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Che Guevara

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(10 Ottobre 2008) Enzo Apicella
41 anni fa veniva assassinato dagli sgherri dell'imperialismo Ernesto Che Guevara

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Rassegna comunista – S.E. MUSSOLINI GOVERNA L’ITALIA

(30 Ottobre 2022)



In occasione del centenario di quella che Amadeo Bordiga definì “una commedia tra forze borghesi” proponiamo ai nostri lettori l’editoriale non firmato del n° 30 di Rassegna comunista, del 31 ottobre 1922. L’articolo, pubblicato su una rivista edita da un Pcd’I ancora diretto dalla sinistra del partito – prima dell’ondata di arresti del febbraio 1923 e del colpo di mano della Terza Internazionale sotto la guida di Zinov’ev, che ne sostituì la direzione con il gruppo facente capo a Gramsci – pur essendo stato scritto a caldo degli avvenimenti, evidenzia con molta chiarezza e con un solido impianto classista la dinamica tra le varie frazioni borghesi italiane che, mediante una coreografica e chiassosa “manifestazione di piazza”, si risolse in un… incarico di governo. Non una “rivoluzione” dunque, come una certa mitografia storica non necessariamente fascista tende ancora a sostenere, facendo mostra di dimenticare che la violenza dello squadrismo fascista aveva come unico obiettivo il proletariato organizzato e non certo il dominio di classe borghese; ma nemmeno un colpo di Stato, con rovesciamento violento del governo e conseguente riforma della costituzione dello Stato – come avverrà in Germania nel 1933 dopo l’incarico di governo conferito al nazismo e come, prima ancora, avverrà parzialmente in Italia nel 1926 ad opera del fascismo stesso – quanto piuttosto una dialettica politica pienamente inserita nel gioco parlamentare seppure esercitata con l’ausilio della pressione extra-parlamentare, ed extra-legale, mobilitando e inquadrando in forme relativamente nuove piccola borghesia e strati intermedi nella difesa dei rapporti capitalistici di produzione.

