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(21 Aprile 2009) Enzo Apicella

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DISSESTO E DEGRADO AMBIENTALI
IL DESTINO DEI PROLETARI!...

(20 Dicembre 2019)

Editoriale del n. 84 di "Alternativa di Classe"

come inquinano 'ste fabbriche

Foto AP

Ad Agosto '18 in Calabria, alle gole del Raganello, 10 morti e 11 feriti per una improvvisa piena; in Ottobre '18, sempre in Calabria altri 3 morti, una mamma con i suoi due bambini, per un nubifragio; in Sicilia, nel palermitano, a Casteldaccia, nel Novembre '18 altre 9 persone morte per lo straripamento del Fiume Milicia. Questi gli eventi più dannosi del 2018, attribuibili direttamente al dissesto idrogeologico.
Nell'ultimo quinquennio computato dal CNR-Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica), il 2014-2018, l'ultimo anno è stato il peggiore, con ben 38 morti, 2 dispersi, 38 feriti e oltre 4.500 tra sfollati e senzatetto in 134 comuni, distribuiti in 19 regioni, per frane ed alluvioni. Il rapporto del CNR riporta che dal 2000 al 2018 le vittime in Italia sono state 438, con una media annua di 23 decessi. In Italia, per il dissesto idrogeologico, due persone al mese perdono la vita, a fronte di territori devastati e di sopravvissuti con prospettive personali rovinate.
Le Alpi, insieme all'Himalaya e alle Ande, sono le catene montuose con il maggior rischio di frane nel mondo. Non è solo una questione di presenza di pendii più ripidi e di faglie naturali; le deforestazioni ed il modo con cui si realizza la viabilità sono aspetti determinanti. La vulnerabilità del territorio italiano, già alta per la sua conformazione geografica, e che, perciò, già richiederebbe adeguate precauzioni negli interventi umani, è acuita da un approccio approssimativo e colpevolmente azzardato.
I ghiacciai alpini sono quelli che risultano avere sofferto di più in tutto il mondo: hanno perso 1,6 metri di spessore, a causa del riscaldamento globale, e perciò delle emissioni gassose! Da uno studio dell'ONU, pubblicato l'anno scorso, l'Italia occupa il settimo posto (in spesa per danni) al mondo per disastri ambientali, di cui il 91% sono climatici e/o meteorologici (siccità, tempeste, alluvioni e ondate di caldo), negli ultimi venti anni. In testa, ovviamente, sono USA e Cina, ma, se si considera il rapporto con le dimensioni geografiche dei Paesi coinvolti, l'Italia risulta seconda solo a Portorico e, forse, al Giappone!...
Quanto sta succedendo a Venezia è poi solo la punta di un iceberg, se constatiamo che l'innalzamento del Mare Mediterraneo, secondo ENEA, minaccia di ricoprire d'acqua ben 5500 kmq di pianure costiere italiane nell'arco dei prossimi 80 anni, mantenendo gli attuali ritmi di crescita. Tra frane e allagamenti, nonostante il fatto che qui finora, di norma, non si sono verificati tornadi ed uragani, o altri “eventi climatici estremi”, il Belpaese è proprio in prima linea!...
Se è vero, come riporta il Rapporto ISPRA pubblicato nel Giugno '18, che il 16,6% del territorio nazionale è a pericolosità da frane medio-alta e/o a pericolosità idraulica di media intensità o superiore, è il 91,1% dei comuni italiani a ricadere in zone a rischio di dissesto idrogeologico! In Europa l'Italia è tra i Paesi a più alto rischio di eventi franosi, mentre il rischio di alluvioni interessa il 12,5% dell'intero territorio. Le regioni maggiormente interessate dal dissesto, cioè a rischio sia di frane, che di alluvioni, sono Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia.
Le frane che mediamente interessano l'intero Paese sono circa cento all'anno, e producono sistematicamente vittime, feriti, evacuazioni e danni a edifici, beni culturali e infrastrutture. Le zone alluvionali, che sono catalogate in base al “tempo di ritorno” del fenomeno finora verificatosi, sono definite “frequenti”, “poco frequenti” o “a scarsa probabilità”. Correlandovi i dati dell'ultimo censimento ISTAT del 2011, sono più di 6 milioni di persone gli esposti a tale rischio, mentre superano i 7 milioni i residenti in territori complessivamente vulnerabili.
Ma il dissesto idrogeologico vede in frane ed alluvioni soltanto gli effetti più catastrofici. In realtà il dissesto comprende tutti i processi di degradazione del suolo, cioè quel processo di varia natura, “degenerativo e irreversibile”, che ne causa una perdita di fertilità sotto i profili fisico-meccanico, chimico e/o biologico, oppure addirittura la sua scomparsa.
