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1923: LA SCONFITTA TEDESCA E LA CONTRORIVOLUZIONE RUSSA

(22 Febbraio 2024)

Conclusioni dell’introduzione al libro di Larisa Rejsner Amburgo sulle barricate, Movimento Reale, dicembre 2023.

amburgo sulle barricate

L'insurrezione dell’ottobre 1923 ad Amburgo si colloca simbolicamente come atto finale di una fase storica apertasi con l’insurrezione dell’ottobre 1917 a Pietrogrado. È in Germania che avviene lo scontro decisivo tra le forze della rivoluzione e quelle della reazione in Russia.

Fin dall’inizio della Rivoluzione d’ottobre, spinte e controspinte, rivoluzione e controrivoluzione, convivono contrapponendosi. Fino al 1923.

Nella misura in cui la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata non riesce ad avere un corrispettivo, un retroterra nei Paesi industrialmente sviluppati, il mercato mondiale, inevitabilmente, tende rapidamente a riassorbire un’economia russa che non può continuare indefinitamente a mantenere interrotto il legame tra produzione e distribuzione con la politica del comunismo di guerra. Questo processo non può non riflettersi anche sulla sovrastruttura politica di un territorio che, nella misura in cui rimane isolato dalla sconfitta della rivoluzione internazionale deve giocoforza inserirsi nel sistema degli Stati capitalistici, nel quale non può evitare di giocare alle stesse regole di tutti gli altri.

Finché la crisi capitalistica perdura, finché la situazione rimane fluida, le spinte rivoluzionarie nella Russia sovietica tendono a prevalere, ma con sempre maggiore difficoltà e per pochissimo tempo. Con la stabilizzazione del capitalismo le spinte determinate dall’economia, in direzione di un necessario adeguamento della sovrastruttura politica a queste stesse spinte, devono prevalere. Il 1923 segna, da questo punto di vista, il definitivo prevalere delle spinte all’integrazione della Russia nel mercato capitalistico mondiale. Queste spinte, già perfettamente visibili dalla fine del 1919 e interrotte nel 1920 – l’anno della guerra sovietico-polacca, del poderoso sciopero generale in Germania e delle lotte militari del proletariato tedesco –, dopo la sconfitta sulla Vistola e nella Ruhr riprendono slancio, rafforzate da un periodo di stabilità capitalistica che porta la Russia a stringere accordi economici e a cercare alleati per lo Stato russo, sia nei governi borghesi che in quei partiti di massa in grado di esercitare una pressione su questi governi. La breve battuta d’arresto rappresentata dalla crisi del 1923 – circoscritta alla Germania in un quadro di stabilizzazione internazionale – sopravviene in un contesto nel quale il partito della rivoluzione mondiale è ormai in gran parte ostaggio di figure tendenti a oscillare da un estremo tattico all’altro – scimmiottando il realismo marxista di un Lenin ridotto alla caricatura dell’“abile manovratore” capace di escogitare l’espediente giusto al momento giusto – ma in coerenza con la linea mediana degli interessi dello Stato russo e della sua economia di sviluppo capitalistico.

La percezione di una rivoluzione tedesca alle porte, per quanto tardiva, diede fiato per l’ultima volta alle forze marxiste in Russia, permettendo loro di indirizzare ingenti energie e risorse dello Stato sovietico su un “ottobre” tedesco sul quale puntare il tutto per tutto per l’estensione internazionale della rivoluzione proletaria, non senza ritrosie e perplessità espresse dai rappresentanti delle spinte controrivoluzionarie[1]. Ma era troppo tardi, e il chiudersi della finestra di opportunità storiche segnò la chiusura della partita in URSS e in Europa.

Come marxisti, non possiamo non schierarci politicamente a fianco di quei rivoluzionari che nell’URSS del 1923 si adoperarono convintamente per l’insurrezione tedesca, nonostante la loro analisi della situazione, le loro soluzioni tattiche e la loro valutazione dei tempi fossero a nostro avviso carenti, quando non completamente erronee. I rivoluzionari russi videro troppo tardi la loro ultima possibilità di rovesciare il rapporto di forze internazionale e interno all’URSS grazie alla rivoluzione tedesca, vennero sconfitti e non furono in grado di comprendere quanto profonda fosse quella sconfitta. Se avessero compreso le dimensioni della disfatta, avrebbero dovuto riconoscere il fatto di non aver più nemmeno un’oncia di potere e di essere ormai relegati all’opposizione. Purtroppo, quando finalmente riconobbero di essere un’opposizione, si considerarono e rappresentarono sé stessi come un’opposizione interna al potere operaio e non come un’opposizione alla controrivoluzione, con tutto ciò che ne conseguì.

