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Ricordando Stefano Chiarini

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(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
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LA GUERRA IMPERIALISTA, L’OPPORTUNISMO DIFESISTA E IL DISFATTISMO RIVOLUZIONARIO

(12 Ottobre 2023)

Dalla postfazione all’antologia Bagliori nella notte. La Seconda guerra mondiale e gli internazionalisti del «Terzo Fronte», Movimento Reale, luglio 2023.

Bagliori nella notte

IV

Ottolenghi: […] In tempo di guerra, se io, chiamato sotto le armi, mi rifiuto di prestare il giuramento, io vengo deferito ai tribunali militari e mi si passerà per le armi alla prima occasione. Il mio giuramento è una menzogna necessaria, un atto di legittima difesa. Ciò posto, poiché non c’è scampo, io preferisco essere ufficiale e non soldato.

Avellini: E perché mai?

Ottolenghi: Si presenterà certamente una occasione favorevole, per quell’occasione io voglio avere in mano una forza con cui agire. […] Io non sarò allora un fucile e una baionetta, ma cento fucili e cento baionette. E, alla tua salute, anche un paio di mitragliatrici.

Comandante della 11ª: Contro chi vuoi impiegare quelle armi?

Ottolenghi: Contro tutti i comandi.

Comandante della 11ª: E dopo? Aspireresti tu ad essere il comandante supremo?

Ottolenghi: Io aspiro solo a comandare il fuoco. Il giorno X, alzo abbattuto, fuoco a volontà! E vorrei incominciare dal comandante di divisione, chiunque esso sia, poiché son tutti, regolarmente, uno peggiore dell’altro.

Comandante della 11ª: E dopo?

Ottolenghi: Sempre avanti, seguendo la scala gerarchica. Avanti sempre, con ordine e disciplina. Cioè, avanti per modo di dire, perché i veri nostri nemici non sono oltre le nostre trincee. Prima quindi, dietro front, poi avanti, avanti sempre.

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, 1938

Tra le caratteristiche dello stadio imperialistico del capitalismo vi è l’accelerazione ed intensificazione di un fenomeno che rappresenta un potente ostacolo al dispiegarsi del processo rivoluzionario: l’opportunismo.

Il plusvalore addizionale, drenato dalle aree del mondo che garantiscono più ampi margini di valorizzazione del capitale, affluendo nei paesi capitalisticamente maturi diviene in parte fonte di corruzione di vasti strati di aristocrazia operaia, o più in generale di strati salariati privilegiati, cointeressandoli oggettivamente al mantenimento di uno status quo che garantisce loro un superiore tenore di vita.

I riflessi sociali e politici di questo processo sono la permeabilità ideologica dell’aristocrazia operaia alle sirene del nazionalismo borghese e la trasformazione di partiti e organizzazioni operaie, nell’interesse della tenuta del tessuto capitalistico, in partiti e organizzazioni opportuniste. Tali organizzazioni sono direttamente interessate a subordinare l’intero proletariato ai bisogni delle borghesie nazionali, la soddisfazione dei quali – i sovraprofitti imperialistici – ha un’effettiva ricaduta sugli strati privilegiati del proletariato e sulla loro stessa esistenza in quanto organizzazioni. Il prezzo di questa tacita transazione per il partito operaio borghese è nell’opera di mantenimento della stabilità sociale, anche e soprattutto in caso di guerra.

L’opportunismo del partito operaio borghese – partito in senso largo, trasversale e non necessariamente identificabile con una sola organizzazione – in tempo di guerra si manifesta in effetti come socialsciovinismo, socialpatriottismo, socialimperialismo.

Compito specifico del socialimperialismo è quello di ottenere dalla classe operaia, tramite la persuasione e i vincoli organizzativi, la concessione di una tregua sociale allo Stato della borghesia del proprio paese, la “sospensione” della lotta di classe in tempo di guerra, l’approvazione della guerra borghese e dei suoi obiettivi (oppure l’approvazione di fatto della guerra borghese mentre le si attribuiscono obiettivi del tutto immaginari) e il sostegno più o meno attivo all’economia bellica e alla mobilitazione.

Da sempre la principale pellicola ideologica con cui l’opportunismo avvolge l’amara pillola della guerra imperialista è il principio della “difesa” della nazione da un’“aggressione” esterna: il difesismo.

