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Egitto, la via del terrore

(24 Dicembre 2013)

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Se Mansoura diventa Damasco con un’autobomba che squarcia un edificio di sei piani, fa quattordici vittime e centotrenta feriti, dietro ci può stare lo zampino qaedista ma non solo. Il repentino comunicato con cui il premier El-Beblawi s’è precipitato ad additare la Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica, e quasi ad attribuirle il devastante attentato con cui viene colpito il Direttorato della Sicurezza di Daqahliya, rilancia un’escalation non estranea al copione avviato dal golpe bianco della scorsa estate. Un corto circuito di massacri, proteste e repressione a vari livelli con arresti, messa fuorilegge della Confraternita, persecuzioni di leader, quadri intermedi fino a semplici attivisti e simpatizzanti. E al tempo stesso la negazione del dissenso, bollato come azione anti nazionale che ha messo ai ferri Ahmed Maher, Abdel Fatah, tiene in esilio Wael Ghonim e domenica scorsa ha ucciso Bassem Mohsen, già reso orbo dai poliziotti a Tahrir. Tutti laicissimi, questi attivisti, tutti vittime di Forze Armate e uomini in nero come fossero militanti di Rabaa. Quest’ultimi pur falcidiati non si piegano e si trovano al fianco quei tamarrod pentiti d’aver riposto fiducia nelle divise.

Adesso sembra scattare un piano di terrorismo di stato che, seminando morti e panico, può rilanciare l’odio di un’ampia fetta della società egiziana verso l’Islam politico. Tutto ciò oltre a introdurre misure ancor più draconiane (in questi mesi sono continuati assassini e arresti di oppositori e solo da qualche settimana è stato ridotto il coprifuoco) può rilanciare una definitiva destabilizzazione a suon di attentati. Un vecchio e scontato piano sempre utile per ogni giro di vite. Il ministro della Difesa Al Sisi ha tutto da guadagnare dal caos perché può meglio direzionare il proprio disegno securitario. Egualmente avvantaggiate le componenti qaediste che entrano in gioco in una nazione dov’erano tenute ai margini, capaci di semplici atti di disturbo nella ‘terra di nessuno’ del Sinai, azioni orientate da miliziani mimetizzati fra le carovane di beduini. Passare dagli attacchi a colpi di kalashnikov contro soldati frontalieri o jeep d’ispezione a devastanti autobomba sul modello siriano o pakistano presuppone una familiarità con una guerriglia di ben più spiccata levatura. Qaeda può aver introdotto sue strutture militari da rimpolpare tramite gli stessi giovani braccati o delusi dal progetto legalitario e moderato della Brotherhood e può ampliare un simile approccio all’attuale realtà egiziana, sebbene tutto ciò dovrà essere provato.

Per ora oltre alle indagini, ovviamente in mano a magistrati e forze dell’ordine, c’è la gestione politica dell’ennesima strage che trova i gruppi politici filo governativi come il Partito dei liberi egiziani, Il Partito costituzionale di ElBaradei e la Corrente popolare di Sabbahi a puntellare le illazioni antislamiche del premier. Al Nour, che nei mesi di canea anti Fratellanza è rimasta acquattata lasciandole il non scelto ruolo di capro espiatorio, parla di attacco alla nazione di forze oscure. Mentre l’Alleanza per la legittimità che manifesta da mesi il sostegno all’ex presidente Mursi afferma come “attraverso continui spargimenti di sangue si cercano nuovi pretesti per perpetrare crimini“. Ma il dito accusatorio è già puntato su di loro, considerati dai più terroristi e criminali.

24 dicembre 2013

Enrico Campofreda

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