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Lega, tutti spariti, ognun per sé. Ma con il 3% governa il Nord

(29 Giugno 2013)

jopmaroni

28/06/2013

Tutto tace, o così sembra, nei resti degli accampamenti della Lega Nord. Il momento è delicato: la base si è dissolta nell’acido della delusione, i «territori» che un tempo le alabarde maneggiavano tanto bene ora stanno ad ascoltare altre voci. Con il tre e mezzo per cento dei consensi, stando ai sondaggi posteriori alla disfatta conquistata alle amministrative, governano un parco immenso che dal Piemonte si ferma solo al confine del Friuli Venezia Giulia. In pratica, sono un capoccione gigantesco piazzato su due zampe di gallina: e l’idea dell’estrema fragilità dell’impianto è servita. Il problema, per loro, è tener duro a ogni costo, difendere le posizioni, che un altro giro di carte così fortunato se lo scordano e lo sanno.
Maroni pare sparito, Bossi beve l’aperitivo nei bar attorno a Montecitorio, Calderoli, Tosi e tanti altri generali senza più esercito si muovono meno che possono, giusto per non farsi notare, Zaia è il solo che dice delle cose, tutte in un verso liberatorio sui gay e sullo ius soli, e poi frena di colpo disorientando chi, alla luce di quelle dichiarazioni, pensa: sta a vedere che finalmente scoprono un mondo per loro nuovo e ricominciano a correre.
Facciamo i conti: se Maroni tace, un motivo ce l’ha. Primo: è lui lo stratega della ripresa dell’alleanza con Berlusconi, quindi è il responsabile del tradimento che moltissimi leghisti hanno sofferto quando sono state smentite le promesse di una corsa elettorale orgogliosamente solitaria. Se in un partito di questa natura soffochi il bisogno profondo della base sei già alla morgue. Ma lui voleva la Lombardia, il giocattolo, e se lo è preso pestando i piedi. Così adesso ha la ricca Lombardia davanti a sé e quasi nessuno alle spalle. Poi, c’è Bossi, tutt’altro che liquidato, una mina vagante, che sofferenza. Giorni fa, il vecchio padre del movimento, dopo la sconfitta alle amministrative, aveva avvisato tutti: «Mi riprenderò ciò che mi spetta»; sapeva di rivolgersi a quei molti militanti che pur di riaverlo tra le braccia sarebbero disposti a dimenticare il Trota, Belsito, il Cerchio Magico.
Tanto, sono passati da un cerchio all’altro e le cose vanno comunque peggio. Maroni aveva risposto che se non se ne fosse rimasto buono lo avrebbe messo in naftalina, confortato dai suoi. Bossi si è calmato, pare, ma la base è convinta che prima o poi gliela farà pagare ai «traditori». Soprattutto nel Veneto, le cui sezioni più importanti sono state tutte commissariate da Tosi per conto di Maroni, tanto per silenziare l’onda bossiana di ritorno.
Intanto, Tosi armeggia attorno alla sua lista civica, pensando ai tempi grami che verranno, Maroni – rieccolo – fa il presidente al Pirellone ed è una privatissima pacchia insperata pagata a caro prezzo dalla sua base, e Zaia… Il presidente del Veneto è l’anguilla da trecento milioni, pare il più mobile e interessante. Un colpo di qua un colpo di là, si guarda sia dallo smentire Maroni «il traditore», sia dal contraddire il sogno di un Bossi Due. Dichiara che lui ha il massimo rispetto dei gay e tutti lo leggono come un prudente superamento della linea del piccolo Trota, attestatosi a suo tempo, lo ricordiamo, sulla virile barricata contro «i culattoni».
Poi, si vende sul mercato dei diritti civili per gli immigrati con un’altra bufala: trova strano e anche sbagliato che una ragazzina sportiva figlia di immigrati parli bene il veneto e non possa indossare la maglia nazionale ma si tiene ben distante dallo ius soli. Schiuma. Insomma, anche lui pare impegnato a ricavarsi uno spazio totalmente nella sua disponibilità, tanto che qualcuno gli chiede conto di queste ben visibili manovre e lui è costretto a rispondere che no, la sua unica bandiera è quella della Lega. Chissà.
Fin qui, salvo sorprese, ciascuno per la sua strada finché dura l’alleanza con Berlusconi, perché, dovesse franare questo asse storico, si ritroverebbero molto velocemente confinati nel «territorio» da cui sono partiti. Ma nessuno li riconoscerebbe più e i bimbi chiederebbero ai loro padri che ci fanno quei signori con le corna sul cappello.

Toni Jop - l'Unità

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