mussolini vittorio emanuele III

Non è il caso di riepilogare gli avvenimenti di questi ultimi giorni durante i quali, attraverso alla commedia di una insurrezione vittoriosa prima ancora di iniziarsi, i ceti più reazionari d’Italia hanno afferrato le redini del potere. Prescindendo però dalle persone e dagli episodi singoli possiamo tracciare una linea generale destinata a riattaccare l’attuale momento con quello precedente.
La grande adunata di Napoli era destinata, per comune aspettativa, a determinare il programma fascista e lo sviluppo successivo della vita politica italiana. Si attendeva da molti che nella capitale partenopea avvenisse la misura delle reciproche forze dello stato e dello squadrismo in un seguito di tumulti e di incidenti: e forse realmente, ove le camicie nere avessero colà tentato un colpo di violenza ed avessero ripetuti i fasti delle precedenti adunate, il governo avrebbe usato la truppa a reprimere colle armi gli slanci troppo impetuosi dei rinnovatori. Facta sognava di salvare il suo decoro e la sua fortuna nel torneo napoletano e si sentiva sorretto nel suo intendimento dall’atmosfera sfavorevole che il progressivo e rapido svelarsi delle richieste fasciste andava creando contro di queste nei gruppi monopolizzatori del potere.
Era sicuro che ove in Napoli un urto fosse avvenuto, gli squadristi ne avrebbero avuta la peggio ed il nuovo governo, che sarebbe sorto dalle dimissioni comunque decise di Facta, sarebbe ancora stato dominato e diretto dalle frazioni democratiche. Le lunghe trattative di Giolitti tendevano a questo ed il loro arrestarsi a due giorni di distanza dall’adunata non significavano altro che l’attesa dai fatti vicini della conferma di un progetto stabilito.
Ma le intenzioni dei capi fascisti erano ben diverse: Napoli doveva servire ad essi non già a misurare su di un campo di lotta la loro forza armata, ma bensì a constatare il grado di disfacimento e di invilimento dello stato democratico. Ed il loro esperimento ebbe esito insperato chè dinanzi a Mussolini ed ai suoi luogotenenti vennero a prestare rispettoso omaggio i capi civili e militari della città prosternanti dinanzi ad un partito i poteri stessi dello stato. Cosicchè mentre l’on. Facta vedeva giocata a vuoto, nella stupefacente tranquillità che fece quadro al convegno, la sua carta con tanta cura preparata, il fascismo acquistava piena convinzione che qualunque sua azione non avrebbe trovata opposizione risoluta ed efficace.
Questa constatazione permise ai dirigenti fascisti di dare al loro progetto già abbozzato da tempo una definitiva formulazione ed un’ampiezza massima. Ma nello stesso tempo convinse i gruppi democratici dell’urgenza di prendere l’iniziativa della successione ministeriale – può ben dirsi anzi che i fatti di questi ultimi giorni non rappresentano altro che i vari episodi di una gara di velocità delle tre frazioni della borghesia parlamentare per afferrare il potere, ciascuna mossa da interessi particolari oltre che dal generale e principale comune interesse di classe.
Dall’una parte i fascisti, dall’altra le democrazie, nel centro i liberali ed i nazionalisti; ciascun gruppo agendo nelle forme più adatte alla propria organizzazione ed alle proprie tradizioni. Così i primi creavano i loro piani su base militare muovendo nel giuoco le pedine dei propri battaglioni di principi e di triari; le seconde ponevano in valore i loro progetti avallandoli dei nomi autorevoli di ex-ministri e di ex-presidenti militanti nelle loro fila; i terzi sfruttavano le inimicizie reciproche degli altri, le affinità fasciste e l’equivoco della propria posizione. Questi ultimi, come i più deboli, dovevano precipitare gli avvenimenti.
La destra, pure avvalendosi e sfruttando a proprio vantaggio l’azione irruente e risolutiva dei fascisti, non voleva permettere infatti che il mutamento della politica italiana per cento segni preannunciata avvenisse sotto l’egida e nel nome del fascismo. Con una cecità, degna dell’ignoranza della democrazia, la destra immaginava il sicuro rivolgimento come una rèvanche dell’antica destra vinta e spodestata oltre 40 anni or sono dal partito liberale-democratico, e quindi si riteneva investita del diritto di successione. Il presentimento d’essere sicuramente travolta sul terreno dell’azione la convinse a provocare rapidamente una risoluzione ottenibile nel ristretto cerchio delle coulisses politiche romane e di Corte. Ecco la ragione per la quale la sera del 27 ottobre l’on. Riccio, rappresentante della destra nel 2° Ministero Facta, presentava le sue dimissioni dal governo, provocando la generale caduta del Gabinetto.
La situazione si presentava così: i colloqui Giolitti-Mussolini interrotti; la dichiarazione di Giolitti di essere disposto a far un ministero anche senza i fascisti; tutti i leaders democratici ed i capi fascisti lontani da Roma. In un primo momento parve che il progetto della destra potesse attuarsi; la decretata mobilitazione fascista ed i provvedimenti di difesa del governo avevano isolato Roma dal resto dell’Italia; nazionalisti e liberali ebbero campo libero di manovrare, già Salandra appariva, risorgendo ad un tratto dall’oblio, uomo della situazione. Ma a questo punto avvenne il colpo di scena, da tutti inatteso e che più di ogni altra cosa serve a caratterizzare gli attuali avvenimenti: l’intervento del re e l’applicazione della sua volontà, che, ponendosi recisamente contro alla democrazia parlamentare ed ai suoi uomini di fiducia tradizionali, annullava nello stesso tempo i piani salandrini e liberali.
È abbastanza naturale che il marchio della monarchia venga impresso al nuovo governo conservatore che sorge per tentare di ridare al regime le sue attribuzioni man mano rinunciate in 20 anni di governi di sinistra. Lo stupore provocato dall’intervento è dovuto soltanto all’attitudine di uomo democratico che una causa di forza maggiore aveva imposta da tanto tempo al re regnante: il mutamento della situazione generale ha ridato a questi la possibilità di gettare l’impaccio della maschera e di riapparire nella sua naturale e spontanea fisionomia di uomo interessato a conservare ed a difendere il suo trono ed il suo privilegio a costo d’ogni legge e d’ogni fama. È innegabile che il gesto del re, aprendo d’un colpo all’esercito fascista le vie della vittoria incruenta e ponendo sui gagliardetti l’ombra della corona creava improvvisamente un puntello saldo ed insperato al regime; cosicchè governo nuovo e monarchia potevano apparire come comuni trionfatori. Ma è altrettanto vero che il gesto provvisoriamente abile ha posto categoricamente sul terreno la questione monarchica, secondaria fino ad oggi in Italia per l’atteggiamento passivo conservato dal re in tutte le più gravi contingenze della vita politica. Un re che parteggia non può più essere ignorato: il problema della forma dello stato diviene ad un tratto attuale e reale.
Il fascismo non poteva che vincere quando dalla sua parte veniva a schierarsi un alleato così potente: tutto quanto avvenne dal pomeriggio del 29, dal momento in cui il decreto per lo stato d’assedio veniva revocato, perde ogni interesse ed importanza. La situazione era ormai decisa e tutti gli episodi successivi rientrano nell’ambito della piccola cronaca: combinazioni ministeriali, trattative di gruppi, offerte di portafogli, entrata dell’esercito squadrista in Roma, frasi celebri dei nuovi padroni, viltà nauseante dei vecchi avversari convertiti in nuovi lacchè.

