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Addio compagne

Addio compagne

(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Il logo della campagna di tesseramento del prc 2010 è una scarpa col tacco a spillo

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(Memoria e progetto)

LA NOSTRA E' UNA STORIA DI RESISTENZA.

CONTRIBUTO CONGRESSUALE DEL CIRCOLO "KARLMARX-100CELLE"-ROMA

(2 Ottobre 2013)

Nel 1989 quando Occhetto esplicita la proposta di superare il PCI, decine di migliaia di compagne e compagni non ci stanno e danno vita prima alla battaglia contro lo scioglimento , poi al Movimento e infine al Partito della Rifondazione Comunista.

Si manifesta in questo modo , nell’incontro tra le opposizioni interne al PCI e l’esperienza ormai ventennale della Nuova Sinistra, una feconda ed elevata capacità di resistenza alla cancellazione di ogni ipotesi di superamento del capitalismo, alla costruzione dell'Europa liberista, all’edificazione di una Seconda Repubblica di stampo autoritario, all'involuzione democratica del sistema politico, al sistematico e prolungato attacco alle condizione dei lavoratori, al forsennato incremento dei profitti e delle rendite ed all’ampia finanziarizzazione dell'economia , all'estensione formidabile del controllo e dell'indirizzo dell'opinione pubblica, soprattutto grazie al sistema radiotelevisivo privato e pubblico.

Una parte di questi processi saranno rafforzati e accelerati esattamente allo scopo di contrastare le potenzialità anche egemoniche dei comunisti ( come si vide alle elezioni amministrative del 1993, in cui il PRC risultò primo partito a sinistra), in particolare sono servite a questo scopo le frequenti e devastanti torsioni di tipo maggioritario introdotte nel sistema elettorale proprio a partire dai primi anni 90.

Quindi dalla metà degli anni ’90 in poi, il PRC si è sempre dovuto misurare con operazioni di varia natura ( leggi elettorali, scissioni, liste civetta etc etc ) volte a minarne l’autonomia e la radicalità, in definitiva a neutralizzare-spesso riuscendoci-il nostro progetto politico.

IMPARIAMO DALLA NOSTRA ESPERIENZA

Le nostre origini sono frutto dello sforzo del “mettersi insieme”, di costruire la RIFONDAZIONE a partire dalle diverse storie e culture politiche comuniste, e dalla loro capacità di incontro e contaminazione: la ricomposizione dei comunisti avvenuta in Italia nei primi anni 90, rimescolando quasi tutte le provenienze storiche e teoriche esistenti, avviene dunque attorno ad un richiamo simbolico “forte” ma non sull’identità, perché questa è –positivamente-plurale. Ad unire i comunisti e le comuniste è innanzitutto un programma strategico, politicamente articolato, di opposizione al neoliberismo e di trasformazione della società in senso socialista.

Non per caso, quasi tutte le numerose scissioni subite dal prc ( noi ne abbiamo contate 11 ma secondo altre fonti sono 13…) a destra come a sinistra, sono frutto del nodo del rapporto con il centrosinistra, e delle diverse ipotesi di alleanza di governo che si sono succedute nel tempo; sono dunque scissioni che rompono con il programma originario di Rifondazione, cioè con la tensione all’unificazione politica ed al rinnovamento dei comunismi .

E non per caso, sempre a ns giudizio, la migliore fase di Rifondazione è quella che la vede all' opposizione politica e sociale nei primi anni 2000, contro la globalizzazione (a partire dal movimento di Genova),la guerra e per difendere l'articolo 18.


La ritrovata capacità egemonica che porterà il ns partito ad essere l’unica forza politica che assume pienamente la rappresentanza politica di dieci milioni di elettori favorevoli all’estensione dell’art 18, viene annullata, con straordinaria rapidità, poche settimane dopo, quando viene sancito l'abbandono delle ipotesi di costruzione di una coalizione politico-sociale alternativa- che pure il Movimento di Genova e quello contro la guerra avevano fatto intravedere- ed il ritorno all'alleanza di governo con il centro sinistra. E’ storia recente, quella della fase 2003-2008, dalle rovinose conseguenze,: nuove scissioni , una esperienza di governo per noi letale, l’uscita di tutta la sinistra dal Parlamento.

