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ANCHE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
E' BARBARIE CAPITALISTICA

(18 Agosto 2022)

Editoriale del n. 116 di "Alternativa di Classe"

la sede oms ginevra

Ginevra: una delle sedi dell'OMS

Finora tutti almeno una volta hanno avuto modo di lamentarsi della tremenda calura estiva: quest'anno è veramente forte, in tutta Europa. E' dal giugno scorso, infatti, che, ad esempio qui in Italia, si registrano temperature molto alte: 2,88°C più della media di riferimento del trentennio 1991/2020. Giugno, ed anche Luglio, si giocano il primato con la caldissima eccezione del 2003. Ed in Francia il caldo ha decisamente superato il record del 2003.
Quest'anno, complessivamente il più caldo che si ricordi dal 1800, si è verificata anche la più grave siccità degli ultimi 70 anni in Italia; e la stessa Presidente del Senato, M. Alberti Casellati, preoccupata dei riflessi economici, perché sollecitata da Confagricoltura, l'associazione delle imprese agricole che stanno reclamando “aiuti”, si è recata Venerdì 5 in Polesine, a Crespino (RO), promettendo finanche nuove opere irrigue.
All'aumento degli incidenti e dei morti (esclusi quelli per COVID-19) sul lavoro, verificatisi quest'anno, rispetto all'anno scorso, il terribile caldo estivo ha contribuito, tanto da costringere INPS ed INAIL ad emettere, congiuntamente, a fine Luglio, nuove “Linee guida”. Queste prevedono, ad evitare “stress termico”, la erogazione di Cassa integrazione ordinaria per lavori da esperire a temperature, anche percepite, maggiori o uguali ai 36°C. Inoltre, a parte gli evidenti rischi aggiuntivi per gli anziani, in Spagna è stato calcolato, a tali temperature, anche un incremento del 25% di rischio di incidenti stradali!...
La forte calura, che, secondo dati ministeriali, a Luglio ha comportato un aumento di decessi del 21 %, è, perciò, un dato di fatto, e in questi ultimi tempi vi sono state, di anno in anno, estati sempre più calde. L'European Trade Union Institute ha calcolato un incremento di rischio sul lavoro del 10 - 15 %, soprattutto per operai edili, agricoli e riders, che prevalentemente lavorano all'aperto. Se nel 2003 c'era ancora chi considerava il caldo come fatto accidentale, ormai è acclarato che la sua causa è di origine antropica, ed è precisamente l'aumento della anidride carbonica, prodotta dalle combustioni e recapitata nell'aria, in quantità tale da aumentare l'effetto serra.
L'anidride carbonica in atmosfera è arrivata, dai 310 ppm misurati negli anni '50, al “valore globale medio” di oltre 419 ppm. Per non tirare in ballo le decine e/o le centinaia di millenni, risulta sicuramente la quantità maggiore di CO2 da quando si ha traccia dell'uomo sulla Terra. E continua a crescere, ad una velocità di più di 2 ppm all'anno! Sue conseguenze sono le ondate di calore, come quelle attuali, nonché la maggiore frequenza di eventi climatici estremi e delle malattie respiratorie. Mentre va riflettuto sul fatto che i livelli nelle città sono ancora maggiori, non si può non osservare che dalle combustioni e dalle altre fonti vengono emesse anche sostanze più inquinanti!
L'ultimo Report della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l'istituzione che ha più contezza della situazione, con seimila città monitorate in 117 Paesi, ha raccolto i dati delle concentrazioni medie a terra di NO2, precursore dell'azoto, e di particolato fine e finissimo (PM10 e PM2,5), cioè le polveri che penetrano nei polmoni, fino al sangue. Il risultato è stato che il 99 % della popolazione mondiale è esposto ad aria malsana, e, soprattutto, che, agghiacciante, sono ben 13 milioni le persone morte in un anno nel mondo per inquinamento atmosferico; morti, peraltro, tutte evitabili!...