Neghiamo all’avvenuto ogni carattere rivoluzionario ed ogni lontana apparenza di colpo di stato.
Una rivoluzione muta un regime: l’esercito fascista si è mobilizzato, ha agito, ha marciato, ha vinto ed ha rinsaldato fortemente il regime monarchico e le sue attribuzioni.
Un colpo di stato abbatte un ceto dirigente e muta le leggi fondamentali d’uno stato: fino ad oggi la vittoria fascista ha rinnovato un gabinetto, conseguenza, se mal non ci apponiamo di ogni normale crisi Ministeriale. Ma tutto l’apparato burocratico dello stato italiano resta intatto; il funzionamento dell’amministrazione non subisce modificazioni; i nuovi capi del governo dichiarano il loro fermo proposito di applicare la legge e di difendere la costituzione; le prime deliberazioni del Consiglio dei Ministri non fanno intravedere un profondo mutamento nella politica interna ed estera.
Come definire allora gli avvenimenti che hanno posto in subbuglio la vita italiana?
Noi abbiamo assistito semplicemente alla legalizzazione di uno stato di fatto che era ormai connaturato al regime, saldo ed accettato da tutti i gruppi della borghesia italiana. Questa, alla fine della guerra, aveva iniziata la sua difesa contro l’attacco del proletariato parandosi di cento orpelli democratici: la democrazia è il regime di resistenza del capitalismo mentre il liberalismo conservatore ne è il regime dei periodi di potenza. In quattro anni di abili manovre i ceti dirigenti borghesi sono riusciti ad arginare successivamente le varie avanzate dei lavoratori, ad arrestarle su di una linea estrema costituita dal compromesso, ognora accennato e mai realizzato, colla socialdemocrazia; ed in questo tempo hanno organizzata la propria ripresa. Quando questa è giunta a maturazione è incominciato il fenomeno inverso: i successivi attacchi del capitalismo arrestati successivamente dalle parziali difese del proletariato; culminanti in quello attuale riportante la classe borghese nelle sue posizioni di potenza precedenti alla guerra.
Il disaccordo fra i vari gruppi borghesi verteva non già sulla necessità di raggiungere questo risultato ma sui modi di conseguirlo; preferendosi dagli uni ancora la continuazione dell’inganno fino ad oggi vigente di uno stato formalmente di sinistra, favorente e proteggente invece le attività antiproletarie affidate ad un’armata non statale; da altri tendendosi all’instaurazione di un governo strettamente reazionario avocante ai propri organi costituzionali la funzione di costrizione e di terrore; dai trionfatori attuali infine propugnandosi e realizzandosi la alleanza ufficiale e dichiarata dello Stato e dell’organizzazione fino ad oggi illegale cui, sia pure con modificazioni di struttura, continuerà ad essere affidato il compito della lotta anti-proletaria.

