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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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I “padri nobili” della sinistra.
Con introduzione di Franco Astengo

(1 Settembre 2014)

berty

I “padri nobili” della sinistra? Invecchiano male, anzi peggio (dal sito di Contropiano. articolo di Sergio Cararo) ma nella storia dei comunisti ci sono stati anche rigore e coerenza (un passaggio dalla relazione di Lucio Magri al seminario di Arco 1990)

introduzione di Franco Astengo
Di seguito è pubblicato l'articolo di Sergio Cararo apparso sul sito di "Contropiano" nel merito delle dichiarazioni del "pentito" Fausto Bertinotti sul comunismo e la sua senile conversione al liberismo.
Ho pensato di far precedere quel testo dal passaggio conclusivo della relazione tenuta da Lucio Magri al seminario di Arco dell'Ottobre 1990, quello del famoso discorso di Ingrao "sul gorgo" e della decisione, di stampo meramente politicista, assunta da Cossutta e Garavini di far nascere, in determinate condizioni, Rifondazione Comunista.
Quella Rifondazione Comunista che poi, in un incredibile impasto tra movimentismo, personalizzazione, governativismo lo stesso Fausto Bertinotti avrebbe portato all'inevitabile estinzione.
Svolgo questa che è una operazione politica per dimostrare che tra i comunisti, anche nel momento drammatico dello scioglimento del PCI, esistessero ancora rigore e coerenza: merci rare nel mondo della politica italiana.
Due elementi, quello del rigore e della coerenza, da richiamare tanto più oggi mentre siamo ancora fortemente impegnati nell'ipotesi politica di ricostruire una soggettività politica comunista e anticapitalista adeguata alle condizioni dello scontro in atto che registra una fortissima offensiva dai tratti addirittura reazionari, in Italia e fuori d'Italia, e del ripresentarsi dei pericoli di guerra.
Mai come in questo momento la parola "Comunista" assume un fortissimo valore non solo simbolico ma interamente politico ed è a questo livello di capacità politica che vorremmo riuscire ad esprimerci.
Ecco, allora, il passaggio della citata relazione di Magri e, di seguito, il bell'articolo di Sergio Cararo
"Non è comunque il giudizio sul passato il punto principale che decide della possibilità e dell'utilità del permanere di una forza comunista, ma il giudizio sul presente e sul futuro.
Certo, la parola comunista ha, nella tradizione del movimento operaio, due significati ben distinti.
Per un verso esso stava a indicare la linea di demarcazione stabilita dal leninismo e dalla Rivoluzione d'Ottobre e dunque soprattutto alcuni punti discriminanti: la necessità di una rottura rivoluzionaria, il concetto di dittatura proletaria, la statizzazione quasi integrale dei mezzi di produzione, la pianificazione centralizzata, la soppressione del mercato per via amministrativa.
Ma per un altro verso essa sta a indicare una idea di società futura ma non utopica, radicalmente liberata dai tratti essenziali del sistema capitalistico e della società classista e mercantile: critica dell'accumulazione e della crescita quantitativa come unico parametro del progresso; critica del profitto e del mercato come meccanismi assolutamente prevalenti dell'economia e del primato dell'economico su ogni altra dimensione sociale, critica della divisione rigida tra lavoro intellettuale e lavoro manuale e della sua parcellizzazione, critica dell'individualismo come condizione per affermare un vero dispiegamento della soggettività individuale, critica dello Stato come macchina separata, della divisione tra governanti e governati, tra "borghese" e "cittadino".
Se noi parliamo di comunismo è perchè siamo convinti che questa parola conservi un valore ideale ed anzi proprio ora, e solo ora possa cessare di essere indicazione di una condizione politicamente minoritaria e teoricamente immatura, e possa perciò essere assunta come stimolo per una elaborazione rigorosa e per una pratica politica credibile.
Tutto ciò deve avvenire non come un semplice "ritorno alle origini", quale semplice restaurazione di una ortodossia sempre trascurata.
Marx infatti non solo considerava il comunismo in questo senso come un obiettivo tanto prematuro da non voler e poter formularlo in modo pieno e rigoroso senza diventare un pasticciere dell'avvenire; ma era profondamente persuaso che la rottura rivoluzionaria, temporalmente e concettualmente, si collocava ben prima di quel futuro e sarebbe stata operata da altri protagonisti e per diverse contraddizioni (il blocco delle forze produttive, la polarizzazione semplificata del conflitto capitale - lavoro) ancora tutte interne all'orizzonte dell'industrializzazione.
Le trasformazioni della società attuale, la inattesa complessità del capitalismo maturo, l'unificazione del mondo senza unificazione dei modi concreti di produzione, l'avvio con egemonia capitalistica di una società post-industriale, da un lato danno maturità nuova a quel concetto di comunismo ma impongono anche una profonda innovazione teorica, nuove categorie concettuali, una nuova analisi della realtà.
La parola comunista infatti perde di senso se non indica un "movimento reale che cambia lo stato di cose presenti".
La parola comunista deve dimostrare non soltanto la ragione di un qualsiasi antagonismo rispetto alla società esistente, ma rispetto ai tratti fondamentali di questo modo di produzione.
La parola comunista deve indicare sempre, nello sviluppo dell'ingiustizia e del disagio dentro questa società, l'emergere di contraddizioni, soggetti, risorse capaci di trasformarla e di superarla.
Un "orizzonte comunista" come tema da tenere aperto, come impegno e prospettiva politica concrete. (Lucio Magri: Arco ottobre 1990)

