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La non ingerenza della politica nelle vicende economiche è funzionale a preservare i rapporti di produzione e le disuguaglianze sociali

(22 Gennaio 2006)

Testo dell’intervento al 3° Congresso provinciale Cgil di Padova (19–20.1.2006) cui ha dovuto rinunciare - obtorto collo - Lorenzo Mazzucato. Tesserato Cgil dal gennaio 1980; delegato Funzione pubblica.

Da più parti si ritiene di potere uscire dalla vicenda Unipol-Consorte invocando “Nuove regole”. Concretamente, l’idea che occorra separare la politica dall’economia.
Ha scritto Prodi: «l’ambito dell’economia riguarda i giocatori impegnati nella partita sociale; la politica deve limitarsi a indossare la maglia dell’arbitro» - CHIARO COMPAGNI?!

È questa la soluzione giusta? O non è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare? Mi spiego meglio. A sinistra si teme che, interpretando la parte dei fustigatori del collateralismo, la Margherita possa approfittare delle difficoltà dei Ds guadagnando consensi a loro danno.
La cosa è assai probabile, ed anche seria. Inoltre, si corre il rischio (tutti corriamo questo rischio) che il pasticciaccio Unipol produca effetti nefasti sull’esito elettorale di aprile.

Forse, però, non sono neanche questi gli aspetti più rilevanti. Molto più forti possono essere le conseguenze che l’affare Unipol rischia di produrre nella durevole configurazione politica dell’Unione; vale a dire, su ciò che l’Unione sarà e deciderà di fare nell’esercizio concreto delle funzioni di governo.
I moderati dell’Unione, alla domanda: che cosa si deve fare per prevenire corruzione e scandali rispondono: fare funzionare il mercato. Un «mercato trasparente» sarebbe, secondo loro, la soluzione di tutti i mali. L’idea inossidabile è che il mercato si autoregola, producendo esiti che, nel premiare il capitale produttivo, tutelerebbero gli interessi sociali (dei consumatori e di una generica collettività).

Insomma: il padronato come puro attore economico e l’«economia di mercato» come contesa simmetrica tra giocatori dotati delle stesse opportunità di vittoria: uno schema in cui il «dirigismo» e lo «statalismo» figurano naturalmente come principali imputati.

Noi sappiamo, però, che questa è un’ideologia. O per lo meno dovremmo saperlo, dopo l’abbuffata «neoliberista» che negli ultimi venticinque anni ci ha dato:
- una nuova razza padrona,
- un’inedita polarizzazione sociale
- un’altrettanto estrema radicalizzazione della subordinazione e dello sfruttamento del lavoro.

(A proposito, scusate, ma non vi pare che dovrebbe essere questa la prima «questione morale» del nostro paese?)

Secondo Gramsci: dietro lo schema della non ingerenza della politica nelle vicende economiche, il liberismo nasconde un programma politico funzionale a preservare i rapporti di produzione, e le disuguaglianze sociali. Se non si è liberisti, si sa che la politica si deve occupare di economia, per forza, poiché senza politica non ci sarebbero né capitale né lavoro né, tanto meno, mercato. Se non si è liberisti, non si può dunque accettare la favola della separazione tra politica e economia.

Cosa discende da questa analisi fatta a po’ spanne? Che le compromissioni e i collateralismi sono inevitabili? No, assolutamente: il punto è un altro. Il punto è che l’inevitabile occuparsi di economia da parte di un soggetto politico di sinistra (e cioè non strategicamente interessato a promuovere il capitalismo) deve consistere nella difesa dell’antagonista del capitale, cioè nella promozione degli interessi del lavoro e nella tutela dei suoi diritti.
Il punto all’ordine del giorno, cari compagni, è che il rapporto (o il mancato rapporto) tra la sinistra e il lavoro è la vera radice dei nodi venuti al pettine in questi giorni. È questo un dato di fatto che ci pone dinanzi a una annosa questione storica. Alla base della vicenda Unipol c’è il problema di una «sinistra» che si definisce solo in negativo: non è più movimento operaio ma non è ancora (speriamo mai lo diventi) borghesia capitalistica.
Uscire dalle attuali difficoltà nella direzione giusta (cioè a sinistra), impone di rovesciare la tendenza affermatasi dall’89 in poi: non subendo più l’imperativo confindustriale di «separare» la sfera della politica dall’economia (cioè di lasciare il governo dell’economia al capitale), bensì rispondendo con un’offensiva politica tesa a instaurare un governo dell’economia in una prospettiva critica e di trasformazione.

Ciò significa una cosa molto elementare e già ben chiara ai Costituenti: ve lo ricordate a memoria l’art. 3 comma 2 della nostra beneamata Costituzione? Ho voglia di scandirlo, lentamente, poiché ogni volta che ci penso mi esalta:

“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Apro una parentesi - Scusate, è da brividi sulla schiena, o no?! per motivi di studio, ho avuto l’occasione di leggere la costituzione dell’Unione sovietica nelle sue versioni storiche (dalla prima del 1918 fino all’ultima del 1987); in tutti quegli articoli non ce n’è uno che sia così pregnante e rivoluzionario in potenza, in proiezione dinamica - chiudo la parentesi

Scusate compagni lo sfogo personale, ma ognuno c’ha i suoi difetti. Ecco, l’art. 3 comma 2, appena letto, io lo interpreto con questa formula breve ma efficace:
la Repubblica deve cercare di imporre forme della produzione e della gestione delle risorse improntate alla difesa dei diritti del lavoro e al primato del pubblico. Tutto questo oggi si traduce in due istanze fondamentali:

stop alle privatizzazioni e restituzione al pubblico di beni e servizi di rilevanza collettiva;

programmazione e direzione pubblica delle linee di sviluppo del paese.


Spero abbiate chiaro, adesso, cosa penso del rapporto tra politica ed economia: primazia dell’una sull’altra per il bene comune

Questa dovrà essere la risposta delle sinistre italiane (e della CGIL) al trionfo del Privato (che nel nostro paese si traduce ormai in oligopoli e oligarchie).

L’ultima parte del mio intervento ha l’ambizione di essere un augurio (forse un sogno) e allo stesso tempo un appello.
E mi devo rivolgere direttamente ai compagni della Fiom, che ieri hanno conquistato finalmente il contratto. Avete davanti un’occasione eccezionale, di quelle che capitano raramente in politica; ma contemporaneamente è un grande onere. Oggi, dovete capitalizzare al meglio i successi che potete vantare con orgoglio - un’inedita percentuale di voti alle tesi Rinaldini, e il contratto testè raggiunto.
Vi spetta una maggiore rappresentanza nella Cgil (in tutte le istanze), ma soprattutto valorizzate politicamente e culturalmente il fatto che le tesi firmate da Gianni Rinaldini non le hanno votate solo gli iscritti alla Fiom.
I lavoratori di altre categorie (me compreso) non devono rimanere orfani.

Perciò è giunto il momento di trasformare in area tematica, all’interno della CGIL, sia il patrimonio di voti, sia l’originale elaborazione teorica delle due tesi alternative. Sarete, saremo, una grande minoranza. Tuttavia, l’albero che avete piantato dà già frutti di avanguardia; frutti per la critica e la trasformazione dello stato di cose presenti.

Compagne e compagni vi ringrazio per l’attenzione

Lorenzo Mazzucato

Fonte

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