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(27 Dicembre 2014)

autoconvoc

Uno dei punti di fondo sui quali poggiamo la nostra ipotesi politica di “Autoconvocati per l’Opposizione” deriva dall’analisi dell’intensificarsi, nel corso degli ultimi anni, della materialità della contraddizione di classe e di un’estensione delle condizioni di sfruttamento derivanti da un preciso modello di conduzione del ciclo capitalistico a livello europeo e che ha trovato in Italia momenti di specifica applicazione.
E’ in questo quadro di carattere generale che vanno analizzati i contenuti del cosiddetto job act e dei due relativi decreti d’attuazione varati dal governo Renzi proprio alla vigilia del giorno di Natale 2014.
Non vi sono margini di contrattazione su questo provvedimento ed è stata debole, molto debole l’opposizione quale frutto ed esito di un cedimento strutturale delle condizioni di lotta sociale nel Paese che, in parallelo e in intreccio con la limitazione crescente delle libertà democratiche, la sparizione dei partiti e la riduzione verticale di ruolo dei corpi intermedi, ha segnato le vicende almeno di questo ultimo decennio.
Che il job act rappresenti un’ulteriore tappa sulla via già segnata dell’intensificazione dello sfruttamento lo dice anche l’editoriale di oggi, 27 Dicembre, del “Sole 24 Ore, firmato da Alberto Orioli: “ …nel complesso la riforma “vale” negli effetti di modernizzazione, quella del ’97 che introdusse in Italia per la prima volta il lavoro interinale, eliminando il tabù del monopolio pubblico del collocamento e connesso con il pregiudizio dell’Italietta bracciantile secondo cui ogni tentativo di far incontrare domanda e offerta di lavoro fosse bieco “caporalato”..”.
Da queste poche parole ben si comprendono le cose come stanno: l’incontro tra domanda e offerta di lavoro deve avvenire direttamente senza l’intermediazione di soggetti intermedi collettivi capaci, per quanto possibile, di contrattare salario e condizioni d’opera.
Questa è la filosofia di fondo del modello capitalistico italiano, un capitalismo italiano sempre pronto a ingurgitare avidamente il soccorso pubblico come sta avvenendo, proprio in questi giorni, con il caso “Ilva” di finta nazionalizzazione, a favore del quale si schiera l’intero quadro politico.
Nessuno, tra l’altro, appare in grado di ricordare come lo Statuto dei Lavoratori che oggi è definitivamente abolito non è stato certo frutto della cosiddetta “Italietta bracciantile” ma della lotta della classe operaia negli anni decisivi del grande sforzo di modernizzazione di un Paese, uscito stremato e distrutto da una guerra voluta anche e soprattutto dalle grandi centrali capitalistiche private e di Stato ferme sostenitrici del regime fascista.
L’opposizione non può comunque limitarsi a vedere i provvedimenti del job act come una mera questione di riduzione di “diritti” e di loro semplice progressiva monetizzazione: questa questione sicuramente esiste e va valutata per intero nella sua pericolosità.
L’opposizione però deve saper valutare fino in fondo il tema della qualità del lavoro nella società di oggi, intendendolo come un’espressione di bisogno di reddito, di capacità produttiva, di strumento per il riscatto sociale della collettività.
A questo bisogno è necessario si corrisponda nei suoi termini precisi di soddisfacimento in nome dell’eguaglianza sociale, di una visione di relazioni industriali all’interno delle quali la centralità rimane quello del superamento dello sfruttamento capitalistico.
Per questa strada naturalmente vanno individuate le tappe intermedie, i momenti di difesa e di attacco: il job act rappresenta uno degli aspetti del forte processo di “rivoluzione passiva” in atto verso la quale, in questa fase, può essere adottata soltanto la tattica della “guerra di posizione”: di una resistenza non passiva fatta di mobilitazione sociale e di riaggregazione politica.
Mobilitazione sociale e riaggregazione politica da intendere quali punti di partenza per aprire una stagione diversa da quella

Nucleo "Autoconvocati per l'opposizione"

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