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Eric Hobsbawm

Eric Hobsbawm

(2 Ottobre 2012) Enzo Apicella
E' morto a Londra Eric Hobsbawm, storico marxista

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(Memoria e progetto)

Essere comunisti

VI° congresso PRC: mozione 2 (primo firmatario: Claudio Grassi)

(20 Dicembre 2004)

LE RAGIONI DI QUESTO DOCUMENTO. UNA PREMESSA

Il VI Congresso del Partito della Rifondazione Comunista cade in un momento difficile per il Paese e per l’intero pianeta. L’Italia è al bivio tra la possibilità di porre fine alla stagione del berlusconismo e il rischio – troppo spesso sottovalutato – di subire per un’altra legislatura i guasti prodotti da un governo di centrodestra. Il mondo si trova in una grave crisi a causa della politica del governo degli Stati Uniti e tutto, dopo la rielezione di Bush alla Casa Bianca, lascia prevedere che la strategia di guerra della superpotenza americana perdurerà, alimentando il rischio di una generalizzazione del conflitto armato. Nel nostro Paese le elezioni politiche si avvicinano. Saranno elezioni in qualche modo decisive, tanti e tali sono i danni provocati dal centrodestra nel sistema sociale, nell’apparato produttivo, nel quadro costituzionale e nel tessuto morale del Paese. È dunque più che mai necessario che la sinistra e le forze democratiche vincano e si impegnino per invertire la tendenza di quest’ultimo decennio, che ha visto dilagare la guerra e i disastri del neoliberismo. A sei anni dalla scissione del ’98, il Partito della Rifondazione Comunista è tornato al centro della scena politica italiana ed è oggi forza determinante per il mutamento degli equilibri politici del Paese. Concordi sull’importanza di questo obiettivo, siamo chiamati a discutere su come perseguirlo. Ciò pone al centro del nostro Congresso la questione politica e, più precisamente, il problema del governo. È questo, oggettivamente, il tema all’ordine del giorno. Lo è per la rilevanza delle decisioni da assumere, e lo è anche per la portata dei rischi che queste comportano. Occorre dunque promuovere tra noi il confronto più sereno e franco possibile, dare a tutto il Partito la possibilità di prendere parte a scelte che ne ridefiniranno la collocazione e che potrebbero metterne in gioco la stessa ragion d’essere. Le differenze, la pluralità di orientamenti sono risorse, non ostacoli: procurano strumenti, non difficoltà. Per tale ragione riteniamo che sarebbe stato più utile un congresso su documenti a tesi emendabili. Non è stato possibile e perciò contribuiamo alla discussione congressuale con questa nostra mozione, cominciando in premessa a segnalare cinque questioni fondamentali. Al governo solo a precise condizioni. Ferma restando l’inderogabile necessità di unire le nostre forze a quelle degli altri Partiti di opposizione per cacciare Berlusconi, ci interroghiamo sulle condizioni di una nostra eventuale partecipazione al governo in caso di vittoria delle attuali forze di opposizione. Siamo consapevoli dell’importanza che potrebbe avere la presenza di Rifondazione Comunista in un governo di coalizione con un programma avanzato. Pensiamo che il nostro Partito sarebbe in grado di fornire un contributo indispensabile a qualificare in senso progressivo la piattaforma programmatica del futuro governo. Ma vediamo anche molti problemi. L’attuale quadro politico non legittima grande ottimismo: pur con contraddizioni, le forze che hanno imposto le politiche di “libero mercato” restano egemoni in tutto il mondo capitalistico; l’ideologia neoliberista esercita ancora una forte influenza sugli orientamenti delle forze democratiche e sulla sinistra moderata del nostro Paese e, come si diceva, la conferma di Bush alla presidenza degli Stati Uniti lascia prevedere che nel prossimo futuro la strategia della “guerra preventiva” continuerà a ispirare l’agenda politica della superpotenza e dei suoi alleati. Non possiamo non vedere i rischi che tale stato di cose porta con sé. Unendo le proprie forze, il centrosinistra e Rifondazione Comunista possono vincere le prossime elezioni. Nonostante ciò, non è affatto detto che il futuro governo si farà carico di quelli che consideriamo obiettivi prioritari: la difesa del lavoro contro la precarietà; la difesa dei salari e delle pensioni, duramente colpiti dall’inflazione e dalle politiche economiche di tutti i governi di quest’ultimo decennio; l’abrogazione delle “leggi-vergogna” di Berlusconi; la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista; la messa al bando della guerra, da chiunque dichiarata e la fine di ogni occupazione militare. Se ciò non avvenisse, una eventuale partecipazione del Partito della Rifondazione comunista al governo con dei ministri rischierebbe di avere gravi conseguenze sul nostro Partito, sui nostri militanti, sui settori di società e di movimenti che oggi guardano a noi. Per questo – e anche per il fatto che un programma chiaro, che preveda risposte efficaci ai bisogni della nostra gente, costituisce una premessa indispensabile per motivare il “popolo della sinistra” nella battaglia elettorale contro le destre – pensiamo che, prima di decidere se entrare o meno nel prossimo governo, il Partito debba pretendere precise garanzie a difesa dei soggetti che intende rappresentare, evitando di firmare cambiali in bianco. Prima i programmi, poi gli schieramenti: questo principio, che ha sempre guidato le scelte politiche di Rifondazione Comunista, è oggi più che mai la nostra bussola. I diritti del lavoro, questione cruciale. Un terreno per noi decisivo è costituito dalla difesa e anzi dalla riconquista dei diritti del lavoro, contro i quali si è abbattuto già nel corso degli ultimi due decenni del Novecento (e con particolare violenza nel corso degli anni Novanta) l’attacco del padronato e dei governi. Per anni – benché l’area del lavoro salariato continuasse ad espandersi in Italia e nel mondo – ha imperversato, anche a sinistra, la tesi della “fine del lavoro”. Questa ideologia è servita a distogliere l’attenzione dal massacro sociale subìto dalle classi lavoratrici. Nel frattempo la condizione dei lavoratori si è fatta insostenibile. I salari e gli stipendi sono divorati da un’inflazione reale assai più elevata di quella programmata. La precarietà e la flessibilità sono divenute norma. Si vorrebbero superare i contratti collettivi nazionali. Le imprese ricorrono quasi esclusivamente ai rapporti “atipici”, a tempo determinato e senza tutele. Le norme sulla sicurezza sono sistematicamente eluse (l’Italia è ai primi posti nelle statistiche sugli incidenti mortali sul lavoro, con oltre 1400 vittime l’anno). La riforma delle pensioni ha duramente colpito il sistema previdenziale, trasformando per i più in un miraggio il raggiungimento dell’età pensionistica e gettando milioni di pensionati in condizioni di povertà. Tutto questo accade in una Repubblica che il primo articolo della Costituzione dichiara “fondata sul lavoro”. Occorre prendere sul serio questa dichiarazione, che riposa sulla consapevolezza del fatto che è il lavoro – e non certo un capitale che si accresce sul suo sfruttamento – la vera fonte della ricchezza del Paese. Occorre reagire contro il dogma della “centralità dell’impresa”, che in Italia non ha nemmeno significato investimenti produttivi e sviluppo industriale, ma privatizzazione di risorse pubbliche, regalie a una borghesia parassitaria e accumulazione di profitti e di rendite. Occorre anche smascherare la retorica della concorrenza e del mercato, che, lungi dal significare smantellamento degli oligopoli, è servita solo a giustificare concentrazioni di capitale e rafforzamento delle rendite di posizione. A questi criteri è necessario sostituirne altri, di segno opposto: piena occupazione e lavoro stabile; difesa del salario (mediante una nuova “scala mobile”); difesa del contratto collettivo nazionale e democrazia sindacale; rilancio della programmazione economica e dell’intervento pubblico, a cominciare dai settori a bassa redditività immediata (infrastrutture, ricerca, formazione); potenziamento dei servizi sociali. Non basta. È tempo anche di prendere sul serio quanto la Costituzione prescrive in materia di funzione sociale dell’iniziativa economica privata, prevedendo forme di controllo “dal basso” sui piani d’impresa, sull’organizzazione del lavoro, sull’impatto ambientale delle produzioni e sull’impiego dei finanziamenti pubblici ricevuti. La difesa del lavoro e dei suoi diritti è il fondamento di una reale democrazia e il centro delle preoccupazioni dei comunisti. Data per morta, la contraddizione capitale-lavoro resta in realtà centrale. E il lavoro dipendente rimane, nelle sue molteplici forme, il fulcro del blocco sociale in grado di realizzare la trasformazione dello stato di cose presente. In Iraq c’è una Resistenza di popolo. Il dramma della guerra in Iraq occupa da oltre un anno e mezzo il centro della scena internazionale. L’attacco imperialista a uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei loro più stretti alleati (tra cui figura purtroppo anche l’Italia) ha sin qui causato la morte di oltre 100mila civili innocenti: un massacro che pesa come un macigno sugli uomini e sui governi che hanno messo in atto questa infame impresa bellica, un gravissimo crimine contro l’umanità, che rende più che mai necessario l’immediato ritiro dall’Iraq di tutte le truppe di occupazione, a cominciare da quelle italiane. Ma le cose non vanno secondo le previsioni di Bush, di Blair e di Berlusconi. La guerra, che si sarebbe dovuta concludere in poco più di un mese, dura ancora, e ciò rende più difficile agli Stati Uniti, almeno per il momento, nuove aggressioni, già pianificate, a danno di altri Stati sovrani (a cominciare dai cosiddetti “Stati canaglia”: Iran, Siria, Corea del nord e Cuba). La macchina bellica più agguerrita del mondo stenta ad avere la meglio contro un Paese distrutto e contro una popolazione stremata. Ciò si deve al fatto che all’occupazione militare il popolo iracheno ha risposto con straordinario coraggio e orgoglio, mettendo in campo una capillare Resistenza armata che i continui bombardamenti e gli attacchi di terra delle truppe anglo-americane non sono ancora riusciti a piegare. Questa Resistenza di popolo deve essere riconosciuta e sostenuta quale espressione della legittima aspirazione della popolazione irachena all’indipendenza e all’autonoma determinazione del proprio futuro. Per questo dissentiamo da chi, con la complicità dei media, evoca una presunta “spirale guerra-terrorismo”. Non solo questa formula cancella dalla scena la Resistenza irachena, ma per di più suggerisce una inammissibile equivalenza delle responsabilità. Ferma restando la più netta condanna del terrorismo, noi riteniamo invece che la responsabilità di questa guerra criminale incomba esclusivamente su Bush e sui suoi alleati, che hanno scatenato l’attacco all’Iraq per tutt’altre ragioni (il controllo delle risorse energetiche; la competizione geopolitica con la Cina, la Russia e l’Unione europea; gli enormi profitti legati alla spesa militare e al business della “ricostruzione”, ecc.). Ha ragione il premio Nobel Pérez Esquivel quando afferma che è Bush oggi il più pericoloso terrorista. Da questo giudizio deve, a nostro giudizio, prendere avvio qualsiasi discorso sulla guerra in Iraq. La nostra storia è un patrimonio, non un problema. Essere comunisti oggi è difficile anche perché più che mai violento è l’attacco alle nostre idee, alle nostre aspirazioni, alla nostra storia. Il revisionismo storico, che punta a criminalizzare l’idea stessa della lotta di classe, stravolge l’intera esperienza del movimento rivoluzionario operaio e comunista presentandola come una sequenza di violenze e di fallimenti. Di recente questa tesi liquidatoria si è fatta strada anche a sinistra. Autorevoli intellettuali hanno rappresentato l’eredità del secolo scorso come un cumulo di macerie. Contro le rivoluzioni proletarie e la stessa Resistenza antifascista sono stati intentati processi sommari con condanne senza appello. Da ultimo si è giunti a dichiarare politicamente morti tutti i più grandi dirigenti comunisti del Novecento. Non ci riconosciamo in questi bilanci, che riteniamo storicamente e politicamente errati. Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro la guerra, per la pace e per la giustizia sociale. L’insegnamento dei suoi più grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora un contributo prezioso per l’analisi critica della società capitalistica. Le grandi rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono in prima fila i partigiani comunisti – ha permesso al nostro paese di riconquistare dignità e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler. Di questa storia siamo orgogliosi. Non ne dimentichiamo limiti e pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti liquidatori. Pensiamo che occorra, certo, procedere nella ricerca e nella riflessione. Ma rivisitare la storia non significa rimuoverla. Non condividiamo la assunzione della teoria della nonviolenza come nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. Le forme di lotta dipendono dal contesto in cui si praticano: oggi in Italia è possibile praticare la lotta pacifica anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il fascismo; per contro, in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime – il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori. Anche il concetto secondo il quale i comunisti non lottano per conquistare il potere ci pare non solo estraneo alla nostra storia, ma incomprensibile. Essere in un governo con dei ministri non significa forse “contaminarsi” col potere? Non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno, per rimanere puri e incontaminati, significherebbe rinunciare alla lotta politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione della società in senso socialista. Il Partito: uno strumento essenziale. Gli straordinari impegni che ci attendono impongono di dedicare particolare cura al Partito, al suo rafforzamento organizzativo, al suo insediamento sociale e territoriale. Occorre un Partito comunista capace di organizzare lotte, promuovere conflitti, sviluppare movimenti, radicato nella società e nel mondo del lavoro e culturalmente autonomo dalle ideologie dominanti: un Partito, in ultima analisi, che consenta di tenere aperta la prospettiva del superamento del capitalismo. Ciò pone in primo piano la necessità di una politica per l’organizzazione, tesa in particolare alla formazione di quadri e militanti, al rafforzamento e al rilancio delle strutture di base. I circoli, sia quelli territoriali che di luogo di lavoro, vivono oggi uno scarso coinvolgimento nella elaborazione della linea politica del Partito. Ciò determina un senso di disorientamento che in alcuni casi produce situazione di passività, di disaffezione e di calo della militanza. Per queste ragioni, si richiede una correzione di linea rispetto alle “innovazioni” introdotte nel V Congresso, che, accentuando questo processo, sono andate nella direzione di costruire un Partito “leggero” e “mediatico”. Ne sono conferma il calo degli iscritti e, ancora di recente, la scarsa partecipazione alla nostra ultima manifestazione nazionale: tutti elementi in controtendenza rispetto allo sviluppo di importanti movimenti verificatosi nel corso di questi anni. Occorre una netta inversione di tendenza, che consenta di recuperare i gravi ritardi nella discussione sullo stato dell’organizzazione, e di riconoscere nel Partito e nella sua forza organizzata uno strumento essenziale per la trasformazione della società.