Da poco tempo negli ambienti scientifici è stata introdotta la nozione di “consumo di suolo”, dato ambientalmente più significativo. In esso frane e alluvioni rappresentano solo una componente. Le altre sono l'erosione, la diminuzione di materia organica, la contaminazione, la perdita di biodiversità, la salinizzazione e la desertificazione. Si tratta di voci che hanno poco a che vedere con i fenomeni naturali, e nei quali l'origine antropica, cioè legata alle attività umane, è nettamente predominante.
In Europa l'Italia, secondo il Report di ISPRA, è il quinto Paese per consumo di suolo in percentuale (calcolata col metodo di Eurostat); prima di esso, nell'ordine vengono Malta, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, tutti Stati molto meno estesi... E' la prima tra le potenze europee. Nel mondo più del 75% del suolo è degradato, e tale distruzione sta continuando dappertutto, soprattutto ad opera dei Paesi imperialisti, che dirigono lo sviluppo. E' nota, ad esempio, la pratica cinese di acquistare suolo africano, per poi decidere da sola a cosa adibirlo.
E' provato che interrompere la pratica dei “sussidi” internazionali, che oggi interessano la “produzione per agricoltura, pesca, energia e altri settori avrebbe un impatto enorme nel ridurre la pressione sull’ambiente (Rapporto IPBES)” in Africa e Oceania, alleggerirebbe enormemente la pressione su quei suoli! Ecco nel concreto cosa sta comportando oggi il praticare lo “Aiutiamoli a casa loro”!... Intervenire invece contro il degrado in Asia e Africa darebbe in prospettiva risultati dieci volte maggiori di quelli di tali sussidi. Ma il termine temporale in cui il capitale cerca la propria valorizzazione è più breve!...
Intanto Lunedì 2 (forse non a caso il giorno della Commemorazione dei Defunti...) si è aperta a Madrid quella Conferenza sul clima – Cop 25 che, per ciò che i vari governi definiscono “disordini interni” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 83 a pag. 3), un Paese come il Cile non ha potuto ospitare, ma che ugualmente, nella persona della Ministra dell'Ambiente cilena, il Governo di tale Paese ha presieduto e organizzato, mentre la Spagna ha dato il “supporto logistico”.
Al Vertice hanno partecipato, infatti, ufficialmente i ministri dell'ambiente di 196 Paesi, oltre a quello della Unione Europea (UE), presente anche come tale. Erano presenti anche gli USA, nonostante il fatto che Trump non riconosce l'Accordo di Parigi del 2015, ed ha perfino già avviato la procedura di revoca della firma, che si dovrebbe concludere nel giro di un anno. L'evento, fra l'altro, ha avuto anche effetto sul turismo: a Madrid si sono registrate almeno 29mila presenze in più, comprese quelle arrivate per la dimostrazione di Venerdì 6, con la presenza della stessa Greta Thunberg, una marcia, cui è seguito da Sabato 7 un “Controvertice”, il cosiddetto “Vertice Sociale per il Clima”, cui hanno aderito diverse associazioni di base che si muovono su aspetti “ambientali”.
L'ultimo Rapporto della Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) riporta che il riscaldamento globale, maggiore delle peggiori previsioni, ha battuto il record negli ultimi cinque anni. Nel 2018 i livelli globali di anidride carbonica hanno raggiunto le 407,8 parti per milione, quando solo pochi anni fa le 400 ppm erano “impensabili”. Le emissioni, invece di diminuire, sono aumentate. Tra i 58 Paesi, che avrebbero avviato azioni di contenimento, alla prova della scienza nessuno risulta avere attuato politiche sufficienti! I segnali di quanto sta avvenendo sulla crosta terrestre sono evidenti, come avanti descritto, anche qui in Italia, ed infatti all'apertura del Cop25 è stato mostrato proprio quanto sta avvenendo a Venezia, insieme agli incendi della foresta amazzonica.
Di fronte a questo, il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, non ha di certo potuto fare finta di niente, ma ha stigmatizzato il fatto che gli impegni presi dai vari Paesi nei vertici sul clima devono essere più grossi, aumentando la tassazione sulle centrali a carbone dal 2020 e traguardando nel mondo per il 2050 la “neutralità carbonica”, cioè il ripristino di quel “ciclo del carbonio”, che molti anni fa veniva insegnato come perenne e reversibile. Equilibrio, perciò, tra carbonio prodotto e carbonio assorbito dall'ambiente, lasciandone invariata la concentrazione totale nell'atmosfera.
