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Arabia inaudita

Arabia inaudita

(19 Giugno 2011) Enzo Apicella
Le donne dell'Arabia Saudita sfidano il divieto di guidare un auto

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    Port Said, assalto alla polizia

    (5 Marzo 2013)

    funportsaid

    Grossi pezzi di metallo, mattoni gettati dai piani alti del Palazzo del Governatorato si sono portati via i sedici anni di Sayyed e i ventidue di Abdel. Crani sfondati mentre Ibhraim e Alaa morivano sotto i colpi d’arma da fuoco. I primi due erano manifestanti, i secondi poliziotti, quattro delle cinque vittime degli ultimi scontri. E’ la domenica delle fiamme di Port Said dove ieri la tensione s’è tenuta alta. I manifestanti hanno incendiato il distretto di polizia e uno di loro è stato centrato da uno sparo alla testa durante il corteo funebre, giace clinicamente morto all’ospedale di Ismailya. Da un anno la città del famoso canale è sconvolta e soffocata dagli eventi (il massacro dello Stadio più la scia di scontri di piazza) e dalla crisi economica. Con queste morti i ruoli paiono scambiati: i dimostranti finiscono misteriosamente uccisi da corpi contundenti, gli agenti da pistole e fucili che dallo scorso novembre sono comparsi nelle mani di nuclei di attivisti politici. La città, luogo d’industrie alimentari e manifatturiere, a lungo porto franco doganale oltre a vivere la crisi finanziaria generalizzata dell’intero Paese rischia l’attuazione definitiva d’una legge del 2002, finora inapplicata, che dava alla merce la possibilità di evitare tassazioni.

    Accanto ai prodotti locali il passaggio di mercanzia nel condotto di Suez ha dato sempre origine a un traffico anche di cabotaggio minuto, comunque utile al mercato della sopravvivenza. Da un anno la situazione economica in città s’è incrudita con diminuzioni di fondi per il mantenimento dell’attività produttiva, le aziende alimentari hanno considerevolmente ridotto la già scarsa occupazione, tante fabbriche hanno chiuso. La popolazione che individua dirette responsabilità dell’attuale governo ha unito contestazioni politiche contro l’accentramento di potere da parte della Fratellanza Musulmana a proteste sociali sempre rivolte contro il governo guidato dalla Confraternita, ne sono scaturiti scioperi e autogestioni. Da tre settimane è in atto una “disobbedienza civile” che contesta la sentenza della Corte Suprema contro gli ultrà Green Eagle coinvolti negli scontri che fecero 72 vittime fra i supporter del club calcistico cairota Al-Ahly. Con gli scontri di queste ore la cittadinanza vuole anche difendere i 39 tifosi locali che vengono trasferiti nella prigione di Wadi Natroun nel Governatorato di Beheira e saranno fra i 52 imputati della seconda parte del processo per la strage dello Stadio del 1° febbraio 2012.
    Per essa già 21 persone, tutti sostenitori della squadra locale Al-Masry, sono state di recentemente condannate a morte. Nel secondo gruppo d’imputati c’è pure una consistente presenza di poliziotti. Per i familiari dei giovani tifosi i loro ragazzi sono capri espiatori di un oscuro disegno che ha ben altri attori e mandanti in alto. Perciò l’odio si riversa sugli agenti considerati corresponsabili della strage dello Stadio. Contro la polizia, i suoi palazzi, le sue divise s’è scatenata la furia di una cittadinanza provata da privazioni e, a loro dire, soprusi. Le mimetiche nere e non l’esercito che, pur presente nelle strade per il coprifuoco governativo, non è stato un bersaglio e non ha partecipato alla repressione diventata nei due giorni crescente. Ieri si contavano cinquecento feriti, trecento erano ricoverati per i gravi sintomi provocati dai gas utilizzati. C’è anche un giallo attorno a una “scaramuccia a fuoco” che avrebbe contrapposto alcuni poliziotti e militari. Il portavoce delle Forze Armate ha smentito la notizia che s’era diffusa nelle strade, pare a mò di desiderio più che di realtà. A Port Said c’è chi vorrebbe un esercito pro cittadini difensore della protesta. Per ora un sogno in un panorama sempre più instabile.

    5 marzo 2013

    Enrico Campofreda

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