Fu il dramma di tutte le opposizioni marxiste alla controrivoluzione stalinista all’interno della III Internazionale – tra le quali non possiamo includere le minoranze definite “ultrasinistre”, che risolvevano idealisticamente e meccanicisticamente il problema negando lo stesso carattere proletario della rivoluzione bolscevica – che non compresero, o compresero parzialmente e in ritardo che occorreva battersi per un’autonomia dalle direttive del Comintern. Non sarebbe bastato un ritorno alle 21 condizioni di ammissione del II Congresso mondiale. Ormai, il centralismo del Comintern si era fatto strumento di una politica opportunista e copriva un accentramento reazionario che si manifestò nelle vesti della cosiddetta “bolscevizzazione” dei partiti comunisti di tutto il mondo. Nella misura in cui questa forma “centralista” ostacolava il contenuto della rivoluzione internazionale, piuttosto che favorirlo, andava apertamente e irremissibilmente combattuta. Così come i rivoluzionari marxisti si sono sempre battuti contro la disciplina formale di un partito che non riconoscevano più come il loro.

Per quanto attiene alla Germania, Arthur Rosenberg – osservatore acuto, nonostante la sua parabola politica sia distante dalla nostra impostazione – affermava:

Non avendo […] dopo il 1925 un piano politico conseguente capace di andare oltre la quotidiana propaganda di parole d’ordine anticapitalistiche, la KPD, divenuta di fatto un fattore della stabilizzazione tedesca, poté anche giovarsi, in una certa misura, della stabilizzazione stessa. Dal momento che la SPD intendeva muoversi solo nel quadro della legalità, un secondo partito socialista capace di aprire una prospettiva rivoluzionaria avrebbe avuto in Germania grandi possibilità di sviluppo. Un partito di questo tipo, che si sarebbe forse potuto creare alla fine del 1923 se la sinistra della KPD si fosse separata dalla Russia, avrebbe potuto evitare negli anni della stabilizzazione sommosse ed avventure, ma avrebbe anche esercitato una critica inesorabile sulla politica estera ed interna del capitalismo tedesco e sarebbe stata in grado di offrire nelle grandi crisi che seguirono una soluzione in senso rivoluzionario e socialista. Nel periodo della stabilizzazione questo partito avrebbe subìto gravi sconfitte elettorali e contraccolpi, senza che questo potesse assumere eccessiva importanza, perché, se il partito rimaneva fedele ai suoi princìpi, gli avvenimenti successivi avrebbero completamente giustificato questa sua crisi e le masse sarebbero allora affluite sulle sue posizioni.[2]

Dopo la sconfitta dell’ottobre 1923, i comunisti tedeschi non rompono il cordone ombelicale con l’URSS e, insieme ai marxisti russi, sembrano credere prossima una nuova crisi rivoluzionaria.

Per il marxismo la crisi del capitalismo è crisi della formazione economico-sociale. Si tratta di uno sconvolgimento che non è né puramente economico né solamente politico, determinato in ultima istanza dalle difficoltà del ciclo dell’accumulazione del capitale che si riverberano su tutti i livelli della società borghese. La crisi capitalistica è rivoluzionaria se lo sconvolgimento è profondo e se i suoi contraccolpi fanno pesantemente vacillare la stabilità sociale; si trasforma in rivoluzione se il partito di classe è in grado di costituire un fattore di intervento attivo, se il proletariato, messo in moto dalla crisi, trova in esso il catalizzatore dei suoi interessi storici e il suo strumento di lotta per il potere.

D’altronde, se la crisi si risolve, se il ciclo dell’accumulazione capitalistica è ripartito, lo si riconoscerà dagli innumerevoli riflessi sociali della stabilizzazione – percepibili e intellegibili esclusivamente da un’organizzazione marxista immersa nella realtà sociale – e non certo per mezzo di implausibili calcoli algebrici sul tasso di valorizzazione del capitale. E se si arriva a concludere che il ciclo è ripartito, i compiti del partito rivoluzionario non potranno più essere quelli della preparazione insurrezionale o della conquista delle masse.

Con questa introduzione e questa pubblicazione, come abbiamo scritto in precedenza, abbiamo voluto provare a fornire un inquadramento generale del 1923 in Germania con una chiave di lettura internazionalista, ritenendo inaccettabile che le poche interpretazioni organiche di questo importante snodo storico rimanessero appannaggio di pretesi “geopolitici della rivoluzione” molto più affini a “fantapolitici” della rivoluzione con simpatie mal dissimulate per il nazionalismo borghese unite a ridicole pretese egemoniche. Abbiamo voluto dimostrare che ai marxisti la spregiudicatezza non manca, ma che essa è ancorata ad un metodo – la cui dialettica è al di là della portata dei politologi della classe dominante – e a dei princìpi che rappresentano una bussola e non certo una zavorra di cui liberarsi per fluttuare liberamente nell’atmosfera mefitica della politica borghese. Ma non è tutto.

