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POLICIA MILITAR DO BRASIL:
UN CANCRO MAI ESTIRPATO

(7 Aprile 2020)

Dal n. 87 di "Alternativa di Classe"

José Sarney

J. Sarney

Nel 1988, quattro anni dopo che la dittatura militare anticomunista era finita, in Brasile, sotto la presidenza di J. Sarney, venne approvata una nuova Costituzione federale repubblicana. Tale Costituzione mantenne, tra le Forze di Polizia, secondo l'articolo 144, la “Policia Militar”, forza ausiliaria dell'Esercito brasiliano, formata in massima parte dagli stessi elementi del precedente regime, e presente in ognuno dei 27 Stati brasiliani, sotto il comando di un ufficiale superiore, subordinato al Governatore del singolo Stato. Tale Corpo, suddiviso in Battaglioni e presente a tutt'oggi, ha anche compiti di polizia in termini di “ordine pubblico”.
In ogni Stato la retribuzione dei militari da esso dipendenti è diversa e rispecchia la relativa condizione economica media. Nel Nord-est del Paese a prevalenza agricola, e perciò soggetto alla siccità, sono le più vaste sacche di povertà, ma diverse baraccopoli, le famose “favelas”, in cui vivono in tutto ben 50 milioni di persone, compresi i contadini poveri che emigrano spesso proprio dal Nord-est, si trovano nelle periferie dei centri maggiori, soprattutto San Paolo e Rio de Janeiro, capitali dei rispettivi Stati. Nel tempo lì si sono succeduti numerosi episodi di violenze a cura di elementi della “Policia Militar”.
Tali violenze, del tipo di quelle storicamente perpetrate dalle organizzazioni militari e/o paramilitari che sostenevano le dittature sudamericane, sono state definite anch'esse come opera di “Squadroni della morte”, intendendo con tale definizione un “gruppo di persone armate che agiscono con il fine di assassinare civili, solitamente inermi, perseguendo, usualmente, fini politici”. La “Policia Militar do Brasil”, coperta dalla Costituzione del '88, ha, infatti, agito quasi sempre abusando della autorità ad essa derivante dalla divisa indossata dai suoi membri.
Nei quartieri poveri il degrado delle condizioni di vita, fatte di miseria e soprusi da ogni parte, registra la diffusione di droga e prostituzione, anche minorile, oltre alle altre attività malavitose, e questo ha legittimato agli occhi della opinione pubblica anche gli interventi della “Policia Militar”. In ogni caso, gli interventi degli “Squadroni della morte” non hanno di certo mai teso a punire i responsabili di atti criminosi, ma hanno puntato ad affermare con metodi terroristici la propria supremazia nelle aree interessate.
Esemplificativo è quanto avvenne il 31 Marzo 2005, esattamente quindici anni fa, quando, cioè, nelle strade cittadine di Nova Iguacu e Queimados, nel distretto di Baixada Fluminense di Rio de Janeiro, un gruppo, formato soprattutto da militari della “Policia Militar”, arrivò sparando a caso sui passanti, ed uccidendo ben 29 persone. Una vera strage.
Gli “Squadroni della morte” non sono composti sempre e soltanto da militari, ma a volte agiscono insieme a civili, “legittimati” dal fatto di agire appunto con dei militari, oppure insieme a vigilantes al soldo di privati. Una sorta di mafia legalizzata. Spesso, infatti, sono emersi legami, oltre che con precisi grossi interessi economici, anche con pezzi degli stessi apparati dello Stato. Non è escluso che l'abitudine a compiere raid, nei quali gli incursori sparano all'impazzata, ricomprenda anche una sorta di crudele “gioco”, con delle vere e proprie quotazioni dei bersagli; obiettivo pregiato pare che siano i “meninos de rua”, i bambini di strada delle favelas.
A seguito delle indagini condotte da Policia Civil dello Stato e Policia Federal, dipendente dal Ministero del Governo centrale, per i fatti del 31 Marzo furono condannati dieci agenti in servizio della Policia Militar, più uno già pensionato. Gli imputati furono riconosciuti responsabili di altri 15 precedenti omicidi, oltre che di rapimenti a scopo di lucro ed estorsioni di denaro ad alcuni camionisti.
L'episodio di Baixada Fluminense non è stato né il primo e né l'ultimo da parte delle varie polizie militari, che agiscono in una quasi totale impunità. Nonostante il fatto che all'inizio della presidenza di Lula, più per la spinta popolare che per meriti del soggetto, sia stato tentato anche un referendum contro l'uso indiscriminato delle armi, in cui, a dimostrazione del radicamento di tali pratiche, ne prevalse la conferma, il Brasile non ha mai smesso di convivere con tale questione. Del resto, Lula, che prometteva di occuparsi dei lavoratori, lo ha fatto senza disturbare i padroni (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 40 a pag. 4), ed il cosiddetto boom economico, di quando poi aderì ai BRICS, lo dimostra.
L'anno record di morti violente in Brasile è stato il 2012, sotto la presidenza di D. Roussef, con circa 56mila persone, di cui 30mila giovani, ed in massima parte di colore. Nello stesso anno negli Stati di Rio de Janeiro e di San Paolo il 15% dei morti, anche se non in eventi di strage, è stato per mano della Policia Militar e/o di “Squadroni della morte” misti.
Soltanto due anni fa, durante la presidenza di M. Temer, incaricato dopo l'impeachment della Roussef, il clima di diffusa paura nelle favelas, con le sparatorie dei sostenitori dei clan che commerciano in droga, sparatorie sia fra di loro che contro i presunti “giustizieri”, in un quadro di permanente guerriglia urbana, contava l'uccisione di una media di due minorenni al giorno.
Ultimamente, poi, col ritorno della destra di J. Bolsonaro, che si vanta di avere “purificato il Brasile dal comunismo”, ed il verificarsi di alcuni omicidi anche di personaggi più o meno noti a sfondo direttamente politico, la pratica della violenza è sempre in voga: i morti per colpi di arma da fuoco sono molti di più della media mondiale... Spesso i militari parlano di “vendetta”, se non addirittura di “autodifesa”, giustificando così una sorta di “esecuzioni sommarie”.
Anche se non vi sono qui in Italia situazioni ai livelli di quelle delle favelas, sia il “via libera” leghista alla diffusione dell'uso delle armi da fuoco, che, ancora di più, l'odio fomentato da provvedimenti precedenti, come quelli di Minniti sul “decoro urbano”, contro i poveri, favoriscono evoluzioni in tale direzione...
In ogni caso, solo lo sviluppo della lotta di classe, nell'unità con i diseredati e fuori da ogni discriminazione tra proletari fomentata dalla borghesia, rifiutando inoltre il coinvolgimento nello scontro fra fazioni borghesi (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 40 a pag. 4), può contrastare il degrado sociale e la dominazione dell'intreccio tra criminalità organizzata e finanza legale, che governa il Brasile.

Alternativa di Classe

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