La pubblicistica borghese ha tutto l’interesse a ridurre la complessità delle guerre in generale e di quelle imperialiste in particolare alla frase apodittica: “c’è un aggressore e c’è un aggredito”. Per il marxismo la distinzione tra guerre di aggressione e guerre difensive non è criterio sufficiente per una valutazione complessiva. Da un punto di vista politico-militare l’aggressione e la difesa sono momenti interscambiabili e spesso indistinguibili di un medesimo processo. Uno Stato può attaccare preventivamente un nemico che è prossimo o che si vuol far credere prossimo ad aggredirlo, nel qual caso questo vero o presunto aggressore potenziale avrà modo di accampare il principio della legittima difesa, viceversa, uno Stato può difendersi da un’aggressione nemica provocata intenzionalmente e alla quale si è preparato da tempo. Per il marxismo l’elemento fondamentale nella valutazione di una guerra e ciò che deve determinare l’atteggiamento del proletariato cosciente al riguardo è la definizione del suo contenuto economico, sociale e politico. Se così non fosse, il movimento operaio non potrebbe mai assumere una posizione indipendente nei confronti delle guerre se non nell’eventualità, invero assai remota, che i contendenti si diano appuntamento per attaccarsi nello stesso istante.

Stabilita la natura imperialista di un incipiente conflitto militare, il compito dei rivoluzionari comunisti internazionalisti di tutti i paesi è quello di condurre un’instancabile agitazione contro la guerra per provare a mobilitare le masse affinché ne impediscano lo scatenamento.

Solo un’agitazione di questo tipo, anche qualora non riesca a fermare la guerra, potrebbe costituire un attestato di credibilità politica nei confronti della classe operaia nel momento in cui le inevitabili conseguenze della guerra iniziassero a far sentire il loro peso sulle condizioni di esistenza delle masse.

Il falso internazionalismo interventista, che è una sfumatura “di sinistra” del socialimperialismo, giustifica il proprio “arruolamento” nella schiera dei difesisti teorizzando che l’armamento del proletariato nella guerra definita difensiva, di “resistenza”, di “liberazione”, ecc. – giocoforza sotto il controllo della borghesia – implichi ipso facto la possibilità di rafforzare l’indipendenza di classe e quella di “mettere ipoteche” sul proprio governo borghese a guerra finita, o per lo meno una volta respinte le forze straniere o allentata la loro pressione. Questo meccanico rapporto causa-effetto, indimostrato e indimostrabile, si accompagna però al presupposto che una guerra difensiva, una guerra “giusta”, debba risultare vittoriosa, il che conduce a due constatazioni: la prima è che dal momento che la guerra è diretta dal governo borghese la vittoria bellica non può che rafforzarlo, consolidando l’union sacrée, piuttosto che indebolirlo, rendendo la pretesa che il proletariato armato – ma arruolato e inquadrato dalla borghesia – possa mettervi “ipoteche” del tutto irrealistica e assurda; la seconda è che dando per scontato che la guerra debba risultare vittoriosa, al proletariato non rimane altro da fare che sottomettersi disciplinatamente allo sforzo economico e militare imposto dalla borghesia.

Dal momento che la conduzione della guerra moderna esige unità d’azione e continuità di comando – garantita dalla struttura gerarchica degli eserciti – e dal momento che essa impone l’accentramento di tutti i poteri nelle mani dello Stato Maggiore e del governo borghese, i “patrioti operai”, i falsi internazionalisti difesisti che inseguono la “vittoria” in una guerra imperialista contrabbandata per guerra di “liberazione”, dovranno conseguentemente farsi garanti della completa subordinazione del proletariato allo Stato Maggiore borghese.

Gli internazionalisti non possono assumere una simile posizione opportunista, in primo luogo perché è precisamente l’indebolimento del proprio Stato borghese, conseguente alle sconfitte in guerra, a creare quelle possibilità oggettive attraverso le quali può farsi strada un processo rivoluzionario – non può crearle certamente una vittoria militare imperialista che consolidi l’unità nazionale, con il suo portato materialmente e ideologicamente corruttore di annessioni, riparazioni, indennità –; in secondo luogo perché, nel caso in cui la sconfitta si profili concretamente, la conseguente crescita esponenziale dell’insofferenza verso la guerra da parte del proletariato renderebbe ai suoi occhi i pretesi “internazionalisti” che avessero giustificato quella guerra, e dunque lo sforzo bellico per la “vittoria”, gli odiati e giustamente disprezzati complici della classe che l’ha scatenata.

