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Sotterranei della giustizia

Sotterranei della giustizia

(14 Novembre 2009) Enzo Apicella
Tre medici e tre agenti penitenziari indagati per la morte di Stefano Cucchi

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(Omicidi di stato)

La regola del posto di blocco

(5 Settembre 2014)

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Gli archivi delle cronache sono pieni di morti ai posti di blocco. Quasi che la pena prevista per chi non si fermi all'alt delle forze dell'ordine sia la morte.
A cercare un po' su Google, escono fuori decine e decine di pagine, tutte simili: «Forza il posto di blocco, il poliziotto spara e lo uccide». Cose così. Se è universalmente noto che le scale - e le finestre - delle questure italiane sono pericolosissime, la statistica dei morti ai posti di blocco sta cominciando a diventare inquietante. Cioè, si parla sempre di «colpo deviato» o «accidentale» e, a questo punto, le cose sono due: o le forze dell'ordine sono pieni di cecchini provetti ma non lo ammettono per modestia, oppure i tiratori in divisa sono così scarsi che ogni volta che mirano alle ruote finiscono per ammazzare qualcuno. Oppure dobbiamo cominciare a rivedere le nostre convinzioni in materia di incidenza statistica. Cioè, da Carlo Giuliani in avanti, mai un proiettile che segua la propria traiettoria senza incontrare ostacoli volanti. Incredibile, eh?
Ma il problema sarebbe relativo, se solo qualcuno si decidesse a prenderlo sul serio. Nel senso: avete presente i processi per casi del genere? L'omicidio è sempre colposo, la pena è sempre ridicola, le parti civili vengono sistematicamente ignorate.
In fondo la logica è semplice, il messaggio che deve passare è chiaro: al posto di blocco conviene che ti fermi. Oppure va' a sapere quello che può capitare. Al massimo si parla di «eccesso», mai nessuno che usi il sostantivo che la lingua italiana prevede per affari del genere: omicidio. Per fare un esempio, ad Ascoli Piceno, qualche anno fa, un carabiniere sparò e uccise un ragazzo albanese che aveva, va da sé, superato di slancio un posto di blocco senza far caso ai segnali di stop. Il processo è ancora in corso e non si riesce a capire da dove sia partito quel proiettile. Perizie e controperizie da una parte all'altra, ma ogni volta c'è qualcosa che non quadra e si ricomincia da capo. In più, ad ogni udienza si presenta sempre una folta colonna di carabinieri fuori servizio ma in divisa. Se ne stanno lì, schierati, a guardare senza dire mezza parola. La chiamano «solidarietà», ma fanno davvero paura.
Le cronache, poi, mettono sempre in risalto alcuni particolari, tipo la nazionalità del morto (se è extracomunitario è meglio) o la sua fedina penale (se c'è un pregiudicato è fatta). Insomma: sei albanese, sei un ladro e forzi un posto di blocco. Forse te la sei andata a cercare. La sensazione è che ai «nostri ragazzi in divisa» riusciamo a perdonare molto, quasi tutto. Eppure la questione sarebbe semplice: se la pistola rimanesse nella fondina, non partirebbe alcun colpo accidentale.

Mario Di Vito - Contropiano

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