LA CRISI E NOI


L’esplodere della crisi, scoppiata negli U.S.A nel 2008 con il crollo di Lehman Brothers , trova in Italia la sinistra di opposizione assente dal Parlamento: è solo una coincidenza , probabilmente, ma di quelle più sciagurate.

E’ un fatto che , da quel momento in poi, le classi subalterne ed il proletariato si trovano prive di una rappresentanza istituzionale che possa sostenerne le ragioni nel momento più duro, quello dell’attacco finale alla mediazione sociale che aveva retto per oltre mezzo secolo spingendo, sull’onda della lotta di classe rivendicativa e generale , verso significative conquiste salariali e normative, i cui residui sono oggetto degli odierni appetiti delle tecnocrazie europee.

Soprattutto, la nostra gente si ritrova priva di un soggetto che, in termini politicamente estesi ed efficaci, possa esprimerne in autonomia i bisogni, promuovendo e rafforzando le resistenze sociali, collegando le lotte, demistificando la narrazione dell’avversario, esprimendo un’ipotesi generale di alternativa sistemica, senza l’ossessione della continua rincorsa all’accordo con il centrosinistra liberista.

Questo elemento è stato , secondo noi, di una certa importanza nel formarsi di crescenti e potenti processi di passivizzazione di massa, delusione e ripiegamento individuale, depressione sociale diffusa e , caso ormai eccezionale in Europa, assenza di significativi conflitti sociali; l’altro elemento è l’incapacità cronica , ma ora drammatica e non più scusabile, della sinistra di classe politica e sindacale, di produrre utili livelli di unità d’azione e politica.

Senza il mare dell’insorgenza sociale, è naturale che i pesci annaspino: da lì in poi Rifondazione non fa che fronteggiare crescenti difficoltà, dalla scissione vendoliana del 2009 , al tentativo delle elezioni europee dello stesso anno( fallito soprattutto al nuovissimo sbarramento introdotto su ispirazione di Veltroni), alla “crisi finanziaria” del Partito , e del suo quotidiano.

Non si può, in questo contesto, pensare sia casuale neppure lo sviluppo di un populismo “contestatario”(differente sia da quello leghista che da quello berlusconiano) del quale l’indubbio successo elettorale di Grillo è il sintomo più riconoscibile: quando la crisi è massiccia, i “punti di vista” si spostano, nell’ordine di milioni di persone in pochi mesi, e chi ha più filo tesse la sua , spesso ambigua , tela.

Le risposte che abbiamo tentato di dare alla crisi del PRC, della sinistra tutta e della nostra classe , nel corso degli ultimi anni, contengono, a nostro avviso, una contraddizione evidente, che è anche il riflesso di una difficoltà tutta politica.

Da un lato, infatti, Rifondazione si è fatta soggetto promotore e “facilitatore” di pratiche attive di resistenza agli effetti sociali della crisi ( Rap, Gap, Brigate di Solidarietà, sportelli , picchetti antisfratto etc ), che tra l’altro in diverse occasioni hanno mostrato di possedere anche un certo “appeal” elettorale, sicchè devono divenire secondo noi una linea di sviluppo del ns radicamento in senso strategico.

D’altro lato, i tentativi –pur necessari e generosi-di dar vita ad una qualche forma di sopravvivenza politica ed istituzionale della sinistra che non si riconosceva nella scelta del Pd-SEl, hanno prodotto esperienze- quali la FdS e Rivoluzione Civile fallimentari e poco inclini a suscitare passioni e impegno tra il nostro popolo ( con alcune eccezioni, la più significativa il corteo nazionale del 12 maggio 2012)

Perché ?