TESI 1 PER IL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO

L’obiettivo del superamento del capitalismo verso il socialismo e il comunismo non è semplicemente un’aspirazione: esso nasce dalle stesse contraddizioni antiche e nuove che il capitalismo non è in grado di risolvere. Il capitalismo è entrato nel terzo millennio portando con sé contraddizioni sempre più profonde. Nonostante la dinamicità e l’opulenza che manifesta in ambiti anche rilevanti, esso si rivela incapace di offrire una vita dignitosa alla maggioranza degli abitanti del pianeta. Centinaia di milioni di esseri umani vengono privati dei più elementari diritti. Adulti e bambini muoiono di fame e di sete. Epidemie e guerre affliggono gran parte della popolazione mondiale, mentre si riaprono piaghe – la guerra, il razzismo, la schiavitù, l’analfabetismo, il lavoro minorile – che ci si era talvolta illusi di aver sanato o ridotto. Negli stessi paesi capitalistici più sviluppati tornano guerre e tentazioni autoritarie e, come sempre, sono le fasce più deboli della popolazione (i proletari, i giovani e i più anziani, i migranti) a pagare il prezzo più alto della regressione. Il diffondersi di vecchie e nuove forme di sfruttamento, di povertà e di emarginazione nel cuore stesso dell’Occidente capitalistico è indice di come il sistema non riesca a congiungere le immense potenzialità del progresso scientifico con il progresso sociale e la umanizzazione delle relazioni fra gli esseri umani. Non è colpa di un “destino cinico e baro”, ma dei meccanismi stessi del sistema capitalistico, fondato sulla indiscriminata ricerca del profitto, sul saccheggio delle risorse naturali e sullo sfruttamento della forza-lavoro di sterminate masse umane a vantaggio di un pugno di banche e di multinazionali di Paesi capitalistici del “libero Occidente”. A questo insieme di cause si deve anche il fatto che, a quindici anni dal 1989, lo stato di guerra sia il tratto dominante del quadro internazionale. Si tratta di una tendenza che non accenna ad attenuarsi e della quale la rielezione di Bush lascia piuttosto prevedere una recrudescenza. Mentre i motivi addotti a giustificazione del massacro iracheno – connivenza col terrorismo, detenzione di armi di distruzione di massa – si sono rivelati falsi, diventa ogni giorno più evidente la vera finalità della guerra: controllare la regione del mondo più ricca di risorse energetiche e colonizzare militarmente una zona decisiva per tenere sotto minaccia missilistica i più pericolosi concorrenti della superpotenza statunitense, in particolare la Cina. L’Afghanistan e l’Iraq (insieme alle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale) sono regioni nelle quali gli Stati Uniti stanno insediando importanti basi militari. Lo scenario è quello di una competizione per l’egemonia mondiale nel XXI secolo. Gli Stati Uniti, di fronte alle proprie difficoltà economiche, a un debito estero che è il maggiore del mondo, all’emergere di nuove aree economiche, geopolitiche e valutarie che ne minacciano il primato mondiale, scelgono la guerra “permanente” e “preventiva” per tentare di vincere la competizione globale sul terreno militare, dove sono ancora i più forti. E dove si propongono di raggiungere una superiorità schiacciante sul resto del mondo, per cercare di invertire una tendenza crescente al declino del loro primato economico.

TESI 2 LA TEORIA DELL’IMPERO SMENTITA DAI FATTI

La mondializzazione capitalistica smentisce la tesi dell’azzeramento del ruolo degli Stati, ponendo in risalto piuttosto due tendenze: da un lato, l’esistenza di Stati sempre più forti, collocati ai vertici del mondo; d’altro lato, la realtà di Stati deboli o in via di disgregazione. Le guerre e le aggressioni imperialiste condotte nell’ultimo decennio hanno evidenziato questo processo: significativi esempi sono la divisione della ex-Jugoslavia e i tentativi in atto di smembramento della Federazione russa. Gli Stati forti disgregano e attraggono entro le proprie “aree di influenza”. Ciò fa parte della perdurante tendenza alla costituzione di poli capitalistici e imperialistici in competizione tra loro, entro cui i singoli Stati si coordinano – pur con contraddizioni interne – nell’intento di conseguire una dimensione ottimale per reggere la concorrenza internazionale. L’odierna gerarchia capitalistica si ridisegna intorno a tali entità continentali e alle principali compagini statuali e inter-statuali che le costituiscono (gli Stati Uniti; l’Unione europea con l’asse franco-tedesco; il Giappone). Lo Stato resta dunque un elemento chiave e ciò conferma la piena attualità della nozione di “imperialismo”. Pur entusiasticamente accolta da vasti settori della “sinistra critica”, la teoria dell’“Impero” (secondo cui ai governi nazionali sarebbe ormai subentrata una sorta di direttorio mondiale composto da Usa, Cina, Russia, Giappone) si è dimostrata totalmente infondata. Gli stessi organismi internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Wto, ecc.) sono diretta espressione degli Stati guida e ciascun polo capitalistico cerca di proteggere le proprie imprese transnazionali predisponendo (con gli strumenti della diplomazia e, se necessario, con la guerra) le condizioni più favorevoli al loro sviluppo. Le tensioni tra Stati Uniti ed Europa si sono accentuate e tutto lascia prevedere che, in seno all’Unione europea, il contrasto tra filo-americani e sostenitori di una maggiore autonomia europea nelle relazioni transatlantiche sia destinato ad approfondirsi. Usciti vincitori dalla Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno puntato tutto sulla conservazione del proprio status di unica superpotenza mondiale e per questo intendono impedire l’emergere di qualsiasi potenziale competitore. Inevitabilmente ciò li sospinge verso una crescente rivalità nei confronti delle potenze regionali emergenti e, soprattutto, del gigante cinese, i cui vertiginosi ritmi di crescita economica non possono non impensierire la dirigenza statunitense. Non è un caso che – anche per la sua direzione politica – oggi la Cina sia considerata dalla Casa Bianca l’antagonista più pericoloso dei prossimi decenni.

