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Raffaele De Grada 1916 2010

Raffaele De Grada 1916 2010

(4 Ottobre 2010) Enzo Apicella
E' morto all’età di 94 anni Raffaele De Grada, comandante partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, critico d'arte.

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SITI WEB
(Memoria e progetto)

Per un progetto comunista

VI° congresso PRC: mozione 3 (primo firmatario: Marco Ferrando)

(20 Dicembre 2004)

Cacciare Berlusconi dal versante dei lavoratori e non dei padroni Rompere col centrosinistra confindustriale per un polo anticapitalistico autonomo e unitario Costruire il Prc come partito dell’opposizione di classe

INTRODUZIONE - SINTESI

Il VI Congresso del nostro partito non è un Congresso ordinario. La svolta della maggioranza dirigente del PRC in direzione di una prospettiva di governo, attraverso la Grande Alleanza Democratica a guida Prodi, mette di fatto in discussione la stessa natura sociale del partito, l’esistenza di un’opposizione di classe e comunista in Italia. Naturalmente è importante la rivendicazione della cacciata di Berlusconi (purtroppo respinta a maggioranza nel precedente Congresso). Ma un conto è cacciare Berlusconi, un conto è governare con l’Ulivo. Un conto è cacciare Berlusconi alla testa delle lotte, un conto è cacciare Berlusconi alla coda dei banchieri e del recupero della concertazione. I primi effetti di questa svolta sono già oggi visibili. Mentre il Centro liberale dell’Ulivo (Margherita, maggioranza DS, SDI), sostenuto dalle grandi imprese, plaude alla scelta governista del PRC, si diffonde tra le nostre fila un disorientamento profondo e si moltiplicano le contraddizioni con significativi settori di movimento. La stessa linea di massa del partito porta il segno della prospettiva intrapresa: sia sul versante operaio e sindacale, dove emerge un appiattimento sulla burocrazia dirigente della CGIL; sia sul versante delle scelte locali, sempre più segnate, alla vigilia delle elezioni regionali, da una generale diffusione degli accordi di giunta con l’Ulivo attorno a candidati liberal- padronali; sia sul versante della politica internazionale, dove la tesi della spirale guerra-terrorismo rimuove totalmente la battaglia antimperialista e il diritto di resistenza dei popoli oppressi: sino all’accettazione della proposta ulivista di una Conferenza di “pace”, comprensiva delle potenze occupanti, che prepari una presenza multinazionale in Irak. Peraltro la stessa svolta della “non violenza” e la promozione di un nuovo partito della sinistra europea dichiaratamente non comunista sono inseparabili dalla ricerca di un profilo accomodante e compatibile con la nuova prospettiva di governo. Di fatto, sia sul piano interno che sul piano internazionale ci si candida ad occupare lo spazio liberato dall’evoluzione a destra della socialdemocrazia nel nome del recupero delle vecchie bandiere socialdemocratiche. Nel nome della non violenza ci si allea con i campioni delle guerre umanitarie e delle soluzioni coloniali multilaterali. Nel nome del rifiuto del potere ci si subordina al potere esistente. Noi pensiamo che questa deriva vada fermata, prima che sia troppo tardi. Non è sufficiente “criticare” questa prospettiva. Né sono credibili atteggiamenti che da un lato salutino positivamente la svolta di governo con l’Ulivo e dall’altro chiedano un confronto negoziale più stringente. Né, infine, sono accettabili soluzioni che prospettino un sostegno esterno al governo dell’Ulivo: soluzione già sperimentata drammaticamente nel 96- 98 col nostro coinvolgimento nelle politiche antipopolari del primo governo Prodi (v. il voto del PRC a finanziarie da 70.000 miliardi di tagli, al pacchetto Treu, alle privatizzazioni, ai campi di detenzione per gli immigrati, alla rottamazione a vantaggio della Fiat, alla liberalizzazione dei fitti) allora sostenute da tanti dirigenti di partito oggi “critici” (v. Ernesto). Non è più tempo di tatticismi e diplomatismi, né tanto meno di ripercorrere vecchie strade. È tempo di chiarezza. L’ingresso del PRC in un futuro governo Prodi o nella sua maggioranza significherebbe la compromissione della ragione sociale del nostro partito. Non potremo stare, allo stesso tempo, dalla parte degli operai di Melfi e in un governo benedetto dalla Fiat. Non può esistere programma comune tra movimenti alterglobal e banchieri di Maastricht, tra pacifisti conseguenti e sostenitori dell’Europa in armi, tra difensori dei popoli oppressi e sostenitori dell’ipocrisia dell’ONU. O di qua, o di là. Questo è il nodo del VI Congresso. È un nodo che interroga la rifondazione comunista. L’opposizione ai governi borghesi ha costituito un principio elementare del marxismo e del movimento comunista prima della degenerazione staliniana. Come scriveva Rosa Luxmburg: “Nella società borghese il ruolo spettante alla socialdemocrazia (oggi diremmo: ai comunisti) è per sua essenza quello di un partito di opposizione; come partito di governo può farsi avanti solamente sulle rovine dello stato borghese… l’opposizione radicale lungi dal rendere impossibili successi parziali e riforme è l’unico mezzo per raggiungerli”. Questa concezione – alla base della Terza Internazionale di Lenin e Trotsky – è stata confermata indirettamente dall’intera esperienza della storia: ogni governo di collaborazione con forze liberali si è tradotto, senza eccezioni, in una sconfitta del movimento operaio. È la lezione del ‘900. Solo un pregiudizio, qui si “ideologico”, può rimuovere questa verità. Ed essa è tanto più attuale nell’odierna epoca storica: dove la crisi del capitalismo internazionale e il crollo dell’Urss eliminano ogni spazio riformatore e impongono ovunque programmi di controriforme e militarismo. Le esperienze di Jospine di Lulasono al riguardo inequivocabili. Tanto più oggi ogni coinvolgimento di partiti comunisti in governi borghesi o nel loro sostegno li renderebbe corresponsabili di politiche antipopolari. Il nostro partito deve scongiurare quell’esito. Un partito della rifondazione comunista non può ripercorrere i sentieri già battuti e già falliti del riformismo novecentesco. Un partito nato come cuore dell’opposizione non può morire come partito di governo. Un anno e mezzo fa, all’inizio della “svolta”, è stato richiesto con forza un Congresso straordinario del PRC che desse per tempo la parola e il diritto di decidere la strada a tutti i compagni del partito (vedi www.progettocomunista.it). Questa richiesta elementare è stata respinta non solo dalla Segreteria, ma da tutti gli attuali promotori delle altre proposte congressuali. È stata una grave responsabilità, che ha consentito alla Segreteria nazionale di perseguire indisturbata la nuova rotta, mettendo il partito davanti al fatto compiuto. Così è stato grave il mancato sostegno delle stesse aree “critiche” di maggioranza alla richiesta di sospensione della partecipazione del PRC alla Gad a difesa della sovranità democratica del congresso. Ma ora tutti i compagni e le compagne del partito hanno la possibilità di porre un argine alla deriva, di affermare il carattere irrinunciabile dell’opposizione comunista, di promuovere e sostenere una proposta alternativa rivolta a tutti i protagonisti della stagione di lotta di questi anni: la costruzione di un polo autonomo di classe, di un fronte unico anticapitalistico. È l’esatto opposto di un ripiegamento settario. È l’appello a tutte le rappresentanze politiche e sindacali del movimento operaio e dei movimenti di lotta a rompere col Centro dell’Ulivo, a unire le proprie forze sul terreno dell’azione, a promuovere una mobilitazione indipendente che abbia come fine la cacciata di Berlusconi dal versante dei lavoratori e non dei padroni: e che per questo crei le condizioni di un’alternativa vera. È dunque una proposta che risponde alla domanda di unità contro Berlusconi (e infatti contempla le possibilità di accordi elettorali, puramente tecnici, per la cacciata di Berlusconi con altre forze della sinistra politica e sociale). Ma rifiuta di trasformare l’unità dei lavoratori nell’unità di governo con gli avversari dei lavoratori. È una proposta sfida che vuole entrare da un versante di classe nelle contraddizioni del centrosinistra, per liberare le masse dalle illusioni nelle proprie direzioni, per sviluppare l’egemonia alternativa dei comunisti. Che è decisiva per il futuro dei movimenti stessi. Solo a partire da questa proposta di unità e di autonomia di classe, è possibile determinare una svolta reale e concreta nell’azione politica del nostro partito. Sul terreno operaio e sindacale: dove è centrale una proposta alternativa alla linea della direzione CGIL, basata sulla rivendicazione di una piattaforma di lotta unificante per una vertenza generale e di una vera prova di forza contro governo e padronato. Contro ogni concertazione con Confindustria. Sul terreno del movimento contro la guerra: dove è essenziale una reale campagna di massa per il ritiro immediato delle truppe da tutte le missioni coloniali (Irak, Balcani, Afghanistan), e per il diritto incondizionato di resistenza di tutti i popoli oppressi, a partire dal popolo irakeno e palestinese. Sul terreno delle politiche locali: dove va recuperata l’autonomia del PRC dalle giunte di centrosinistra, a partire dalla presentazione indipendente del partito in occasione delle imminenti elezioni regionali. Sul terreno decisivo della costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio su scala internazionale: che è possibile solo a partire dal principio di fondo dell’indipendenza di classe del movimento operaio. Questa proposta riconduce ogni lotta immediata e rivendicazione parziale ad una prospettiva anticapitalistica. Perchè solo una lotta di massa per questa prospettiva può consentire vittorie parziali e risultati per i lavoratori. Viceversa, la rinuncia a questa prospettiva, ossia l’adattamento alla società esistente e ai suoi governi, compromette l’esito delle stesse battaglie parziali, disperde le loro potenzialità, vanifica i loro risultati. La concezione di Lenin secondo cui “le riforme sono il sottoprodotto della rivoluzione” è più attuale che mai. Peraltro questa prospettiva richiama il recupero della rifondazione come rifondazione comunista. Il comunismo non può essere ridotto né a memoria di una tradizione indistinta, né a istanza metafisico-religiosa, entrambe compatibili con l’opportunismo politico quotidiano. Il comunismo va recuperato sulle basi del marxismo: come programma reale di trasformazione del mondo, come programma di rivoluzione internazionale, come programma di alternativa di potere delle masse oppresse. Come unica risposta vera, certo difficile ma necessaria, alla crisi generale del capitalismo e alla barbarie quotidiana dell’imperialismo. Preservare questo progetto comunista dalla moda liquidatrice del “nuovismo”. Riattualizzarlo in riferimento alla svolta d’epoca del nostro tempo. Investirlo nella lotta quotidiana della classe operaia e della giovane generazione in rapporto alle loro domande ed esigenze, è il compito centrale della rifondazione. Difendere la collocazione di opposizione del nostro partito è la condizione necessaria per affrontare quel compito.