Amburgo sulle barricate di Larisa Rejsner rappresenta la grandiosa e al tempo stesso tragica testimonianza dello spirito rivoluzionario e internazionalista di un’avanguardia operaia non ancora datasi per vinta, che voleva ancora giocare le sue carte, ma a cui faceva purtroppo difetto un’adeguata capacità di analisi marxista. Si tratta di una vivida testimonianza della combattività, delle capacità organizzative, della disciplina e dell’eroismo del proletariato tedesco, reduce dalle pesanti sconfitte nel biennio decisivo 1918-1920, e ciononostante ancora in grado di poderosi slanci di lotta che, con una direzione consapevole, avrebbero potuto rafforzare l’organizzazione di classe per affrontare le incombenti minacce del nazismo e dello stalinismo, e forse evitare una totale annichilazione politica.

Nelle pagine della Rejsner spiccano i ritratti di operai e di operaie pieni di dignità nella miseria, di vecchi militanti sperimentati e di giovani combattenti spericolati, di socialdemocratici prigionieri del loro opportunismo e di intrepidi “tecnici” dell’insurrezione, di uomini e di donne che, al momento dell’azione decisiva, scoprono in sé stessi insospettate energie, imprevedibili abilità, inimmaginabili eroismi.

L’insurrezione di Amburgo fu certamente un’operazione militare condotta nel corso del riflusso di un’ondata di lotte, e tuttavia si tratta di un episodio capace ancora oggi di illuminare i militanti comunisti sull’immenso potenziale della classe operaia e delle sue avanguardie in momenti di grande sollecitazione storica. Quei momenti in cui tra le file dei partiti d’avanguardia i coraggiosi di ieri possono rivelarsi timidi, mentre dalle masse anonime emergono figure prodigiose per abnegazione, coraggio e lucidità, pronte a prendere il proprio posto nelle organizzazioni di lotta.

Di questi momenti-verità ci dà conto il reportage della Rejsner, capace peraltro di individuare le nuove potenzialità delle barricate nella lotta di strada di quei primi anni Venti, integrando le riflessioni di Engels sulla fine dell’epoca delle barricate quarantottesche – alte muraglie difensive rese inutilizzabili dai nuovi reticoli urbani e dall’artiglieria – con l’esperienza delle trincee del primo conflitto imperialistico mondiale, che trasformano gli sbarramenti impiegati nelle rivolte urbane in ostacoli e diversivi per le forze borghesi e in coperture e teste di ponte per un’azione offensiva del proletariato.

Si tratta certamente di insegnamenti che andrebbero vagliati ed aggiornati nell’epoca degli elicotteri, dei droni e dei satelliti, ma che hanno conservato indubbiamente parte della loro validità.

Un altro dato sul quale Amburgo sulle barricate può stimolare una riflessione è sicuramente quello del ruolo dei reduci all’interno del movimento rivoluzionario. Il documento della Rejsner evidenzia con chiarezza quanto la KPD abbia saputo rapportarsi efficacemente con i veterani della Prima guerra mondiale e quanto abbia saputo impiegarne al meglio l’esperienza, le competenze e le abilità[3]. I reduci, d’altronde, non rappresentano una categoria sociale – come vorrebbe la costruzione ideologica alla base della trincerocrazia di Mussolini e dello spirito dei Freikorps –, al contrario sono attraversati dalla stessa linea di classe che divide l’intera società capitalistica. Troppo spesso la leggenda dell’antireducismo del movimento rivoluzionario, sia in Germania che in Italia, oltre ad essere un cavallo di battaglia del nazionalismo e del fascismo, è stata debitrice di un posteriore atteggiamento pacifista piccolo-borghese trasposto arbitrariamente nel passato.

Larisa Rejsner scrive che «l’operaio non ha storia nei confini dello Stato borghese». È vero, ed è compito della coscienza organizzata del proletariato, del partito di classe, restituirgliela. È compito del partito di classe restituire al proletariato, oltre agli insegnamenti delle sue battaglie e delle sue sconfitte passate, delle tradizioni di cui andare fiero e da cui trarre forza d’animo per le battaglie che verranno. Crediamo che questo fosse uno degli scopi del lavoro di Larisa Rejsner e certamente è anche quello di questa nostra pubblicazione.


