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Hillary, la realtà capovolta

(25 Gennaio 2013)

hillaryparis

Venerdì 25 Gennaio 2013 00:00

Nel quadro dell’indagine aperta dal Congresso americano sui fatti che hanno portato all’assassinio dell’ambasciatore USA in Libia lo scorso settembre a Bengasi, questa settimana il Segretario di Stato uscente, Hillary Clinton, ha risposto alle domande di deputati e senatori, assumendosi la piena responsabilità dell’accaduto.

L’apparizione della ex first lady, tuttavia, ha confermato come l’intero processo di inchiesta parlamentare sia stato messo in piedi allo scopo di evitare un dibattito pubblico sulle questioni fondamentali relative alla situazione libica e al conseguente assalto al consolato americano nel paese nord-africano che era costato la vita ad un totale di quattro cittadini statunitensi.

La testimonianza di Hillary Clinton di fronte alle commissioni Esteri di Camera e Senato era stata inizialmente programmata per lo scorso dicembre, prima di slittare di un mese a causa dei problemi di salute della numero uno del Dipartimento di Stato. La vicenda di Bengasi è da tempo al centro di polemiche a Washington e, in particolare, alla vigilia delle elezioni presidenziali di novembre era stata sfruttata dai repubblicani per attaccare l’amministrazione Obama.

Le accuse erano state rivolte soprattutto all’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice, la quale subito dopo l’attacco al consolato di Bengasi aveva sostenuto che esso era la conseguenza delle proteste spontanee esplose nel mondo arabo dopo l’apparizione in rete di un filmato amatoriale che irrideva il profeta Muhammad e non, come sarebbe poi emerso, un’operazione studiata a tavolino e portata a termine da milizie islamiste.

Secondo i leader repubblicani, la Casa Bianca aveva occultato deliberatamente la verità per evitare imbarazzi ad un Obama che in campagna elettorale stava celebrando i progressi americani sul fronte della guerra al terrore. Dopo il voto, la controversia avrebbe fatto anche naufragare la candidatura della stessa Rice alla successione di Hillary Clinton alla guida del Dipartimento di Stato, costringendo il presidente rieletto ad optare per il senatore democratico del Massachusetts, John Kerry.

La discussione di mercoledì, in ogni caso, è ruotata pressoché esclusivamente attorno all’inadeguatezza delle misure di sicurezza adottate per proteggere il consolato di Bengasi, la cui responsabilità ultima ricade appunto sul Segretario di Stato. La Clinton, perciò, ha affermato di sentirsi responsabile non solo per l’accaduto, ma anche per “i quasi 70 mila dipendenti” del suo dipartimento, aggiungendo tuttavia, relativamente ai fatti dell’11 settembre scorso, che “specifiche richieste riguardanti la sicurezza a Bengasi erano state gestite da professionisti della sicurezza all’interno del dipartimento”.

Tali richieste, evidentemente rimaste inascoltate, secondo Hillary non erano mai giunte alla sua attenzione, anche se essa ha poi ammesso di essere stata al corrente di una serie di eventi precedenti l’assassinio dell’ambasciatore, J. Christopher Stevens, che indicavano il deterioramento della situazione nella città libica.

L’assunzione di responsabilità da parte di Hillary Clinton si è dunque prevedibilmente limitata alle questioni della sicurezza nella struttura consolare di Bengasi, dove peraltro era presenta anche una folta delegazione di agenti della CIA. Nessun membro del Congresso presente all’audizione di mercoledì ha invece ritenuto opportuno sollevare le responsabilità legate al finanziamento, all’addestramento e alla fornitura di armi a quegli stessi gruppi terroristici che hanno condotto l’assalto al consolato.

In questo ambito si era distinto in particolare proprio l’ambasciatore Stevens, giunto precocemente in Libia nella primavera del 2011 per stabilire contatti con i cosiddetti “ribelli” libici, sui quali gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel mondo arabo avrebbero poi puntato per rovesciare il regime di Gheddafi, senza alcuno scrupolo per le ben note attitudini estremiste di molte fazioni al loro interno.

Gli assassini dei quattro cittadini americani a Bengasi, perciò, provengono con ogni probabilità dalle file dell’opposizione armata che gli stessi Stati Uniti hanno sfruttato per i propri interessi imperialistici in Libia, salvo poi vedersi sfuggire la situazione di mano ed assistere allo sprofondamento nel caos di uno dei paesi più stabili, secolari e relativamente floridi di tutto il continente africano.