TESI 3 IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA E IL NEOLIBERISMO E LA RESISTENZA ANTIMPERIALISTA DEI POPOLI

Dalla contestazione dei vertici economici e politici delle maggiori potenze capitalistiche si è venuto sviluppando un grande movimento di massa che ha saputo diffondere la consapevolezza della distruttività dell’attuale modello di sviluppo. A Seattle, a Porto Alegre, a Bombay e a Cancun, i Forum sociali mondiali hanno costituito straordinari appuntamenti nei quali si è via via consolidato un “comune sentire” critico contro la violenza del capitalismo, la fame, le guerre, la devastazione ambientale. Questa spontanea e tenace mobilitazione è di per sé una risorsa preziosa per la lotta di massa contro il capitalismo neoliberista e contro la guerra. L’aggressione anglo-americana all’Iraq ha indotto decine di milioni di donne e di uomini a scendere in strada in diversi Paesi per manifestare la propria volontà di pace. Benché non sia di per sé riuscita a impedire la guerra, la massiccia mobilitazione del popolo della pace (che in Italia ha tratto vigore anche dal ritorno della conflittualità operaia di cui a sua volta ha favorito la crescita) ha contribuito in modo determinante alla crescente delegittimazione, etica ancor prima che politica, dell’azione militare. Il movimento mondiale contro il neoliberismo e la guerra non è l’unico elemento positivo sul quale investire contro la politica bellicista di Bush. In Iraq la superpotenza americana è messa in difficoltà da un’imprevista ed efficace azione di Resistenza. Senza la Resistenza degli iracheni (che dopo trent’anni dalla fine della guerra in Vietnam conferma come la superiorità tecnologica statunitense non sia sufficiente per piegare un popolo) oggi assisteremmo a nuove guerre e ancor maggiori sarebbero le difficoltà per quanti si oppongono all’aggressività dell’imperialismo anglo-americano. Tutto ciò significa anche che è sbagliato rinchiudere queste vicende nella formula della “spirale guerra-terrorismo”. Non è in questione il fatto che il fenomeno terroristico (nei cui confronti i comunisti hanno sempre espresso una condanna chiara e senza appello) possa avere un suo autonomo progetto politico. A parte il fatto che alcuni episodi (a cominciare dall’11 settembre) restano per molti versi oscuri, altri sono i punti in questione e da ribadire con forza. Va detto che la responsabilità più grave della violenza nel Medio Oriente incombe oggi sul terrorismo bellico di Bush e Sharon. E va sottolineato con la massima chiarezza che la resistenza armata contro l’invasore non è terrorismo. Ciò è valso ieri per i popoli che hanno dovuto impugnare le armi contro il colonialismo, il fascismo, il nazismo e le aggressioni imperialistiche di ogni tipo, ed è vero oggi per i resistenti iracheni, per l’Intifada palestinese, per la guerriglia colombiana e per ogni altra lotta di popolo e antimperialista. Chi riduce queste realtà entro l’uniforme contesto del terrore di fatto nega la legittimità di qualunque forma di resistenza armata all’oppressione violenta di popoli e classi. Al contrario, è necessario esprimere piena solidarietà alla Resistenza dei popoli aggrediti, a cominciare, oggi, dal popolo iracheno.

TESI 4 AL FIANCO DEI POPOLI CHE LOTTANO CONTRO L’IMPERIALISMO

Accanto al sostegno alla Resistenza irachena, l’agenda dell’iniziativa internazionalista ci consegna altri impegni prioritari. Va intensificato l’appoggio alla Resistenza del popolo palestinese contro il terrorismo di Stato di Sharon e i progetti neocoloniali di matrice sionista. Occorre incalzare la comunità internazionale (in particolare l’Europa) perché si impegni per la restituzione ai palestinesi dei loro territori occupati da Israele nel 1967 (inclusa Gerusalemme est), per la creazione di un loro Stato sovrano e indipendente, e per la scarcerazione di tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri israeliane. Va richiesto l’immediato l’abbattimento del “muro della vergogna” voluto dal governo di Israele. È indispensabile sostenere Cuba che, insieme alla propria sovranità, difende – tra mille difficoltà e nonostante i rigori imposti da un infame embargo – le conquiste della propria rivoluzione. Sostenere la rivoluzione cubana significa anche valorizzare, rispetto al contesto dato, un modello sociale e politico in grado di rappresentare per molti Paesi un’alternativa alle devastazioni del capitalismo. Il livello raggiunto da Cuba in materia di sanità, istruzione, aspettativa di vita, tutela dei bambini non ha confronti in tutta l’America Latina e Centrale. A ciò si aggiunga (senza per questo negare le difficoltà) che Cuba potrebbe ulteriormente migliorare il livello di vita del proprio popolo e investire di più nella solidarietà internazionalista, se non dovesse difendersi dalla continua aggressione militare, terroristica ed economica degli Stati Uniti. Altrettanto importanti, per un’America Latina autonoma dagli Usa, sono l’esperienza avviata dal governo venezuelano e la vittoria del Frente Amplio in Uruguay. Lo stesso governo Lula – nonostante talune criticabili scelte di politica economica – conferma il risveglio del continente latinoamericano nel suo complesso. Si inscrivono in questo quadro le iniziative per l’estensione del patto di cooperazione e integrazione economica tra i Paesi dell’America Latina (il Mercosur), che cercano di percorrere strade diverse da quella dell’Alca, il patto di libero scambio fortemente perseguito dagli Usa. Siamo parimenti solidali con le lotte dei popoli e dei Paesi progressisti afroasiatici, a partire da quelle emblematiche dei lavoratori e dei popoli del Sudafrica, della Nigeria, dell’India non allineata, del Vietnam socialista.

TESI 5 CONTRO LA GUERRA, FUORI DALLA NATO

Occorre sviluppare una intransigente iniziativa volta a impedire ulteriori violazioni dell’articolo 11 della Costituzione. L’Italia non dovrà mai più partecipare ad interventi militari (nemmeno sotto copertura Onu, né indirettamente tramite la concessione di basi militari, spazi aerei, strutture logistiche) se non in difesa del proprio territorio da una invasione straniera. Tale iniziativa (resa ancor più urgente dalla rielezione di Bush) deve interagire con tutte le forze che si oppongono ai progetti di riarmo connessi al progetto di esercito europeo, sostenuto da alcuni Paesi dell’Unione. Inoltre occorre ribadire la necessità di giungere allo smantellamento di tutte le basi militari Nato e Usa presenti in Italia. Tale obiettivo – posto all’ordine del giorno dalla dissoluzione del Patto di Varsavia – è divenuto inderogabile in seguito alla trasformazione del Patto atlantico in una alleanza con scopi ancor più dichiaratamente offensivi. Infatti (come si è già verificato anche in Italia, in occasione della guerra contro la Jugoslavia) la nuova Nato può oggi intervenire in ogni parte del mondo, senza neppure una decisione formale dei parlamenti dei Paesi coinvolti. La battaglia pacifista richiede che i comunisti siano attivamente presenti nel movimento mondiale per la pace. Occorre essere consapevoli che dalla vitalità di questo movimento dipendono in larga misura i risultati dell’impegno profuso in ogni continente dai governi, dai popoli, dalle forze politiche e sociali, sindacali e religiose che si battono contro la guerra. È essenziale che questo movimento rafforzi i propri legami con le organizzazioni del movimento operaio. Nulla è più urgente oggi della ricomposizione dei diversi settori di movimento e della costruzione di piattaforme unitarie di lotta contro la guerra e contro il neoliberismo, a partire dalla lotta per il disarmo, per lo smantellamento di tutte le basi militari straniere e per un Trattato internazionale di non proliferazione che metta al bando e distrugga tutte le armi di sterminio, cominciando dagli arsenali dei Paesi che ne possiedono di più.

