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Un voto contro Berlusconi e contro il maggioritario

(27 Marzo 2006)

Tra pochi giorni la nuova legge elettorale verrà messa alla prova.
Varata dal centrodestra con il chiaro fine di limitare i danni per quella che si preannunziava e che ancora si preannunzia una chiara sconfitta elettorale, la nuova legge elettorale sembra però già avere i giorni contati.
Da parte dei maggiori leader dello schieramento di centrosinistra, infatti, provengono chiari segnali in tal senso.
Il candidato Premier Prodi, per altro, ha chiaramente indicato che la strada da percorrere sarà il ritorno al maggioritario.
E visto che l'attuale legge è, a tutti gli effetti, una variante della logica maggioritaria, c'è da presumere che il centrosinistra voglia tornare ad una sistema maggioritario fondato sui collegi uninominali.
Non una modifica, quindi, per migliorare gli aspetti critici della nuova legge elettorale; bensì un ritorno alla precedente legge elettorale maggioritaria grazie alla quale abbiamo avuto i Governi e i Ministri che sappiamo e tre legislature che, senza alcun timore di smentita, verranno ricordate come il momento più basso della politica italiana.
Certamente, il ceto politico italiano è quello che è, ma è anche vero che è stato proprio grazie alla precedente legge elettorale se gli elettori non hanno avuto reali possibilità d'intervento, attraverso lo strumento del voto, per cercare di migliorare e rinnovare questa classe dirigente.

E' quindi il caso di riassumere, mettendo anche a confronto la nuova legge con la precedente, gli aspetti più odiosi attraverso ai quali agli elettori sono stati sottratti anche quei minimi livelli di democrazia e reale intervento decisionale che una legge elettorale dovrebbe garantire.

In primo luogo è il caso di soffermarsi sulle reali differenze tra la vecchia e la nuova legge elettorale.
Sotto l'aspetto lessicale queste differenze potrebbero sembrare abissali, vista la definizione impropria di "legge elettorale proporzionale" in relazione alla nuova legge.
Ma la nuova legge, per l'appunto, contrariamente alla definizione data, negli effetti concreti è di tipo maggioritario, in quanto in grado di assegnare al vincitore (sia esso coalizione o singolo partito) la maggioranza dei seggi parlamentari. Nel caso che nessun partito o coalizione riesca a raggiungere l'assegnazione di almeno 340 seggi alla Camera (il 55%), al partito o alla coalizione che avrà ottenuto un voto in più degli altri verrà assegnato un premio di seggi sino al raggiungimento di questa quota.
Per l'assegnazione della maggioranza parlamentare, quindi, il sistema è tipicamente maggioritario, allo stesso modo dei collegi uninominali, dove la vittoria del collegio si ottiene indipendentemente dal raggiungimento di una data quota percentuale, ma semplicemente ricevendo un voto in più degli altri.
Entrambi i sistemi determinano il vincitore attraverso il medesimo meccanismo: chi ottiene un voto in più, al 50,1% o al 30% non fa alcuna differenza, prende l'intera posta.
Continuare a definire, quindi, l'attuale legge elettorale di tipo proporzionale, serve soltanto per alimentare la confusione.
Tanto più che anche per l'assegnazione dei restanti seggi agli sconfitti il sistema prevede sì la ripartizione di tipo proporzionale, ma anche delle soglie di sbarramento. Sommando quindi le due cose, premio di maggioranza e quote di sbarramento, della logica proporzionale rimane decisamente nulla.

