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Siria, i molti nemici della guerriglia kurda

(24 Agosto 2016)

mambj

Nella Siria fatta a fette, dissanguata da una guerra che ha tranciato mezzo milione di vite e creato milioni di profughi, finiti lontano o appena oltre confine, l’intreccio della distruzione non placa il suo corso. Come i micro conflitti infilati nell’inseguìto caos totale per ricreare un Medio Oriente comunque asservito. Sorgono alleanze di comodo, strumentalità con cui la geopolitica rilancia macabre danze su gente stremata che resta attaccata alla vita con fili sempre più labili. Oppressori e liberatori s’inseguono come le tattiche di chi dà e toglie, con corridoi umanitari e bombardamenti proposti in alternativa, una comune medicina per speranze preconfezionate da interessi di parte. C’è un nemico comune: il Daesh ma i suoi oppositori combattono fra loro guerre di posizioni per avvantaggiarsi su avversari di ritorno. L’ultimo caso si vive a Hasakah, area orientale a sud di Nusaybin, dove le Unità di protezione del popolo, i reparti kurdi che difendono l’esperienza del Rojava, hanno conquistato il territorio scacciando i jihadisti. Ma si sono trovati i lealisti dell’esercito siriano, che combattevano l’Isis su un fronte attiguo, a insidiargli la liberazione dell’area con tanto di colpi di mortaio e operazioni aeree. Agenti russi hanno cercato di mediare senza esito positivo e da una tacita intesa fra le parti si passa a una contrapposizione armata. Da alcune ore c’è una tregua, ma durerà?

Anche nella località di Manbij, egualmente liberata dalla guerriglia kurda sono giunti colpi di mortaio, avvertimenti turchi stavolta, perché Ankara assimila questi combattenti agli odiati omologhi del Pkk contro cui ha riaperto da un anno le ostilità sul territorio interno. Secondo dichiarazioni ufficiali di Ankara l’iniziativa doveva preparare un’offensiva dell’Esercito siriano libero, i ribelli moderati da anni sostenuti dallo Stato turco, che deve riversarsi su Jarablus, località a ridosso del confine tuttora in mano alle milizie del Daesh. Nell’intreccio di scontri, veti e alleanze di comodo, appare palese l’interesse diffuso nel voler colpire la bandiera del Rojava. I cui uomini e donne armati praticano con meticolosa coscienza la difesa dell’area dove vive la propria gente. Sgraditi per il loro caparbio disegno ai grandi del mondo e a chi nella regione ha creato nel tempo interessi clanisti (dinastia Asad) o vuol stabilire controllo e ingerenze dal rimescolamento dei confini (Erdoğan, ma anche il governo iraniano). Nelle guerre dirette o per procura, nello scempio di cui è vittima il popolo siriano con le sue etnìe, rimangono i flash di emozione profonda, già visti nella liberazione di Kôbane dall’incubo dei miliziani neri. Restano le foto del rassicurante sorriso d’una combattente kurda che imbraccia il mitra e abbraccia una bimba piangente. Resta il nero d’un burqa avvinto a una mimetica vestita al femminile. Immagini d’una speranza che non vuole morire.
24 agosto 2016

articolo pubblicato su enricocampofreda.blogspot.it

Enrico Campofreda

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