Mentre l'esposizione a NO2 risulta diffusa in modo abbastanza uniforme, dato che si tratta di un gas, e comunque nel 23 % dei casi supera i valori-limite, va sottolineato come l'inquinamento da particolati solidi emessi riesce a rimanere sotto i limiti, per i Paesi più ricchi, solo nel 17 % delle città, e, per i Paesi più poveri, addirittura solo nell'1 %! Oltretutto questi ultimi Paesi sono, ovviamente, i meno monitorati!... Anche se nei Paesi più ricchi, dove qualche regolamentazione c'è, i valori riscontrati sono in diminuzione, la situazione rimane, comunque, gravissima, ed il segno di classe sugli effetti è, ancora una volta, evidente.
Le attività che quantitativamente producono più inquinamento sono il traffico veicolare, gli impianti di riscaldamento e le produzioni industriali. Si tratta di attività che necessitano di energia, e la principale fonte di energia è stata, storicamente, e rimane ancora oggi, la combustione di materiali fossili, prima solo solidi, il carbone, poi anche liquidi, l'oro nero, ed infine pure gas. L'insieme di queste emissioni produce il cosiddetto “smog”, ormai presente in tutte le principali città del mondo.
L'inizio dell'era industriale, nell'Ottocento, ha richiesto sempre più grandi quantitativi di energia. A tale esigenza hanno risposto l'invenzione del motore a scoppio e, ancor di più, le centrali termoelettriche, che hanno utilizzato, per il loro funzionamento, i combustibili fossili, presenti in abbondanza e a basso costo. Il modello capitalistico, che cura l'ottenimento del profitto senza porsi altre problematiche, o, al massimo, riportandole ad incrementare il profitto stesso, ha utilizzato le produzioni energetiche con le stesse logiche di fondo: il fabbisogno energetico è sempre dipeso da incrementi nello sviluppo, considerato illimitato e legato solo alla concorrenza.
Negli stessi anni venivano realizzate anche centrali idroelettriche ad acqua fluente, ma non hanno avuto la stessa diffusione, ovviamente, di quelle termoelettriche. Anche se si tratta di una fonte meno inquinante, l'energia utilizzata è stata contraddistinta comunque, come ogni altra merce prodotta nel sistema capitalistico, dallo “spreco”.
Infatti, “il principale tipo di spreco è quello energetico, che è divenuto rilevante verso la fine del 18° secolo, con l’introduzione delle macchine, in particolare di quelle a combustione per la produzione di energia, ed il loro rendimento: se è vero che aumentava la potenzialità produttiva, è anche vero che il consumo energetico diventava ancora maggiore di tale aumento. Lo stesso iniziale passaggio dalla produzione artigianale, con quantità limitate di prodotti, ma di maggiore qualità e durata, alla produzione industriale ha comportato maggiori impatti ambientali e diminuzione dei valori d’uso dei prodotti. (Da “Materiali di base autoprodotti” - Aggiornamento n. 10 a pag. 5)”.
L'anidride carbonica non è l'unico gas a produrre l'effetto serra; il metano, ad esempio, è 80 volte più potente di essa in un periodo di vent'anni. La CO2 è comunque prodotta da ogni combustione di materiali fossili, ed è perciò la principale responsabile dell'effetto serra. L'insieme dei gas che lo producono è detto “gas serra”. I quantitativi maggiori prodotti nel mondo provengono da Cina, USA e UE, nell'ordine. I gas serra assorbono il calore e lo “intrappolano” nell'atmosfera, fenomeno che, pur avendo di per sé favorito la vita sulla Terra, ora, variando significativamente la composizione dell'aria, sta producendo surriscaldamento globale e cambiamenti climatici.
Anche se il cambiamento climatico non è l'unico danno ambientale prodotto dallo sviluppo capitalistico, è probabilmente il principale, per i numerosi effetti dannosi che sta inducendo. Ad esso contribuisce anche la deforestazione che, eliminando alberi, riduce ciò che, nel ciclo del carbonio (vedi anche ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pag. 2), assorbirebbe la anidride carbonica, fornendo nuovamente ossigeno. Poi gli allevamenti intensivi e l'uso di fertilizzanti azotati aumentano i gas serra prodotti.
