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(29 Gennaio 2012) Enzo Apicella

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La detenzione al tempo del coronavirus

(15 Maggio 2020)

Quattordici morti in tre giorni. Questo il bilancio, pesantissimo, delle rivolte scoppiate in molti istituti penitenziari del nostro paese nei giorni compresi tra l’8 ed il 10 marzo scorsi. Le persone recluse nelle carceri italiane protestavano contro alcune delle misure restrittive adottate dal governo al fine di ridurre il contagio del Coronavirus. Quali vie d’uscita a questo incubo possiamo pensare? Ne discute Ylenia, attivista di Non Una di Meno.

la voce delle lotte

La notizia ha scalato velocemente le cronache nazionali, salvo poi scomparire con la stessa rapidità dalla gran parte dei media. Le proteste scoppiano in alcuni istituti (Modena, Milano, Foggia, Rieti, Roma…) l’8 marzo, quando le amministrazioni rendono noto ai detenuti che le visite e i colloqui con i parenti saranno interrotte per prevenire il contagio di coronavirus all’interno delle carceri. La situazione degenera rapidamente, con scontri e tentativi di evasione. Tutto è avvenuto in tempi abbastanza brevi, nei giorni tra l’8 ed il 10 marzo. Diventa quindi difficile riuscire a fare chiarezza su cosa sia realmente accaduto e, soprattutto, su quali siano state le cause dei decessi.

La versione ufficiale arrivata dagli istituti penitenziari parla di overdose da metadone: i detenuti in rivolta avrebbero assaltato, tra le altre cose, le infermerie, riuscendo così a procurarsi medicinali che normalmente vengono somministrati con dosaggi controllati. Una versione che non ci convince: proprio mentre sono in corso proteste violente dentro le nostre carceri, con risposte che immaginiamo tutt’altro che tenere da parte delle forze dell’ordine arrivate a sostegno della polizia penitenziaria, muoiono 14 detenuti, tutti per overdose. Strano, come minimo.

Eppure non abbiamo, e probabilmente non avremo mai, elementi per sostenere tesi alternative.

Il ragionamento da fare è più ampio e va oltre le misure prese per contenere il Covid-19. Ad accedere ogni giorno negli istituti italiani non sono soltanto i parenti delle persone detenute all’interno. Anzi, questi rappresentano probabilmente una percentuale ridotta del totale dei visitatori. Quotidianamente, come è logico, nelle carceri italiane entrano tutti quegli individui che fanno parte dell’amministrazione degli istituti, insieme agli agenti di polizia penitenziari, ad avvocati, operatori e volontari. Le fonti di possibile contagio, quindi, sono molteplici.

Vietare le visite contribuisce senz’altro a ridurre i rischi, ma probabilmente questa misura, presa da sola, potrebbe non essere sufficiente a scongiurare che anche nelle carceri si registrino casi di COVID-19, oltre ad acuire ulteriormente lo stato di isolamento ed il senso di solitudine dei detenuti stessi, privati anche di quei pochi momenti di contatto con i propri affetti. Per chi sta dentro, la sospensione dei colloqui significa essere tagliato fuori dalle comunicazioni non mediate dall’istituzione e non sapere la sorte delle persone care in un momento di crisi.

Per chi sta fuori significa vedere alzarsi ancora di più quei muri che separano da chi sta dentro, far girare ancora di più la propria vita intorno ai ritmi del carcere, in attesa di una telefonata da 5 minuti come unico contatto. Le persone attualmente detenute non hanno informazioni e chi sta fuori non ha strumenti contro questa macchina immobile che è il sistema carcerario. L’impotenza è ciò che li lega.

Sembra allora evidente che gli interventi necessari non riguardino solo la prevenzione, ma anche le modalità per affrontare, nel modo più sicuro possibile, il rischio di un’eventuale diffusione del virus all’interno di uno o più luoghi di detenzione D’altra parte i dati di cui disponiamo parlano chiaro: le nostre carceri sono abbondantemente sovraffollate, con tutte le conseguenze che questo può comportare in una situazione emergenziale come quella in corso. Parliamo di 13-14mila persone in più alla capienza regolamentare. È difficile, infatti, trovare altri termini per definire le condizioni di molti (la maggior parte, purtroppo) degli istituti penitenziari: un sovraffollamento che si attesta attorno al 120%, condizioni igienico-sanitarie carenti, celle in cui l’acqua calda non è che un lontano ricordo o, addirittura, prive di docce. Quello di cui si ha bisogno in questo momento sono celle vuote… Rispetto a tutto questo, però, l’intervento del governo è stato decisamente debole e apertamente caratterizzato da un disprezzo della vita dei carcerati.

Il decreto approvato (e già da più parti ribattezzato impropriamente “svuota carceri”), secondo la stima di Antigone, permetterà la detenzione domiciliare a circa un migliaio di detenuti: nessun indulto, nessuno sconto di pena, quindi. Solo una modifica della modalità di detenzione (dal carcere alla propria abitazione) per di più riguardante un numero di casi sfacciatamente inferiore alle reali necessità. Il tutto adottando una misura che, a tutti gli effetti, fa già parte del nostro ordinamento.

