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Che Guevara

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(10 Ottobre 2008) Enzo Apicella
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IL RICORDO DI FRANCO SPITELLA NEL 12° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

(3 Gennaio 2019)

franco spitella

Il giorno della sua morte, il 2 gennaio del 2007, scrivemmo queste parole di commiato:

“Oggi ci hai lasciato ma portiamo con noi ciò che ci hai insegnato, con i tuoi ideali vissuti con coraggio e rettitudine, con coerenza e severità, con sdegno verso i politicanti, gli arrivisti, gli opportunisti di sempre che stanno consumando la libertà che tu e i tuoi compagni ci avete dato”.

IL RICORDO DI FRANCO:

Franco era un uomo di fede e un soldato. Fede nell’uguaglianza tra gli uomini, soldato della libertà. Nulla a che vedere con i politici di oggi e di ieri, di sinistra e di destra, era un comunista e tale è restato fino alla morte.

Pur in possesso di una memoria di ferro, capace di recitare senza alcuna esitazione la Divina Commedia o interi brani delle opere di Stecchetti ( pseudonimo di Olindo Guerrini), e di una viva intelligenza, ha sempre rifiutato di far parte attiva del circo della politica, da sempre disgustato dagli arrivisti e dagli opportunisti. Ciò non gli ha impedito mai di fare il suo dovere e di tenersi stretta in tasca la tessera comunista, del PCI prima, di Rifondazione poi, e di essere il 25 aprile, portabandiera, quale glorioso combattente, dell’ Anpi di Spoleto.

Ricordo il giorno della sua morte, straziante, come una scena di guerra. Cesare (il badante di Franco) mi telefona e piangendo mi dice che “sta morendo”, mi implora di correre subito come Franco gli aveva lasciato detto, mi precipito, salgo le scale e mi trovo Franco steso su pavimento, sopra di lui gli uomini del pronto soccorso, che provano e riprovano ad animarlo, ce la mettono tutta, ma alla fine sono costretti ad arrendersi. Tre quarti d’ora d’agonia e poi la fine.

Ricordo il suo funerale, il corpo di Franco steso sul letto nella divisa Garibaldina. Poi al cimitero, intorno alla bara tanti giovani, e vecchi compagni partigiani, di Spoleto, di Terni; l’orazione funebre, del Sindaco, la mia, quella del Presidente dell’ANPI, della nipote Vanessa.

Ho tanti forti ricordi di questo soldato della libertà. Quelli che ho conosciuto attraverso il suo memoriale, quelli che ho visto con i miei occhi, quelli che ha raccontato alle mie orecchie. Ricordi che partono da lontano, da molto lontano, dal 1939, quando venne rimandato a settembre in tutte le materie per cattiva condotta, a seguito di uno scontro violento con chi facendosi beffe della libertà di un popolo, festeggiava la presa di Barcellona da parte di falangisti.

Poi la Resistenza sulle Montagne, siamo nel 1943 e poi nel 1944, a Monteluco con una audace azione salva la vita a 4 ragazzi destinati alla fucilazione, arrestato fugge dal carcere della Rocca calandosi con le lenzuola da un’altezza di 35 metri, portandosi dietro 13 compagni di fuga. Partecipa alla battaglia di Mucciafora e a stento riesce a sottrarsi al rastrellamento e al massacro che ne segue. Un mese dopo viene di nuovo arrestato e portato a Perugia per essere fucilato. Ma grazie all’aiuto di alcuni partigiani e di un magistrato che nasconde la sua pratica arriva il 10 giugno e può di nuovo fuggire dal carcere mentre i fascisti sono allo sbando.

Nel 1956 scrive la satira: “nella comoda poltrona”, dove parla di “aristocrazia, dispotismo, oligarchia” come mali che tornano anche tra chi governa in nome del proletariato.

Ricordo, era il 1991, quando un pomeriggio entrò nella sede di Rifondazione, allora a Pontebari, un personaggio che era già stato tutto o quasi, Assessore, Presidente della Comunità Montana e via dicendo e che nel momento dello scioglimento del PCI lo aveva trattato a male parole, dicendogli di aggiornarsi invece di continuare a parlare di comunismo; quando Franco lo vide andò su tutte le furie, urlando a tutti, se entra questa gente esco io, e così fece, sbatté la porta e si allontanò.

Ricordo, era il 2005, come brillavano gli occhi di Franco mentre mi raccontava come aveva difeso la nostra comune convinzione politica nel Partito ( sempre controcorrente, ma così forte tra noi a Spoleto), dalle insinuazioni di chi voleva con maldicenza far passare lui come un vecchio incapace e me e gli altri compagni come coloro che lo plagiavano. Volle dettarmi, parola per parola, quella discussione che lo fece tanto arrabbiare, parole tutte che io caramente conservo.

Aurelio Fabiani

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