“I cicli ambientali, formatisi nei millenni, e di cui fa parte l’uomo, sono stati infranti dallo sviluppo dissennato e distruttivo del capitalismo, e, per la accelerazione imprevista con cui si stanno sviluppando le modificazioni artificiali delle risorse ambientali (anche di quelle “non rinnovabili”), la natura, che ha altri tempi, non riesce sempre ad adattare i propri cicli a tali modificazioni. Cresce così, ed è questo il pericolo, la quota di irreversibilità del danno ambientale, mentre occorrerebbe agire per minimizzare, dal punto di vista termodinamico, l’aumento di entropia dovuto alle trasformazioni (Da “Materiali di base autoprodotti – Aggiornamento n. 10 a pag. 7)”.
Conseguenze del cambiamento climatico in atto sono, oltre alle già citate ondate di calore e temperature elevate per tempi prolungati, tempeste più intense e frequenti, con i modelli meteorologici variati ed in ulteriore cambiamento, aumento della siccità, scioglimento dei ghiacciai ed innalzamento dei livelli marini, riduzione della biodiversità e degli ecosistemi, minacce a pesca, agricoltura e pascoli, con aumento della fame, diffusione di insetti nocivi, calamità e inondazioni. A fronte di queste “reazioni naturali” alle attività antropiche, vi sono infrastrutture rigide e complesse realizzate dal capitalismo, progettate senza tener conto dei cambiamenti climatici e dei loro effetti.
Lo sviluppo del capitalismo ha sempre prescisso dalle esigenze dell'ambiente naturale, e vi ha attinto senza porsi alcun problema di effetti secondari. Solo quando tale sviluppo ha cominciato ad entrare in conflitto con gli standard di vita, sempre migliori, della borghesia padrona, nei Paesi più avanzati sono usciti alcuni provvedimenti atti a condizionarne i termini, spostando nel contempo le produzioni più “sporche” nei Paesi più arretrati. Per il proletariato dei Paesi più ricchi, solo la lotta di classe ha garantito migliori condizioni di lavoro e di vita, dentro e fuori dai posti di lavoro.
Il problema del disinquinamento, e la stessa “transizione energetica” verso le energie rinnovabili, sono oggi questioni all'ordine del giorno nei Paesi imperialisti, e vengono affrontati nella misura in cui riescono a garantire nuovi profitti, come è per le “ricostruzioni” dopo le guerre. Nel contempo, dopo avere imposto lo sviluppo capitalistico praticamente in tutto il mondo, questi Paesi puntano il dito contro i Paesi più arretrati, che inquinano di più e/o che usano dippiù le energie fossili, utilizzando ora anche il discorso “ambientale” per mantenere l'oppressione imperialista verso tali Paesi.
Esempi di questo tipo sono rappresentati dalle varie Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici, in cui vengono posti obiettivi irrealizzabili per tutto il mondo, a stento raggiungibili dai Paesi più avanzati stessi, che mostrano le proprie “vocazioni ambientali” alla opinione pubblica internazionale, in confronto con i Paesi poveri o “in via di sviluppo”, dove i meccanismi capitalistici stanno funzionando senza troppi condizionamenti di leggi e normative. Ad esempio, la COP26 di Glasgow del 2021 ha posto l'obiettivo della “Carbon Neutrality” a livello globale per il 2050.
Tale conferenza, organizzata dall'ONU e conclusasi il 13 Novembre 2021, che decideva solo all'unanimità dei 197 Paesi partecipanti, nonostante le pressioni di manifestazioni di diversi giovani attivisti, ha sancito di raggiungere il picco delle emissioni in atmosfera “il più presto possibile”, e che i vari Paesi “si sforzeranno” di rimanere entro un aumento di temperature di 1,5°C all'anno, invece che di 2°C, e dovranno presentare un calendario che illustri come. La “carbon Neutrality” potrà essere raggiunta nella seconda metà del secolo, mentre l'obiettivo è di ridurre nel 2030 del 45 % le emissioni di CO2 rispetto al 2010.