IL CENTRO DELL’ULIVO VUOLE CANCELLARE L’OPPOSIZIONE DI CLASSE PER RILANCIARE LA CONCERTAZIONE E SCONFIGGERE UNA STAGIONE DI LOTTE LE CLASSI DOMINANTI CAMBIANO CAVALLO

La crisi del berlusconismo – amplificata dalla crisi capitalistica – spinge le classi dominanti a cambiare cavallo. La grande industria e le grandi banche, pur utilizzando il governo delle destre, non si sono mai identificate nel parvenù Berlusconi. Oggi, la crisi del blocco sociale e politico di centrodestra spinge i poteri forti verso la ricerca di soluzioni nuove che possano assicurare una rappresentanza generale del capitalismo italiano, e soprattutto il ritorno alla pace sociale messa in discussione dalla politica del Berlusconismo. Questo nuovo indirizzo della grande borghesia è la forza motrice dell’alternanza liberale. Un processo che passa per la riconquista della Confindustria da parte della grande impresa (Luca Di Montezemolo), per la ricomposizione di un asse tra grande industria e banche, per la vasta ricollocazione di tanti potentati locali (a partire dagli Illy, Soru, Divella) che fiutano il vento nuovo. La bandiera di raggruppamento di questi poteri ha un nome preciso: il ritorno alla concertazione, che è il metodo con cui le classi dominanti puntano a corresponsabilizzare le rappresentanze delle classi subalterne nell’attuazione del proprio programma. Un programma che non è affatto sospinto “a sinistra” dalla cosiddetta crisi del liberismo – come pure si è detto – ma al contrario è e resta un programma antipopolare: tanto più sullo sfondo della perdurante crisi capitalistica internazionale e della costruzione del polo imperialistico europeo. Il metodo della concertazione mira a garantire le migliori condizioni della realizzazione di questo programma, integrando e rimuovendo l’opposizione politica e sociale. È la linea che la borghesia italiana ha sperimentato con successo nella legislatura precedente, in particolare con il primo governo Prodi, colpendo come non mai conquiste e diritti dei lavoratori (pacchetto Treu, record delle privatizzazioni, campi di detenzione per gli immigrati, guerre all’uranio impoverito nei Balcani, professionalizzazione dell’esercito, revisione costituzionale…). È la linea su cui oggi il padronato reinveste per uscire a proprio vantaggio dalla crisi del berlusconismo.

LA CONFINDUSTRIA SI SCHIERA COL CENTRO DELL’ULIVO NEL NOME DELLA CONCERTAZIONE

Il Centro dell’Ulivo è il principale punto di riferimento politico di questo progetto del grande padronato. La costruzione di un soggetto unitario dei “riformisti” italiani, sostenuto da Margherita, maggioranza DS e SDI ha un preciso significato di classe: mira a ricomporre una rappresentanza politica centrale della borghesia italiana. Questo progetto non è privo di contraddizioni. E tuttavia è il progetto sostenuto da Massimo D’Alema e Romano Prodi, i due soggetti politici maggiormente legati agli ambienti del capitale finanziario. Non a caso la nomenclatura delle grandi famiglie industriali e delle grandi banche rientra oggi quasi totalmente nell’orbita di riferimento del Centro liberale ulivista (da Montezemolo a Tronchetti Provera, da Banca Intesa a Unicredito, dalla Banca San Paolo a Monte dei Paschi…). Il programma del Centro ulivista è il coerente riflesso della sua natura di classe. Il programma di Bersani, Treu, Letta – come ha testualmente dichiarato Montezemolo – è “intercambiabile col programma di Confindustria”. Ne sposa sino in fondo sia la domanda di classe (liberalizzazioni e “rigore”) sia la scelta strategica concertativa (tentativo di ricoinvolgimento della CGIL), sia la logica bypartisan dell’alternanza. Quando Rutelli dichiara che un futuro governo dell’Ulivo non cancellerà le controriforme del Polo rivela semplicemente la sostanza del programma ulivista: continuare la gestione delle politiche dominanti con metodi diversi. La figura di Romano Prodi è l’emblema del progetto del centrosinistra. Da sempre grande amico della Fiat, protagonista delle privatizzazioni IRI, interlocutore quotidiano dei banchieri, già sperimentato alla guida del governo, nelle peggiori politiche antioperaie del precedente decennio: Prodi possiede tutte le qualità che il grande capitale gli richiede. La sua fedeltà all’interesse del capitalismo italiano è comprovata peraltro dalla politica che ha condotto da Presidente della Commissione europea là dove ha dispensato in tutta Europa le più pesanti ricette di rigore finanziario e di difesa del patto di stabilità, dentro l’attiva costruzione di un trattato costituzionale profondamente reazionario. Romano Prodi è già, in sé, il programma della Grande Alleanza Democratica.