Quando e come, allora, la nuova legge interviene con meccanismi tipicamente proporzionali?
Ed è rispondendo a questa domanda che si scoprono i motivi di tanto astio nei confronti della nuova legge elettorale.
Una volta assegnate le quote di seggi spettanti alle singole coalizioni con il meccanismo sopra descritto, la distribuzione dei seggi all'interno delle coalizioni si fa con metodo proporzionale.
E chi è che decide, quindi, come questi seggi debbano essere distribuiti all'interno delle coalizioni?
I partiti? Le segreterie di partito? Il "mercato delle vacche" che abbiamo conosciuto in fase di assegnazione dei collegi uninominali nelle ultime tre elezioni?
No, nulla di tutto questo.
Bestemmia delle bestemmie: GLI ELETTORI.
Il voto alla coalizione, infatti, si esercita attraverso il voto ad una delle forze politiche che sostengono la medesima coalizione.
In altre parole, gli elettori non soltanto possono scegliere la coalizione che ritengono più idonea a governare il Paese, ma anche la forza politica che meglio potrebbe rappresentarli all'interno della coalizione.
Certamente, il meccanismo andrebbe migliorato consentendo all'elettore di poter scegliere anche un candidato, e questo per evitare che le segreterie di partito possano imporsi all'elettore non consentendogli altra scelta.
Di sicuro, però, a differenza della precedente legge elettorale, con la nuova legge l'elettore gode di maggiore libertà di voto.
Sceglie la coalizione e sceglie all'interno della coalizione non subendo il ricatto del "prendere o lasciare" tipico del sistema dei collegi uninominali.
E chi in questi ultimi anni ha votato per candidati sconosciuti, o anche per candidati che non gli piacevano, o che alla fine è stato costretto al non voto perché il voto alla coalizione avrebbe significato un voto anche per il candidato non desiderato, sa bene di quale libertà di voto in più può oggi disporre rispetto al passato.
Di quale libertà di scelta si può infatti parlare se per votare un programma di governo o una data coalizione si è anche costretti a votare l'unico candidato che si ha a disposizione?
Le liste dei candidati dei collegi uninominali proposti dalle coalizioni non erano forse liste bloccate?
Con i collegi uninominali l'elettore non sceglie alcun candidato, perché questa scelta la fanno per lui gli accordi di partito, anche a volerli mascherare con l'uso delle primarie.
Con i collegi uninominali l'elettore non può cambiare di una virgola gli equilibri interni alle coalizioni, perché questi equilibri si decidono altrove, nell'assegnazione ad ogni forza politica di un Tot di collegi.
Paradossalmente, a chi oggi dice che con la nuova legge gli elettori hanno perso la possibilità di scegliere i propri candidati perché le liste dei candidati sono bloccate, si può tranquillamente rispondere che oggi vi è la possibilità di votare la coalizione scegliendo tra tanti candidati quanti sono i gruppi di candidati di ogni lista che appartengono alla coalizione e che possono presumibilmente aspirare ad essere eletti.
Le liste che hanno presentato candidati "impresentabili" sanno bene che gli elettori potrebbero per questo motivo non votarle senza con ciò danneggiare l'intera coalizione, perché non dovrebbero far altro che scegliere un'altra lista della medesima coalizione con candidati più presentabili.
Con i collegi uninominali non c'era invece alcuna possibilità di scelta: se non si votava il candidato impresentabile si danneggiava l'intera coalizione, per cui alla fine si era costretti a votarlo.
Sbalordiscono non poco, quindi, questi continui attacchi alla nuova legge elettorale, da parte dei leader di centrosinistra, portando a parametro di confronto i pregi di una legge elettorale sciagurata e antidemocratica che abbiamo avuto la sfortuna di conoscere e subire.
Ma per non rimanere maggiormente colpiti da stupore, è bene non correre rischi e per il prossimo passaggio elettorale è di vitale importanza che vengano sfruttate tutte le opportunità che la nuova legge elettorale consente.

Del Governo Berlusconi e delle leggi fatte dalle sua maggioranza non c'è praticamente nulla da salvare se non, paradossalmente, la nuova legge elettorale.
Come e perché il centrodestra sia stato costretto a questo passaggio, che potremmo definire di salvaguardia dei diritti delle minoranze, è sin troppo chiaro.
Di fronte alla prevedibile sconfitta elettorale, da un lato si è voluto evitare quanto successo alle elezioni del 2001, dove nonostante i pochi voti di differenza il centro-destra riuscì ad ottenere larghissime maggioranze parlamentari (il 56,2% dei seggi del Senato con il 42,5% dei voti e il 59,4% dei collegi uninominali per la Camera con il 45,4% dei voti); dall'altro lato per cercare di aprire delle contraddizioni all'interno dello schieramento di centrosinistra che ha presentato un candidato Premier di fatto esterno ai partiti che lo hanno candidato.
Non c'è quindi da farsi illusioni: passata la congiuntura politica eccezionale, nulla di più normale che, trasversalmente ai due schieramenti, possa ricrearsi una maggioranza parlamentare che riporterà indietro il paese.
Le riforme "condivise" con l'opposizione, di cui tanto si parla, possono anche significare, infatti, il tradimento degli alleati al proprio interno.
La ricerca del punto d'incontro con l'opposizione per evitare di trovarlo al proprio interno.
Del resto, si tratterebbe di un film già visto: con Prodi al governo, come dimenticare il progetto di presidenzialismo votato dalla Bicamerale presieduta dall'On. D'Alema?

Per cercare d'impedire tutto ciò non vi è quindi altra scelta: gli elettori del centrosinistra possono oggi votare per la sconfitta del centrodestra senza consegnare deleghe in bianco ai vari Prodi, D'Alema, Fassino, Rutelli o a chiunque altro voglia ritrascinarci nella deriva maggioritaria che ha condizionato tutta la politica istituzionale dell'ultimo quindicennio.
E' un'occasione da non perdere, probabilmente irripetibile, in modo particolare se non sfruttata ora che ve n'è la possibilità.

27 marzo 2006

Franco Ragusa

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