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Sasà Bentivegna, Partigiano

Sasà Bentivegna, Partigiano

(3 Aprile 2012) Enzo Apicella
E' morto ieri a Roma Rosario Bentivegna, che nel 1944 prese parte all’azione di via Rasella contro il Battaglione delle SS Bozen.

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Monfalcone: provocazione fascista della giunta Cisint contro la storia resistenziale della classe operaia cantierina

Un monumento ai difensori italiani dell’Adriatisches Küstenland

(19 Novembre 2019)

Il nucleo isontino del Partito Comunista dei Lavoratori considera provocatoria per la storia resistenziale della classe operaia cantierina e della popolazione lavoratrice del monfalconese la decisione della giunta comunale guidata dalla leghista Cisint di intitolare un monumento celebrativo ad una settantina di difensori italiani dell’Adriatisches Küstenland, l’OZAK, l’ordinamento che ha implementato su queste terre la giurisdizione del Terzo Reich. La mossa dell’amministrazione salviniana è partita dalla pubblicazione del libro "Le vittime monfalconesi durante l'occupazione jugoslava di Monfalcone del maggio - giugno 1945" a firma di Renato Antonini e co-finanziata dall’amministrazione comunale stessa e dalla Lega Nazionale, organizzazione borghese di esuli istro-dalmati dalla configurazione irredentista, nelle grazie particolari di Andreotti all’epoca dell’Ufficio Zone di Confine, e tra i promotori delle recenti manifestazioni sul centenario della marcia dannunziana su Fiume nonchè tra gli ispiratori “culturali” delle giunte comunali di Monfalcone e Gorizia. Ben settantaquattro dei settantotto nominativi, poi ridotti di una unità, sono compresi nell’elenco dei caduti deportati e dispersi repubblichini elaborato nel 2016 dall’istituto Fondazione “Repubblica Sociale Italiana” con sede a Terranuova Bracciolini (AR), consultabile anche on-line. Si tratta soprattutto di personale della Landschutz-Miliz (ridenominazione della Guardia Nazionale Repubblicana voluta dal comando SS dell’OZAK), della X Mas, della polizia politica ed economica, del Servizio Ausiliario Femminile (SAF), di funzionari dell’Organizzazione Todt. Solo una ventina di questi sono nativi dell’isontino di cui una decina appena di Monfalcone.
Si tratta di un attacco contro la tradizione operaia e antifascista della città che ancora una volta viene mimetizzato facendo ricorso all’allucinazione foibologica del blocco reazionario che si è raggruppato attorno alle compagini governative leghiste e che trova cittadinanza politico-culturale nella liturgia della “difesa dell’italianità dei confini orientali” grazie all’istituzionalizzazione della “conciliazione nazionale” voluta da Luciano Violante e gli allora DS. E proprio a Monfalcone l’ex giunta di centrosinistra ha dato riconoscimento istituzionale alle commemorazioni dell’ambigua figura dell’irredentista Pietro Dominutti divenute con gli anni un cenacolo nazionalfascista (oppure una “sensibilità altrui” come disse alla stampa l’allora assessora di Rifondazione comunista con delega alla toponomastica).

La foiba che non c’è
Il casus belli di questa operazione revanscista è sempre quello: la presunta occupazione violenta e non voluta dalle masse popolari locali dei reparti dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (NOV in POJ), e precisamente, nei giorni che vanno dal 1 maggio al 12 giugno 1945 (la durata dell’occupazione jugoslava del triestino che allora comprendeva anche il territorio di Monfalcone).
Ovviamente era impossibile per questi signori – anche per la conformazione geologica di Monfalcone – presentarci l’esistenza di una foiba nel territorio della città dei cantieri che potesse contenere chissà quante migliaia (o decine di migliaia, o perché no milioni?) di italiani ivi gettati da assatanati partigiani sloveni che avrebbero odiato chiunque dicesse “ciao”. Magari gettati vivi con un rigido rituale protocollato dai “titini” che prevedeva terzine di corpi formate da un cadavere e due persone vive legati assieme, protocollo sul quale ci disserta il giornalista confindustriale Mauro Manzin su La Stampa del 5 marzo 2019, pagina 14, e magari ci aggiungiamo la posa sui corpi di un cane nero morto in sintonia con una ipotetica “superstizione slava” secondo una erudita vox populi di “accademici” vetero-repubblichini (si sa, la borghesia è sempre affascinata dall’orrido nelle conversazioni salottiere mentre si ingrassa il culo con il sudore proletario). Ma soprattutto questi deliri falsificanti dei fatti storici denunciano il loro carattere borghese allorchè si dimostrano completamente incapaci di comprendere come la lotta antifascista in questi terre sin dall’inizio del 1942 si sia intrecciata senza soluzione di continuità fra le sue componenti italiana e slovena con tanto di supporto popolare: ciò fu possibile perché sin dall’inizio del XX secolo era esistito un qualcosa che la borghesia non comprende se non in termini di terrore per le sue posizioni di comando: e cioè un movimento operaio, e per giunta con salde tradizioni internazionaliste che nemmeno lo stalino-togliattismo, a livello di base militante, riuscì a scalfire. La classe operaia dei centri costieri e cantieristici di Monfalcone, Trieste, Muggia, Pola, Capodistria, Rovigno e altri minori istriani era tri-nazionale e con una forte tradizione socialista. Su questo i comandi partigiani sloveni poterono contare quando costituirono i comitati di Unità Operaia/Delavska Enotnost a livello di fabbrica e di territorio urbano come organizzazione di massa bi-nazionale a sostegno della lotta partigiana, prima come strutture del terreno e poi come unità combattenti cittadine nella fase finale.