TESI 6 PER UN’ALTRA EUROPA

Negli ultimi tre decenni i Paesi dell’Unione europea hanno dovuto far fronte alla generale crisi del processo di accumulazione. La “cura” prescritta dalle autorità economiche dell’Unione si è rivelata peggiore del male. Il “Patto di stabilità e di crescita” ha imposto il dogma dell’equilibrio di bilancio, impedendo politiche espansive e rendendo inevitabili drastici tagli alla spesa pubblica. In un quadro che non mette in discussione la continua crescita dei profitti e degli alti redditi (e impedisce quindi un uso redistributivo della leva fiscale), le uniche leve compatibili con tale impostazione risultano essere la privatizzazione dei servizi e delle grandi imprese pubbliche, e la riduzione delle tasse (a beneficio dei ricchi). Gli effetti di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti: drastico ridimensionamento dello Stato sociale, privatizzazione di settori di pubblico interesse, stagnazione e distruzione di sempre più vasti segmenti di attività produttiva, crescita della disoccupazione e aumento delle disuguaglianze. Dilagano la liberalizzazione del mercato del lavoro e con essa la precarietà. I contratti nazionali e tutte le conquiste operaie (a cominciare dall’orario di lavoro) sono sotto attacco. Ove ciò non bastasse, la recente decisione di allargare l’Unione a dieci Paesi ex-socialisti ha ulteriormente acuito le dinamiche di concorrenza interna alle classi lavoratrici europee. Contro questo stato di cose è necessaria un’azione congiunta di tutte le forze sociali e politiche democratiche e di sinistra volta ad affermare una politica economica opposta a quella sin qui praticata in sede comunitaria. È giunto il momento di attuare scelte economiche con finalità di ordine sociale quali la piena occupazione, l’effettiva eliminazione delle aree di povertà, la ricostruzione di efficienti sistemi pubblici di welfare, la garanzia della casa per tutti, una politica pubblica di rilancio delle aree depresse e un concreto impegno nella lotta contro l’analfabetismo e per l’innalzamento generalizzato dell’obbligo scolastico. A questa Europa di pace e di giustizia sociale servirebbe un’autentica Costituzione, completamente diversa dal Trattato costituzionale recentemente approvato. Le ragioni per le quali quest’ultimo va respinto sono molte e gravi: l’assenza di un percorso democratico alla base della sua elaborazione, il rifiuto di qualsiasi politica di regolazione del mercato, l’attribuzione di funzioni meramente residuali all’intervento pubblico, l’incoraggiamento di meccanismi di concorrenza interna sul costo del lavoro e la mancanza di una parola chiara contro la guerra. La battaglia per un’Europa politica unita e autonoma, democratica e pacifica dovrà necessariamente passare per una Costituzione nettamente contraria alla guerra, che ruoti intorno alla difesa dei diritti del lavoro e promuova politiche economiche espansive. Chi vuole un’Europa davvero autonoma dagli Usa e dal loro modello di società deve avere un progetto alternativo, che comprenda tutti i Paesi del continente andando oltre l’attuale Unione europea e le basi neoliberiste, transatlantiche e neo-imperialiste su cui essa è venuta formandosi. È vero che oggi l’imperialismo franco-tedesco è meno pericoloso per la pace mondiale di quello Usa e può fungere, a volte, da ostacolo per le spinte più aggressive. Ma sarebbe sbagliato trarne una linea di incoraggiamento al riarmo dell’Unione europea: i movimenti operai e i popoli europei, e ogni progetto di Europa sociale e democratica, verrebbero colpiti al cuore da una politica di militarizzazione del continente su basi neo-imperialistiche. Essa stimolerebbe la corsa al riarmo a livello internazionale e il costo di una crescita esponenziale delle spese militari, in un’Europa neo-liberale dove già oggi vengono colpite le condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari, distruggerebbe quel poco che rimane dello Stato sociale europeo. Più in generale va contrastata l’illusione che una Unione europea sotto l’egemonia del grande capitale possa rappresentare una alternativa di progresso all’imperialismo Usa. E che i processi di integrazione in atto in Europa, nei loro assi portanti, siano una sorta di contenitore neutrale che possa essere, a seconda dei casi, riempito di contenuti di destra o di sinistra, e non invece – come in realtà sono – un progetto strategico coerente di integrazione capitalistica e neo-imperialistica.

TESI 7 COMUNISTI IN EUROPA E NEL MONDO

Siamo per sostenere tutte quelle iniziative che, su scala europea e mondiale, favoriscono – nel pieno rispetto dell’autonomia di ogni partito – una incisiva e strutturata unità d’azione delle forze comuniste e di sinistra anticapitalistica e antimperialista. La convergenza sempre più forte di tutti coloro i quali oggi lottano contro la guerra e l’imperialismo rappresenta un obiettivo in vista del quale debbono impegnarsi le forze comuniste e rivoluzionarie. Da questo punto di vista i Forum sociali mondiali e continentali sono luoghi importanti che possono favorire questo processo. La consapevolezza che il terreno nazionale resta importante per dare basi di massa ad ogni iniziativa, non ci induce a rinunciare a lavorare sul piano internazionale. Anzi. Le nostre critiche a come si è operato per dar vita al Partito della Sinistra europea sono indirizzate alla proposta politica e organizzativa che esso configura e non sono certamente ispirate ad un progetto di chiusura autarchica. La piattaforma su cui si è costituito il Partito della Sinistra europea manca di una connotazione di classe e anticapitalista; essa propone un profilo identitario e progettuale genericamente di sinistra. Le nostre riserve erano e sono dettate dalla preoccupazione per la insufficiente capacità aggregativa del nuovo soggetto, al quale infatti non hanno aderito numerosi Partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica. Resta l’esigenza di superare questi limiti che hanno contraddistinto la costruzione del Partito della Sinistra europea. Proprio la consapevolezza dell’importanza del terreno europeo e la necessità di coinvolgere tutte le forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia, ci inducono a ribadire la necessità di costruire un Forum o un Coordinamento permanente e strutturato (sul tipo di quello realizzato a San Paolo del Brasile), in grado di comprendere l’intera sinistra comunista, anticapitalista e antimperialista dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali.

TESI 8 IL NOSTRO IMPEGNO UNITARIO PER BATTERE LE DESTRE E BERLUSCONI

Benché indebolito dai disastrosi effetti della sua politica economica e duramente provato dai recenti risultati elettorali, il governo Berlusconi continua la sua politica antipopolare, grazie anche alle debolezze dell’opposizione. Un sostegno al governo in carica proviene anche dal quadro internazionale, al quale la rielezione del presidente Bush imprime una marcata tendenza conservatrice. Il Paese continua a subire le pesanti conseguenze di quella miscela di populismo, autoritarismo e affarismo che costituisce l’essenza del berlusconismo. Sia sul terreno delle politiche sociali ed economiche (legge 30, riforma delle pensioni, Bossi-Fini, privatizzazioni) che su quello delle politiche istituzionali (devolution, presidenzialismo, leggi Moratti) la destra ha sistematicamente sfruttato i gravi errori compiuti dai governi di centrosinistra negli anni Novanta, radicalizzandone il segno antipopolare. Oggi, mentre la scelta di allineare l’Italia alla politica estera Usa e di coinvolgerla nella guerra in Iraq non viene rimessa in discussione, sul fronte interno vanno avanti l’offensiva contro i diritti del lavoro e l’attacco contro la Costituzione, lo Stato di diritto e l’unità del Paese. Vengono promulgate riforme costituzionali di chiara marca piduista tese a concentrare tutto il potere decisionale nelle mani del “capo del governo”. Vengono varate normative che colpiscono pesantemente libertà civili e diritti della persona (si pensi alla legge sulla fecondazione assistita). E mentre la morsa di Berlusconi sul sistema informativo non accenna ad allentarsi, si annunciano nuove misure volte a cancellare qualsiasi vincolo a garanzia del pluralismo in campagna elettorale (par condicio). La battaglia per cacciare le destre dalla guida del Paese non è ancora vinta. È e resta l’obiettivo prioritario, da realizzare unitariamente. Sarebbe pertanto un grave errore ragionare come se si trattasse di un dato acquisito. Ci sono segnali positivi: l’unità di tutte le opposizioni, la persistenza dei movimenti e l’affermazione anche elettorale della sinistra di alternativa. Ma ciò non basta a rovesciare la situazione e a modificare complessivamente i rapporti di forza sociali e politici, come dimostrano – tra l’altro – il mancato avvio del confronto programmatico e una inadeguata mobilitazione contro le iniziative reazionarie del governo.

