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(6 Febbraio 2012) Enzo Apicella

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Autonomia differenziata: cosa significa, quale risposta

Analisi e proposta del Partito Comunista dei Lavoratori

(1 Luglio 2019)

Ricognizione dei bisogni sociali dei lavoratori e dei poveri in tutta Italia. Definizione di un piano di lavoro e di investimenti dettato unicamente dalle urgenze sociali, contro ogni compatibilità. Per una risposta anticapitalista alla secessione dei ricchi

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DA DOVE NASCE L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA

L'autonomia differenziata è un disegno politico e sociale che investirà gli assetti istituzionali e il conflitto di classe in Italia.
L'autonomia differenziata viene riconosciuta a livello legislativo dalla riforma dell'Articolo V della Costituzione promossa dal governo di centrosinistra di Giuliano Amato nel 2001. L'articolo 116 introdotto dalla riforma dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo centrale, e dunque con lo Stato nazionale, l'ampliamento delle proprie competenze sino a un massimo di 23 materie. Era l'epoca in cui il centrosinistra cercava di occupare il terreno federalista imposto dalla Lega inseguendola sul suo terreno.

Nella legislatura successiva fu il centrodestra a rilanciare il disegno autonomista inserendosi negli spazi aperti del centrosinistra. Nacque la riforma istituzionale della cosiddetta “devolution”, redatta da Calderoli e approvata nel 2005. Ma la riforma, sottoposta a referendum istituzionale, fu bocciata dall'elettorato il 25-26 giugno 2006.

Nel 2016 il progetto bonapartista di Renzi, ritagliato sulle sue ambizioni politiche, mirò a una riforma istituzionale di segno opposto, nel segno del rafforzamento politico e istituzionale del governo centrale a scapito dei poteri delle Regioni. Era il tentativo di dare al capitalismo italiano un assetto istituzionale più centralizzato attorno alla figura dominante del capo del governo.

Il fallimento clamoroso del disegno politico e istituzionale di Renzi (bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016) ha incoraggiato, per effetto di rimbalzo, il nuovo rilancio del disegno autonomista. Veneto e Lombardia intraprendono un'iniziativa referendaria, con l'appoggio sostanziale al Nord sia del PD che del M5S. Il referendum, tenutosi nel 2017, registra un successo plebiscitario. Parallelamente nel 2017 la regione Emilia Romagna, senza passare per il referendum, apre il negoziato col governo centrale per la concessione dell'autonomia regionale in 15 materie e competenze. Il governo Gentiloni, proprio alla vigilia delle fatidiche elezioni del 4 marzo 2018, sigla una pre-intesa con le tre regioni interessate, nel segno dell'apertura alle loro richieste. Nel varco aperto si muovono altre sette regioni a statuto ordinario (Liguria, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Campania), i cui governatori ottengono il mandato a intraprendere l'iter istituzionale del negoziato col governo centrale.

La ridefinizione dei rapporti istituzionali tra Stato e Regioni è parte dell'onda d'urto della sconfitta del renzismo, la stessa onda d'urto che sul piano politico ha sospinto l'inedito governo M5S-Lega, ha prodotto sul piano istituzionale un contraccolpo non meno profondo.


LA SECESSIONE DEI RICCHI

Il canovaccio dell'argomentazione autonomista ruota attorno ad un apparente senso comune: “Cosa c'è di male ad assicurare maggiori competenze ai governi locali? Non è forse un possibile vantaggio in fatto di minore burocrazia, maggiore vicinanza ai territori, maggiore possibilità di sostenere i cittadini e soddisfare i loro bisogni?”.

La realtà è esattamente opposta.

Il primo obiettivo di fondo dell'autonomia differenziata è trattenere sul proprio territorio il cosiddetto residuo fiscale, ossia lo scarto tra le entrate fiscali che lo Stato preleva da una regione e le risorse che vengono spese in quella regione. Le regioni del Nord, più ricche, hanno ovviamente un residuo fiscale alto. Per questo i governatori di Veneto e Lombardia chiedono di poter incassare il grosso del residuo. L'obiettivo iniziale era radicale: la giunta Zaia chiedeva di poter godere degli stessi privilegi delle province autonome di Trento e Bolzano, dove i nove decimi delle tasse pagate sul territorio restano a casa. Ma questa rivendicazione radicale serviva ad alzare contrattualmente la posta per strappare comunque un risultato vantaggioso. La bozza di accordo raggiunta tra governo Conte e Regioni interessate prevede clausole che tra loro combinate portano in quella direzione.