Partito direzione classe
Non idealizziamo certo le impostazioni staliniane in merito al partito e allo Stato operaio della direzione comunista jugoslava, impostazioni che proprio di lì a poco, dalla rottura del 1948 con lo stesso Stalin, si sarebbero concretizzate nella repressione dei comunisti cominformisti, inclusi proprio quei partigiani italiani che erano giunti, o avevano deciso di rimanere, nella nascente Jugoslavia socialista spinti dall’entusiasmo della trascrescenza rivoluzionaria della lotta partigiana contrariamente a quanto accaduto in Italia. Ma l’orientamento del gruppo dirigente titoista di dialettizzarsi con le motivazioni sociali profonde di una lotta popolare di liberazione nazionale, ricomponendola in un blocco sociale anticapitalistico (riassunto in una “dittatura democratica popolare”) strutturato attorno al proletariato rivoluzionario che si voleva incarnato dal Partito Comunista Jugoslavo (secondo uno schema “permanentista” che anticipa le tesi maoiste della primavera 1949), determinerà il salto qualitativo sul piano della coscientizzazione politica per una generazione operaia italiana di avanguardia o di vecchia militanza antifascista (e pure in strati plebei e intellettuali della piccola borghesia) del Friuli, della Venezia-Giulia e dell’Istria.
Questa generazione operaia era spinta, attraverso la forma di soggettivazione politica che quel contesto storico le permetteva (cioè un partito staliniano), da un’esigenza politica assolutamente attuale: opporre allo sfruttamento capitalistico, generatore del fascismo e della guerra imperialista, il governo dei lavoratori e la democrazia proletaria. L’adesione quindi all’ipotesi di annessione dell’isontino e del triestino alla nascente Jugoslavia socialista era una cosciente scelta di campo rivoluzionario definita poi nella prospettiva della VII Repubblica federativa socialista della Regione Giulia come parte italo-slovena della Jugoslavia. E quello che viene taciuto dalla storiografia ufficiale riguarda proprio le manifestazioni pro-Jugoslavia della classe operaia monfalconese nell’immediato dopoguerra e di cui rimane memoria storica nelle scritte scolorite su qualche antico muro. La liberazione di Monfalcone e di Trieste, e i rispettivi territori, avvenne dopo il 25 aprile, all’interno della grande offensiva lanciata dalla IV Armata dell’esercito partigiano jugoslavo contro le forze nazifasciste e collaborazioniste (cetnici serbi, belogardisti sloveni).
Il I maggio 1945 fu proprio la classe operaia del cantiere navale di Monfalcone (allora CRDA oggi Fincantieri), organizzata nei comitati armati di fabbrica, nel Centro di Mobilitazione della brigata Garibaldi-Trieste e nel battaglione GAP del Carso, ad avviare lo smantellamento del dispositivo dell’OZAK in città, nell’entusiasmo della cittadinanza che esponeva dalle finestre le bandiere garibaldine tricolori rossostellate ma che la stessa NOV in POJ donava alle unità partigiane di lingua italiana alle proprie dipendenze operative. Quella stessa classe operaia cantierina che sarà vittima, nel periodo successivo alla liberazione, di repressione politica di piazza da parte della polizia del Governo Militare Alleato anglo-americano (GMA) e della rappresaglia armata dell’irredentismo nazionalista e neofascista (1100 attentati contro partigiani e antifascisti nel periodo 1946-50 tra l’isontino ed il triestino) spesso organizzata da associati alla Lega Nazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori - nucleo isontino

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