E' stata data tout court la colpa all'India di avere introdotto nel testo finale una “riduzione graduale”, invece che una “eliminazione graduale”, dello “uso del carbone e i finanziamenti per i combustili fossili”. Altro punto di caduta è stata giudicata la ripetizione, ancora una volta, del buon proposito di costituire in 5 anni un Fondo da 500 miliardi di dollari (100 all'anno) per aiutare i Paesi più poveri a ridurre le emissioni di gas serra.
Si tratta, insomma, di vertici, che possono andare ben poco oltre le enunciazioni di buone intenzioni, dato che le scelte di fondo avvengono in altre sedi, e non sono certo appannaggio dei governi, ma del capitale multinazionale. Accordo, invece, vi è stato sui “Mercati del carbonio” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pag. 3), che già esistono in USA, in Cina e nella UE per alcuni settori industriali, e nei quali vengono tradotti in crediti finanziari commerciabili dei “risparmi di emissione”, verso la creazione di un unico mercato globale anche di questi. Praticamente, pagando “si acquista il diritto internazionale a produrre più gas serra”!
Dal vertice i colossi finanziari e gli Stati imperialisti occidentali hanno ottenuto di continuare ad essere accreditati come “impegnati” in una “lotta al cambiamento climatico”, mentre i produttori di combustibili fossili sono riusciti a garantirsi ancora sussidi a proprio favore. La gravità della situazione reale fa sì che esibizioni del genere siano inevitabili, mentre, aldilà di chi continua ad affermare che è ancora possibile “invertire la rotta” pur rimanendo all'interno dell'attuale sistema internazionale, vi è chi, più onestamente, riconosce che ormai vi è una quota irreversibile del danno, e parla di come si possa cercare di compatibilizzare ad essa la vita sulla Terra.
Affermazioni come quella di Larry Fink, CEO di BlackRock ed anima di Wall Street, sulla '“transizione verde”, che sarà “vantaggiosa” solo se potrà “generare utili per gli investitori”; dovrà portare, cioè, “opportunità di business e utile (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 115 a pag. 3)', fanno capire i pesanti limiti, peraltro intrinseci, delle eventuali scelte “ecologiche” del capitale.
Vi sono fenomeni certamente irreversibili qualitativamente, e già avviati, come, ad esempio, lo scioglimento dei ghiacciai, l'innalzamento dei livelli marini e l'acidificazione degli oceani, di cui si può solo cercare di ritardare i devastanti effetti, per ridurli quantitativamente; anche se si azzerasse oggi la produzione di gas serra. Nonostante che si abbia la certezza scientifica che senza le emissioni finora prodotte non sarebbero avvenuti, nessuno pagherà individualmente per questi “regali” alle prossime generazioni!... In realtà, il capitalismo ha tutte le intenzioni, di fatto, di incrementare tali fenomeni, dalle conseguenze catastrofiche!
Quanto successo il 3 Luglio alla Marmolada, quanto sta succedendo da anni a Venezia, e il continuo peggioramento delle condizioni della fauna ittica, vengono venduti dall'informazione, e vissuti a livello di massa, quasi come accidenti “naturali”, e non come prodotti di questo sistema sociale, che asserve l'uomo all'altro uomo, e la natura sempre all'altro uomo!
Il continente che più sta risentendo del cambiamento climatico e dei suoi effetti è proprio quello che i Paesi imperialisti si contendono per la sua ricchezza di materie prime: è l'Africa, in cui si sono già manifestate siccità estrema e piogge estreme, nonché alluvioni, come quelle dell'Uganda; tutti fenomeni che nel tempo ne hanno colpito l'agricoltura, rendendolo ancora più povero, ed incrementando le migrazioni. Eppure negli ultimi tre secoli l'Africa ha prodotto solo il 3 % delle emissioni di gas serra del mondo!...