Perché queste esperienza scontavano , variamente combinati, due limiti micidiali: il carattere esclusivamente pattizio, fatto di accordi tra gruppi dirigenti ristretti non rappresentativi del reale insediamento dei soggetti promotori, e incapaci di avviare un processo democratico di aggregazione dal basso e nei territori; l’irrisolta ambiguità rispetto alla questione del rapporto con il centrosinistra e con la prospettiva di tornare ad essere-ancora- forza di governo, giocoforza in alleanza con il Pd.

Questi due limiti, il secondo soprattutto , sono a nostro avviso i fattori che sin qui hanno impedito una corretta individuazione dell'alternativa politica e sociale, alle politiche liberiste europee e ai governi nazionali che le perseguono, come obiettivo strategico di fase.

Individuare e correggere , rapidamente e radicalmente, questi limiti è quello che intendiamo per “imparare dalla nostra storia”.

LA SINISTRA ALTERNATIVA

Questa alternativa di civiltà alla barbarie neoliberista che in tutta Europa distrugge lavoro, diritti , tessuto sociale e vite umane riducendo ormai milioni di persone alla miseria, ha bisogno come il pane di un soggetto politico che ne faccia il proprio baricentro, rimobilitando passioni e militanza, dunque superando la passività e le delusioni di questi tempi difficili.

Un programma di radicale alternativa politica, dalle ambizioni maggioritarie, che guardi alla disobbedienza ai vincoli imposti dalla Troika, che sia capace di proporre una svolta di tipo ecosocialista e di recupero pieno della democrazia e sovranità nazionale offese da centrodestra e centrosinistra, ha bisogno …della Sinistra Alternativa.

Molte storie diverse possono e debbono convergere su questo obiettivo, senza reciproche sconfessioni né forzosi scioglimenti ; molte esperienze internazionali di questo tipo sono ormai da tempo in campo, da esse abbiamo tutto da imparare.

Ma è necessario cominciare, subito, a costruire questa possibilità.

Questa ha da essere, secondo noi, la scelta strategica che il ns Congresso è chiamato a compiere: la costruzione in Italia di una Sinistra Alternativa , irriducibilmente nemica delle destre ed avversaria anche di un centrosinistra che sin qui funge da agevole opzione di ricambio ( quando non addirittura come scelta di convergenza, come nel caso dell’osceno governo Letta-Alfano , appena defunto) a disposizione della classi dominanti; una Sinistra Alternativa oggi chiamata a ricostruire il terreno dell’opposizione sociale e politica a tutti i governi neoliberisti, domani anche a fare la sua parte in un governo popolare di cambiamento.

Gli strumenti per cominciare sono, secondo noi, semplici, proprio perché a nessun soggetto è chiesto di sciogliersi , bensì di unirsi e di riuscire ad essere attrattivi soprattutto per chi non aderisce ad alcun partito o altro soggetto organizzato, per milioni di persone oggi prive di rappresentanza politica o consegnate alla protesta di tipo populista.

Una coalizione, quindi, nella quale un Partito della Rifondazione Comunista coeso e rafforzato (altro che scioglimento…)possa essere parte a pieno titolo, portandovi le sue proposte , le sue energie militanti e la sua critica anticapitalista.

Da questo punto di vista, la nostra opinione è che, sussistendo le condizioni politiche della alternatività al centrosinistra , di una sufficiente credibilità riconosciuta, del funzionamento democratico, tutti i tentativi di ricomposizione della sinistra di classe, e di costruzione di uno spazio politico alternativo a tutte le forze dell’attuale arco parlamentare, siano meritevoli di essere perseguiti dal nostro Partito.

Una prima possibile prova di questa prospettiva politica , è rappresentata naturalmente dalle Elezioni Europee del 2014 : lo diciamo senza alcuna forma di feticismo della dimensione elettorale/rappresentativa, ma esclusivamente con la consapevolezza che l’Europa è attualmente il luogo principale dello scontro.