A tal proposito a nulla varrebbero i tentativi di giustificare l’abbandono di una coerente opposizione internazionalista alla guerra con improbabili contorsionismi tattici in virtù dei quali l’appoggio allo sforzo bellico sarebbe stato fornito proprio in previsione dei suoi effetti catastrofici e potenzialmente rivoluzionari. Sarebbe come immaginarsi un Mussolini che intestasse al proprio “interventismo democratico” e a quello di tutti i socialimperialisti europei il merito dello scoppio della rivoluzione in Russia.

Al contrario, nella guerra imperialista i partiti rivoluzionari di tutti i paesi belligeranti devono rifiutare qualsiasi tregua con la classe dominante e se, dove e quando è possibile, e nelle forme più adatte allo scopo, operare attivamente per la disfatta del governo borghese del proprio paese per trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

I rivoluzionari comunisti internazionalisti devono sempre denunciare la natura imperialistica della guerra, anche accettando di affrontare un iniziale isolamento dalle larghe masse, l’accerchiamento ideologico della propaganda nazionalista e socialsciovinista nonché l’immancabile condizione di illegalità a cui li ridurrà il proprio governo borghese. Nella clandestinità, mentre i militanti più esposti e con ruoli di visibilità saranno chiamati, tenendo conto dei rischi e dei costi concreti, a manifestare apertamente la propria condanna internazionalista della guerra, altri militanti dovranno occuparsi di operare politicamente all’interno del dispositivo militare borghese e la loro consegna non sarà dunque quella della diserzione individuale[1] ma, qualora richiamati sotto le armi, quella di mantenere – se possibile e il più possibile – celata la propria affiliazione politica. Man mano che gli sviluppi bellici, sociali e politici complessivi apriranno agli internazionalisti maggiori ambiti di ricettività per le posizioni rivoluzionarie, essi dovranno condurre un lavoro disfattista – all’inizio cauto e metodico, poi sempre più aperto ed esteso – sia al fronte: per mezzo della propaganda, dell’agitazione, promuovendo proteste dei soldati contro gli ufficiali reazionari, appoggiando eventuali fraternizzazioni spontanee e organizzandole; sia nelle retrovie: organizzando scioperi e appoggiando qualsiasi spontanea manifestazione di malcontento delle masse.

Gli internazionalisti non devono vincolare lo svolgimento di questo lavoro rivoluzionario all’eventualità che un’attività analoga o delle stesse dimensioni abbia luogo nell’esercito e nelle retrovie del paese “nemico”. La rivoluzione proletaria non avrebbe mai luogo se per scoppiare dovesse attendere il verificarsi di condizioni materiali e ideologiche identiche a livello internazionale. Il processo rivoluzionario non è mai simultaneo, e il proletariato cosciente di ciascun paese belligerante che ne abbia l’opportunità deve iniziare la propria lotta senza attendere gli altri. All’eventuale mancanza di un coordinamento internazionale non si può ovviare con l’attendismo inoperoso ma con l’iniziativa sul terreno nazionale, nella consapevolezza che l’esempio è contagioso.

Ciò che maggiormente distingue i difesisti di tutte le sfumature dagli internazionalisti è il fatto che questi ultimi non recedono dalla tattica disfattista neanche di fronte alla possibilità che l’indebolirsi del fronte apra la strada ad un’invasione del territorio nazionale. In queste circostanze, se il governo borghese è in affanno, il proletariato rivoluzionario che ne sia in condizione può e deve tentare di abbattere lo Stato della propria borghesia anche con un esercito nemico che avanzi nel paese. Se il proletariato riesce a prendere il potere, sostituendo la dittatura dei propri organismi a quella dello Stato borghese, suo primo compito sarà quello di provare a giungere ad un’immediata cessazione delle ostilità con le potenze avversarie della propria borghesia rovesciata, anche a prezzo di grandi concessioni, in termini di annessioni e riparazioni, purché servano a rinsaldare il nuovo potere, senza smettere al contempo di organizzare l’agitazione rivoluzionaria tra i soldati degli eserciti nemici e nelle loro retrovie. Questo è in sintesi quanto fecero i bolscevichi in Russia nel corso della Prima guerra mondiale e quello che riteniamo essere l’applicazione della tattica del “disfattismo rivoluzionario”.

