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(25 Aprile 2012) Enzo Apicella

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Ci ha lasciato il partigiano Giovannino Marostegan “Gimmi”

commissario politico della brigata pasubiana Gruppo Formazioni garibaldine “Ateo Garemi”

(17 Settembre 2005)

Giovannino Marostegan “Gimmi” nasce a Vicenza il 29 maggio 1916, da famiglia povera di periferia, terzo di sei tra fratelli e sorelle. La madre casalinga; il padre, muratore presso una coperativa, un acceso antifascista, capocellula della zona della Polveriera al quartiere di S. Bortolo; più volte bastonato, incarcerato e “purgato” con l’olio di ricino dai fascisti, tanto che la sua salute ne uscì compromessa al punto da portarlo a morte prematura nell’estate del 1943.

Finite le scuole elementari, “Gimmi” lavorò come garzone di barbiere, prima a Vicenza e poi a Bolzano per un anno e mezzo. A 18 anni venne chiamato alle armi, all’VIII reggimento Bersaglieri a Verona, in una compagnia motociclisti.

Nel ‘37, alla richiesta di volontari per la Spagna, nessuno della sua unità rispose all’appello; il colonnello dispose allora un’estrazione a sorte e tra i sorteggiati toccò anche a “Gimmi”.

Nonostante le sue proteste, fu inviato a Roma con gli altri “volontari” forzati.

Dopo alcuni mesi di permanenza nella capitale, nell’aprile del 1938 arrivò l’ordine di partire. Determinati a resistere, tutti i non volontari decisero di uscire dalla caserma e di recarsi al Corpo d’Armata a protestare. Qui però furono circondati da carabinieri e polizia e riportati indietro su camion.

Dopo un’inutile trattativa col colonnello vennero messi di fronte all’alternativa di partire per la Spagna o finire al carcere militare. Dovettero rassegnarsi a partire.In Spagna. “Gimmi” rimase un anno, dal giugno del ‘38 fino alla fine della guerra civile, come conduttore di motocicletta, senza mai sparare un solo colpo, come aveva promesso a se stesso e al padre.

Tornato a casa, entrò per breve tempo al Lanificio Rossi di Vicenza come cardatore, ma dopo pochi mesi venne richiamato alle armi e destinato al II° reggimento bersaglieri, a Roma, sempre come motociclista. Venne inviato coi commilitoni nella Venezia Giulia per addestramento.
Nel novembre del ‘40 furono imbarcati a Brindisi con destinazione Valona, Albania.

L’aggressione alla Grecia - che pure aveva un governo di destra amico di quello italiano - era stata decisa a freddo dal regime fascista, ma l’accanita resistenza delle forze armate e del popolo greco costrinse gli invasori italiani prima a ritirarsi con gravi perdite, e poi ad attestarsi su linee difensive via via più arretrate.

Così passò il terribile inverno tra il ‘40 e il ‘41, tra duri combattimenti e migliaia di congelamenti. A primavera gli italiani passarono all’offensiva, approfittando parassitariamente della ben più imponente avanzata tedesca da nord e da nord-est, e in breve la Grecia venne piegata.
Anche in questa guerra a “Gimmi” toccò la circostanza, quale motociclista addetto al trasporto di materiale, di non sparare nemmeno un colpo.
“Gimmi”, tra Atene, Tebe e Kalchis trascorse tutto l’anno, l’anno successivo 1942 e oltre metà del ‘43.