TESI 9 IL DISSESTO ECONOMICO E SOCIALE DEL PAESE

Dall’inizio del 2001 l’economia italiana è bloccata. Dagli anni Ottanta è in atto un progressivo ridimensionamento della grande industria. Gli imprenditori preferiscono scegliere la strada della flessibilità o della delocalizzazione. In una parola, si è imboccata con decisione la “via bassa” dello sviluppo, basata sul contenimento dei costi: bassi salari e flessibilità. Per questo corriamo verso il baratro: non si dà fiato ai settori industriali strategici e non si dà risposta né ai bisogni né ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. I riflessi sociali di queste scelte sono gravi, in particolare nel Mezzogiorno. Il potere d’acquisto di salari e pensioni si riduce (-2,6% nel triennio 2000-02, a fronte di un aumento del 4,5% del potere d’acquisto dei redditi di imprenditori e professionisti); la povertà cresce espandendosi dentro il mondo del lavoro; la questione abitativa – tra caro-affitti e sfratti – diviene sempre più grave per effetto del fallimento dei “patti in deroga”. L’occupazione perde in qualità: il lavoro (soprattutto quello delle donne, su cui si scaricano i più pesanti contraccolpi del declino produttivo del Paese e dello smantellamento del welfare) è precarizzato, dequalificato e sottopagato. Al servizio pubblico in via di smantellamento si sostituiscono, nella erogazione di servizi essenziali, cooperative sociali che, smentendo la retorica del cosiddetto “privato sociale”, operano costringendo i propri addetti a condizioni di supersfruttamento e di azzeramento di diritti e tutele. Per contro crescono le grandi ricchezze. In tale contesto, l’aumento reale di salari, stipendi e pensioni sarà il tema su cui dovrà concentrarsi il massimo di attenzione delle forze politiche e sociali che sostituiranno la destra alla guida del Paese. I giovani sono i più colpiti, privi di tutele e diritti sul lavoro ed espropriati di un’istruzione pubblica e di massa che diventa, al contrario, merce al servizio delle imprese. Più in generale, la condizione dei soggetti più deboli non costituisce un’eccezione, ma la spia della tendenza regressiva in atto. I cittadini stranieri di recente immigrazione nel nostro Paese – che sono ormai una componente importante del mondo del lavoro – sono oggetto di sistematiche e incostituzionali discriminazioni, esposti all’arbitrio delle autorità di polizia, privati del diritto di asilo, segregati in campi di reclusione la cui istituzione figura tra le più gravi responsabilità degli ultimi governi di centrosinistra. La popolazione detenuta nelle carceri italiane (costituita in gran parte da migranti e tossicodipendenti, molti dei quali affetti da Aids) soffre i mali cronici di un sistema penitenziario sovraffollato, ospitato in edifici spesso fatiscenti, privo dei servizi essenziali, tale da rendere improponibile qualsiasi riferimento al fine rieducativo della pena. Occorre intervenire per offrire una prospettiva di svolta al Paese: per consentirgli di imboccare la “via alta” dello sviluppo, fondata sulla qualità (sociale e ambientale) e sull’innovazione (di processi produttivi e di prodotti), sul lavoro non precario e sulla qualificazione professionale e salariale, sull’equità redistributiva (si inserisce qui anche l’inderogabile necessità di ripristinare il regime dell’“equo canone”), sull’investimento in ricerca e sulla programmazione pubblica. Un ruolo chiave nel rilancio del sistema produttivo del Paese dev’essere affidato all’intervento pubblico, al quale vanno riservate funzioni non solo di programmazione, ma anche di iniziativa in settori strategici (infrastrutture, trasporti, energia, manutenzione del territorio, ecc.) e nella diretta gestione di grandi imprese (a cominciare dalla Fiat) vitali per l’intera economia del Paese. Per quanto riguarda in particolare i diritti del lavoro, occorre avviare iniziative che affrontino i temi della programmazione economica democratica e della democrazia aziendale, per giungere al riconoscimento del diritto dei lavoratori a contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro, ad essere consultati tramite le loro organizzazioni circa la modifica degli indirizzi produttivi, l’adozione di nuove tecniche produttive e di nuovi assetti dell’organizzazione del lavoro. In vista di questi obiettivi le opposizioni hanno il dovere di sviluppare una forte iniziativa unitaria, capace di ostacolare i piani della destra attraverso la mobilitazione nel Paese e nelle istituzioni.

TESI 10 GIOVANI, SCUOLA E LAVORO

In questo quadro di regressione economica e sociale, la questione giovanile non è una semplice questione generazionale. Essere giovani oggi in Italia significa trovarsi in una condizione di particolare esposizione all’attacco delle politiche neoliberiste, che producono incertezza, precarietà, mercificazione di tutti gli aspetti della vita dei giovani. Per questo, all’interno dei movimenti, i giovani, esprimendo il totale rifiuto dei guasti prodotti dal neoliberismo, sono portatori di una critica radicale nei confronti di un modello di società oggettivamente intollerabile. È il caso degli studenti (che subiscono i contraccolpi della violenta offensiva scatenata dal governo contro la scuola pubblica e l’Università) e soprattutto dei lavoratori – in particolare, dei precari – la cui spinta rivendicativa ha già trovato importanti momenti di visibilità come in occasione degli scioperi degli autoferrotranvieri, del “May Day”, organizzato lo scorso primo maggio a Milano, e della manifestazione del 6 novembre scorso a Roma. Per questo occorre muoversi su due terreni, strettamente connessi tra loro. Da un lato è necessario restituire centralità ai conflitti del lavoro: l’obiettivo dev’essere quello di unire le vecchie e le nuove forme di sfruttamento in una battaglia contro la precarietà e il lavoro nero e per l’occupazione giovanile, stabile e qualificata, urgente soprattutto nel Mezzogiorno. Dall’altro lato, occorre suscitare una iniziativa di massa in difesa del diritto allo studio, impegnandosi per una riforma che restituisca la scuola alla sua autentica funzione sociale e battendosi contro la scuola della selezione di classe e contro la devastazione dell’Università pubblica. La mobilitazione per il diritto allo studio è, in sé, critica della precarietà e pone contemporaneamente le basi per un impegnativo intervento dei comunisti e della sinistra sul terreno della formazione e dei saperi. Abbiamo il compito di aprire con urgenza una nuova stagione di conflitto che metta al centro la lotta alla precarietà del lavoro e dell’istruzione. Ciò diviene possibile nella misura in cui il Partito, tramite le sue strutture di base e insieme ai Giovani comunisti, è in grado di rapportarsi al crescente disagio giovanile, materiale e morale, sviluppando, a partire da esso, una forte iniziativa politica contro il neoliberismo.