PRODI, RUTELLI, D’ALEMA CHIEDONO LA SUBORDINAZIONE DEL PRC

Questo progetto di alternanza a guida Prodi richiede tuttavia una condizione: la subordinazione della sinistra italiana. Solo questa disponibilità può offrire al nuovo governo dell’Ulivo una speranza di pace sociale. E solo questa prospettiva, a sua volta, può rafforzare la credibilità dell’Ulivo presso i circoli degli industriali e dei banchieri. Per questo tutto il Centro ulivista chiede pubblicamente un accordo vincolante sia alla sinistra sociale, sia alla sinistra politica. Sul versante sociale, il centro dell’Ulivo lavora alla ricomposizione della frattura tra CGIL e Confindustria. L’esperienza di Berlusconi col tentativo di isolamento della CGIL si è rivelata un fallimento per il padronato. Non solo non ha ammortizzato le lotte ma ha contribuito ad alimentarle (v. Melfi). Solo un ritorno della CGIL alla concertazione può favorire, nella logica padronale, un recupero di controllo dei conflitti. Sul versante politico l’operazione ulivista è ancora più chiara. Il Centro dell’Ulivo non chiede alla sinistra (sinistra DS, PdCI, PRC, Verdi,…) un accordo elettorale per battere Berlusconi; chiede e pretende un accordo di governo che la vincoli a un patto di legislatura. Perché solo un coinvolgimento di governo di tutta la sinistra, può corresponsabilizzarla per cinque anni ai programmi liberali del Centro ulivista. Solo questo pieno coinvolgimento di governo può favorire lo stesso recupero organico, di una concertazione con la CGIL e una non belligeranza dei movimenti. Cancellare l’opposizione politica a sinistra è quindi per l’Ulivo una necessità strategica. Qui sta il significato dell’offerta di ministri al nostro partito. Dentro una logica pubblicamente razionalizzata da Romano Prodi e Massimo D’Alema: da un lato un Centro liberale che guida il governo, in rappresentanza dei poteri forti, e dall’altro un PRC cui si assegna il ruolo di rappresentanza subalterna delle istanze sociali e “di pace” in funzione di controllo dei movimenti. Si può non vedere che questa operazione di integrazione del PRC non è solo indirizzata contro i comunisti ma è in funzione della sconfitta di un’intera stagione di lotte?

LA SVOLTA DI GOVERNO DELLA SEGRETERIA DEL PRC È SUBALTERNA ALL’ALTERNANZA LIBERALE E AI POTERI FORTI CHE LA SOSPINGONO, SUL PIANO NAZIONALE E INTERNAZIONALE L’ESPERIENZA SMENTISCE LA SVOLTA DI BERTINOTTI

L’accettazione dell’offerta ministeriale avanzata dall’Ulivo è priva di qualsiasi base di principio. Tutti gli argomenti avanzati a giustificazione di questa scelta sono stati smentiti dall’esperienza dei fatti. Si è detto che la nuova stagione dei movimenti può contaminare il programma dell’Ulivo spostando a sinistra il suo baricentro. Invece dopo la più grande stagione dei movimenti degli ultimi 30 anni le posizioni del Centro dell’Ulivo restano opposte a tutte le loro ragioni. Ed anzi l’operazione di alternanza è costruita esattamente per rimuovere i movimenti. Si è detto che un confronto programmatico con l’Ulivo può metterne in discussione l’impianto generale. Ma il confronto con l’Ulivo è un fatto pubblico che dura da anni e che ha investito ogni passaggio della lotta politica (dalle politiche sociali, alle guerre…). Eppure non ha registrato alcun accordo di fondo. E la Grande Alleanza Democratica è stata fondata nonostante l’assenza di un’intesa programmatica. Si è detto che è possibile spostare il programma dell’Ulivo grazie all’invenzione delle “primarie” in concorrenza con Prodi. Ma la concorrenza con Prodi è una finzione, un gioco dichiarato delle parti entro un’alleanza già concordata. Prodi vuole le primarie come momento di propria incoronazione presidenziale per avere poi mano libera sui programmi. Bertinotti accetta le primarie per guadagnare spazio come ala sinistra del centrosinistra dopo aver accettato di adeguarsi al vincolo di maggioranza dell’alleanza. E inoltre: le vere primarie non vi sono forse state quando il popolo della sinistra ha votato per l’estensione dell’articolo 18 o si è mobilitato per il ritiro incondizionato dall’IRAK? La verità è sotto gli occhi di tutti. I fatti non solo misurano la distanza incolmabile tra le rivendicazioni dei movimenti e gli orientamenti del centro ulivista. Ma ci dicono che quella distanza è dovuta alla rappresentanza obiettiva di ragioni di classe contrapposte. Aggirare questa verità, magari con la richiesta di una maggiore pressione negoziale (come fa una parte della maggioranza dirigente del PRC) significa solo negare l’evidenza. Non può esistere alcun programma comune tra lavoratori e padroni, tra gli operai di Melfi e Luca di Montezemolo, tra i giovani noglobal e i banchieri di Maastricht, tra i pacifisti conseguenti e i sostenitori dell’Europa in armi, tra i difensori dei popoli oppressi e i sostenitori delle guerre umanitarie.

L’ALTERNANZA PRODI È CONTRO I MOVIMENTI SU SCALA NAZIONALE E INTERNAZIONALE

La tesi secondo cui un governo della Grande Alleanza Democratica favorirebbe la “crescita” dei movimenti è contraddetta dall’esperienza. Il gruppo dirigente del nostro partito entrò nel 96 nella maggioranza del governo Prodi – così si disse – “in funzione dello sviluppo dei movimenti”. Invece per due anni e mezzo i movimenti registrarono una caduta verticale. E il PRC votò le peggiori controriforme del capitale contro i movimenti. Oggi si ripete che il nostro ingresso in un secondo governo Prodi è in funzione dei movimenti stessi. Ma il ruolo che Prodi incarna è esattamente opposto: quello di ammortizzatore delle lotte. Proprio come otto anni fa. L’obiezione secondo cui oggi i movimenti hanno una portata più ampia rovescia i termini del problema: è proprio perché vi è una ripresa dei movimenti che Prodi ha bisogno di rilanciare la concertazione. Proprio perché oggi si affaccia una giovane generazione in lotta, il coinvolgimento del PRC in un governo di concertazione avrebbe una valenza ancor più dannosa per la dinamica dei movimenti. In ogni caso un governo della Grande Alleanza Democratica opererebbe contro le ragioni dei movimenti. Tutte le esperienze internazionali di governo con la borghesia liberale sono al riguardo emblematiche. Il governo Jospin, ha realizzato il record delle privatizzazioni in Francia e ha partecipato in prima fila ai bombardamenti sui Balcani. Il governo Lula governa da un anno e mezzo contro la sua base di massa e in ossequio alle direttive del FMI (riduzione dei salari del 13%, incremento dei profitti del 1048% delle 500 aziende più grandi). L’appena costituito governo indiano ha varato nella sua prima finanziaria l’aumento del 17% delle spese militari. Quanto a Zapatero ha siglato un patto tra padronato e sindacati che preserva la controriforma pensionistica di Aznar e privatizza la cantieristica. Chi può seriamente pensare che un governo Prodi possa produrre politiche diverse? La valenza internazionale della nostra scelta sarebbe enorme. Tutti sappiamo che un secondo governo Prodi opererebbe a difesa della costruzione imperialistica europea. Preserverebbe le missioni militari delle truppe italiane. Lavorerebbe ad assicurare alle grandi imprese italiane una penetrazione a basso costo nei mercati coloniali. Si impegnerebbe nella “difesa” delle frontiere della cosiddetta “invasione immigratoria”. Lavorerebbe al recupero di un’intesa internazionale con l’imperialismo Usa. Nulla di nuovo: sono le posizioni che Prodi ha sostenuto in questi anni ai vertici della Commissione Europea. Su ogni versante dunque quel governo sarebbe contrapposto non solo ai lavoratori italiani ma ai popoli oppressi e alle rivendicazioni più avanzate del movimento internazionale alterglobal. Il nostro impegno in quel governo segnerebbe obiettivamente il coinvolgimento del PRC in un governo imperialista, più precisamente nel governo della settima potenza imperialista del mondo. È questo il posto della rifondazione comunista?