I “padri nobili” della sinistra? Invecchiano male, anzi peggio (Sergio Cararo da Contropiano)
I “padri nobili” della sinistra? Invecchiano male, anzi peggio C’era stato il tempo di Vittorio Foa e poi quello di Pietro Ingrao, non poteva mancare quello di Fausto Bertinotti. Il primo è servito a picconare in nome del realismo i diritti acquisiti dal movimento operaio. Il secondo a fungere da figura consolatoria mentre intorno a lui i partiti ai quali era iscritto mutavano geneticamente. Infine, e non poteva mancare, è arrivato il turno di Fausto Bertinotti, anagraficamente più giovane ma ideologicamente figlio dei primi due, delle loro ambiguità e delle innumerevoli interviste con cui per anni hanno occupato le pagine de Il manifesto, “dando la linea”.
L’intervento di Bertinotti al Festival di Todi, in un dibattito con un titolo di per se preoccupante ed emblematico – “I vinti giusti, un certo sguardo del futuro”, ha messo insieme tutti i luoghi comuni della traiettoria di chi negli anni passati ha sempre “parlato a sinistra per andare a destra”. Per finire dove? Nel limbo ideologico, politico e storico che alla fin fine riconosce come valori positivi solo quelli dominanti: i liberali e i cattolici. L’unica ideologia ad aver fallito? Quella comunista ovviamente, sostengono i “padri nobili della sinistra”.
Diventa appena un po’ più facile comprendere perché prima il Pci e poi il Prc si sono “liquesi” dopo essere stati logorati dall’interno e dai suoi gruppi dirigenti.
Il comunismo "ha fallito”. La cultura politica da cui si deve ripartire? “Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo”. Il gesto più rivoluzionario di questi anni? “Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger”. L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? “Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani”. Queste alcune delle “chicche” di Bertinotti a Todi che ovviamente la stampa di destra – e Libero in particolare – non ha esitato a sottolineare.
E poi, come di consueto, c’è il grande alibi dei mutamenti epocali, presi come tali, senza una disamina critica o una decostruzione che ne separi i dati oggettivi da quelli che la soggettività interviene a modificare. “Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze” ha detto Bertinotti e che “chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale”. E di fronte al liberalismo economico e politico che ha determinato questo scenario, oggi duramente messo alla prova dalla sua stessa crisi, cosa opporre?”Io penso che la cultura liberale- che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato - è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione”. “Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica”. Nell’affabulazione bertinottiana (cosa che gli riesce benissimo solo le prime due volte che lo senti) c’è un passaggio obbligato anche sul sindacato, alla vigilia dell’assalto finale all’art.18 e al dispiegarsi del Jobs Act. “ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica”, ha detto Bertinotti ormai senza briglie. “È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori”. Bertinotti infila una serie di osservazioni condivisibili per arrivare a conclusioni del tutto sballate “Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi”.
Insomma se non volevamo morire democristiani (e ci troviamo con i Renzi boys and girls che dilagano) al massimo potremo morire liberali? No, Bertinotti ci propone di morire liberali e democristiani insieme. Una bella traiettoria, non c’è che dire, e una conferma di più che negli anni Novanta, coloro che animano questo giornale, fecero non bene ma benissimo a non farsi irretire dal Prc bertinottiano. Guardatevi e guardiamoci sempre dai padri nobili della sinistra, hanno sempre coperto le svolte a destra dell’asse politico del paese.

A cura di Franco Astengo

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