Gli obiettivi caldeggiati dall'ONU sono, inoltre, l'approvazione di nuovi piani nazionali ambientali da parte dei singoli Stati nel 2020, verso una limitazione dell'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi, e la riduzione delle emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010, da raggiungersi entro il 2030. Lo stesso Segretario Generale ha dichiarato che mancare tale obiettivo si tradurrebbe fra 11 anni nell'avere toccato il “punto di non ritorno”.
Come strumento per il raggiungimento degli obiettivi è stata ancora una volta riproposta la regolamentazione dei “Mercati del carbonio”, nonostante il fatto che sia già ripetutamente fallita. Su tali mercati avviene la commercializzazione dei permessi di emissione di anidride carbonica, secondo la logica, formalmente accettata da tutti, di aumentare gli “assorbitori” (suoli, foreste e mari) e di diminuire i “produttori”, cioè le singole attività che, per vari motivi, tra cui la produzione di energia, ricorrono alla combustione, producendo anidride carbonica.
In pratica, è stato introdotto, circa venti anni fa, un ulteriore mercato, attribuendo dei valori di scambio a tutte le attività che agiscono sul ciclo del carbonio. Da ciò derivano anche meccanismi di compensazione, per cui, in pratica, pagando determinate cifre (dato che “Chi inquina paga”...) si acquista il diritto internazionale a produrre più gas serra, oppure l'aumentare una determinata produzione di gas serra può essere compensato dalla diminuzione di un'altra analoga, ma di diversa entità.
Con tutto quello che una logica di questo tipo comporta. In Belgio, ad esempio, pare che Arcelor-Mittal, la multinazionale attualmente padrona della ex-ILVA di Taranto, avesse ricevuto alcune quote di anidride carbonica (gas serra) dallo Stato, durante una sua trattativa al ribasso su una acciaieria di tale Paese, per poi rivenderle in Borsa senza produrre gas, guadagnando su tutta la linea.
La difficoltà delle trattative fra Stati, per arrivare a convenzioni accettate, risiede perciò nei contrastanti interessi economici delle imprese nazionali, difesi da ognuno di essi, e, pur nella volontà unanimamente dichiarata di migliorare la situazione climatica del pianeta, tutti hanno qualcosa da eccepire sulle proposte altrui, rendendo improbabile il raggiungimento di accordi. In tale contesto, può apparire “virtuosa” la Unione Europea, che si è data un “Sistema per lo scambio delle quote di emissione” verso l'obiettivo di “ridurre le emissioni dei gas serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990”!...
In realtà anche nel “Mercato del Carbonio”, come avviene per ogni transazione nell'ambito del sistema economico capitalistico, i Paesi più poveri sono svantaggiati, ed hanno un motivo in più per chiedere sostegni all'ONU, e perciò agli stessi Paesi imperialisti, indebitandosi e legando ancora di più le loro economie al carro dei Paesi dominanti. La discussione alla “UN Climate Change Conference” di Madrid puntava, infatti, a rivedere ed aggiornare il Regolamento attuativo dell'Accordo di Parigi, definito l'anno scorso al Cop 24 di Katowice, in Polonia, cioè il Programma di Lavoro denominato “Paris Agreement Work Programme (PAWP)”.
E' questo il contesto in cui si è discusso, così, di uno stanziamento di 100 miliardi di dollari già a partire dal 2020 “per sostenere” azioni di “mitigazione” da parte dei “Paesi in via di sviluppo”, cosa che servirebbe, in realtà, a ridare impulso ai, sopra descritti, meccanismi dei “sussidi”. In effetti, è proprio un circolo vizioso, dal quale pare impossibile uscire! E comunque, la trattativa fra gli Stati verso il prossimo Cop 26 previsto l'anno prossimo a Glasgow, in Scozia, è stata faticosissima, è continuata oltre il termine previsto di Venerdì 13 ed il giorno dopo ha concluso senza che nessuno dei Paesi che producono di più i gas serra abbia annunciato un obiettivo più radicale di una loro diminuzione. E tutte le decisioni sui nodi principali sono stati rinviate di un anno.