LE CONSEGUENZE DELLA SVOLTA SULLA POLITICA DEL PARTITO E SUL SUO PROFILO POLITICO CULTURALE (SINISTRA EUROPEA, NON VIOLENZA, IDEALIZZAZIONE DELLA CHIESA)

Il solo perseguimento di questa prospettiva produce già oggi ricadute profonde sulla nostra politica di massa. Innanzitutto è sempre più evidente un appiattimento politico sulla direzione CGIL da parte della segreteria nazionale del partito: non è un caso; non si può lottare contro la prospettiva di recupero della concertazione se la nostra prospettiva è un governo di concertazione politica con l’Ulivo. Parallelamente la teorizzazione della spirale guerra terrorismo come paradigma interpretativo del mondo ha accompagnato il rifiuto del sostegno incondizionato al diritto di resistenza del popolo irakeno, e la stessa richiesta di ritiro delle truppe dall’Iraq viene subordinata alla politica estera ulivista (Conferenza di “pace”). Non è un caso: se la prospettiva è l’accordo di governo con l’Ulivo occorre stemperare ogni posizione antagonistica anche in politica estera. Infine si estende massicciamente l’ingresso del PRC nelle amministrazioni locali dell’Ulivo (Illy, Soru, Divella…): entro una linea di tendenza che alla vigilia delle elezioni regionali mira ad estendere anche alla Toscana (coi dirigenti DS più liberisti d’Italia) la presenza governativa del PRC. Non è un caso: se si persegue la prospettiva di ingresso nel governo Prodi, l’allargamento delle coalizioni locali è del tutto naturale. Lo stesso profilo politico-culturale del nostro partito e la sua iniziativa internazionale sono stati investiti dalla svolta. La promozione del “nuovo partito della sinistra europea” è, al riguardo, significativa. Non si tratta – come altri affermano – di un’iniziativa “sbagliata” perché discriminatoria verso “partiti comunisti” di estrazione staliniana o verso formazioni di richiamo “trotskista”. Né si tratta semplicemente di un’iniziativa sottratta alla verifica preventiva del partito (ciò che è indubbiamente grave). Si tratta della promozione di un soggetto politico dichiaratamente “non comunista” e vocato a prospettive di governo d’alternanza. Questa prospettiva si riflette nello stesso programma del PSE: che non solo rimuove ogni progetto di alternativa socialista all’Europa del capitale, in nome di un generico progressismo, ma autoriduce lo stesso richiamo riformista su punti cruciali (come si ricava dalle ambiguità sull’esercito europeo). È inevitabile: se la prospettiva è quella di un governo con forze liberali nel cuore della crisi capitalistica, la stessa radicalità “riformista” deve essere preventivamente smussata. Non è un caso che proprio la segreteria del PRC sia stata la forza promotrice di questo soggetto europeo: allearsi con forze omologhe nella U.E. significa consolidare il nuovo corso in Italia; consolidare il nuovo corso in Italia significa sospingere esperienze analoghe in Europa. Anche la svolta identitaria della “non violenza” è inseparabile dalla svolta politica del partito. Non si tratta semplicemente – come altri vorrebbero – di una rottura con la tradizione delle lotte dei popoli oppressi. Né solo dell’assurda equiparazione di leninismo e stalinismo assimilati al comune codice culturale della violenza, al di là della loro contrapposizione materiale, politica e sociale, nella storia reale. Si tratta di un riflesso “ideologico” del nuovo corso politico del partito. Nella lunga storia del momento operaio la professione ideologica delle vie pacifiche e non violente ha sempre coperto l’avvicinamento ai governi borghesi. E così è oggi. La nuova veste identitaria della non violenza serve a stemperare il comunismo come alternativa di società per ridurlo ad un orizzonte di valori etici. Che, per definizione, possono poi combinarsi nel mondo terreno con le più diverse collocazioni: anche quella dell’ingresso nel governo Prodi, difensore dell’aumento delle spese militari, dell’esercito europeo, delle occupazioni coloniali, quindi… dell’ordinaria violenza borghese. Come sempre dietro il rifiuto della prospettiva del potere si cela l’adattamento al potere esistente: si irride al Palazzo d’Inverno, si chiedono ministri a Palazzo Chigi. Infine, anche l’accentuata idealizzazione della dimensione religiosa, della Chiesa, dello stesso papato di Woityla ha a che fare col nuovo corso politico. Sia perché anch’essa contribuisce alla rappresentazione metafisica, quindi innocua, del comunismo. Sia perché il rispetto dell’istituzione Chiesa (cosa ben diversa dall’azione di conquista di masse cattoliche); il nascondere l’intreccio di interessi tra gerarchia ecclesiastica, proprietà capitalistica, organizzazione borghese dello Stato, significa acquisire un titolo di credibilità agli occhi delle classi dominanti e dei loro partiti. E purtroppo rinunciare ad una battaglia anti-clericale che dovrebbe essere elementare per i comunisti.

LA BORGHESIA PLAUDE ALLA “SVOLTA DI BERTINOTTI” MENTRE CRESCE IL DISAGIO NEI MOVIMENTI

Il miglior metro di misura della svolta della segreteria nazionale è data dal commentario di classe di cui è oggetto: la borghesia applaude la svolta, l’avanguardia dei movimenti la contesta. Mai come oggi la grande stampa è prodiga di riconoscimenti a Bertinotti. Tutto il Centro dell’Ulivo, da Massimo D’Alema a Ugo Intini loda la “maturazione di governo” del PRC e il suo ritrovato senso di “responsabilità”. In particolare la disponibilità espressa ad accettare il principio di maggioranza della coalizione è stato salutato per quello che è: l’accettazione preventiva della guida liberale del governo in cambio del proprio riconoscimento di guida della sinistra. Viceversa cresce nella parte più combattiva dei movimenti, ostilità o diffidenza verso la svolta governista del partito. Nell’ambito sindacale, un vasto settore di sinistra esprime in forme diverse un disagio crescente, sia nei sindacati di base anticoncertativi, sia in settori della sinistra CGIL e della FIOM. Nel movimento contro la guerra la disponibilità ad accettare la clausola ONU sulle iniziative militari ha suscitato una vasta reazione negativa. Nel movimento di solidarietà con la Palestina – terreno centrale di battaglia internazionalista – si sono prodotte, a più riprese, contraddizioni crescenti con l’orientamento del partito. Nel movimento noglobal è precipitata infine la rottura tra il gruppo dirigente del PRC e il settore dei disobbedienti: prima acriticamente esaltato in tutte le sue espressioni, poi di fatto scaricato nel nome di un’immagine più compatibile col nuovo profilo di governo. Se il solo perseguimento di una prospettiva di governo ha prodotto questi effetti, la realizzazione di quella prospettiva produrrebbe una loro precipitazione.

