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Psicocomunista

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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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NELLA FASE POLITICA: L’OPPOSIZIONE NELLA LOTTA PER L’EGEMONIA

(16 Agosto 2014)

Nelle prossime settimane saremo chiamati ad affinare i termini della riflessione mirata a individuare caratteri distintivi dell’azione politica da portare avanti, al fine di porre in una dimensione concreta il tema della costruzione di una soggettività rappresentativa delle forze comuniste, d’opposizione e d’alternativa all’interno del sistema politico italiano.
Una “questione” che abbiamo già sollevato da tempo, rilevando tutte le insufficienze dimostrate dai soggetti esistenti (nel loro complesso: quadro dirigente, capacità di progetto, radicamento sociale) con risultati, francamente, ancora modesti rispetto all’intravedere la possibilità, almeno, di definire concretamente un itinerario percorribile.
Purtuttavia ci pare il caso di tornare a insistere avendo ravvisato, prima di tutto, una “massa critica” di possibile riferimento sul piano sociale e anche delle disponibilità in soggetti e gruppi politici pure attraversati da forti elementi di difficoltà rispetto alla costruzione di nuovi processi di aggregazione.
In questo caso si cercherà di definire alcuni tratti essenziali sul piano teorico, al riguardo dei quali verificare una possibilità di sufficiente condivisione al fine di avviare anche un processo di ricerca posto sul piano più direttamente programmatico e di costruzione organizzativa.
E’ capitato più volte di scrivere che questo soggetto avrà l’obbligo di muoversi dentro le grandi coordinate di fondo che hanno determinato l’esistenza organizzativa del movimento operaio, in Italia e fuori d’Italia: l’internazionalismo, la lotta di classe, l’affermazione della democrazia progressiva. Non limitandosi cioè a star dentro al quadro democratico – borghese ma avendo sempre alle spalle, quale riferimento decisivo anche nel momento in cui si compiono i più modesti atti politici, l’idea di fondo di aprire una fase di transizione da “questo sistema”.
Apparirà sicuramente velleitario scrivere queste frasi nel momento in cui la sinistra d’alternativa, in Italia, in Europa e nel mondo si trova sotto l’attacco di una gestione capitalistica del ciclo che appare particolarmente feroce e, contemporaneamente (e non a caso) spirano sul mondo, di nuovo, venti di guerra globale.
Eppure è necessario muoversi nella direzione che si sta cercando di indicare, per un motivo di fondo che non è possibile dimenticare: siamo dentro, infatti, ad un gigantesco processo di rivoluzione passiva all’interno della quale larghi settori di riferimento di quella che è stata, comunque, un’area progressista hanno introiettato tutti gli elementi negativi imposti dall’egemonia dell’avversario.
Il dato più importante, sotto quest’aspetto, è stato rappresentato dall’accettazione del meccanismo di contrazione dell’agire politico rispetto alla società e dei livelli di rappresentanza da questa richiesta sotto i diversi aspetti dell’ideologia, della condizione culturale, della collocazione economica e sociale.
In questo senso, della contrazione dell’agire politico, è sorto l’esercizio della cosiddetta “democrazia del pubblico” e si sono sviluppati i fenomeni della personalizzazione della politica, della distruzione dei corpi intermedi, dell’annullamento della funzione dei partiti ridotti a luogo di conservazione per ceti politici autoreferenziali, della prevalenza ideologica del “pensiero unico” realizzata attraverso i mezzi di comunicazione di massa: questo è avvenuto in Italia in maniera più accentuata che altrove, ma il fenomeno è molto diffuso a tutte le latitudini.
Troppi sono gli indicatori che dimostrano come e quanto ciò sia avvenuto a tutti i livelli e, tanto per restare in Italia, la “svolta autoritaria” in atto sia sul piano istituzionale, politico, sindacale ne pare rappresentare l’emblematizzazione a tutti i livelli.