Il meccanismo sancito dalla bozza prevede la compartecipazione della Regione al gettito di tributi erariali maturati sul territorio. Attraverso la compartecipazione delle imposte la Regione copre il finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato alla sua competenza. Tanto spendeva lo Stato, tanto spende la Regione: sembrerebbe una operazione a costo zero. Ma non è così.

Innanzitutto la bozza d'accordo prevede come riferimento di calcolo il criterio della spesa media pro capite su scala nazionale: «l’ammontare delle risorse assegnate alla Regione per l’esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia di cui alla presente intesa non può essere inferiore al valore medio nazionale pro capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse» (1). Il punto è che Lombardia, Veneto ed Emilia hanno valori di spesa pro capite che si posizionano al di sotto della media nazionale. Quindi vuol dire che in base all'intesa le tre regioni vanno subito all'incasso. E non si tratta di pochi spiccioli. I bilanci di Lombardia, Veneto, Emilia aumenterebbero del 50%. Il solo Veneto di Zaia potrebbe contare su 5-6 miliardi aggiuntivi. Per dare un'idea, prendiamo il capitolo istruzione. Lombardia e Veneto dichiarano che in fatto di istruzione lo Stato versa loro una cifra pro capite di 480 euro per abitante, ben inferiore alla spesa media nazionale pro capite di 537 euro (trascurando il piccolo dettaglio che la maggiore spesa del Sud per l'istruzione è dovuta anche al fatto che lì si pagano insegnanti di ruolo, mentre al Nord si pagano di più i supplenti di insegnanti che hanno chiesto il trasferimento al Sud). Il risultato è che già al piede di partenza dell'autonomia, Lombardia e Veneto si troverebbero a incassare rispettivamente 265 e 742 milioni in più solo per allinearsi alla spesa media pro capite nell'istruzione. Un primo miliardo sottratto alla ripartizione, innanzitutto alle scuole del Sud.

In secondo luogo la bozza d'accordo prevede che tutti gli aumenti di gettito fiscale restino sul proprio territorio: «l’eventuale variazione di gettito maturato nel territorio della Regione dei tributi compartecipati o oggetto di aliquota riservata rispetto alla spesa sostenuta dallo Stato nella Regione o, successivamente, rispetto a quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard, anche nella fase transitoria, è di competenza della Regione». È una clausola che da un lato incentiva le tasse locali (le famose addizionali sull'Irpef), per di più a carico dei “propri” salariati, dall'altro sottrae strutturalmente e cumulativamente le risorse aggiuntive alla ripartizione nazionale, a danno della popolazione povera del Meridione. Maggiore è la ricchezza incassata, prelevata dalle tasche dei lavoratori, minore è la ricchezza distribuita. Per di più, la bozza prevede che l'entità stessa dei fabbisogni venga col tempo rapportata al gettito fiscale della regione: «I fabbisogni standard sono misurati in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale». Significa che le regioni più ricche offriranno i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza e non dalla eguale natura dei bisogni.

Si obietta che il primo anno il criterio di compartecipazione regionale al gettito avrà come riferimento la “spesa storica” (cioè quanto tradizionalmente si spende regione per regione), come a dire che nessuno sarà penalizzato. Ma l'obiezione è curiosa. Non solo perché si tratta per l'appunto di un criterio di riferimento temporaneo di cui già si programma il superamento in direzione peggiorativa, ma anche perché la “spesa storica” è esattamente la sanzione dell'ingiustizia e della disuguaglianza attuale. Già oggi il regionalismo ha sancito condizioni ineguali in prestazioni e servizi. Già oggi la regionalizzazione della sanità fa sì che esistano 21 sistemi sanitari regionali diversi, con 750.000 malati che devono curarsi fuori regione per assenza di servizi pubblici o costi incompatibili. Già oggi nel Centro-nord le risorse pubbliche complessive pro capite sono di quasi 15.000 euro, in Campania di 10.800. Il rispetto della spesa storica è dunque la sanzione dell'ineguaglianza attuale. L'autonomia differenziata mira solo ad allargarla ulteriormente e radicalmente a vantaggio dei ricchi. La secessione dei ricchi non è un argomento propagandistico, ma la realtà di un progetto.