NOTE


[1] Il 7 agosto 1923, uno di questi rappresentanti, Stalin, scrisse a Zinov’ev: «Per quanto riguarda la Germania […]. Debbono i comunisti cercare (nel momento attuale) di prendere il potere senza i s[ocial] – d[emocratici], sono pronti a farlo? – questo è, credo, il problema. Quando stavamo prendendo il potere in Russia, noi disponevamo di taluni vantaggi quali: a) la pace; b) la terra ai contadini; c) l’appoggio della schiacciante maggioranza della classe op[eraia]; d) la simpatia dei contadini. I comunisti tedeschi non hanno nessuno di questi vantaggi. Ovviamente hanno il paese dei soviet come loro vicino, cosa che noi non avevamo, ma che cosa possiamo fare per loro in questo momento? Se l’attuale governo tedesco cade, ammettiamo, e i comunisti giungono al potere, la cosa finirebbe con un fiasco. Questo nel “migliore” dei casi. Ma se le cose volgono al peggio, essi verranno battuti e rigettati indietro, al punto dal quale sono partiti. […] Ritengo che i [comunisti] tedeschi debbano essere frenati, e non incoraggiati.» cit. in J. A. Buranov, Il «testamento» di Lenin: falsificato e proibito, Prospettiva Marxista, Filorosso, Milano, 2019, pp. 273-274. Il brano lascia intuire quanto Arthur Rosenberg fosse almeno parzialmente nel vero quando confessava, ad un perplesso Victor Serge, i suoi dubbi sul ruolo rivoluzionario dell’URSS: «Questo intellettuale di gran classe mi spaventa un poco quando mi domanda: “Credete veramente che i russi vogliano la rivoluzione tedesca?”. Ne dubita.» V. Serge, brano di Memorie di un rivoluzionario riportato in V. Serge, op. cit., p. 216. Se è vero che si rendeva sempre più percepibile anche all’estero il progredire della controrivoluzione in Russia, confermato dall’apparente realismo della valutazione di Stalin, espressione, più che di una corretta analisi, di un ben preciso interesse che attraversa come un filo conduttore le sue prese di posizione politiche in campo interno ed internazionale già dai tempi della guerra sovietico-polacca del 1920 [Cfr. M. N. Tuchačevskij, Millenovecentoventi. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte dell’Europa, a cura del Circolo internazionalista Francesco Misiano, Milano, 2020], è altresì vero che le forze rivoluzionarie in Russia non difettavano di una potenziale base di massa. Ai primi settembre, al loro arrivo a Mosca per una conferenza straordinaria segreta sull’insurrezione, una delegazione di comunisti tedeschi troverà la capitale russa «… tappezzata di manifesti che invitano la gioventù russa a imparare il tedesco per aiutare la rivoluzione ormai prossima. Nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università si svolgono tutti i giorni riunioni appassionate sul tema dell’aiuto da portare agli operai tedeschi. […]. Nelle risoluzioni votate nelle assemblee generali nelle fabbriche si afferma che gli operai russi sono pronti a rinunciare agli aumenti e persino ad accettare riduzioni di salario per venire in aiuto della rivoluzione tedesca. Unità dell’armata rossa si dichiarano pronte a correre in soccorso della Germania rivoluzionaria, a compiere il loro dovere di “avanguardia della rivoluzione mondiale”, e inviano risoluzioni in questo senso ai rivoluzionari tedeschi. Sono stati creati due fondi speciali: una riserva d’oro e una riserva di cereali. Per il primo fondo si invitano le donne a dare anche le loro fedi matrimoniali. Per il secondo, il commissariato al commercio prevede la creazione di una “riserva tedesca” di sessanta milioni di pud che sarà immagazzinata nei pressi della frontiera occidentale. per disposizione dell’Ufficio politico tutte le organizzazioni del partito censiscono i militanti che conoscono la lingua tedesca in previsione della creazione di una riserva militare […].» P. Broué, op. cit., p. 706.

[2] A. Rosenberg, op. cit., p. 192-193.

[3] «Si è spesso esagerato il numero degli ufficiali e dei tecnici russi inviati in Germania per inquadrare la progettata insurrezione. La quasi totalità dei quadri tecnici è costituita da tedeschi che si sono formati come ufficiali durante la guerra mondiale […]. Alcuni forse hanno seguito dei corsi sui problemi della guerra civile nelle scuole militari russe, ma la loro cultura militare se la sono fatta in gran parte durante la grande guerra e partecipando ai combattimenti nelle strade del 1919, 1920 e 1921.» P. Broué, op. cit., p. 713.

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