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Il Mar Mediterraneo si riscalda 3 volte più velocemente rispetto agli oceani

Ma le aree marine protette difendono la fauna ittica dalle ondate di caldo

(12 Marzo 2024)

bio pisa

Logo del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa

Le ondate di caldo marino, interessano sempre più i mari del nostro pianeta, sono dovute a un forte innalzamento della temperatura dell’acqua di 4 o 5 gradi che dura per almeno 5 giorni e stanno mettendo mettendo a rischio la fauna ittica e la sopravvivenza di alcune specie. Ma secondo lo studio “Marine protected areas promote stability of reef fish communities under climate warming”, pubblicato su Nature Communications da un team internazionale di ricercatori coordinato da Lisandro Benedetti-Cecchi del dipartimento di biologia dell’università di Pisa, «Le aree marine protette sono però una risposta in grado di mitigare questo fenomeno dovuto al cambiamento climatico».

Benedetti-Cecchi sottolinea che «E’ noto che le aree marine protette, se ben gestite e con opportuna sorveglianza, hanno effetti positivi sulla fauna marina eliminando o riducendo gli effetti diretti della pesca. Per la prima volta grazie a questo studio abbiamo dimostrato che sono anche in grado di mitigare l’impatto delle ondate di calore».

La ricerca ha riguardato 2,269 specie di pesci costieri che vivono in 357 siti interni alle aree marine protette e 747 siti esterni. All’ateneo pisano spiegano che «I dati provengono da oltre 70mila osservazioni ottenute su intervalli temporali che vanno da un minimo di 5 a un massimo di 28 anni. Le aree marine protette studiate sono sparse in tutto il globo, nel Mediterraneo soprattutto in prossimità delle coste spagnole, poi in Australia, California e Indopacifico. Tutta questa mole di informazioni è stata messa insieme anche grazie alla cosiddetta “citizen science”, la scienza che si realizza con il contributo dei cittadine e cittadini».

Secondo Benedetti-Cecchi, «Le proiezioni suggeriscono che i cambiamenti nel clima oceanico, di cui le ondate di calore sono espressione, si acutizzeranno nei prossimi decenni e che gli attuali tassi di riscaldamento supereranno presto il margine di sicurezza termica di molte specie L’allarme è ancora maggiore per il Mar Mediterraneo, che si sta riscaldando a un ritmo allarmante di tre volte quello dell’oceano globale».

A subire le conseguenze delle ondate di caldo marino è la stabilità dell’intero ecosistema e delle popolazioni, con i pesci erbivori che tendono ad aumentare e i carnivori, come squali, barracuda, cernie o dentici, che invece sono più minacciati. All’università di Pisa avvertono che «Il risultato può essere il collasso dell’intero sistema sino all’estinzione locale di alcune specie. Questi effetti sono però molto mitigati dalle aree marine protette» e i ricercatori fanno notare che «Qui le popolazioni di pesci sono più abbondanti e funzionalmente strutturate rispetto alle aree non protette, conferendo stabilità alle comunità anche in presenza di eventi climatici estremi».

Lo studio fornisce prove evidenti che i benefici di AMP ben gestite vanno oltre gli effetti diretti di mitigazione dei disturbi umani: «Promuovendo l’abbondanza e la stabilità delle specie, mantenendo le fluttuazioni asincrone e preservando la ricchezza funzionale, le AMP possono aiutare a stabilizzare le comunità ittiche della barriera corallina rispetto ai bruschi cambiamenti climatici come quelli associati alle ondate di caldo marino. Sebbene nei prossimi decenni i pesci della barriera corallina saranno sempre più messi alla prova dagli effetti cumulativi delle pressioni umane e dei cambiamenti globali, generalmente hanno maggiori margini di adattamento e resilienza alle ondate di caldo marino se liberati dai disturbi umani diretti. In quanto tali, le AMP hanno il potenziale per svolgere un ruolo sempre più importante nel promuovere la stabilità dei pesci della barriera corallina in un oceano in via di riscaldamento».

Benedetti Cecchi conclude: «Il nostro lavoro vuole enfatizzare l’importanza delle aree marine protette per salvaguardare la fauna marina fornendo supporto alle politiche di conservazione, articolate nelle varie direttive internazionali, come ad esempio la Convention for Biological Diversity, secondo le quali entro il 2030 almeno il 10% della superficie degli oceani dovrebbe essere sottoposta a protezione».

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