TESI 11 IL QUADRO DELLE FORZE DI OPPOSIZIONE

La necessaria iniziativa unitaria delle forze di opposizione incontra tuttavia un serio ostacolo nelle divergenze che permangono tra le due anime del centrosinistra: l’area moderata (maggioranza dei Ds, Margherita, Sdi e Udeur) e la componente di sinistra (sinistre Ds, Pdci, Verdi). Si danno letture diverse e spesso contrapposte del quadro delle forze di opposizione. Non riteniamo corretta, purtroppo, la valutazione secondo cui la componente maggioritaria del centrosinistra si sarebbe spostata a sinistra. Pur in presenza di ripensamenti critici su alcune scelte compiute nello scorso decennio, non è stata operata una cesura rispetto alle politiche messe in atto nella seconda metà degli anni Novanta. Ciò è vero in relazione a tutti i terreni qualificanti: le politiche economiche (privatizzazioni e “Patto di Stabilità”), le politiche sociali (pensioni) e del lavoro (flessibilità e precarizzazione), le questioni istituzionali (maggioritario e presidenzialismo), la politica estera (“guerre umanitarie”, atlantismo e fedeltà alla Nato), i cedimenti al revisionismo storico (foibe e “ragazzi di Salò”) e un sostanziale arretramento della cultura e del costume (familismo e restrizione dei diritti delle donne e delle libertà civili). Non è un caso che tale istanza moderata abbia trovato un suo momento di coagulo elettorale con la presentazione della lista “Uniti per l’Ulivo”, in vista di un più ambizioso e organico progetto di costituzione di un Partito riformista. Per contro, la componente più radicale del centrosinistra è venuta assumendo, nel corso degli ultimi anni, posizioni più avanzate. Si pensi alle ripetute convergenze nel voto parlamentare contro la guerra; alla partecipazione alle manifestazioni del movimento per la pace; al sostegno al referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; alle numerose iniziative sociali al fianco della Fiom, dei sindacati di base e della Cgil. I risultati positivi delle scorse elezioni europee hanno raccolto i primi frutti di questo lavoro e ci testimoniano dell’esistenza di una consistente area politica di sinistra di alternativa con una forte convergenza programmatica.

TESI 12 LA “NUOVA FIOM” E LA RIPRESA DELLE LOTTE OPERAIE

Un ruolo determinante in questo risveglio della soggettività antagonista e di classe lo ha svolto l’organizzazione sindacale dei meccanici. Gli scioperi nazionali proclamati dalla Fiom sin nella primavera del 2001 – quando ancora la Cgil esitava a prendere atto dei danni prodotti dalla concertazione – hanno impresso una scossa all’intero movimento dei lavoratori, dimostrando che le lotte erano possibili, che si poteva resistere all’arroganza padronale, esaltata dal ritorno delle destre al governo del Paese, e persino tornare a vincere (come è avvenuto a Melfi). Anche il sindacalismo extraconfederale – nonostante non sia riuscito a porsi come espressione generale del mondo del lavoro – ha offerto un significativo contributo all’organizzazione del conflitto, in particolare nei settori della scuola, dei servizi e del pubblico impiego. Queste lotte hanno contribuito a riaprire la questione operaia, oggi più urgente che mai. La crisi della capacità di rappresentanza e tutela da parte del sindacato ne è parte essenziale. Basti un dato: in Italia nel 1972 le quote di reddito da lavoro costituivano circa metà del Pil, mentre oggi si attestano intorno al 40%. Ciò significa che, in questi trent’anni, circa il 10% della ricchezza nazionale è stata trasferita da salari e pensioni a rendite e profitti. Alla base di questo processo è anche la subalternità del sindacato, sancita dall’accordo del ’93. Con la vertenza Fiat e gli accordi di Melfi e Fincantieri la Fiom ha interrotto questa tendenza all’arrendevolezza e ha riaperto la strada per restituire al sindacato il ruolo di soggetto autonomo della negoziazione. Il recupero di una pratica di lotta operaia è stato di per sé una vittoria, oltre che una prima, importante risposta al bisogno – diffuso ma da tempo ignorato – di protagonismo e di autonomia delle masse lavoratrici. Ne è seguito, in questi ultimi tre anni, un intenso lavoro di ricostruzione di esperienze di mobilitazione e di elaborazione di piattaforme rivendicative sempre più avanzate. Le battaglie dei meccanici sul salario e sull’orario, per la democrazia nei luoghi di lavoro e contro flessibilità, precarizzazione e licenziamenti hanno aperto la strada a un nuovo impegno di lotta anche da parte della Cgil, culminato nella grande mobilitazione in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questi elementi di positiva evoluzione della Cgil, confermati dalla sua internità ai grandi movimenti di massa contro la guerra e contro il neoliberismo, convivono tuttavia contraddittoriamente con scelte discutibili, quali la firma di contratti caratterizzati da contenuti tutt’altro che avanzati, e con tentazioni concertative a tutt’oggi presenti. Affinché questa linea non riemerga (magari sollecitata dalla nuova presidenza della Confindustria, dalla sinistra moderata e da Cisl e Uil), è importante che la Fiom si mantenga sulla posizione attuale. Così come è importante che la sinistra sindacale della Cgil, in tutte le sue articolazioni, assuma questo obiettivo come prioritario. La politica della concertazione non solo ha dimostrato che non è in grado di difendere i lavoratori, ma presuppone un sindacato che è il contrario di quello per cui noi lavoriamo e cioè un sindacato che si basi sul conflitto, autonomo dai governi e che si legittimi esclusivamente attraverso il rapporto democratico con i lavoratori. La ripresa del conflitto di questi anni e l’attacco sistematico operato dai padroni e dal governo contro i diritti sindacali hanno riproposto (confutando la tesi della “fine del lavoro” largamente accolta anche dalla sinistra) la persistente centralità della contraddizione capitale-lavoro, dunque la funzione ancor oggi decisiva delle lotte operaie e dei lavoratori ai fini di un efficace movimento di trasformazione dell’ordine sociale esistente. Ne discende una sollecitazione anche per il nostro Partito, che per molteplici ragioni – da indagare con urgenza e rigore – ancora stenta a conquistare un’adeguata presenza nelle organizzazioni sindacali confederali e di base e in quel mondo del lavoro che, pure, dovrebbe costituire il suo insediamento fondamentale.