Siamo ben consapevoli che su questo terreno esistono nella sinistra di classe opinioni in larga parte convergenti ma anche dissimili , rispetto ad alcuni nodi critici e teorici importanti, tra i quali il principale è quello della sovranità monetaria.

Da questo punto di vista, la nostra opinione è che attorno alla questione dell’euro , nella Sinistra Alternativa , possano e debbano convivere orientamenti oggi non omogenei, ma unificati dalla prospettiva della rottura del patto di stabilità, del superamento del fiscal compact, della costruzione di un patto di sviluppo ecosocialmente sostenibile tra i paesi dell’area euromeditarrenea, del congelamento totale o parziale del debito.

Per parte nostra, continuiamo a domandarci come-da marxisti-si possa mettere al centro della propria analisi e proposta politica la moneta invece del rapporto di capitale sovrastante, che informa di sé, ormai, tutto il reale sociale : lavoro, istituzioni, servizi , cultura, saperi , welfare, media, immaginario…e moneta.

Ma restiamo convinti che , ad un primo passaggio politico-elettorale unificante della Sinistra di alternativa, sarebbe esiziale anteporre le ragioni teoriche della differenziazione tra “euristi” ed “uscitisti”, tra “sovranisti”ed “internazionalisti”: ci sono più nessi tra queste diverse opzioni di quanto, forse, i loro sostenitori vogliano riconoscere, e il più importante è la potenza dell’attacco avversario; per resistervi e contrattaccare , è richiesta a noi la massima unità sulle molte cose che già da oggi ( anzi : da ieri e l’altroieri….)possono tenere insieme una coalizione della sinistra autonoma dal PD-Sel, continuando a discutere e approfondire le divergenze di natura economica, lealmente e senza anatemi reciproci, con rispetto e attenzione per la parte di verità che spesso esiste anche nelle opinioni che contrastiamo.

PRC E UNITA’ DEI COMUNISTI

Se lo schema che abbiamo sin qui tentato di esporre è corretto, anche la questione dell’unità dei comunisti, segnatamente quella dell’unità tra prc e pdci, può essere affrontata con equilibrio, senza nervosismi né pregiudizi.

Per parte nostra, ci riconosciamo comunisti/e che guardano all’incrocio tra marxismo, internazionalismo, controculture, femminismo , pensiero garantista e democratico- radicale, sociologia critica, psicanalisi, consiliarismo autogestionario, ambientalismo radicale: molte sono , a nostro avviso, le fonti utili a ri/fondare un classismo attuale ed una moderna visione anticapitalista.

Rispettiamo tutte le culture e le storie che abbiamo incontrato nel nostro cammino, dalle quali abbiamo anche imparato molto, e crediamo che il metodo del confronto dialettico, anche su temi difficili, non possa che far bene a tutti i comunismi.

Tuttavia, pensiamo che il comunismo senza la pratica e la soggettività della Rifondazione, rischi di essere un semplice sentimento di nostalgia per un’epoca terminata, o –peggio- riproposizione per l’oggi di una ortodossia del tutto inefficace alla battaglia per la trasformazione della società; che, viceversa, , la semplice “idea” della rifondazione senza la storia, la sedimentazione sociale e l’orizzonte anticapitalista incarnati dal movimento comunista, rappresentino forme di vuoto “nuovismo” senza radici né prospettive, articolazioni anche fascinose di un pensiero debole , in quanto tale spesso subalterno, altrettanto –se non più-inutilizzabile del comunismo storico.

Per questo, riteniamo che il binomio Comunismo/Rifondazione dovrebbe restare , almeno per tutta una fase, inscindibile, quasi una coppia semantica dal significato reciproco, e che la cultura e la pratica rifondativa dovrebbero essere affare di tutti i comunisti e le comuniste, a cominciare dal Pdci, con riguardo sia alla maggioranza che alla minoranza espresse dall’ultimo Congresso .

Come logica conseguenza, siamo contrari alla proposta –per come è stata sin qui accennata- di un “superamento congiunto” tanto del prc quanto del pdci , e riteniamo che non siano possibili né utili forzature in questo senso.