TRE ASSI GENERALI DI PROPOSTA STRATEGICA ALTERNATIVA: PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE CHE PUNTI A CACCIARE BERLUSCONI DAL VERSANTE DEI LAVORATORI PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTICA, UNICA VERA ALTERNATIVA PER LA DIFESA E IL RILANCIO DELL’OPPOSIZIONE COMUNISTA

È necessaria una reazione forte del corpo militante del partito. Il VI Congresso carica oggi ogni compagno e compagna del PRC di una grande responsabilità, ben al di là delle vecchie divisioni congressuali. In gioco non c’è questo o quell’altro interesse di componente, ma in prospettiva, l’esistenza stessa del nostro partito come partito di classe. È indispensabile in primo luogo un bilancio serio dell’ultimo congresso. Glorificare tutt’oggi il V Congresso come svolta a sinistra e poi lamentare l’attuale corso di destra è una contraddizione senza senso. È vero invece che la sincera interpretazione di sinistra del V Congresso da parte di una reale maggioranza del partito, è alla base dell’attuale contraccolpo interno della “svolta” e dell’esproprio democratico che essa ha prodotto. Per questo già nel marzo del 2003, dopo il varo delle commissioni programmatiche con Treu e Mastella, fu chiesta la convocazione del congresso straordinario del PRC; un congresso che potesse dare per tempo a tutti i compagni un potere decisionale sulla rotta da intraprendere. Se questa petizione fosse stata sostenuta da tutte le componenti “critiche” del PRC sarebbe stato possibile, statutariamente, ottenere il congresso già un anno fa. Così non è stato. E il gruppo dirigente ha potuto portare avanti il percorso della svolta al riparo da ogni verifica democratica. Disponendo anzi a lungo del sostegno unitario della vecchia maggioranza (o di qualche benevola astensione). Anche a partire da questo bilancio è essenziale che il vasto sentimento presente nel partito contro la svolta si traduca in un orientamento chiaro, capace di evitare ricorrenti ambiguità e pendolarismi. Avanziamo al riguardo tre proposte di linea di valore strategico e tra loro intrecciate.

1) PER LA ROTTURA DEL PRC CON PRODI. PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE. PER LA CACCIATA DI BERLUSCONI DAL VERSANTE DEI LAVORATORI E NON DEI PADRONI

Senza la rottura col Centro dell’Ulivo e il suo blocco di riferimento (grande industria e banche) ogni prospettiva di classe del PRC sarebbe azzerata. Ma la proposta di rottura del PRC con i liberali non ha affatto il senso di un ripiegamento settario. Al contrario sta dentro una proposta più generale di unità del movimento operaio e dei movimenti di lotta in piena autonomia dalla borghesia. La proposta di un polo autonomo di classe inteso come fronte unico anticapitalistico risponde a questa necessità. È una proposta rivolta a tutte le forze protagoniste di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dai lavoratori; a tutte le loro organizzazioni e rappresentanze di massa (CGIL, sindacalismo di base, rappresentanze del movimento antiglobalizzazione, organizzazioni del movimento contro la guerra); a tutte le forze e tendenze politiche di sinistra che sono state in questi anni dalla parte dei movimenti e che, per semplificare, hanno sostenuto il referendum del PRC sull’articolo 18 (Sinistra DS, PdCI, Verdi). All’insieme della sinistra italiana il PRC deve chiedere di rompere con il Centro liberale e di unire nell’azione le proprie forze per candidarsi a dirigere la lotta contro Berlusconi e preparare un’alternativa vera. È una proposta sfida che vuole entrare da un versante di classe nelle contraddizioni del centrosinistra per sviluppare l’egemonia alternativa dei comunisti. Undici milioni di lavoratori, di giovani, di popolo della sinistra hanno votato per l’estensione dell’articolo 18 in contrapposizione all’alleanza tra Berlusconi e Centro dell’Ulivo. Tutti i movimenti di lotta di questi anni (dalla piazza del 23 marzo, alla manifestazione di Genova del 2001, al movimento per il ritiro delle truppe) hanno visto il Centro dell’Ulivo, dalla Margherita alla maggioranza DS, o estraneo o più spesso ostile. Eppure le direzioni di quei movimenti (a partire dalla burocrazia CGIL) continuano a perseguire l’alleanza subalterna col Centro liberale, in una logica di pura pressione. Occorre entrare in questa contraddizione. Occorre battersi in tutti i movimenti per la loro autonomia dal Centro. Occorre porre le direzioni e le rappresentanze politiche dei movimenti di fronte a un bivio: o l’unità dei movimenti e delle loro ragioni contro la borghesia italiana. O l’unità con la borghesia italiana e le sue rappresentanze contro le ragioni dei movimenti. O di qua o di là. È una sfida che mira a liberare lavoratori e movimenti dalle illusioni nelle loro direzioni allargando l’influenza alternativa del PRC. Peraltro la rottura col Centro è una necessità reale di tutti i movimenti, a partire dalla stessa esigenza di una mobilitazione vera contro Berlusconi. La ragione è semplice: il Centro dell’Ulivo spalleggia Berlusconi nelle controriforme sociali, poiché se Berlusconi completerà il lavoro sporco il futuro governo di centrosinistra godrà di un rapporto di forza più favorevole nei confronti di un movimento operaio sconfitto. Ecco perché la sola prospettiva di un governo di concertazione con Prodi si è rivelata incompatibile con una mobilitazione radicale per cacciare Berlusconi. La gestione centellinata di scioperi simbolici; il rifiuto di una piattaforma unificante, l’assenza di qualsiasi indicazione di lotta a giugno-luglio proprio nel momento di massima debolezza del governo, non hanno rappresentato semplicemente “errori” sindacali: hanno rappresentato la volontà politica di subordinare il movimento operaio all’egemonia dell’alternanza. Il risultato è stato disastroso. Berlusconi non solo rimane al suo posto, ma forte dell’assenza di un contrasto reale, rilancia la propria offensiva. Così non può continuare. Solo una rottura col Centro dell’Ulivo può liberare sino in fondo il potenziale di lotta che si è manifestato nel paese. Le lotte a oltranza e vincenti nella primavera scorsa a Scanzano, in Fincantieri e soprattutto a Melfi hanno dimostrato non solo l’inconsistenza delle obiezioni (nello stesso PRC) alle forme di lotta radicali ma la possibilità concreta di una prospettiva di unificazione delle lotte in un vero sciopero generale prolungato attorno a una comune piattaforma di mobilitazione che punti apertamente alla caduta del governo. Solo una vera prova di forza può cacciare dal basso Berlusconi. E una caduta di Berlusconi sull’onda di una lotta di massa segnerebbe l’intera situazione politica, muterebbe i rapporti di forza tra le classi, costruirebbe condizioni più avanzate nella lotta per un’alternativa vera. Il PRC deve avanzare ovunque questa proposta di svolta.

2) PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ E DI POTERE. L’ALTERNATIVA È ANTICAPITALISTICA O NON È

Sul termine alternativa regna la confusione più totale dentro uno slittamento semantico cui il gruppo dirigente del PRC ha largamente contribuito. Quello per cui il liberalismo di Prodi e D’Alema è diventato riformismo. E il riformismo è diventato “l’alternativa radicale”. È bene restituire le parole alle cose. Non c’è alternativa reale a braccetto delle classi dirigenti. L’alternativa è tale solo in rottura con la borghesia italiana e i suoi partiti. Tutte le esperienze di compromesso storico tra movimento operaio e borghesia italiana si sono risolte in una sconfitta del movimento operaio: dal governo di unità nazionale del secondo dopoguerra, al primo centrosinistra, all’unità nazionale degli anni 70, sino al secondo centrosinistra degli anni 90. Tutte queste soluzioni, senza eccezione, si sono basate sulla difesa del capitale. Il coinvolgimento in esse di partiti formalmente “socialisti” o “comunisti” non solo non ha rappresentato un fattore di svolta, ma ha rappresentato un fattore di conservazione dell’ordine dominante. Il vecchio concetto di Gramsci secondo cui in Italia l’alternativa o è anticapitalistica o non è, ha trovato nella storia una conferma completa. Questa lezione è tanto più attuale oggi, nel momento in cui la crisi capitalistica internazionale mina le basi di ogni “compromesso sociale riformatore”. Non esiste alcun settore di borghesia italiana interessato a riforme progressive. I programmi di Montezemolo e del Centro ulivista sono emblematici. Così come lo sono le politiche controriformatrici di tutti i governi europei negli ultimi trent’anni. Un’alternativa in Italia deve dunque avere un carattere di rottura con ogni ipotesi di compromesso sociale con la borghesia. Innanzitutto un programma di alternativa vera è chiamato a cancellare l’intera stagione di controriforme che le classi dominanti hanno imposto negli ultimi 15 anni. La cancellazione della controriforma pensionistica di Berlusconi è doverosa: ma va combinata con la cancellazione della riforma Dini voluta dall’Ulivo che ha abbattuto le pensioni future dei giovani per fare largo al capitale finanziario. La cancellazione della legge 30 è una necessità: ma va congiunta all’abolizione del pacchetto Treu, imposto dal governo Prodi col voto del PRC, che ha introdotto la piaga del lavoro interinale. La cancellazione della “Bossi-Fini” è drammaticamente urgente: ma non può risparmiare i campi di detenzione (CPT) imposti dall’Ulivo agli immigrati, col voto favorevole del PRC, e tutte le loro brutture. E lo stesso vale per la scuola e l’università, per i trasporti e le poste, per ogni campo di vita sociale. Un’ “alternativa” che risparmiasse le controriforme dell’Ulivo sarebbe una contraddizione in termini: sarebbe nei fatti un’alternanza liberale. In secondo luogo una vera alternativa non potrebbe essere meno radicale verso la borghesia di quanto la borghesia sia stata contro i lavoratori. La borghesia italiana e i suoi governi hanno operato in vent’anni una radicale redistribuzione della ricchezza verso l’alto, da un lato comprimendo salari e spese sociali, dall’altro detassando patrimoni, profitti e rendite. Un governo di alternativa dovrebbe realizzare un programma di segno opposto: da un lato determinare un forte aumento di salari e pensioni, un vero salario garantito ai disoccupati senza contropartite di flessibilità, una forte espansione della spesa sociale nell’istruzione, nella sanità, in opere pubbliche ecologicamente compatibili; e dall’altro finanziare questo programma sociale con la tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti e rendite, con l’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private, con l’abbattimento delle spese militari, con l’abolizione dei finanziamenti pubblici a scuole e sanità private. Qualsiasi soluzione che non realizzasse questo rovesciamento nella redistribuzione della ricchezza, si limiterebbe ad amministrare la regressione sociale avvenuta in vent’anni. Potremmo chiamarla alternativa? In terzo luogo un’alternativa vera dovrebbe necessariamente affrontare il nodo della proprietà. In vent’anni la borghesia italiana e i suoi governi sono intervenuti in modo radicale sul tema della proprietà, promuovendo privatizzazioni gigantesche e riassetti di grande rilevanza. Un’alternativa vera dovrebbe innanzitutto procedere, con eguale radicalità, nella direzione opposta: rinazionalizzare, senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori le imprese e i servizi privatizzati; nazionalizzare senza indennizzo e sotto controllo operaio e sociale le aziende in crisi, che licenziano, che inquinano; nazionalizzare senza indennizzo e sotto controllo operaio e popolare le industrie e responsabili di truffe e speculazioni – a danno di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori. I casi Parmalat e Cirio, i casi Eni ed Enel, sono esemplari. Dimostrano che non può esservi alleanza con il profitto “buono” contro la rendita parassitaria. Che senza incunearsi nel diritto di proprietà, ogni predicazione rituale contro corruzione e malaffare resta illusione e ipocrisia. Questo programma generale di vera alternativa è vitale, in particolare, per il riscatto del Mezzogiorno. La crisi capitalistica e l’integrazione capitalistica dell’Europa hanno comportato un’autentica precipitazione delle condizioni di vita delle masse meridionali (disoccupazione, precariato dilagante, emarginazione femminile, nuovo sviluppo di una criminalità organizzata che si nutre sia della liberalizzazione capitalista, sia della miseria e ricattabilità sociale). Tutte le promesse del meridionalismo borghese di centrodestra e di centrosinistra hanno fallito. Non c’è riscatto possibile delle masse meridionali senza misure radicali che cancellino le leggi della precarizzazione, sanciscano la punibilità penale dei padroni che sfruttano lavoro nero, impongano la trasformazione dei rapporti di lavoro di tipo precario in rapporti a tempo indeterminato, determinino un massiccio sviluppo della spesa sociale nel sud sotto controllo popolare. Non c’è riscatto del Sud senza misure radicali che colpiscano potere e proprietà delle grandi banche, vere organizzatrici della rapina del meridione, e delle grandi imprese a partire dalla Fiat (le cui leve di potere nel sud spaziano dal supersfruttamento operaio alla gestione affaristica ed antiambientale dello smaltimento dei rifiuti, v. Acerra) È vero: questo programma di alternativa non è conciliabile col quadro di compatibilità del capitalismo italiano e della UE. Ma questo dimostra una volta di più la necessità di superare l’illusione neoriformista di un’Europa sociale in ambito capitalistico. L’alternativa è anticapitalistica o non è, su scala sia italiana che europea. E chiama la prospettiva di un’alternativa di potere. Se le classi dirigenti d’Italia e d’Europa hanno fallito, incapaci di prospettare qualsiasi prospettiva di progresso, spetta ai lavoratori, ai giovani, al blocco sociale alternativo emerso nelle mobilitazioni di questi anni rifondare su basi socialiste la società italiana ed europea. La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia – unica vera alternativa – avrebbe un’enorme ricaduta su scala europea ed internazionale. E solo una lotta per un governo dei lavoratori, che congiunga gli obiettivi immediati alla prospettiva anticapitalistica può difendere vecchie conquiste e strappare nuovi risultati. Viceversa la rinuncia alla prospettiva di un’alternativa di potere, quindi l’accettazione del potere esistente, condanna le classi subalterne all’arretramento delle proprie condizioni e al vicolo cieco della sconfitta.

