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Attacchi a Bruxelles: gli errori europei

(24 Marzo 2016)

Abdeslam Salah

Abdeslam Salah

Gli attentati di Bruxelles, che hanno causato 34 vittime e centinaia di feriti, fanno riemergere un problema che l’Europa stava tentando di dimenticare dopo le stragi di Parigi: lo Stato Islamico (ISIS o Daesh-ndr). Il movimento terrorista jihadista, guidato da Abu Bakr Al Baghdadi, ha dimostrato, con l’ennesimo vile attacco, che la strategia europea di contrasto al gruppo radicale sta completamente fallendo.

L’intelligence belga, come del resto quella francese, ha impiegato diversi mesi nell’individuare Abdeslam Salah, il terrorista più ricercato in Europa. Dopo gli attacchi del 13 novembre a Parigi, l’attentatore era fuggito dalla Francia e viveva tranquillamente nella propria città con l’obiettivo di riorganizzare le differenti cellule e la rete jihadista belga per la pianificazione di nuovi attacchi. Evidentemente l’arresto del terrorista ha innescato un piano d’attacco già progettato da mesi. Il fatto più preoccupante è che gli attentatori di Bruxelles, come quelli in Francia, non fossero dei singoli “cani sciolti” ma appartenessero ad una rete terroristica numerosa e purtroppo ben organizzata. Il messaggio lanciato dallo Stato Islamico è quello di una guerra a tutto campo e l’attentato portato nella capitale belga, cuore pulsante della comunità europea, è un chiaro messaggio di ostilità nei confronti dell’occidente e dell’Europa in particolare.

Le considerazioni da fare sono principalmente due. La prima è che i servizi europei sono ancora totalmente inadeguati nel coordinarsi tra di loro e nello scambiarsi informazioni utili a contrastare una rete terroristica che si muove, invece, indisturbata all’interno dei diversi paesi europei. Le responsabilità dell’intelligence belga, se confermate, sono gravi: in seguito alla segnalazione di altri servizi, europei e mediorientali, su possibili e concreti attacchi a Bruxelles, con aeroporto e metropolitana dichiaratamente menzionati, non è stata presa alcuna misura cautelare. Altrettanto inquietante è la notizia che uno degli attentatori fosse stato arrestato in Turchia con l’accusa di essere un “foreign fighter”, estradato in Belgio e successivamente liberato per mancanza di prove dalla giustizia belga.

La seconda riguarda, invece, l’obiettivo e la finalità di questi attacchi: terrorizzare il mondo occidentale, come sempre nella sua quotidianità (metropolitane, aeroporti), per creare nuove divisioni. In Europa le stragi di civili inermi di matrice jihadista portano inevitabilmente ad aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana in genere, con una conseguente marginalizzazione di alcuni strati della popolazione. Il network jihadista punta ad indottrinare nuovi “combattenti”, ghettizzati ai margini delle periferie europee, attraverso i suoi mezzi di propaganda: non più le moschee, ma principalmente i siti web e le carceri. Lo scopo è anche quello di far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le pen al nostro Salvini), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive. La reazione provocata è indubbiamente quella di continuare ad alimentare questi movimenti radicali che di intolleranza, guerre e terrore si nutrono: esempio evidente è la Libia di oggi.

Lo Stato Islamico tenta, attraverso gli attentati in Europa, di dimostrare al mondo di essere ancora un’organizzazione attiva ed in espansione. Al contrario, come riportano diversi analisti, è in difficoltà: sia militarmente che economicamente. Nei territori che considera “suoi” (Siria e Iraq-ndr) ha subito, infatti, numerose sconfitte da parte dell’asse curdo-sciita che, quotidianamente, sta conquistando terreno. Aumenta, così, sempre più lo sbandamento sul campo dei combattenti salafiti con un numero crescente di jihadisti, assoldati non tanto dalla dottrina ma dai soldi, che tenta di scappare dal governo islamico di Raqqa. Anche da un punto di vista economico lo Stato Islamico, a causa della diminuzione dei corridoi di scambio con il territorio turco, sta sicuramente attraversando un periodo di crisi e di calo di introiti legati al contrabbando di petrolio o di reperti archeologici.

Oggi, però, risulta alquanto singolare, se non paradossale, come l’occidente stia combattendo lo Stato Islamico. Da una parte abbiamo un movimento come lo Hizbollah libanese, iscritto da poco nella lista dei movimenti terroristici da parte della Lega Araba e dell’Arabia Saudita, che è direttamente coinvolto con le sue truppe nella lotta contro i movimenti jihadisti e contro lo Stato Islamico in particolare. Dall’altra parte abbiamo questi stessi paesi arabi del golfo, principali alleati politici ed economici dell’Europa, che continuano a rifornire di armi e finanziamenti i movimenti jihadisti (ISIS e Al Qaida) utilizzati come strumento militare per tentare di garantire l’egemonia sunnita nella zona mediorientale.

Ci sarebbe, in conclusione, da comprendere e conoscere meglio le dinamiche mediorientali per capire quali, in questo mondo ormai difficile e insicuro, possono essere i paesi (Iran) o i movimenti (Hizbollah, PKK, YPG) realmente utili a sconfiggere il male comune di oggi: lo Stato Islamico.

Stefano Mauro

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