Nel caso in cui la potenza imperialistica nemica non intenda venire a patti con il governo rivoluzionario ma prosegua le operazioni belliche per schiacciarlo, il proletariato al potere non può esitare a difendersi[2], ma ciò che difenderebbe con una vera e propria guerra rivoluzionaria sarebbe il proprio potere, non quello della borghesia; si tratterebbe di una guerra combattuta dalla classe operaia nell’interesse della classe operaia, si tratterebbe, per così dire, di un autentico “difesismo rivoluzionario”[3].

Storicamente, l’unica proposta dotata di una qualche legittimità di “difesismo rivoluzionario” in una situazione nella quale il proletariato non avesse ancora preso il potere fu quella elaborata da Friedrich Engels alla fine degli anni ’80 del XIX secolo e sistematizzata in un suo articolo del 1891: Il socialismo in Germania[4]. L’articolo esaminava la possibilità che il Reich tedesco venisse – di lì a pochi anni – coinvolto in una guerra contro la Russia zarista alleata della Repubblica francese, e delineava la linea di condotta della socialdemocrazia tedesca che, nell’eventualità del conflitto, avrebbe dovuto partecipare alla lotta contro la Russia ed anche contro la Francia, qualora quest’ultima fosse intervenuta a fianco dello zar. L’articolo, insieme ad alcune lettere di Engels, è stato ampiamente utilizzato, ventitré anni dopo la sua pubblicazione, dai socialimperialisti tedeschi per giustificare “teoricamente”, in virtù di questo “autorevole precedente”, la propria capitolazione all’imperialismo tedesco. Quello che i socialsciovinisti del 1914 si guardarono bene dal precisare è che lo scritto di Engels si collocava temporalmente all’interno di un’intersezione storica che, pur manifestando elementi anticipatori del nuovo stadio del capitalismo che sarebbe giunto a piena maturazione di lì ad un decennio, manteneva comunque i tratti prevalenti della fase precedente a quella dell’imperialismo.

Partendo dal dato di fatto che in Europa l’eccezionale posizione di forza della socialdemocrazia tedesca rappresentava un unicum, e viste le condizioni complessive delle avanguardie rivoluzionarie in Francia, Italia, Inghilterra, Russia, Spagna ecc., Engels valutò che in quel momento il fulcro del movimento operaio europeo risiedesse essenzialmente in Germania. La Russia era ancora – e lo sarebbe rimasta a lungo – il gendarme d’Europa, in funzione antiproletaria e persino antiborghese. L’avanguardia rivoluzionaria francese, decapitata con la gravosa sconfitta della Comune e ancora in lenta e faticosa ripresa, difficilmente avrebbe potuto impedire l’intervento della borghesia francese contro la Germania a fianco dello zarismo (così come non aveva potuto impedire neanche l’alleanza tra i due paesi), in una guerra a cui la guida moscovita, stanti le caratteristiche sociali e politiche russe, non poteva che imprimere un marchio nettamente reazionario.

Ai fini di un utilizzo proditorio dell’articolo di Engels nel 1914 (e non solo), era necessario togliere ogni rilevanza alla cristallina affermazione secondo cui nel conflitto previsto per il 1894-’95 nessun socialista, di qualsiasi nazionalità fosse, poteva auspicare il trionfo in guerra «dell’attuale governo tedesco, né della repubblica borghese francese, e tantomeno quello dello zar». Ed in effetti, l’articolo di Engels è semmai una conferma, seppure si esplichi per mezzo di una tattica diversa – adeguata alla fase storica ed ai fattori allora presenti nel quadro complessivo – del principio della trasformazione della guerra borghese in guerra civile ed in rivoluzione. Per Engels era fuori questione una tregua sociale con la borghesia tedesca nel corso della guerra, ed in ogni caso non era la borghesia tedesca a doverla vincere. Nella valutazione di Engels quella guerra, combattuta contro la reazione russa, rappresentava per la socialdemocrazia tedesca – che esisteva e rappresentava una potenza reale – un’occasione per accelerare la conquista rivoluzionaria del potere, in quanto a suo parere il conflitto avrebbe potuto essere vinto dalla Germania esclusivamente applicando metodi rivoluzionari: senza nessuna annessione e addirittura cedendo territori (libertà di decisione per Alsazia-Lorena e Schleswig Holstein, ricostituzione della Polonia); l’esatto contrario della politica di rapina e annessioni appoggiata nel 1914 dalla socialdemocrazia tedesca e giustificata falsificando il significato dello scritto di Engels.