Vista la irreversibilità, perlomeno di una parte, del danno prodotto, a livello scientifico la discussione è su due direttrici: la mitigazione e l'adattamento. Ed è su questo che si registrano enormi distanze fra necessità e reali possibilità di questo sistema. La scadenza ultima del 2030, posta dal Segretario Generale ONU, A. Guterres (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pag. 3), sulla quale gli Stati e le persone “di buona volontà” dovrebbero agire, ma che di fatto è inarrivabile, vale in pratica solo per rendere possibile un adattamento di massa a condizioni di certo irreversibilmente variate, ma non ancora proibitive!
Ad esempio, l'invenzione dei “termovalorizzatori”, che sarebbero in realtà degli inceneritori, da cui si cerca di recuperare calore, come teoricamente è possibile da qualsiasi combustione esotermica, viene spacciata come novità, che fa recuperare energia. Il gas serra viene prodotto comunque, insieme ad altre emissioni cancerogene, ed i rifiuti, in ultima analisi, vengono soltanto ridotti di volume. Ma si tratta di investimenti che possono essere remunerativi economicamente, ed è questa la cosa principale in questo sistema sociale, nel capitalismo.
Figlia del modello scientifico capitalistico, quello che ha abbracciato le centrali termoelettriche, è anche la energia nucleare, considerata come fonte di energia rinnovabile. In effetti la è, ed a regime non produce gas serra. Il problema è che tale produzione energetica si è diffusa prima ancora che venissero trovate le risposte a tutti i problemi ambientali indotti. Succede, così, che viene spacciata per quella che produce meno morti, mentre i tempi biblici di decadimento delle scorie radioattive prodotte fanno sì che non esistano ancora siti di smaltimento sufficientemente sicuri nel tempo. Senza parlare delle potenzialità distruttive di un malaugurato incidente.
Difficilmente si riuscirà ad uscire dalla falsa alternativa rappresentata da combustibili fossili e nucleare, stante un sistema sociale come quello del capitale, in cui il fabbisogno energetico viene deciso dai movimenti finanziari e dai bisogni indotti dal sistema stesso. Per dare credibilità agli impegni di riduzione delle emissioni, i Paesi imperialisti prevedono un periodo in cui dovrebbero rimanere invariate, se non aumentate, per poi raggiungere il picco, e infine scendere. Intanto, nel breve periodo avranno la “licenza di inquinare” senza critiche!...
Il fatto che non è vero che “stiamo tutti sulla stessa barca” lo rivelano le nuove attenzioni, dopo l'esperienza del COVID-19, date ai sistemi di disinquinamento dell'aria indoor, per i quali va conciliata la massimizzazione della qualità dell'aria con la minimizzazione dei consumi energetici. Negli ultimi anni, oltre alle esperienze di “ambienti costruiti” totalmente, in Gran Bretagna e ad Abu Dhabi (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pag. 4), impressionano le due esperienze, in Brasile e a Dubai, di enormi impianti di sci indoor; quest'ultimo è una sorta di “frigorifero gigante” con neve artificiale ed acqua e aria perfettamente condizionate e controllate.
Come per i rifugi “antiatomici”, costosissimi, si stanno cercando di realizzare ambienti isolati con caratteristiche di (relativa) impermeabilità agli effetti del cambiamento climatico, con microclimi ideali e condizionati. E' l'estremo tentativo della borghesia di sfuggire alla barbarie da essa stessa prodotta, che sia quella della guerra nucleare o gli sconvolgimenti del cambiamento climatico; prodotti costosissimi con un mercato di nicchia per la propria sopravvivenza comunque. E della sorte di milioni di altri uomini, e dell'intera specie, poco importa a chi detiene il potere. UOMO E NATURA PER IL CAPITALE SONO SOLO RISORSE DA SFRUTTARE!
La barbarie, cui cercano di sfuggire, è il futuro che costoro riservano a tutto il resto dell'umanità, sia come guerra generalizzata e nucleare, sia come effetti di invivibilità del cambiamento climatico. L'unica alternativa è il comunismo, il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”. Una ripresa internazionale e vigorosa della lotta di classe è l'unica risorsa per offrire un futuro alla specie, fuori da questo sistema sociale agonizzante...

Alternativa di Classe

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