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(8 Giugno 2010) Enzo Apicella
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Le metropoli francesi in rivolta

"Fin qui tutto bene... il problema non e' la caduta ma l'atterraggio" (da "L'odio" di B. Kassovitz)

(9 Novembre 2005)

Contributo al dibattito della redazione di Contropiano

C’è bisogno di un approfondimento teso ad individuare la geografia politica e sociale di questa nuova fase del conflitto Capitale-Lavoro nella nostra realtà. Da qui è nata la nostra riflessione sulla aree metropolitane come “territorio politico e sociale” dove quantità e qualità delle contraddizioni di classe possono delinearsi con più forza e con capacità egemoniche sulla ricomposizione di un blocco sociale antagonista fortemente frammentato dalla riorganizzazione capitalistica di questi ultimi trenta anni e reso privo di identità di classe dall’egemonia esercitata dal Capitale e che ha sorretto e accompagnato la sua visione di lotta di classe contro il Lavoro. Il carattere regressivo del Capitale, è oggi più evidente e conflittuale proprio nelle metropoli per la concentrazione dei fattori di conflitto tra Capitale e Lavoro.
Le metropoli del capitale vengono ad assumere il carattere di magazzino della forza lavoro in cui domanda e offerta si incontrano ormai in condizioni enormemente più svantaggiose per il Lavoro. Le concentrazioni urbane ammassano quantità sovrabbondante di forza lavoro. In questa nuova concentrazione, la produzione flessibile trova i “requisiti ambientali” idonei per il suo massimo decentramento (e per il massimo accentramento dei poteri decisori) e per la mobilità completa che oggi è la necessaria condizione per la competizione globale capitalistica di questa fase storica.La massa della forza lavoro delle metropoli, quello che potremmo definire il proletariato metropolitano, vive oggi una condizione di crescente degrado che è la diretta conseguenza dell’abbattimento dei costi di riproduzione. E’ un degrado acutizzato dalla precarietà del lavoro, dalle privatizzazioni e dallo smantellamento dei servizi sociali, dall’aumento delle imposte locali, dall’aumento delle tariffe e delle abitazioni, dalla difficoltà di poter usufruire di forme di reddito diverse dal lavoro (sempre più insicuro). I dati della realtà italiana, ci dicono che oggi i lavoratori precari (“atipici”) sono saliti al 24% del lavoro dipendente e almeno il 66% ha un titolo di studio medio-alto, tre di questi lavoratori su quattro guadagnano meno di 1000 euro al mese, quattro su cinque non ritengono affatto il precariato una opportunità di arricchimento (fonte: Rapporti Istat ed Eurispes, 2005).A questa condizione di precarietà lavorativa si affianca anche un degrado delle condizioni sociali complessive: il 40% dei lavoratori giovani è costretto a vivere ancora con i genitori perché non può permettersi un affitto o un mutuo e solo il 6,5% ha figli e solo il 10% è riuscito a “mettere su famiglia”. E’ un livello di insicurezza e incertezza sul futuro che rende oggi i nuovi lavoratori più simili ai vecchi disoccupati che ai lavoratori a tempo indeterminato.

In sostanza le metropoli e la condizione sociale del proletariato metropolitano, rappresentano un terreno importante di sperimentazione e verifica per i sindacati, i movimenti sociali e per l’azione politica dei comunisti, perché potrebbe rivelare quasi “naturalmente” il fronte di lotta sulla riproduzione sociale complessiva proprio lì dove il Capitale ha nuovamente concentrato i settori di classe dopo averli frammentati, delocalizzati, dispersi ed egemonizzati con lo smantellamento dei grandi stabilimenti e della grandi concentrazioni industriali, ma soprattutto lì dove il suo carattere regressivo si manifesta con maggiore violenza.