CHI PAGA? IL SACCHEGGIO DEI POVERI

Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.
La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.
Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale. Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni. Il padronato del Nord – grande, piccolo e medio – è il beneficiario dichiarato di tutta l'operazione dell'autonomia. La grande partita politica che gioca Salvini è proprio questa. La nuova Lega non può scaricare la vecchia. Può cancellare il suo vecchio leader e la simbologia nordista nel nome della proiezione verso Sud, ma lo può fare solo in cambio di precise contropartite da assicurare al Nord. E la contropartita è una nuova valanga di soldi alle “proprie” imprese. Nella prima legge di stabilità la Lega ha dovuto sacrificare al reddito di cittadinanza il progetto annunciato della flat tax; deve dunque compensare oggi non solo col rilancio di quel progetto ma anche con l'autonomia differenziata. Questo chiedono Fontana e Zaia, grandi elettori di Salvini nella Lega. E il capo ha garantito loro il malloppo.

La Lega cerca i voti dei lavoratori salariati e della popolazione povera del Sud proprio quando carica sul loro portafoglio la più grande regalia ai padroni del Nord.


LA FRANTUMAZIONE TERRITORIALE DELLA CLASSE LAVORATRICE

L'autonomia differenziata non si limita a trattenere localmente una parte sempre più ampia della ricchezza a scapito delle regioni povere. Prevede anche una destrutturazione territoriale di condizioni contrattuali, normative e salariali.

La scuola in particolare sarà investita da un vero ciclone. Lombardia e Veneto ottengono precisi poteri sulla «disciplina, anche mediante contratti regionali integrativi, dell'organizzazione e del rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario». I neoassunti diventeranno dipendenti regionali, chi già lavora potrà scegliere se “trasferirsi” alla Regione. Il risultato sarà la frantumazione su base territoriale del settore più consistente dei lavoratori pubblici. I lavoratori assunti dalla Regione o che sceglieranno il contratto regionale potranno eventualmente ottenere qualche vantaggio corporativo di natura salariale, ma al prezzo della lacerazione della forza contrattuale della categoria e di ogni principio di uguaglianza. A pari lavoro, contratti e stipendi diversi, nella stessa regione e su scala nazionale. Tutto dipenderà dalla residenza. Doveva essere “prima gli italiani!”, è diventato “prima i lombardi, i veneti, gli emiliani!”.

Lo stesso vale per la sanità. La sanità è già in parte a gestione regionale, ma l'autonomia differenziata conferisce ancor più poteri in campo sanitario ai governatori delle regioni interessate. Essi «potranno rendere più flessibile la capacità di gestione della spesa, mediante la rimozione di vincoli specifici presenti e futuri in materia di personale». I vincoli dei contratti nazionali di lavoro «presenti e futuri» potranno dunque essere aggirati, contratti regionali potranno affiancare anche qui quelli nazionali contro ogni logica di tutela sociale, mentre i padroni delle cliniche private potranno allargare con maggiore libertà la torta dei propri affari. Inoltre negli Atti preliminari del disegno di legge si afferma che l'obiettivo è quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione». Una sanità per i residenti. I malati delle regioni del Sud, magari costretti a cercare le cure negli ospedali del Nord a seguito dello sfascio della sanità meridionale, saranno discriminati rispetto ai malati lombardo-veneti. Stessa malattia, diverso trattamento.