TESI 13 LA COSTRUZIONE DELLA SINISTRA DI ALTERNATIVA

Questo stato di cose rende urgente e al tempo stesso concreta la prospettiva di una unità d’azione politica e programmatica e di un coordinamento efficace della sinistra di alternativa, cioè dell’insieme delle forze politiche, sociali e sindacali che fondano la propria azione sulla opposizione alla guerra e al neoliberismo. In particolare la connessione tra i diversi movimenti che in questi anni hanno occupato la scena politica del Paese e favorito il rilancio del conflitto sociale è un obiettivo prioritario, per la tenuta e per la crescita culturale e politica di queste soggettività. Consideriamo l’autonomia del Partito un valore irrinunciabile. Per questo non proponiamo la costituzione di un nuovo Partito né di un assemblaggio di gruppi dirigenti politici e sindacali, che metterebbe a repentaglio l’autonomia dei soggetti coinvolti e determinerebbe l’esclusione di parti significative della sinistra di alternativa, a cominciare dalle sinistre Ds. Ciò che proponiamo di costituire, insieme a tutte le forze disponibili, è invece un luogo di confronto permanente, aperto e flessibile, e di azione unitaria nel quale tutti – partiti e gruppi politici, sindacati e correnti sindacali, movimenti, associazioni e giornali – possano contribuire a un movimento unitario della sinistra di alternativa: un movimento fondato sul fare, orientato alla costruzione di iniziativa e di conflitto, e impegnato nella elaborazione di una piattaforma programmatica comune a tutte queste forze, in grado non solo di controbilanciare gli orientamenti moderati della parte maggioritaria del centrosinistra e di contrastare la forza attrattiva che essa rischia di esercitare su componenti della stessa sinistra, ma anche di favorire la crescita di una cultura critica e di classe nel Paese. La costruzione di una sinistra di alternativa così concepita è l’unica con potenzialità di massa e tale, al tempo stesso, da non contraddire l’autonomia e il rafforzamento di un partito comunista autonomo con basi di massa, che dalla nascita di Rifondazione Comunista è – e resta – un nostro obiettivo strategico.

TESI 14 LA QUESTIONE DELLE ALLEANZE E DEL GOVERNO

L’esigenza di costruire in tempi brevi l’unità della sinistra di alternativa deriva dalla necessità di mettere le forze oggi all’opposizione non solo in condizione di battere il centro- destra alle prossime elezioni politiche, ma anche di incidere sul programma del nuovo governo senza che si ripropongano le politiche portate avanti dal centrosinistra negli anni Novanta. Se lo schieramento anti-Berlusconi vincerà le elezioni, il problema vero sarà cercare di porre rimedio ai guasti provocati da questo governo e da quelli che lo hanno preceduto. È necessario in particolare, evitare che i costi della crisi e del risanamento vengano scaricati ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti più deboli. Ci batteremo contro tale eventualità, anche perché siamo consapevoli che, qualora ciò accadesse con la corresponsabilità di Rifondazione Comunista, il nostro Partito rischierebbe di essere travolto dal risentimento e dalla delusione (come accaduto più volte alle esperienze di governo del Partito comunista francese). Non solo. Insieme al nostro Partito, rischierebbe di venire archiviata – per un ciclo storico di imprevedibile durata – la possibilità stessa di costruire in Italia un partito comunista con basi di massa. La questione oggi in campo non riguarda dunque soltanto la composizione e l’agenda politica del futuro governo, ma la possibilità stessa di tenere aperta la questione comunista nel nostro Paese. Con la Bolognina prima e con l’introduzione del maggioritario poi, si è cercato di costruire un sistema bipolare basato sull’alternanza tra due schieramenti che, pur contrapponendosi, restassero nella cornice del sistema capitalistico. La presenza di una forza comunista autonoma come è stata Rifondazione ha impedito che questo disegno si realizzasse compiutamente; per tenere aperta questa prospettiva dobbiamo evitare che la necessaria politica unitaria si trasformi in perdita di autonomia. Da ciò consegue l’esigenza di qualificare in termini socialmente e politicamente avanzati l’impianto programmatico generale del futuro governo di centrosinistra, coinvolgendo nella elaborazione del programma tutte le istanze sociali – movimenti, sindacati, associazioni – disponibili a una pratica di partecipazione. Tra le questioni che sarà necessario affrontare rivestono particolare importanza la difesa dei diritti del lavoro e il rilancio dell’apparato produttivo del Paese e della sua economia. Si impongono, in primo luogo, la centralità della questione salariale, la difesa del contratto collettivo nazionale e delle garanzie del posto di lavoro a tempo indeterminato e una profonda revisione del “Patto di stabilità”. Sul terreno istituzionale occorrerà introdurre misure efficaci al fine di garantire il massimo di rappresentatività del sistema politico e di preservare il Paese dal rischio (tutt’altro che scongiurato) di una regressione autoritaria. Pensiamo in particolare all’introduzione di una legge elettorale proporzionale, allo smantellamento della controriforma istituzionale (devolution, presidenzialismo e nuovo ordinamento giudiziario) e alla difesa della Costituzione. Sul piano internazionale la priorità è il ritiro immediato di tutti i militari italiani impegnati all’estero, a cominciare da quelli in Iraq. Come abbiamo detto in precedenza, siamo contro la Nato. Rientra quindi tra gli obiettivi di Rifondazione Comunista anche una politica che (seguendo l’esempio della Francia, che non ha truppe e basi straniere sul suo territorio, o della Danimarca, che non accetta di ospitare armi nucleari e di sterminio) punti all’allontanamento dal territorio italiano di tutte le armi di sterminio (a partire da quelle nucleari) e allo smantellamento progressivo di tutte le basi Usa e Nato. Sappiamo, inoltre, che la maggioranza delle forze del centrosinistra sono subalterne al vincolo atlantico. Ma occorre che sulla scelta atlantica dell’Italia vi siano quanto meno alcune correzioni significative. Il primo compito è rendere noti a tutti i cittadini italiani gli accordi segreti siglati dai governi passati con gli Usa e con la Nato. In secondo luogo riteniamo che occorra sostenere a livello di governo nazionale le richieste avanzate dalla giunta regionale sarda e dal presidente della regione Toscana di riconvertire ad uso civile alcune basi militari presenti sul loro territorio, come Camp Darby e La Maddalena. Ciò diventa tanto più urgente poiché le ultime scelte della Nato coinvolgono maggiormente l’Italia. Sede del quartier generale della “Nato Responce Force”, il nostro Paese rischia di diventare il principale trampolino di lancio della proiezione offensiva statunitense verso Est (Eurasia e Cina) e verso Sud (Medio Oriente e Africa). Un governo nel quale fosse presente il nostro partito dovrebbe operare con determinazione per arrestare tale deriva, incompatibile con lo spirito pacifista della Costituzione e della larga maggioranza del nostro popolo.

TESI 15 LE CONDIZIONI PROGRAMMATICHE PER LA PARTECIPAZIONE DEL PRC AL GOVERNO

Riteniamo sia stato un errore aver dato per acquisita – attraverso numerose interviste – la partecipazione di Rifondazione Comunista al prossimo governo di centrosinistra ancor prima di aver iniziato il confronto programmatico. Così come riteniamo sia stato sbagliato dire che Rifondazione Comunista accetterebbe di sottostare ad un vincolo di maggioranza sulla guerra, qualora ciò fosse deciso da una consultazione popolare. Siamo contro le “primarie”, poiché si inseriscono in una tendenza perversa alla personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, secondo il modello statunitense da cui sono tratte: una tendenza da noi sempre avversata perché incompatibile con una effettiva pratica della partecipazione democratica. Consideriamo infine un errore essere entrati nella “Grande alleanza democratica” senza discuterne nel Partito e prima ancora di avere definito e concordato un programma condiviso. Occorre urgentemente correggere questa situazione, esplicitando le condizioni politiche necessarie all’ingresso VI CONGRESSO NAZIONALE PRC 11 di Rifondazione Comunista in una coalizione di governo costituita dalle attuali forze di opposizione. Non individuare alcune discriminanti programmatiche, oltre le quali il necessario contributo unitario – senza riserve – alla sconfitta di Berluscon

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