Il proletariato sorte dalla crisi governativa più prostrato e più indebolito. Com’era più che naturale, sia nel primo momento di apparente contrasto tra fascisti e democrazia, che nel periodo successivo di piena vittoria fascista, i colpi di tutti i gruppi borgesi sono stati diretti verso i sopravvissuti fortilizi operai: in stato d’assedio dichiarato, mentre squadristi e truppa contendevano con gentilezza e cortesia, Camere del Lavoro e giornali sovversivi sono stati incendiati e distrutti; a stato d’assedio annullato, mentre truppa e squadristi si univano nel comune trionfo, giornali sovversivi e Camere del Lavoro sono stati distrutti ed incendiati.
Né una difesa qualsiasi era possibile contro forze così potenti e soverchianti. Nel primo giorno della crisi, quando per un momento parve incombente l’urto fra lo stato e i fascisti, il partito Comunista lanciò da Milano la proposta della ricostituzione immediata dell’Alleanza del Lavoro nella sua forma primitiva e con lo stesso Comitato Centrale completato con la rappresentanza delle minoranze, e della contemporanea dichiarazione dello sciopero generale Nazionale. Era la tattica più elementare che suggeriva di non restare neutrali ad assistere alla crisi che divide ed indebolisce gli avversari ma di gettare nella lotta tutte le proprie forze per volgerla a proprio favore. La proposta comunista superata tosto dall’avvenuto accordo dei gruppi borghesi, ebbe però il risultato di offrire l’occasione ai capi sindacali di dare una nuova prova della loro viltà e della loro incapacità; ed infatti la Confederazione Generale del Lavoro rispose con un pubblico manifesto tacciando di provocatrice la proposta comunista ed invocando dai lavoratori la più supina inerzia di fronte agli avvenimenti; le altre Centrali sindacali non diedero neppure risposta.
Ciò costituì tutta quanta l’attività manifestata dagli organismi del proletariato.
Il partito socialista, nell’assenza di Serrati, per caso nuovamente assente dall’Italia in questo gravissimo momento di crisi, privato dell’Avanti e della sua sede centrale romana, scomparve fino al giorno 30 ottobre dalla scena degli avvenimenti; il partito comunista, stroncate le sue pubblicazioni periodiche, (il Comunista ed il Lavoratore per opera dei fascisti, l’Ordine Nuovo per iniziativa dell’autorità), interrotte le comunicazioni dalla censura ufficiosa, dopo avere lanciata la proposta summenzionata, di fronte alla risoluzione oramai inevitabile degli avvenimenti, reputò inutile ed impossibile ogni altra azione diretta ad influire su di essi. Il partito Unitario dopo essersi vergognosamente compromesso durante la crisi cadendo nell’abile tranello tesogli da Mussolini coll’accettare una ingannevole offerta di collaborazione al Ministero, ha lanciato in data 4 Novembre un manifesto disfattista dichiarante inutile ogni opera ed ogni attività ed invitante il proletariato ad una fatalistica attesa di un’epoca migliore. Gli anarchici, privi di ogni organizzazione, non hanno potuto comunque fare conoscere il loro pensiero o manifestare la loro attività. Il partito Repubblicano, con un ultimo episodio di tradimento, dopo avere qua e là fiancheggiata l’azione fascista, ha trovato una base ancora ignota di compromesso che gli ha valsa dai nuovi dominatori alcune concessioni di attività.
Allo stato dei fatti è impossibile tracciare una prospettiva per il prossimo avvenire, se se ne toglie la sicurezza di una feroce reazione emanante dagli organi dello stato e sorretta dalla perfezionata organizzazione squadrista.
Saranno sciolti i partiti classisti? È più probabile che il nuovo governo tenda a disperderli colla successiva immobilizzazione di tutti i dirigenti e di tutte le loro attività: ma non è da escludersi un colpo di forza che li getti nell’illegalità.
Condurranno a fondo gli unitari la loro tattica di avvicinamento ai fascisti unendo la C.G.L. alle corporazioni fasciste? Il proposito è ormai dichiarato ma aderiranno oggi, i fascisti, nel tripudio del trionfo, alla proposta che mira a fare partecipi del loro potere i vecchi dirigenti dei sindacati classisti, e non preferiranno piuttosto smantellare questi ultimi coll’aiuto di tutto l’apparato dello stato schierato a vantaggio dei loro Sindacati nazionali?
Le ipotesi più varie possono essere affacciate; ma qualunque di essa si realizzi il partito comunista si pone un problema pregiudiziale: quello dell’efficienza della propria organizzazione interna. Nel giorno stesso dell’inizio delle crisi questa necessità si è presentata come essenziale e capitale agli organismi dirigenti e, mentre ogni attività esteriore veniva proibita, l’opera e la cura si rivolgeva a mantenere intatta nel limite possibile la rete dei gruppi e delle sezioni.
Vi è un breve periodo di tempo entro il quale i termini precisi di tutte le questioni dette, verranno precisandosi; in esso il partito comunista, sulla base di precise istruzioni, fisserà la propria struttura rinnovata e rinvigorita. E sarà pronto a riprendere la lotta, con fede immutata nel trionfo del proletariato.

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

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