Intanto Lombardia e Veneto ottengono più ampi poteri in fatto di previdenza integrativa e sanità integrativa. Non è un caso. Mentre la sanità pubblica nazionale continuerà ad essere falcidiata ogni anno dalle leggi di stabilità (non solo per pagare il debito alle banche e ridurre le tasse ai padroni, ma ora anche per finanziare il surplus fiscale alle regioni ricche), le Regioni beneficiarie faranno affari con le polizze sanitarie private. Magari con campagne promozionali nel nome della “tutela della salute”. Parallelamente, siccome la legge Fornero non è affatto abolita, e giovani non giungeranno mai a 38 o 41 anni di contributi, le regioni autonome si portano avanti con l'affare sempreverde della previdenza integrativa. La stessa Lega che crocifigge a parole la Fornero si appresta a lucrare (in senso letterale) sul suo mantenimento. I lavoratori lombardi, veneti e emiliani sono le prime vittime di questa truffa.


LIBERI TUTTI

Il rafforzamento dei poteri regionali sarà un “liberi tutti” in fatto di gestione dell'ambiente, del territorio, del patrimonio artistico e culturale.

Sui trasporti si gioca una partita enorme. L'Emilia vanta già un'intesa per la potestà legislativa e amministrativa della rete stradale, autostradale, ferroviaria, proprio come la Lombardia: «Sono trasferite al demanio della Regione le tratte autostradali comprese nella rete autostradale nazionale insistente sul territorio lombardo. I beni, gli impianti e le infrastrutture sono retrocesse al demanio della Regione alla scadenza delle concessioni». I governatori potranno dunque decidere sull'affidamento e «l'approvazione di costruzione ed esercizio di autostrade e sulla vigilanza delle medesime». La possibilità fa gola a Zaia, che ancora non ha raggiunto l'accordo per la gestione delle autostrade ma intanto ha inserito in bozza la competenza su 18 tratte ferroviarie e il controllo degli aeroporti. La Regione è pronta a subentrare al ministero nelle trattative miliardarie sulle concessioni. Un passaggio rilevante nella costruzione di relazioni in proprio col capitale e fonti di ulteriori incassi.

Ma è su ambiente e territorio che i nuovi poteri minacciano le conseguenze più pesanti. Tra le competenze richieste dalle tre Regioni c'è la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Considerando che le tre regioni sono quelle segnate già oggi dal consumo del suolo più alto del paese, si tratta della rivendicazione di un via libera definitivo. I governatori puntano alla completa liberalizzazione dei piani di cementificazione e saccheggio. Gli argomenti per cui non c'è nulla di male se è la Regione e non lo Stato ad amministrare il territorio è un argomento a geometria variabile a seconda degli interessi del capitale. Non vale magari per la TAV Torino-Lione, a fronte di interessi borghesi preminenti, ma vale se si tratta delle sorti delle coste e delle foreste, dove ad esempio i poteri della Regione a statuto speciale della Sicilia hanno consentito più agevolmente la peggiore speculazione e la logica di scambio con gli interessi affaristici delle cosche locali. Non è un caso se Lombardia e Veneto guardano alla Sicilia come modello in fatto di competenze paesaggistiche. Lo stesso vale per il patrimonio artistico e culturale. “Che male c'è - dice Salvini - se il direttore di Brera o il soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece che dal ministero dei beni culturali?”. In realtà Brera ai lombardi e l'Accademia di Venezia ai veneti vogliono introdurre una scomposizione del patrimonio artistico su base territoriale, a scapito del suo valore nazionale e universale. Premessa a sua volta dell'ulteriore sviluppo della gestione privatistica e mercantile di tali beni.


QUALE RISPOSTA

Se il disegno autonomistico ha una valenza classista e capitalista, anticapitalista e di classe deve essere la risposta.

C'è bisogno sicuramente di costruire il fronte unitario più vasto in opposizione al disegno.
L'assemblea nazionale della Scuola del 7 luglio a Roma si muove in questa direzione. Un'iniziativa tanto più importante dopo che un mese fa la CGIL ha revocato uno sciopero generale della scuola già indetto, con un regalo insperato al governo in cambio del nulla. E dopo che l'opposizione interna alla CGIL, un fronte di sindacati di base, numerose associazioni della scuola, hanno reagito unitariamente alla revoca mantenendo lo sciopero. Il PCL ha dunque aderito convintamente all'assemblea nazionale del 7 luglio.