Il dato fondamentale che permette di comprendere realmente l’analisi engelsiana è che non tutti i belligeranti di un’ipotetica guerra nel 1894-’95 si sarebbero trovati sul medesimo piano dal punto di vista della formazione economico-sociale complessiva. La vittoria di uno schieramento piuttosto che di un altro in una guerra scatenata dalle borghesie e che vedesse tra i contendenti la reazione semifeudale poteva ancora risultare compatibile con gli interessi del movimento operaio internazionale. L’imperialismo, con la guerra del 1914-’18, rappresenterà quel grande fenomeno uniformante capace di trascinare nella stessa dinamica reazionaria su tutta la linea paesi capitalistici ad un diverso grado di sviluppo, mentre era ormai sufficientemente attestata in Europa la presenza di un movimento operaio in grado di porre le proprie rivendicazioni di classe contro tutte le borghesie.

Se era dunque legittimo per il movimento operaio tedesco nella prima metà degli anni ’90 del XIX secolo adottare una tattica di “difesismo rivoluzionario”, assolutamente ingiustificato era per i bancarottieri del 4 agosto del 1914 o per gran parte del mondo trotskista nel 1939-’40 (per non parlare degli odierni sostenitori della “partecipazione operaia” alle guerre dell’imperialismo) adottare una tattica difesista rivoluzionaria ormai superata dalla piena maturazione imperialista del capitalismo, avvenuta già al volgere del secolo.

Non si rende un servizio a Friedrich Engels ed alle sue illuminanti anticipazioni non riconoscendo che, per motivi storicamente determinati, egli non assistette alla piena maturazione imperialistica del capitalismo e conseguentemente non poté «delineare la strategia per l’epoca dell’imperialismo»[5]. Se si può muovere un appunto ad Engels (che non è certamente il fautore di una linea elettoralistica e gradualista come sostenuto dall’opportunismo) è forse quello di non aver individuato con sufficiente chiarezza i pericoli dello sviluppo dell’opportunismo insiti nella crescita organizzativa del movimento socialdemocratico con il maturare dell’imperialismo; crescita e sviluppo che avrebbero radicalmente trasformato la natura del partito su cui Engels faceva affidamento. È probabilmente si deve a questa mancata individuazione l’eccessivo ottimismo manifestato circa il crescente ruolo della socialdemocrazia nell’esercito tedesco come conseguenza della crescita di influenza del partito nella società e soprattutto tra i giovani operai coscritti nel servizio di leva tedesco. Morto dieci anni prima del 1905 russo, Engels non può assistere alla dinamica storica che trasforma la lotta rivoluzionaria da lotta di masse contro minoranze sociali in guerra civile tra organizzazioni di massa politiche e militari, da un lato proletarie e dall’altro borghesi; non può vedere che in questo contesto la “conquista dell’esercito” da parte del movimento rivoluzionario non può realizzarsi per “progressione aritmetica”, per “riempimento”[6]. Sarà storicamente il compito della successiva generazione di marxisti, Lenin in primis, quello di cogliere questo mutamento sulla base del metodo degli stessi Marx ed Engels.

Si tratterà di una plastica dimostrazione dell’inscindibile legame tra metodo, analisi e princìpi marxisti nella formulazione di una linea di intervento internazionalista e rivoluzionaria. Senza analisi, ad una posizione politica rivoluzionaria non è sufficiente sostenersi solo sul richiamo a princìpi dei quali non si comprende la genesi, e, senza metodo, quell’analisi non è possibile. Per fare una torta sono importanti gli ingredienti ma anche le dosi e il modo in cui gli ingredienti vengono combinati, altrimenti non si ha una “versione” di una determinata torta ma semplicemente un’“altra” torta.