Per questo motivo ,del ritrovarsi all’interno di un processo di rivoluzione passiva quale causa principale della sconfitta subita a partire dagli anni’80 e accelerata nei suoi termini drammatici dalla caduta dei regimi a “rivoluzione avvenuta”, che appare necessario richiamare il concetto di “guerra di posizione”.
E’ sull’idea del concetto di “guerra di posizione” che deve nascere il soggetto politico dell’opposizione per l’alternativa per il quale pensiamo ancora di doverci battere all’interno di ciò che rimane della sinistra italiana.
“Guerra di posizione” significa, in questa fase, esercitare una vera e propria “cultura dell’opposizione” esprimendo concetti e contenuti che non stanno dentro alle logiche del quadro politico corrente: mentre si sviluppano progetti, proposte, iniziative destinate a incontrarsi e scontrarsi con la realtà quotidiana e la materialità della vita dei ceti sociali, è necessario muoversi in maniera “altra” esprimendo quindi un’opposizione nei fatti, nella prospettiva di sistema, nell’obiettivo dell’apertura di una fase di transizione.
C’è già capitato di declinare, al proposito, proposte concrete anche fortemente innovative sia sul piano della progettualità complessiva, sia dell’identità organizzativa del nuovo soggetto: spesso ha prevalso, però, la paura dell’essere aggiuntivi ad un quadro già frastagliato e il prevalere di un politicismo ammantato anche da elettoralismo che si sta rivelando come il male più negativo di cui soffre la nostra area politica.
Questo intervento mira semplicemente a porre alcune questioni di fondo per verificarne la possibilità di una ampia condivisione , sulla base della quale poi si potrà scendere nel dettaglio della proposta politica riprendendo anche termini e contenuti già elaborati:
1) Il riconoscimento di fondo dei tratti della “rivoluzione passiva” verificatasi nel corso di questi anni e che ha bloccato la capacità della sinistra di porre a confronto un’effettiva alternatività fondata sulla propria autonomia di elaborazione e d’identità sociale;
2) Alla “rivoluzione passiva” deve essere contrapposta un’idea della “guerra di posizione” nel corso della quale far esprime un soggetto capace di misurare i propri tratti operativi nell’espressione di una “egemonia di sostanza”;
3) L’opposizione, radicale e alternativa, deve saper essere condotta in modo da porre, sempre e comunque, il tema del socialismo come soluzione insieme delle contraddizioni della storia borghese e dei più antichi e nuovi problemi che essa ha necessariamente lasciati insoluti. Nella sostanza il riferimento deve essere sempre all’intreccio delle contraddizioni materialiste e post-materialiste, comprendendo appieno come i termini in questo senso si sono concretamente spostati nel corso di questi anni e riaggiornando analisi e considerazioni di fondo;
4) Nel prosieguo della “guerra di posizione” deve prevalere la ricerca di aggregazione del “blocco storico” che non può essere costruito semplicemente da un minimo comune denominatore genericamente democratico (per questo, nella fase di attacco autoritario in corso vale la proposta di un Fronte Popolare). La ricerca posta nel senso appunto della costruzione del “blocco storico” deve riguardare la sintesi marxista di storicità e utopia, sondando in profondità il passato per ritrovarvi gli elementi di un futuro possibile, pensando ad una “rivoluzione intellettuale e morale” nella quale riconoscere quel senso dell’umanità profonda ormai cancellato, prima di tutto, dall’idea (questa sì novecentesca da cancellare) della produzione per la produzione;
5) E possibile così misurare la possibilità di costruire un soggetto politico compiuto. Un partito, che nella quotidianità della lotta politica e nella complessità della ricerca teorica sui temi dell’identità recuperi appieno il concetto della “transizione” intesa come fase storica che comprenda l’avvio del processo sociale e politico della propria funzione egemonica. E’ questa la garanzia contro ogni deriva gradualista e evoluzionista, recuperando la forza della radicalità e della novità qualitativa di un progetto comunista.
Infine: si deve pensare a una “rottura” che, prima e più in profondo di investire lo Stato, percorre tutta la società e ne rivoluziona gli aspetti.

Franco Astengo

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