Anche l'appello promosso da un gruppo di personalità politiche, sindacali, intellettuali per la formazione di un coordinamento del No alla "secessione dei ricchi" solleva una giusta esigenza unitaria. Tuttavia il taglio essenzialmente costituzional-democratico dell'appello, incentrato sulla “difesa della Repubblica” e sulla proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sui diritti sociali in Italia, ci pare fuorviante.
Le istituzioni della Repubblica sono le stesse che hanno accompagnato e gestito negli ultimi trent'anni l'offensiva contro i diritti del lavoro e le protezioni sociali e ambientali. Lo stesso disegno autonomista si è sviluppato nel varco che queste istituzioni hanno aperto. L'identificazione nelle istituzioni di questa Repubblica collocherebbe il fronte del No nella immagine pubblica sul terreno della conservazione, regalando al populismo reazionario la bandiera del cambiamento e della svolta. La richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta rivolta oltretutto a un parlamento a composizione reazionaria è un ulteriore messaggio di impotenza privo di qualsiasi efficacia pratica.

L'impostazione crediamo vada esattamente rovesciata. È il movimento operaio che in piena autonomia dal governo e dalle istituzioni dello Stato ha il compito di sviluppare la propria inchiesta e mobilitazione. Tre sono le necessità che si tengono insieme, dentro la proposta di una iniziativa di classe indipendente:

1) La CGIL e tutti i sindacati di classe debbono intraprendere su scala nazionale la ricognizione/inventario dei bisogni sociali insoddisfatti dei lavoratori e della popolazione povera di ogni territorio, al Nord, nel Sud, nelle isole: in fatto di servizi sociali, sistema dei trasporti, assetto idrogeologico, bonifiche ambientali. Un inventario che può e deve passare attraverso la promozione di un'azione attiva (assemblee nei luoghi di lavoro, rapporto con le organizzazioni e i comitati ambientalisti, assemblee popolari).

2) Sulla base di questa ricognizione indipendente delle urgenze sociali va definito un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici su scala nazionale, con la quantificazione delle risorse necessarie e della nuova occupazione richiesta: un piano unicamente dettato dalle urgenze sociali, e dunque estraneo ad ogni logica di cosiddetta “compatibilità”. Un piano combinato con la ripartizione del lavoro tra tutti, occupati e disoccupati, attraverso la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (scala mobile delle ore di lavoro).

3) Il piano deve indicare le fonti del proprio finanziamento: cancellazione dei trasferimenti pubblici a imprese e banche private, tassazione progressiva dei grandi patrimoni, tassazione progressiva di rendite e profitti, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro conseguente nazionalizzazione.

Questo piano mira a ricomporre il fronte sociale che governo e Lega vogliono dividere (lavoratori e lavoratrici del Nord e del Sud, pubblici e privati, precari e indeterminati, italiani e immigrati) e a raccogliere attorno ai lavoratori, su scala nazionale, l'insieme della popolazione povera. Attorno a questo piano va aperta una grande vertenza nazionale e una mobilitazione radicale a suo sostegno, in aperta contrapposizione al progetto del governo. Al tempo stesso una lotta reale per tale piano pone inevitabilmente il tema della prospettiva, il tema della soluzione politica necessaria perché esso possa essere davvero realizzato. Per noi questa soluzione è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fondato sulla autorganizzazione democratica e di massa dei lavoratori stessi. L'unico governo che può realizzare queste misure di svolta, e ridisegnare l'ossatura stessa dello Stato in base agli interessi degli sfruttati.

Nel più vasto fronte unico di lotta contro il disegno del governo il PCL porterà questo indirizzo generale di proposta.




Note:

(1) Per questo e i successivi riferimenti legislativi e citazioni: Ecco l’accordo: su scuola e sanità l’Italia è divisa in 2, Lorenzo Giarelli, Il Fatto Quotidiano, 12 Febbraio 2019

Partito Comunista dei Lavoratori

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