3) L’OPPOSIZIONE COMUNISTA È IRRINUNCIABILE

La lotta per un’alternativa vera implica la salvaguardia di un’opposizione comunista e di classe, a tutti i governi della borghesia italiana. L’opposizione comunista è irrinunciabile. È questa una considerazione di grande rilevanza strategica. Non riguarda solo i comunisti, ma le stesse prospettive del movimento operaio. Innanzitutto si tratta di un principio elementare della tradizione comunista, prima della degenerazione staliniana. Quella che faceva dire a R. Luxemburg: i comunisti stanno all’opposizione sino alla conquista del potere. La revisione di quella posizione, a favore delle alleanze di governo con la cosiddetta “borghesia progressista”, ha segnato la deriva riformistica della maggioranza del movimento comunista internazionale del secolo scorso. Denunciare lo stalinismo e, al tempo stesso, puntare all’ingresso del PRC nel governo Prodi rivela tutta la superficialità d’immagine della cosiddetta svolta culturale del partito rispetto all’esperienza del 900. Non c’è rifondazione comunista senza recuperare il principio marxista dell’opposizione ai governi del capitale. La rimozione di questo principio da parte delle stesse “aree critiche” della maggioranza del PRC (Ernesto ed Erre) misura di fatto un posizionamento subalterno al riformismo. Ma soprattutto l’attualità del recupero di questo principio è testimoniata dall’esperienza delle collaborazioni di governo nell’attuale fase di crisi capitalistica internazionale. In un contesto storico segnato dall’esaurimento dello spazio riformistico l’ingresso dei partiti comunisti nei governi borghesi significa il loro coinvolgimento nelle politiche di attacco ai lavoratori. Così è stato per il PCF nel governo Jospin del 97- 2001, e per il nostro partito nella maggioranza del primo governo Prodi del 96-98. Così è per il Partito Comunista del Sudafrica nell’attuale governo Mbeki, e per i partiti comunisti indiani a sostegno del governo Sigh. È una lezione generale: tanto più oggi, ogni coinvolgimento di governo dei partiti operai comporta non un avanzamento dei movimenti di lotta, ma una manomissione di vecchie conquiste. E viceversa solo dall’opposizione ai governi borghesi, solo sul terreno della mobilitazione e della lotta, è possibile difendere conquiste vecchie e operare conquiste nuove. Peraltro la necessità di un’opposizione comunista è tanto più attuale a fronte dell’attuale disaffezione di massa su scala continentale verso l’Europa di Maastricht, come hanno rivelato le stesse elezioni del 12-13 giugno. L’opposizione comunista è l’unico possibile riferimento a sinistra dell’insofferenza popolare. La rimozione di quella opposizione significherebbe lasciare campo libero a un populismo reazionario che già in forme diverse si rafforza in diversi paesi dell’Europa. Tutte queste considerazioni richiamano una conclusione precisa. Cacciare Berlusconi per un’alternativa di classe deve essere una parola d’ordine centrale dei comunisti. Ma proprio quella parola d’ordine implica l’opposizione comunista a un eventuale governo d’alternanza. Se i comunisti hanno tutto l’interesse a concorrere alla sconfitta di Berlusconi sullo stesso terreno elettorale, hanno la necessità assoluta di preservare la totale autonomia della propria opposizione a un governo borghese dell’Ulivo. Di più: dovrebbero sviluppare un’opposizione incalzante alla politica di quel governo, entrare nelle contraddizioni del suo blocco sociale, raccogliere l’avanguardia di tutti i movimenti contro la politica di concertazione. Ed anzi proprio l’inevitabile delusione di massa a seguito della prevedibile politica di Prodi darebbe all’opposizione comunista uno spazio crescente di radicamento. Viceversa ogni altra soluzione significherebbe un’inaccettabile compromissione del PRC: sia nel caso di un ingresso diretto del PRC nel governo Prodi, come vorrebbe l’attuale maggioranza della segreteria nazionale del partito, sia nel caso di un appoggio esterno del PRC al governo o di una pura pressione su di esso come vorrebbero, in forme diverse, le componenti dell’Ernesto e di Erre (per via del recupero del vecchio accordo politico-elettorale del 96). No. Su questo terreno decisivo non possono esservi pasticci e compromissioni. L’opposizione comunista a un governo liberale non può essere messa in discussione.

PER UNA DIVERSA LINEA DI AZIONE: NEL MOVIMENTO OPERAIO E SINDACALE; NEL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO; NELLA RELAZIONE CON TUTTE LE DOMANDE DI LIBERAZIONE DELLE MASSE OPPRESSE; NELLE ISTITUZIONI LOCALI; NELL’INIZIATIVA POLITICA INTERNAZIONALE

Solo la definizione di questa chiara scelta strategica, sui tre assi di fondo indicati, può liberare la necessaria svolta del nostro partito nell’azione politica e nella proposta di massa.

PER UNA SVOLTA DELLA POLITICA SINDACALE DEL PRC

Va superata l’attuale subordinazione del PRC alla direzione della CGIL. La tesi secondo cui la CGIL avrebbe realizzato in questi anni una positiva svolta strategica, salvo residue incoerenze a livello vertenziale si è rivelata sbagliata. La burocrazia dirigente della CGIL preserva una prospettiva strategica di recupero della concertazione. Questa prospettiva si è confrontata in questi anni con due elementi di contraddizione che ne hanno ostacolato il dispiegamento. In primo luogo l’indirizzo del governo Berlusconi che ha puntato all’emarginazione dell’apparato CGIL dal tavolo concertativo. In secondo luogo l’operazione politica (poi abortita) di Sergio Cofferati tesa a far leva sulla CGIL per occupare lo spazio liberato dall’evoluzione liberale della maggioranza DS e ricontrattare gli equilibri di centrosinistra. La risultante di questo doppio condizionamento è stata un parziale irrigidimento della CGIL sul piano “politico”. Ma questo stesso irrigidimento era ed è funzionale a riconquistare un proprio riconoscimento sul terreno della collaborazione di classe. Sia sul piano sindacale, dove la CGIL apre alla “nuova” Confindustria di Montezemolo. Sia sul piano politico dove la CGIL, prima con l’operazione cofferatiana, poi in forme diverse con la gestione Epifani, continua a proporsi come soggetto interno al disegno governativo del Centrosinistra quale esplicita lobby di pressione. Questa prospettiva di collaborazione col padronato e le sue rappresentanze ha prodotto effetti profondamente negativi sul movimento operaio. Non solo ha comportato la dispersione delle potenzialità di lotta contro Berlusconi. Ma ha coinvolto la CGIL nella gestione di soluzioni contrattuali negative come nel caso dei ferrovieri, del commercio, dei lavoratori delle telecomunicazioni, dell’Alitalia. La burocrazia CGIL già oggi opera come fattore di disinnesco di una possibile esplosione sociale in Italia. Grave è stata, in questo quadro, la crescente subordinazione del gruppo dirigente di Lavoro e Società all’indirizzo della CGIL. Sia in ambito sindacale, dove è mancata una proposta alternativa alla gestione confederale delle lotte e dove anzi si sono moltiplicati casi di aperta corresponsabilizzazione alle scelte della burocrazia. Sia sul terreno politico, dove il gruppo dirigente di Lavoro e Società si è adattato alla prospettiva di centrosinistra: prima col sostegno politico all’operazione Cofferati, poi con la richiesta di condizionare a sinistra la “coalizione democratica” a guida Prodi. Non a caso si giunge ora a prefigurare un documento unitario per il prossimo congresso della CGIL. Il PRC deve opporsi, apertamente, alla linea della burocrazia CGIL. In primo luogo sul terreno centrale dell’azione di massa, dove occorre avanzare una proposta di svolta sul terreno dell’unificazione delle lotte e di una vera prova di forza contro il governo e il padronato. Le rivendicazioni di un aumento generale e consistente dei salari (senza subordinazione della libera contrattazione a meccanismi concertativi); dell’abolizione delle leggi di precarizzazione; dell’estensione dell’articolo 18 a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici; di un vero salario garantito per i disoccupati; della nazionalizzazione senza indennizzo delle industrie in crisi e che licenziano, vanno proposte nelle organizzazioni sindacali e tra i lavoratori come base di una piattaforma vertenziale unificante. In secondo luogo all’interno della stessa Confederazione dove va avanzata una proposta alternativa di indirizzo a partire da una scelta di autonomia della CGIL dal centrosinistra. Il prossimo Congresso della CGIL dovrà vedere, necessariamente, un documento alternativo alla impostazione politica e sindacale della maggioranza CGIL. Il PRC, con i suoi militanti in CGIL, deve apertamente lavorare in questa direzione, con una proposta di raggruppamento unitario di tutte le forze coerentemente classiste della confederazione. Parallelamente nel sindacalismo di base (Cub, Sincobas, Confederazione Cobas) che si oppone positivamente alla linea di concertazione, i militanti del PRC debbono contrastare ogni logica di autosufficienza o di difesa corporativa di un proprio spazio, a favore di una linea di ricomposizione unitaria della classe sul terreno dell’alternativa radicale al padronato e ai suoi governi, e di una reale alternativa di direzione sindacale a livello di massa. Più in generale la proposta del polo autonomo di classe anticapitalistico, opportunamente articolata sul piano sindacale, deve divenire il terreno di unificazione dell’azione sindacale dei militanti del PRC, ovunque collocati sindacalmente.