Alla luce di questo scenario, risulta particolarmente ipocrita, anche per gli standard della politica americana, la commozione mostrata sempre mercoledì da Hillary Clinton quando ha raccontato di avere assistito assieme al presidente Obama all’arrivo a Washington delle salme degli americani morti a Bengasi, nonché di avere confortato personalmente i loro familiari.

Ipocrisia e cinismo hanno però caratterizzato tutto l’intervento del Segretario di Stato davanti alle commissioni del Congresso, trasformando la sua apparizione in un esempio dei metodi utilizzati dalla classe dirigente americana per ribaltare la realtà dei fatti e distogliere l’attenzione popolare e dei media dalla conduzione dei propri affari nel mondo.

Questo comportamento è apparso evidente quando la Clinton è passata ad affrontare la crisi in corso in Mali e la recente strage nell’impianto estrattivo di In Amenas, in Algeria. Senza alcun accenno di imbarazzo, la ex first lady ha infatti affermato che gli islamisti responsabili dell’azione in territorio algerino e quelli che da quasi un anno hanno preso il controllo del nord del Mali - affiliati al gruppo jihadista Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) - si sono procurati le loro armi in Libia.

Se il legame evidenziato dalla Clinton tra la situazione di anarchia libica e i fatti d’Algeria della scorsa settimana è corretto, ciò che però ha mancato di aggiungere è che il flusso di armi a beneficio di gruppi terroristici è stato reso possibile precisamente dall’intervento della NATO per rimuovere Gheddafi. Tanto più che i legami tra AQIM e alcune milizie estremiste attive in Libia, a cominciare dal cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG), sono noti da tempo.

Inoltre, la Clinton ha attribuito il precipitare della situazione in Africa settentrionale, compreso l’assalto a Bengasi, ai fatti della Primavera Araba. Caratterizzando il proprio paese quasi come uno spettatore ininfluente, Hillary ha provato a ricostruire secondo il suo punto di vista le vicende degli ultimi due anni nel mondo arabo, affermando che “le rivoluzioni hanno rimescolato le dinamiche di potere e indebolito le forze di sicurezza nella regione”. Di conseguenza, a suo dire, “l’instabilità in Mali ha finito per creare un rifugio per i terroristi intenzionati ad estendere la loro influenza e a tramare nuovi attacchi come quelli a cui abbiamo assistito settimana scorsa in Algeria”.

Il quadro dipinto in questo modo esclude dalla ricostruzione dei fatti degli ultimi due anni il ruolo di Washington, principale responsabile della destabilizzazione dell’intera regione per il perseguimento dei suoi obiettivi strategici. Il rimodellamento degli equilibri nel continente africano - a favore degli Stati Uniti e dei loro alleati e a discapito di Russia e, soprattutto, Cina - è iniziato proprio dall’operazione in Libia, dove un movimento di protesta limitato ma spontaneo è stato ben presto dirottato e manipolato dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo Persico.

La destituzione e il brutale assassinio di Gheddafi hanno gettato la Libia nel caos, trasformandola in un vero e proprio incubatore di gruppi estremisti, finiti poi a combattere con il sostegno occidentale in Siria, ma anche in Mali, dove, al contrario, hanno fornito la giustificazione per il recente intervento militare della Francia che ha segnato l’apertura ufficiale del nuovo fronte africano della “guerra globale al terrore”.

La falsificazione della realtà da parte di Hillary Clinton è stata però smascherata sempre nella giornata di mercoledì dal ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, nel corso di una conferenza stampa a tutto campo. Contraddicendo la sua omologa a Washington, il capo della diplomazia di Mosca ha in sostanza assegnato la responsabilità della crisi nel paese dell’Africa occidentale agli Stati Uniti e ai loro alleati, ricordando opportunamente agli spettatori più distratti delle questioni internazionali che “le forze contro le quali si stanno battendo i francesi e gli americani in Mali sono le stesse che questi governi hanno armato per rovesciare il regime di Gheddafi”.

“La situazione in Mali”, ha aggiunto Lavrov, “appare perciò la conseguenza degli eventi libici, mentre la presa degli ostaggi in Algeria è da considerarsi un avvertimento” per le ripercussioni indesiderate che potrebbe avere nel prossimo futuro l’irresponsabile strategia africana di Washington e Parigi.

Michele Paris - Altrenotizie

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