Le misure introdotte con il DL n. 18/2020 – che prevedono per i detenuti in semi-libertà la possibilità di non rientrare in carcere la sera e per i condannati fino a 18 mesi di scontare la pena in detenzione domiciliare, nonostante abbiano prodotto un leggero calo delle presenze nelle carceri, non bastano. Raggiungono potenzialmente una platea di beneficiari insufficiente, ma soprattutto, restano vanificate a causa della indisponibilità nell’immediato di un domicilio per una buona parte delle persone detenute. Si tratta in questo caso, di una condizione che nulla ha a che fare con la pericolosità del richiedente, o con la “meritevolezza” della sua condotta, ma esclusivamente con il suo benessere e le sue relazioni familiari e sociali: se sei solo e senza risorse, resti in carcere anche se saresti potuto andare ai domiciliari. Una evidente ingiustizia. Servirebbero ben altre misure per ridurre la popolazione detenuta e ben altri interventi da parte delle Amministrazioni competenti.

La pandemia attuale riapre, inoltre, una delle profonde ferite del diritto penale italiano. La legge n. 62/2011, in materia di detenute madri, presenta limiti che debbono essere superati. Se le prospettive di riforma erano già urgenti, ora sono ancor più esigenti a causa del sovraffollamento delle carceri. Non ce lo ricordiamo mai, ma forse in questo strano tempo dilatato dell’emergenza sanitaria, alcune cose andrebbero tenute a mente, a partire dai bambini incolpevoli reclusi nelle patrie galere insieme alle madri. In Italia sono 59, secondo l’ultima rilevazione statistica del ministero della Giustizia. 59 bambini che si trovano, per la maggior parte, al interno dei reparti “nido” (mai termine fu meno appropriato) di quegli istituti penitenziari sovraffollati a cui guardiamo con indifferenza, ma che sconfessano uno Stato che parla di tutelare la salute individuale come bene pubblico. La salute di tutte e di tutti. In questa odierna segregazione diffusa, la soluzione migliore (a normativa vigente) sarebbe l’attivazione di misure alternative alla detenzione nella considerazione che il carcere, che non è mai un luogo per bambini di pochi mesi o di 1, 2, 3 anni, a maggior ragione non lo può essere durante lo scoppio di una pandemia. È indispensabile adottare provvedimenti eccezionali e indifferibili tali da non permettere alla diade madre/bambino di continuare a scontare la pena in carcere.

Abbiamo dif ronte una battaglia molto difficile da vincere,quella contro un’opinione pubblica sempre più feroce, sempre più pronta a isolare e punire.

Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate.

Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare migliaia e migliaia di persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità. Il carcere è considerato talmente “naturale” che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno.

Come femministe che cercano di mettere in atto pratiche intersezionali, non possiamo che guardare alle rivolte nelle carceri dei giorni scorsi, alle cause che le hanno provocate e agli effetti che hanno causato, come un pezzo di quelle oppressioni e disuguaglianze su cui questa situazione di emergenza getta luce.

Sappiamo, da tempo, che le carceri e il sistema penitenziario riproducono e legittimano le disuguaglianze che le fondano: in un circolo vizioso costante il carcere produce altro carcere, generando marginalità mentre dichiara di volere provvedere ad un re-inserimento. Il nostro femminismo non è compatibile con la struttura carceraria, con la punizione, il controllo, il dominio sui corpi intesi come “cura”.

Il giustizialismo è frutto di una cultura patriarcale che genera carnefici e vittime ergendosi a tutore dell’uno o dell’altro in un gioco di ruoli che non offre soluzioni, non innesca processi di cambiamento e di liberazione ma genera e riproduce oppressione.

Proprio perché sappiamo che la violenza è strutturale, sappiamo anche che non si può affidare alla repressione il compito di combatterla.

Per questo ci chiediamo: cosa significa vivere uno stato d’eccezione in un carcere che è già, di per sé, stato d’eccezione a tutela della ‘normalità’? Per chi valgono le regole sanitarie che ci chiedono di adottare se in carcere (e in tutti i luoghi di detenzione, come i CPR, o nei luoghi della produzione come le fabbriche) vengono ignorate? Cosa ci dice questo su quali vite valgono?

Il nostro grido di battaglia in questi anni è stato “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo” e per questo non possiamo che sentirci vicine a chi in questi giorni si è ribellato, per protestare contro condizioni strutturali come il sovraffollamento, la mancanza di presidi sanitari e l’essere sottoposti alle decisioni arbitrarie di altri, senza poter accedere direttamente alle informazioni, cose che in questi giorni si trasformano in un’ulteriore condanna.

È urgente, indispensabile, umano e rispettoso dei diritti individuali, ricominciare a parlare di amnistia, indulto e misure che rimettano al centro della discussione l’insostenibilità di questo modo di “fare giustizia” e “applicare pene” cavalcato da una politica incapace ed arrogante. Amnistia e indulto subito, per permettere alla maggior parte delle persone detenute (spesso anziane, malate, tossicodipendenti, con residui di pena bassi, in attesa di giudizio, in semilibertà) di uscire e di usufruire di tutte quelle misure alternative al carcere che spesso sono solo per pochi e poche e che vengono concesse sulle linee dei privilegi.

Ylenia G.

lavocedellelotte.it

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