Questo, perché nessuna unificazione potrebbe reggere nel tempo se non si dota di una linea politica condivisa in ordine al rapporto con il centrosinistra e con eventuali prospettive di governo: non funzionerebbe , cioè, una “fusione” che avesse a cemento, principalmente, il comune richiamo simbolico e l’evocazione di una monolitica , immutabile, storicamente indeterminata “identità comunista ”

Eppure, della più ampia unità possibile hanno disperata necessità innanzitutto gli sfruttati, gli oppressi, le donne ed i giovani di questo Paese.

Perciò, secondo noi, è necessario ampliare e consolidare le forme di unità con il pdci già esistenti, sia nei territori –anche con coordinamenti stabili prc-pdci- che nei luoghi di lavoro; è importante dare vita a strumenti di lavoro congiunto su singoli temi (lavoro, ambiente, vertenze territoriali, casa) e implementare l’unità d’azione, anche con un patto politico pubblico, nel miglior modo e ovunque sia possibile.

Può essere utile esplicitare il fatto che il vulnus inflitto con la scissione del 1998 non è una maledizione eterna, che può essere politicamente superato con modalità adeguate che tengano insieme sia una riconsiderazione critica del pdci riguardo al proprio stesso atto fondativo, sia una apertura del prc a tornare insieme nello stesso partito.

Ma soprattutto dobbiamo sapere, tutti, noi ed il pdci, che l’opzione strategica della Sinistra Alternativa offre al “problema” dell’unificazione dei comunisti una soluzione in avanti: perchè non chiede a nessuno scioglimenti né abiure, perché l’unità d’azione prc-pdci ne uscirebbe significativamente rafforzata, perché la chiarezza politica sull’alternatività al pd sarebbe un ulteriore elemento di condivisione tra i due partiti comunisti; perché tutti, prc , pdci, altri soggetti politici o sindacali o associativi o persone senza riferimenti organizzativi, saremmo coalizzati sotto un’unica bandiera, quella dell’alternativa politica e di sistema al neoliberismo ed all’Europa dei padroni.

LA PROSPETTIVA

Le vicende della sinistra di classe del nostro paese hanno oggi molto da imparare dall’Europa e dal resto mondo, una volta riconosciuto che il “decennio rosso” in cui eravamo noi a trasmettere qualcosa ai movimenti esteri, si è chiuso –e non da ora- con la sconfitta storica nella quale siamo tutt’ora immersi.

In primo luogo una prospettiva di trasformazione in Italia non può che darsi in un contesto europeo, poiché lì è in corso un processo di esautoramento delle sovranità nazionali e delle “governances” dei singoli Stati membri dell’Unione Europea: è un terreno articolato, quello che inizia a svilupparsi nella contestazione alle politiche ultraliberiste decise dalle elitès eurocratiche ( oggi rafforzate dalla vittoria della Merkel alle elezioni tedesche ) che passa tanto per la riconquista del potere di decidere le politiche economiche da parte dei singoli Stati, quanto per la critica delle scelte, e della natura , delle attuali istituzioni europee, elettive e non.

Ma appunto, la dimensione internazionale è ineludibile a cominciare dal fatto che , quando si bada al sodo, banche-padroni- finanza e apparati di produzione del consenso sono – a livello-europeo - uniti: noi non ancora.

In secondo luogo, e quale che sia il giudizio differenziato che si possa avere in merito alle singole vicende e tragedie ,è innegabile che i movimenti di massa che si sono manifestati di recente in Brasile, Messico, Turchia, Egitto, Tunisia, Siria (per tacere di India, Bangladesh , gli stessi U.S.A, Sudan, l’amata Palestina) dimostrano che quando decine di milioni di persone si mettono in moto, la possibilità dell’alternativa di società è squadernata, e sta alla complessa articolazione della soggettività politica antagonista saperla cogliere.