PER UNA SVOLTA DELLA NOSTRA AZIONE E PROPOSTA NEL MOVIMENTO ALTER GLOBAL E CONTRO LA GUERRA. PER UNA MOBILITAZIONE CONTRO L’IMPERIALISMO.

Il PRC non può limitarsi ad una rappresentanza d’immagine del movimento alter global ai fini del negoziato col Centro ulivista. Deve fare l’opposto: salvaguardare l’autonomia del movimento dai tentativi di subordinarlo all’alternanza liberale. Ovunque le forze liberali o socialdemocratiche lavorano a subordinare il movimento al bipolarismo d’alternanza. Così è negli USA con la pretesa del partito democratico di inglobare settori di rappresentanza del movimento, quale lobby “progressista”. Così nel Brasile di Lula dove un governo di coalizione con industriali e banchieri, mira ad integrare le rappresentanze di movimento nel governo del patto sociale. Così è in India, dove una parte della dirigenza no global è stata coinvolta nella collaborazione di governo. In tutti questi casi le forze liberali, o socialdemocratiche, o di “sinistra alternativa” hanno presentato l’integrazione del movimento come valorizzazione delle sue ragioni. In tutti questi casi si è realizzato invece l’opposto: il sacrificio delle ragioni del movimento alle compatibilità di governi borghesi. Il PRC deve opporsi, in Italia, ad un esito analogo: la rilevanza che il movimento alter global e contro la guerra ha assunto negli anni nel nostro paese non deve essere piegata a una soluzione di governo con Prodi, Rutelli, D’Alema, Mastella. A sua volta la battaglia per l’autonomia del movimento passa per una proposta di azione che si ponga al livello dello scontro in atto. Ciò in particolare, sul terreno della lotta alla guerra. L’Italia è un paese imperialista oggi direttamente coinvolto in missioni militari e nell’occupazione coloniale dell’Irak. Il livello di mobilitazione contro il governo su questo terreno centrale è assolutamente inadeguato, e costantemente condizionato dalla logica di compromesso con l’Ulivo. Questa logica va respinta. La parola d’ordine del ritiro, immediato e incondizionato, delle truppe d’occupazione dall’Irak, va riaffermata in tutta la sua centralità. Ogni subordinazione del ritiro delle truppe a false Conferenze di “pace” designate dalle grandi potenze va apertamente respinta. A maggior ragione va respinto ogni avallo ad una presenza militare multinazionale in Irak benedetta dell’Onu: questa eventualità rappresenterebbe unicamente un accordo di spartizione tra potenze e la ricomposizione dell’alleanza internazionale “contro il terrorismo”, già battezzata nei Balcani e in Afghanistan. È la prospettiva rivendicata dall’imperialismo francese e dal Centro ulivista italiano. Non può essere la posizione del PRC, che deve apertamente contrastarla. Più in generale il PRC deve rivendicare il ritiro immediato e incondizionato delle truppe da ogni teatro coloniale, inclusi i Balcani e l’Afghanistan. E deve sviluppare una vera compagna di massa che denunci il ruolo criminale delle truppe italiane in Irak e gli affari dell’imperialismo italiano (vedi gli interessi dell’ENI a Nassiria, i lauti affari delle aziende italiane coinvolte nel business della ricostruzione). Parallelamente il nostro partito deve sostenere, senza ambiguità, il diritto incondizionato di resistenza e sollevazione del popolo irakeno contro l’occupazione coloniale (americana, inglese, italiana). La rivendicazione di questo diritto non significa identificazione politica con le forze baathiste o islamiste. La lotta per l’organizzazione indipendente del movimento operaio e per un’altra direzione della resistenza irakena che contrasti ogni soluzione Khomenista e si batta per un governo operaio e contadino è un compito centrale dei comunisti. Ma la stessa lotta per un’egemonia alternativa nella lotta di liberazione dell’Irak implica il riconoscimento del diritto incondizionato del popolo irakeno alla resistenza contro le truppe d’occupazione: ciò che significa l’uso legittimo di tutti i mezzi propri di una lotta di liberazione (scioperi, dimostrazioni, azione armata contro le forze militari d’occupazione e del governo fantoccio, sollevazioni insurrezionali). Ogni pregiudiziale ideologica “non violenta” in nome dell’assimilizzazione tra resistenza armata e terrorismo rappresenta di fatto una capitolazione alla pressione politica delle classi dominanti e dell’ambiente ulivista. Ciò che è ancor più grave nel quadro di un Italia oggi in guerra contro la resistenza irakena. Solo la lotta per un polo autonomo di classe che rompa col Centro dell’Ulivo può favorire la crescita del movimento di lotta contro l’imperialismo italiano e la sua politica estera.

PER UN RILANCIO DEI GIOVANI COMUNISTI CONTRO QUALSIASI IPOTESI DI SUBORDINAZIONE ALL’ULIVO

Tre anni di mobilitazioni – contro la guerra, contro le controriforme della scuola e dell’università, contro la globalizzazione capitalistica – hanno riaperto per i GC un nuovo spazio potenziale d’intervento. Nonostante la mancata battaglia di egemonia nei movimenti, è indubbio che settori della nuova generazione hanno guardato ai GC quali referenti per una reale alternativa. Queste attese sono state deluse nel momento in cui è stata avviata la svolta di governo con Prodi. Fin da subito, si è consumata una rottura con i settori di sinistra del movimento alter globalizzazione. Emblematico da questo punto di vista è lo strappo coi Disobbedienti, sui quali la maggioranza dirigente dei GC aveva investito tutto il senso del proprio agire. La prospettiva di governo si è tradotta nella dissociazione da parte della segreteria nazionale da tutti gli atti di “disobbedienza” che potevano compromettere la credibilità del PRC agli occhi del Centro liberale italiano: in questo quadro si inseriscono anche le recenti prese di distanza nei confronti di pratiche (quali la “spesa proletaria”) che in passato sono state assecondate acriticamente e che oggi vengono condannate nonostante le

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