Ciò che ci resta della valutazione tattica di Engels del 1891 è un’inestimabile lezione di applicazione del metodo marxista di analisi ad una realtà concreta, al servizio dei princìpi desunti dall’individuazione scientifica dell’interesse storico della classe operaia. Riproporre la complessa valutazione di Engels come formula sub specie aeternitatis, significa fare astrazione dalle circostanze che la hanno determinata, significa dunque privarla della sua complessità, significa rifiutare proprio ciò che di più prezioso essa ha da insegnare – ovvero, lo ripetiamo, l’applicazione di un metodo – per trasformarla in uno schema utile soltanto per coperture opportuniste o per una riduzione del marxismo a formulario dato una volta e per sempre. Se così fosse, se fosse giustificata la pretesa di un’invarianza del marxismo che trascenda l’invarianza di un metodo che ha dimostrato innegabilmente la sua validità, e che si estenda a tutti gli specifici prodotti dell’elaborazione marxista, allora la specifica valutazione di Engels del 1891, in ossequio a quest’invarianza, avrebbe dovuto imporre la propria sovrastorica validità in tutti i suoi aspetti anche nel 1914, e i socialimperialisti avrebbero potuto, con piena ragione, rivendicare una maggiore “ortodossia” marxista rispetto ai rivoluzionari. Potrebbe essere una riflessione utile ad evitare il vezzo di utilizzare formule suggestive e altisonanti quanto pericolose.

Molto più pericolosi, tuttavia, sono i possibili futuri utilizzi di questa specifica analisi di Engels da parte di nuove forze opportuniste. È perfettamente naturale che formazioni politiche opportuniste che nel loro sviluppo, nella loro crescita organizzativa e nel loro consolidamento hanno beneficiato, beneficiano e beneficeranno del peculiare contesto sociale “europeo” siano consapevoli del fatto che difficilmente troverebbero analoghe condizioni di sviluppo – se non di esistenza – in altre aree del mondo, e che tendano a considerare questo habitat sempre più come uno “spazio vitale” da difendere, «ai fini della rivoluzione europea», in caso di un conflitto interimperialistico che vedesse coinvolto il vecchio continente. Non sarebbe sorprendente allora assistere alla riproposizione della “strategia” di Engels del 1891 – eventualmente con formule ambigue del tipo «non aderire né sabotare» –, “ovviamente” non nell’ottica della «difesa della patria, ma della difesa delle posizioni conquistate», magari da un socialismo o da un leninismo “europei”[7]. In questo caso, a nulla varrebbe postillare che Engels non proponeva di “capitolare di fronte al nemico interno”, per tentare di marcare una distanza con i socialimperialisti del 4 agosto 1914. Già in passato si è assistito all’uso strumentale della posizione di Engels, avulsa dal suo contesto, per giustificare “appoggi critici” a guerre reazionarie, dove la critica era da considerarsi verbale a fronte di un appoggio sostanziale.

NOTE

[1] Salvo che in casi particolari, come ad esempio l’assegnazione, determinata da motivazioni politiche, in “battaglioni punitivi” destinati scientemente ad essere sacrificati per eliminarne i componenti, mediante una sorta di “omicidio legalizzato”.

[2] Ed anche, eventualmente, a passare all’offensiva.

[3] L’eventualità che invece il nemico imperialista della propria borghesia occupi il territorio nazionale prima che possa verificarsi il rovesciamento rivoluzionario sarà esaminata in prosieguo.

[4] F. Engels, Il socialismo in Germania, 1891, in Marx-Engels, Opere, Lotta comunista, Milano, 2020, Vol. 27, pp. 301-316.

[5] Cfr, Engels e la crisi di fine secolo, Lotta comunista, n. 633, maggio 2023.

[6] Cosa che rende la pretesa di un’identità assoluta tra la prospettiva engelsiana del 1891 con la «penetrazione nell’esercito a fini rivoluzionari» operata dai bolscevichi nel corso del primo conflitto imperialistico mondiale del tutto priva di fondamento. Cfr. ibidem.

[7] Sono del recentissimo passato tentativi di proporre con una fraseologia marxista delle false analogie tra un “processo di unificazione europea” nello stadio imperialistico e l’unificazione tedesca del 1864-’71.

coalizioneoperaia.com

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