si perdono, ferocemente, ma si fanno, in maniera altrettanto disperata, al di là della rappresentanza sindacale, con la tenacità di chi non ha molto da perdere, e riscopre forme di lotta, di organizzazione e di auto-organizzazione, vecchi e nuovi al tempo stesso. Così come non ha nulla di nuovo, ma ha ancora molto da dire, il cercare di mettere in rapporto chi svolge un'attività sindacale dentro il posto di lavoro, con chi vive un territorio sempre più ostile e desertificato, esistenze sempre più precarie, che al particolare della propria condizione affiancano l' attenzione alle forme di difesa dei beni comuni e di collettivizzazione che sta emergendo nell'ultimo periodo. Il conflitto, che esca volontariamente o sia buttato fuori dalle fabbriche, si riversa ed è agito sul territorio, cerca sbocchi e ne deve trovare.

E se il conflitto di classe passa prioritariamente per i precari e per i migranti, dove è più alto il grado di sfruttamento, e le lotte sul lavoro non possono che coincidere con richieste di diritti e di partecipazione, con forme di intervento dove all'intervento sindacale in senso stretto si affianca la centralità dei diritti e della cittadinanza, nei posti di lavoro cosiddetti garantiti, che garantiti non sono e non saranno più, l'attività sindacale, con una sia pur minima possibilità di incidere, deve resistere e riorganizzarsi, al di la delle burocrazie e delle indicazioni dall'alto, portare a casa quello che si può nella contrattazione, resistere alla riorganizzazione del lavoro, mantenere aperti spazi di agibilità. Perché i diritti conquistati cessino di sembrare privilegi, e siano quindi difesi e difendibili, è necessario condividere e prestare sponde a tutte le forme di resistenza materiale e simbolica. Dovunque possibile, sia in forma organizzata, sia in forme riconducibili al sindacato urbano, sia in tutte quelle forme che è possibile darsi e sperimentare, dal basso e dalla solidarietà di base nei luoghi di lavoro e nel territorio. Per resistere al capitalismo che continua a fare il suo sporco lavoro, magari invertendo il percorso della ricchezza che dopo decenni nelle nostre aree invece di essere portata dentro viene portata altrove, per resistere alle campane della destra, dell'individualismo e del razzismo, le più facili, e perniciose, possibili proposte di uscite dalla crisi.

Tutte da scartare. L'unica è l'alternativa libertaria.

Sestri Levante, 1 luglio 2012

http://www.anarkismo.net/article/23416

Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici

Fonte

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