E’ sufficiente pensare a quelle che sono le ricadute concrete della bolla speculativa immobiliare. Non c’è solo il problema degli affitti stellari o del boom dei prezzi delle case. C’è il problema dello spazio e della concezione stessa dello spazio metropolitano che mette in conflitto esigenze sociali antagoniste. E’ il giornale della Confindustria a dirci che “Lo spazio stradale urbano è un bene scarso e l’uso gratuito di un bene scarso è un non senso dal punto di vista economico”. Risultato: occorre far pagare a tutti la mobilità indipendentemente dal mezzo che si utilizza. Non si tratta di una preoccupazione ecologica sull’inquinamento ma del fatto che, come ci dice una ricerca, il 71% dei lavoratori delle aree metropolitane utilizza il mezzo privato per recarsi al lavoro e questo fattore – oltre a far perdere 1,5 punti di PIL a causa della congestione urbana – deve rappresentare una risorsa economica eliminando l’uso gratuito delle strade pubbliche. La privatizzazione delle aziende di trasporto pubblico è alternativa o del tutto speculare a questa concezione? I fatti ci dicono che la seconda risposta è quella vera. Emerge da questi pochi dati una concezione capitalistica della metropoli che fa dello spazio e del tempo un fattore conflittivo con quella che molti definiscono “qualità della vita”.

Una proiezione dell’ISAE ci dice che le imposte locali sono destinate a triplicarsi entro il 2010 Già negli ultimi dieci anni, le imposte dirette e indirette raccolte dagli enti locali sono passate dai 26,4 miliardi di euro del 1995 agli 87,6 miliardi di euro del 2004. Questa imposizione fiscale per un verso è un effetto del federalismo (anche di quello di Bassanini e non solo di quello leghista) per un altro risponde ad un progetto di autonomizzazione e concentrazione delle risorse su basi locali a disposizione dei poteri forti. La competizione su questo campo, più che sugli interventi destinati ai servizi sociali, si gioca ormai direttamente tra il modello della governance veltroniana e l’aziendalismo di Formigoni. Il primo ha contribuito come pochi alle fortune degli immobiliaristi, il secondo al boom del business della sanità privata e del terzo settore.

Ma la concezione capitalistica della metropoli-impresa e dei modelli di governo ad esso funzionali, hanno via accumulato contraddizioni sociali crescenti e visibili. Dopo decenni di frammentazione e separazione e di fronte al manifestarsi del carattere regressivo del capitalismo, i vari segmenti del blocco sociale antagonista stanno identificando i possibili elementi di ricomposizione: dai movimenti per il reddito sociale a quelli contro il carovita, dagli scioperi dei precari dei call center e del pubblico impiego alle occupazione delle case, dal rifiuto degli inceneritori alle lotte contro le antenne della telefonia mobile, in alcune metropoli del nostro paese si è messo in moto un processo politico e sociale molto interessante su cui sindacati, movimenti e forze politiche della sinistra dovrebbero e potrebbero cominciare a riflettere. Si tratta di movimenti e obiettivi che mettono con evidenza in campo due opzioni contrapposte della riproduzione sociale complessiva e che trovano nelle metropoli un possibile punto di sintesi e di forza per il Lavoro.

Il problema per noi che non siamo sociologi, non è tanto quello di registrare i fenomeni sociali quanto quello di cercare di fornire a questi segmenti di classe e a questi conflitti, una identità ed una soggettività politica e sociale adeguata alle nuove condizioni del conflitto di classe. Se il primo a doversi adeguare è il sindacato (e nel nostro caso il sindacalismo di base a cui guardiamo con maggiore attenzione), anche le organizzazioni politiche della sinistra devono ricominciare a mettere mano a questioni come la lotta per l’egemonia. Alle lotte sociali e sindacali moderne oggi non possiamo non affiancare una idea complessiva dei rapporti sociali e della società.

Abbiamo potuto verificare come la egemonia del pensiero unico liberista (per usare un termine che ci ha perseguitato durante tutti gli anni Novanta) si stia rompendo in più punti.(...) la maledizione degli anni Novanta – una maledizione fatta di egemonia del capitale e tregua sociale assicurata dalla concertazione – sembra poter essere messa in discussione più in profondità.

Oggi diventa rilevante sapere che cosa ha da dire e da proporre la soggettività dei comunisti a quei segmenti della società e del mondo che Giorgio Gattei in un recente convegno a Roma ha definito – con una suggestione azzeccata – gli “egreferenti”, cioè coloro che in questi ultimi anni hanno cessato di essere deferenti verso l’imperialismo e il Capitale e che proprio nelle metropoli possono trovare il punto di rottura tra le aspettative maturate e la realtà messa a disposizione dal capitalismo e il cortocircuito tra quantità e qualità delle contraddizioni di classe.

La redazione di Contropiano per la rete dei comunisti

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