Inviato in licenza a causa dell’aggravarsi delle condizioni del padre, una volta giunto a Vicenza ne apprese la morte già avvenuta in sua assenza. Decise di non tornare mai più in Grecia e a questo scopo riuscì anche a ritardare la partenza simulando una malattia.
Fu durante questo mese e più di permanenza in Italia che sopravvenne l’armistizio dell’8 settembre, e, mentre i tedeschi si davano alla caccia di soldati italiani,“Gimmi” decise che da quel momento sarebbe cominciata la sua guerra.
Col futuro cognato Giovanni Savio svaligiò la polveriera vicino a casa sua e nascose casse di armi e munizioni sotto a un campo nei paraggi dell’aeroporto.
Si mise subito i contatto coi cugini, i comunisti Carlo, Bruno e Giordano Campagnolo, e con tutti i compagni che in quei giorni stavano organizzando i primi GAP a Vicenza.
Cominciò l’incetta di armi, il sabotaggio di aerei al suolo, gli attentati alle linee ferroviarie ed elettriche, la propaganda attraverso manifestini incollati sui muri e fatti girare sui luoghi di lavoro.
Tra le azioni più significative la “notte dei fuochi”: saltarono i tralicci della corrente a Vicenza in preparazione dello sciopero generale del 1° marzo ‘44 e l’attentato al Palazzo del Littorio messo a segno da “Gimmi” e Gino Cerchio.
A seguito della scoperta fortuita di una base in allestimento in collina, a Gambugliano, “Gimmi” fu fermato assieme ad altri compagni, ma riuscì con uno stratagemma a scappare e a raggiungere le formazioni di montagna.
Raggiunto il distaccamento garibaldino sull’Altipiano di Asiago, zona di Treschè Conca-Cesuna, ne divenne il comandante alla partenza di Romano Marchi Mirro e Leone Franchini Franco.
Partecipò al concentramento partigiano nella parte nord-occidentale dell’Altipiano, in zona Ghertele-Larici-Manazzi, per raccogliere lanci.
Durante questo periodo, , mise a segno con altri il sequestro di un camion di viveri destinati ai fascisti lungo la strada che dalla Val d’Astico sale a Tonezza.
Come gli altri compagni, subì il rastrellamento che investì in maggio le formazioni in quella zona, disperdendole.
In seguito venne chiamato in Val d’Astico per organizzare, con Alberto Sartori “Carlo” e Germano Baron “Turco”, il btg. Marzarotto.
Divenne commissario del distaccamento al comando di Giuseppe Costa Ivan, con base a Monte
Piano, sul versante destro della Val d’Astico.
Partecipò ai preparativi per ricevere un lancio ai Campiluzzi durante il periodo della zona libera di Posina.
Il rastrellamento, lanciato da un’intera divisione nemica, cominciato all’alba del 12 agosto 1944 e che puntò per primo su Malga Zonta, lo colse con un distaccamento nella vicina Malga Melegna. Frazionatisi a piccoli gruppi, “Gimmi” e compagni riuscirono a mimetizzarsi per tre giorni, senza cibo nè acqua, e a uscire indenni dalla tenaglia.
Nell’ottobre dello stesso anno, incaricato di portare un messaggio ad una missione alleata, venne catturato con Ivan e una staffetta presso le Vezzene, sull’Altipiano di Asiago; nel corso della cattura la staffetta rimase gravemente ferita e “Gimmi” fu colpito da un proiettile a un malleolo.
Durante la marcia di avvicinamento a Lavarone, e quindi prima dell’identificazione che li avrebbe condannati a morte certa, “Gimmi” e Ivan tentarono con successo la fuga.

Col sopraggiungere dell’inverno “Gimmi” restò alla macchia con i pochi che non potevano presentarsi a lavorare nella TODT in quanto ricercati. Il bunker divenne il loro rifugio nella neve e nel gelo pungente.
Nel febbraio 1945, nei pressi del rifugio Campomolon, vennero finalmente raccolti abbondanti lanci, soprattutto di esplosivo, che permisero, in marzo, l’operazione di sabotaggio che doveva bloccare la statale del Brennero e la parallela ferrovia.
Il complesso piano venne realizzato in collaborazione coi gruppi trentini della Val Lagarina (parte meridionale della Val d’Adige) e “Gimmi” vi svolse il ruolo di artificere.
L’ampio franamento provocato in località Murazzi ostruì le vie di comunicazione per almeno una settimana.
Con il sopraggiungere della primavera la guerra volgeva ormai al suo epilogo, in aprile colonne tedesche sempre più numerose risalivano la Val d’Astico fino a farsi un torrente in piena a cominciare dal 26.
Il 30 sembra tutto finito, ma non è così: una smagliatura nella rete informativa non avverte i pochi partigiani di Pedescala che un’ultima colonna in partenza da Arsiero, potentemente armata, sta per imboccare la valle.
Partigiani e popolazione, inconsapevoli del pericolo che incombe, si danno a raccogliere le numerose armi abbandonate nella notte da un reparto di russi collaborazionisti; nell’euforia qualcuno si mette anche a sparacchiare contro gruppetti isolati di tedeschi lungo la strada provinciale di fondovalle, rischiando di colpire anche “Gimmi” che proprio in quei momenti la sta percorrrendo su una moto tedesca requisita.

Per Pedescala suona l’ora della condanna e non vale a salvarla la forte reazione dei partigiani appostati sui versanti, che nonostante tutto riusciranno a inchiodare la colonna per due giorni.
Gli eccidi in paese e nella vicine frazioni di Forni e Settecà faranno alla fine contare 82 morti e numerose case incendiate.
Con questa amara pagina si chiude la vicenda bellica di “Gimmi”, che due anni dopo, di fronte alla restaurazione e all’offensiva antipartigiana, deciderà di partire con la sua compagna per l’Argentina, dove rimarrà 30 anni.
Rimasto vedovo nel 1975, deciderà di lì a qualche anno di tornare in Italia, riallacciando i contatti coi vecchi compagni di lotta.

Sotto l’incalzare della denigrazione della Resistenza, che localmente si manifesta nell’addossare ai partigiani la colpa per la strage di Pedescala, “Gimmi” si è attivato per chiarire ogni aspetto dell’ episodio e per difendere le ragioni e l’onore dei resistenti.
A partire da qui il suo impegno si è allargato fino a ripercorrere tutta la sua esistenza, lasciandoci un importante patrimonio di interviste, foto e scritti.
La sua feconda attività, che ha animato gli ultimi anni della sua lunga vita, ha illuminato anche il cammino dei più giovani compagni che hanno preso nelle loro mani la bandiera della vecchia Resistenza e che dagli insegnamenti di questa traggono forza e guida per condurre a termine la lotta cominciata oltre 60 anni fa.

Onore al compagno “Gimmi”
Hasta la victoria siempre

Compagni della nuova e vecchia resistenza
malgazonta@libero
anpimalo@yahoo.it

Fonte

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