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Pace, lavoro e libertà

Pace, lavoro e libertà

(16 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Manifestazione nazionale della FIOM

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    (Contratto Metalmeccanici)

    Contratto metalmeccanici, all'arroganza dei padroni si può rispondere in un solo modo: con la lotta e l'affermazione dei bisogni dei lavoratori!

    (12 Novembre 2015)

    Volantino distribuito ieri alla Fincantieri di Marghera

    operai metalmeccanici

    Lavoratori, lavoratrici,

    il 6 novembre, nell'incontro con Fiom-Fim-Uilm, i padroni delle fabbriche metalmeccaniche hanno scoperto le carte: pretendono che ogni operaio/a o impiegato/a gli restituisca 75 euro mensili di "indebiti" aumenti salariali del passato triennio; escludono aumenti salariali per il prossimo triennio a meno che non ci siano eccezionali aumenti di produttività e di profitti delle imprese - ma anche in questo caso, non prendono alcun impegno; vogliono la più totale flessibilità degli orari e delle prestazioni; vogliono svuotare completamente il contratto nazionale per tenere il più possibile divisi i lavoratori delle grandi imprese da quelli delle piccole imprese, e poter colpire duro gli uni e gli altri; vogliono la piena applicazione del Jobs Act e dell'accordo del gennaio 2014, cioè la massima precarizzazione del lavoro e la drastica limitazione del diritto di sciopero.

    In poche parole: ci vogliono togliere salario, aumentare l'orario, imporre la massima produttività, impedire di organizzarci e difenderci sui luoghi di lavoro. E aggiungono il seguente ricatto: o si fa il contratto che vogliamo noi, o niente contratto.

    È una vera e propria dichiarazione di guerra. I padroni si sentono forti del totale appoggio del governo Renzi e della complicità dei burocrati sindacali. Quelli di Fim e Uilm, si sa, sono da tempo disposti ad accettare tutto. Ma anche la Fiom sostiene che il contratto deve servire a rafforzare "la capacità competitiva delle imprese", e questo comporta cedere sulla flessibilità degli orari (fino al lavoro al sabato e alla domenica), accettare che gli aumenti salariali siano subordinati ai risultati delle aziende, subire la limitazione del diritto di sciopero e di organizzazione sindacale, etc.

    È ancora una volta la politica dei 'sacrifici necessari' per 'salvare l'economia nazionale', quella che ci sta facendo arretrare da venti-trenta anni. Ma accettando i sacrifici fino a quando la crisi non sarà superata, o chiudendoci dentro le singole aziende, che risultati abbiamo raggiunto? Sono aumentati lo sfruttamento, la disoccupazione, la precarietà, l'arroganza padronale. È esplosa la nostra crisi. E se continueremo su questa strada, non solo non recupereremo un solo palmo del terreno perduto, ma andremo di male in peggio!

    Approfittando dei nostri cedimenti e della nostra passività, i padroni vogliono darci ora il colpo di grazia, schiacciare anche la nostra dignità. È venuto il momento di dire basta e portare in primo piano, con la lotta, le nostre necessità, tanto calpestate in questi anni, che possiamo sintetizzare così:

    1) nessuna restituzione di salario ai padroni, che ci derubano sistematicamente del nostro tempo di lavoro e di vita;

    2) aumenti salariali del 5% della retribuzione minima mensile - per accrescere il salario reale e contrastare il ricorso agli straordinari; valore dei contratti e degli aumenti erga omnes, con minimi salariali non derogabili eguali per tutti senza distinzione di impresa, di appalto, di settore;

    3) attacco alla giungla degli appalti e dei sub-appalti - per rafforzare l'unità tra i lavoratori, oggi ostacolata dall'esistenza di tante posizioni lavorative diverse e frazionate. Quindi: a) una sola linea di appalto, con il divieto totale dei sub-appalti; b) vietare le assunzioni operate attraverso le agenzie interinali; c) introdurre la responsabilità delle aziende committenti su condizioni e tempi di lavoro, salari, contributi, sicurezza; d) diritto di prelazione non dell’azienda appaltatrice, ma dei lavoratori che svolgono da anni il proprio lavoro per o nelle grandi strutture, per creare un legame continuo e costante tra i lavoratori all'interno di uno stesso luogo di lavoro, impedendo il turn over non volontario; e) imporre un 'albo' dei lavoratori, e non solo delle imprese.

    4) riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario - per ridurre la fatica di chi lavora e avere nuove assunzioni in pianta stabile, con un colpo netto sia all'intensificazione della prestazione che alla continua riduzione degli organici delle imprese. Il che significa, per cominciare: 35 ore effettive per i turnisti, 37,5 per i giornalieri.

    5) cancellazione delle norme e delle prassi che colpiscono le lavoratrici - a cominciare da quelle che le penalizzano al ritorno dalla maternità (demansionamento, trasferimento in reparti-confino, mobbing, etc.).

    6) rifiuto del cd. welfare aziendale e dell'allargamento degli spazi della sanità e del sistema pensionistico privati, accettati anche dalla Fiom, e rafforzamento del diritto alla salute e alla pensione nel quadro del sistema sanitario e pensionistico pubblico, ripulito dalle controriforme di questi anni.

    7) una diversa impostazione dell’età pensionistica e del calcolo dei coefficienti che metta per la prima volta all’ordine del giorno il calcolo della vita media per tipologia di lavoro.

    8) pieni diritti per tutte le organizzazioni sindacali, riconoscimento delle rappresentanze elette dai lavoratori, denuncia di tutte le forme di limitazione del diritto di sciopero, reintegro dei lavoratori licenziati per rappresaglia.

    9) Abolizione della legge Bossi-Fini, e di ogni altra misura discriminatoria verso i lavoratori immigrati - in questi anni il padronato e il governo hanno diviso i lavoratori prima colpendo quelli immigrati con il ricatto occupazionale sul permesso di soggiorno. Poi hanno iniziato a colpire i lavoratori italiani con aumento dell'età pensionabile, taglio degli ammortizzatori sociali, deroghe ai diritti, abbassamento dei salari, tagli alla sanità pubblica. È tempo di vederci, lavoratori immigrati ed italiani, come un'unica forza che solo unita può riconquistare sicurezza, salario, diritti, tutele per tutti coloro che vivono del proprio lavoro.

    Non possiamo più delegare nulla ai burocrati sindacali che in questi anni ci hanno guidato da una sconfitta all'altra, spesso senza neppure lottare. È venuto il momento di respingere le piattaforme da loro presentate perché non ci difendono dall'attacco padronale e governativo. Se non vogliamo cadere nel baratro, dobbiamo attivarci, auto-organizzarci, prendere il nostro destino nelle nostre mani - come stanno facendo i facchini della logistica organizzati nel SI Cobas - e stringerci nella lotta intorno ad una piattaforma che esprima finalmente le nostre necessità. Molte altre categorie di lavoratori hanno i contratti in scadenza - formiamo un fronte unito di lotta con loro, i bisogni di fondo sono gli stessi. La nostra forza potenziale è grandissima: mettiamola in moto, mettiamola in campo! Ricacciamo in gola ai padroni la loro arroganza! UNITI SI VINCE!
    Marghera, 10 novembre 2015

    Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri, Comitato promotore del coordinamento nazionale di lotta
    tra i lavoratori metalmeccanici

    Fonte

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