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Lotta di classe, legge e giustizia borghese

(15 Febbraio 2021)

Da “nuova unità” rivista comunista di politica e cultura, febbraio 2021

viareggio ingiustizia

Come diceva Brecht in questa situazione ogni ipotesi riformista, anche onesta, diventa “un fragile ricamo di ragazza”

Gli operai, i lavoratori e tutte le vittime del profitto e dello sfruttamento, lavorativo o ambientale che hanno avuto a che fare con la giustizia dei padroni e con le loro leggi nei tribunali hanno capito dall’esperienza concreta che chi è potente, chi detiene il potere politico-economico e chi è ricco – con avvocati e consulenti lautamente pagati, sfruttando i sofismi e le interpretazioni di parte, con il “rispetto” per i forti dei giudici - riesce sempre a sfuggire alle sue responsabilità e alle sue colpe.
Nella società capitalista i padroni - responsabili di stragi operaie, sociali o ambientali - restano sempre impuniti, non pagano mai perché a pagare sono sempre le vittime, i lavoratori, le associazioni che denunciano gli assassini e si presentano parte civile nei processi per ottenere giustizia. Perché oltre a non ricevere mai giustizia, sono anche costretti a pagare le spese processuali.
Così è successo nel processo d’appello per le decine di morti d’amianto alla Breda/Ansaldo di Milano e in Cassazione nel processo per la strage ferroviaria di Viareggio, che ha provocato 32 morti bruciati vivi nelle loro case.
Negli anni ’70, quando la lotta di classe e il movimento operaio erano forti, si riusciva a influenzare anche alcuni settori “progressisti” della magistratura che, sotto tale pressione, interpretavano le leggi con un occhio di riguardo per gli operai: magistrati che, davanti alle manifestazioni di massa operaie all'interno dei tribunali, in sostegno dei compagni colpiti dalla repressione o licenziati dallo Stato e dai padroni, non guardavano solo ai diritti dell’impresa e dei manager ma erano costretti a tenere conto anche delle ragioni dei lavoratori.
Oggi in una situazione sociale e politica diversa, con un movimento operaio debole, frazionato e diviso, la difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione e del profitto sono gli unici diritti riconosciuti cui tutti gli altri sono subalterni e sono applicati solo se con questo profitto sono compatibili.
Ormai tutte le leggi riconoscono e difendono la centralità dell’impresa, dei suoi inalienabili diritti, frutto di rapporti di forza che permettono ai padroni una totale libertà nell’uso della forza lavoro, sia nella gestione in azienda, sia nella possibilità di cacciarla in qualsiasi momento, o di trasferire la fabbrica de localizzando, lasciando i lavoratori senza occupazione da un giorno all’altro.
Noi non dimentichiamo che da sempre la magistratura è un’istituzione dello Stato borghese che ha lo scopo di conservare e difendere il sistema economico attuale, ma questo non ci impedisce di rivendicare il nostro diritto alla giustizia e di portare la lotta di classe anche nelle aule dei tribunali dei padroni.
Contro leggi e sentenze ingiuste è necessario lottare per cambiarle. Quando la legge difende l’ingiustizia, ribellarsi e giusto e la resistenza diventa un dovere.
La legge 257 del 1992 che ha messo al bando l’amianto in Italia, non fu un regalo del governo di allora ma il risultato di una lunga la lotta contro l’amianto fatta dai lavoratori e dalle popolazioni ad esso esposte.
Facciamo un esempio. La lotta contro le produzioni nocive d’amianto e le fabbriche di morte, contro le multinazionali che si arricchivano sulla pelle dei lavoratori e delle popolazioni, per impedire che questi assassini per i loro profitti continuassero a uccidere i lavoratori, i loro familiari e le popolazioni, non è mai venuta dall’alto, dalle istituzioni, dalla classe dominante o da quella politica, anche se tutti sapevano della pericolosità dell’amianto. Non hanno fatto niente per salvaguardare la salute dei lavoratori e della popolazione.
Già nel 1983 l’allora Comunità Europea (Cee), tramite la direttiva 477, aveva dichiarato fuori legge l’amianto. Tuttavia per 6 anni nessun governo accolse le seppur timide indicazioni comunitarie e nel 1989 l’Italia fu giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non portò alcuna reazione immediata. Bisognerà attendere il 27 marzo del 1992 perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento sotto la pressione di una mobilitazione dei lavoratori, che per 15 giorni assediano il Parlamento!
La lotta per la sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita si scontra con uno Stato e con istituzioni che, in cambio di qualche investimento straniero o “italiano”, garantiscono non soltanto impunità fiscali ma anche giudiziarie, come la vicenda ILVA di Taranto e tante altre realtà insegnano.
Oggi come ieri, nell’era dell’imperialismo, del capitalismo “moderno”, ai lavoratori è negato ogni diritto, compreso quello a una vita dignitosa e in salute; solo il profitto è garantito.
Nel sistema capitalista tutti i governi, compresi quelli in cui erano presenti sedicenti comunisti, (PRC e PdCI) - cioè lo Stato stesso - si sono dimostrati nemici dei lavoratori.
In questa situazione ogni ipotesi riformista, anche onesta, come diceva Brecht diventa “un fragile ricamo di ragazza”.
In questa società per gli operai, per gli sfruttati non c’è giustizia. La giustizia vale solo per le classi dominanti. È arrivato il momento di scioperare per i nostri interessi, di scendere in piazza assediando i palazzi del potere, riprendendo gli slogan che hanno fatto forte il movimento operaio.
Proletari di tutto il mondo uniamoci nella lotta per il potere operaio è uno slogan sempre valido. Solo in una società socialista, con il potere nelle mani del proletariato, che considera crimini contro l’umanità lo sfruttamento e i morti sul lavoro e del profitto, sarà possibile avere una giustizia proletaria.
Oggi dobbiamo lottare in questa prospettiva, resistere senza arrenderci, non stancandoci di portare sul banco degli accusati gli assassini, anche se questo per chi lotta e per le associazioni delle vittime ha un prezzo salato da pagare: lo dobbiamo ai nostri compagni assassinati dal profitto.

Michele Michelino

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