In terzo luogo, il rilancio di una prospettiva di trasformazione ha molto da imparare , come metodo di costruzione di un’alternativa politica , dall’esperienza di un intero subcontinente, vale a dire l’America Latina .

Qui, nel quadro di una grande rinascita dei movimenti di sinistra e progressisti in tutta l’America Latina , si danno significative esperienze di alternativa democratica, accanto altre più avanzate in Bolivia, Ecuador, Venezuela , oltrechè nella storica Cuba resistente.

La conquista del governo-e spesso di “pezzi” importanti del potere politico-economico e militare , che è un tratto peculiare di queste esperienze, nelle espressioni più avanzate tende all’introduzione di elementi del socialismo possibile.

Ciò ha prodotto l’implementazione concreta, per decine di milioni di persone, della qualità della loro vita, registrando un aumento dei parametri universalmente riconosciuti per quantificarla: cibo, salute, istruzione, reddito, occupazione , infanzia; con un approccio particolarmente avanzato, al livello delle Costituzioni e nelle “visioni” strategiche , da parte dei gruppi dirigenti latinoamericani più radicali, non per caso ispiratori dell’idea stessa di un “Socialismo del XXI Secolo”.

Ma, soprattutto, la nuova America Latina ci insegna che è possibile contrastare l’imperialismo e le multinazionali, grazie ad una politica di cooperazione regionale, fatta di accordi , scambi e valorizzazione dell’indipendenza dal Nord America.

E’ possibile pensare che un’altra Europa possa passare anche per una strada simile a quella , con alleanze ( euromediterranea , nel ns caso) capaci di contestare e ridiscutere il debito, anche nella sua composizione interna per stati e per natura sociale dei creditori, di valorizzare reciprocamente risorse produttive e civili, di sviluppare mutualità e scambi tra popoli, rompendo la gabbia imposta ad un intero continente dalle elités tecnocratiche e finanziarie?

Noi non possiamo saperlo, ma ci sembra opportuno, perlomeno, cominciare a discuterne.

Italia, Europa, America Latina: può essere non solo uno slogan dal sapore un poco antico, ma anche l’idea di un rovesciamento dell’esistente, di prospettiva, incardinata, per quanto ci riguarda, sulla costruzione ormai anche nel ns paese di un soggetto largo, plurale e confederale , radicale e popolare , della sinistra di alternativa .

Anche Syriza cominciò mettendo insieme 13 partiti, altrettanti compongono il Frente Amplio uruguayano; Izquierda Unida nacque da 7 partiti diversi, e gli esempi potrebbero continuare.

Oggi Syrza è un partito unico che, dopo aver sfiorato la vittoria alle elezioni del 2012, si candida a vincere le prossime ; il Frente Amplio governa già il Paese, come il Mas boliviano e la Alianza Pais in Ecuador, e Izquierda Unida è data nelle intenzioni di voto come primo partito a sinistra, in vantaggio sui socialisti.

La Linke tedesca ha appena ottenuto quasi il 9% nelle recentissime elezioni, il Fronte de Gauche (unione di 5 partiti) ha ottenuto l’11,1% alle Presidenziali del 2012.

In Portogallo , le due liste rappresentate dal PCP e dal Blocco di Sinistra, benché non alleate, insieme si posizionano intorno al 15%.

Sono esperienze diverse tra loro , che si sono sviluppate lungo linee di differenziazione storiche, geografiche, culturali, teoriche, diverse, ma tutte hanno dimostrato di saper rovesciare sconfitte che sembravano endemiche, di unire le resistenze politiche e sociali alla crisi capitalistica, di costruire aggregazioni a sinistra di socialdemocrazie e sinistre moderate, in generale , ben meno liberiste di quanto lo siano quelle nostrane .

Dunque, adesso tocca a noi.



Approvato all’unanimità dall’attivo degli iscritti e delle iscritte al Circolo “Karl Marx-Centocelle”- Partito della Rifondazione Comunista, fed.di Roma, 29 Settembre 2013

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