Per restare all'Italia, neppure la cosiddetta “svolta verde”, che il Governo Conte bis sta strumentalmente intraprendendo (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 82 a pag. 1), nell'ambito delle scelte UE di agevolare tali investimenti, non conteggiandoli nel rapporto debito/PIL, e che potrebbe concretamente fare poco o niente a favore del clima, riesce a trovare un accordo unanime delle forze borghesi. Registra, infatti, una, peraltro altrettanto strumentale, “ferma opposizione” del centro-destra, quando si parla, ad esempio, di tassare di più l'uso della plastica...
Ancora maggiori difficoltà sono ovunque incontrate dalle scelte che favoriscono radicalmente l'ambiente, dato che tutti si dicono per un “ambiente pulito”, ma solo a parole. Ciò testimonia il fatto che l'inquinamento, il degrado e il dissesto sono sottoprodotti dello sviluppo capitalistico. Esso, infatti, per sua natura, non può sacrificare niente del meccanismo della produzione di plusvalore, e perciò di profitto, a vantaggio di un obiettivo diverso, sia esso di natura sociale, che ambientale. UOMO E NATURA PER IL CAPITALE SONO (solo) RISORSE DA SFRUTTARE!
Anzi, data la natura pervasiva dello sviluppo capitalistico, che tende ad inglobare qualsiasi aspetto della vita delle persone, finanche in materia di ripristino ambientale il capitale punta a ricavare plusvalore, perciò un intervento che muove a favore dell'ambiente viene intrapreso solo se è economicamente appetibile e garantisce profitto. E' questa l'unica molla alla base dell'azione delle imprese, e, se anche vi fosse altro, l'impresa sarebbe destinata al fallimento. Prima o dopo. In definitiva, succede che il sistema capitalistico produce inquinamento, ed esso stesso provvede a commercializzare prodotti per il disinquinamento! Se fanno realizzare profitto.
Insomma, affidarsi ad esso, o anche solo chiedere ai governanti, che ne esprimono gli interessi sul piano politico, di programmare, e soprattutto di attuare, interventi risolutivi in campo ambientale, è un po' come fare custodire le pecore ai lupi!... Nonostante la buonafede, un movimento, come quello simboleggiato da Greta Thunberg, può essere, di fatto, complementare ai consessi dell'ONU, in cui gli Stati sono protagonisti, perché continua ad accreditarli di aspettative destinate ad andare deluse.
Certamente nel movimento “Fridays for future” molti giovani si impegnano verso obiettivi sacrosanti, quanto sentiti, ma è necessario che le analisi non si fermino alle apparenze, in superficie. Vanno compresi fino in fondo e molto bene i processi per i quali anche le decisioni più minimali per la tutela dell'ambiente continuano a finire in niente! Ed è fondamentale anche l'aggiornamento su quanto sta avvenendo sia sul piano tecnico-scientifico, che su quello del mercato. Tenendo presente che ogni valore-limite in campo ambientale quasi mai risponde soltanto a valutazioni scientifiche, ma viene modificato nel tempo anche in relazione alla sensibilità sociale che viene manifestata ed alle modalità che le manifestazioni assumono.
Non può stupire, ad esempio, il dato che il fatturato mondiale sul commercio di sistemi di disinquinamento dell'aria indoor è più che raddoppiato nel mondo (Asia, Europa e USA) dal 2000 ad oggi, e che ad adottare i primi sistemi di “ambienti costruiti” totalmente siano alberghi esclusivi (esempi oggi in Gran Bretagna e ad Abu Dhabi). Anche la qualità ambientale è un obiettivo della classe privilegiata, che sempre più lo vede come riservato per i propri esponenti.
E' il dominio del capitale, esteso ormai a livello mondiale, a indirizzare la stessa ricerca in modo selettivo, e non da oggi!... La borghesia internazionale riserva sempre più solo a se stessa ogni risorsa importante, e sia l'uomo, che l'ambiente, sono visti sempre più come a servizio della propria classe. Strumenti per garantire il loro benessere. Sul piano sociale, come sul piano ambientale, è solo la lotta di classe che può ottenere risultati a carattere generale, e non elitario. La democrazia borghese può arrivare, al massimo, a garantire un certo livello per le masse (“sufficiente” o meno) ed il benessere solo “a chi se lo può permettere”!

Alternativa di Classe

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