il pane e le rose

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L’industria genovese va difesa non svenduta

(8 Aprile 2006)

Genova e la Liguria da qualche anno sono il teatro di una grave crisi industriale e al contempo il laboratorio di una ristrutturazione del sistema produttivo che è caratterizzata da tre fenomeni: 1) lo smantellamento e la privatizzazione delle aziende pubbliche, 2) lo sviluppo di rapporti sempre più diretti tra banche, borsa e industria, 3) una politica fortemente assistenzialistica dello Stato e degli Enti locali nei confronti delle imprese.

Sullo stato di crisi non è necessario spendere molte parole e sciorinare troppi dati. Tubighisa, Moltini, Finmek, Federal Mogul, Mares. Sono soltanto alcuni nomi della sfilza di aziende che nell’ultimo anno hanno chiuso, licenziato, avviato procedure di cassa integrazione. E si aggiungono a tante altre sparse nel territorio ligure: basti pensare alla Ferrania di Cairo Montenotte oppure alla Ceramica Vaccari o ai Cantieri S. Marco di La Spezia. Ma ciò che è più interessante è che proprio questa situazione di crisi fornisce alle aziende il migliore pretesto per fare della nostra regione e di Genova il laboratorio di nuove politiche che puntano a rilanciare la famosa competitività scaricando i costi di tali politiche sulle spalle dei lavoratori.

Ansaldo e Fincantieri. Il settore civile di Finmeccanica è di fatto in vendita. Ansaldo Sts è nata recentemente dalla fusione di Ansaldo Signal e Ansaldo Sistemi di Trasporto Ferroviario. 3600 dipendenti in 18paesi, all’avanguardia nei settori del trasporto ad alta velocità e delle metropolitane (Copenhagen, Chicago, Cina), nelle scorse settimane il 52% del pacchetto azionario è stato messo in vendita in borsa. L’accoglienza della borsa è stata entusiastica: le richieste sono state pari a 8 volte l’offerta. Non è indifferente il fatto che l’azienda abbia dichiarato di voler concentrare i propri investimenti nel settore del segnalamento dell’alta velocità. Anche Fincantieri ha annunciato di recente di volersi quotare in borsa e vendere il 70% delle azioni in particolare a fondi d’investimento americani. Questi sono enormi serbatoi di denaro che raccolgono i contributi dei lavoratori americani e li investono in borsa a fini previdenziali, cioè per dare loro pensione e assicurazioni sociali, dati che negli Usa la previdenza e la sanità sono private. Sono potenze finanziarie in grado di movimentare masse di denaro così gigantesche da mettere in ginocchio l’economia di un paese attraverso manovre di borsa. Sono infine protagonisti di tutti gli scandali finanziari degli ultimi anni, da Enron a Parmalat e Cirio fino alle scalate bancarie dell’estate scorsa.

Esaote e Marconi. Dopo essere scampata all’assalto di Gec, che minacciava di comprarla per il marchio e poi smantellarla a poco a poco, Esaote viene acquistata da una cordata di banche (Carige, Intesa, S. Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena) più un fondo d’investimento (Equinox) e annuncia il ritorno in borsa. Un’operazione puramente finanziaria da parte di investitori finanziari senza alcun legame col territorio (tranne Carige), in parte sotto il controllo di banche straniere e perdipiù soggette in questo momento a manovre di mercato di cui non si conosce l’esito (si parla ad esempio di una possibile fusione tra Intesa e Capitalia o tra S. Paolo e Mps). Una situazione preoccupante nel settore dell’alta tecnologia che si aggiunge a quella di Marconi, acquistata recentemente dalla svedese Ericsson e per cui si prevedono un 15% di esuberi.

Iit. Il presunto fiore all’occhiello del futuro distretto genovese dell’alta tecnologia si sta rivelando finora un colossale pretesto per finanziare gli imprenditori attivi a Genova con denaro pubblico. Nei progetti del distretto tecnologico non ci sono sostanzialmente investimenti produttivi in grado di produrre occupazione. Si tratta in realtà di un gigantesco collettore di finanziamenti pubblici che verranno impiegati da una parte per sviluppare servizi e ricerca scientifica al servizio delle aziende, dall’altro per sostenere una nuova ondata di cementificazioni, con la scusa delle infrastrutture e con grande gioia di Coopsette e dei vari immobiliaristi locali e non. Non è un caso che subito dopo il via libera al progetto di costruire un villaggio tecnologico agli Erzelli gli imprenditori abbiano cominciato subito a litigare col Comune chiedendo una quota del 50% (invece che del 30%) dedicata all’edilizia residenziale. Al che ci chiediamo: ma vogliono investire nella ricerca, nell’industria o costruire case?

Il progetto tuttavia sta molto a cuore alla borghesia italiana, che ha piazzato nella cabina di comando dell’Iit esponenti delle massime lobbies economiche nazionali: da John Elkann (Fiat) a Gabriele Galateri di Genola (Mediobanca), da Remo Pertica (Finmeccanica) a Giuseppe Vita (Ras) a Pasquale Pistorio (Confindustria). Molti dei quali oggi assai vicini al centrosinistra (e di vocazione centrocentro), il che dà all’operazione anche un significato politico inequivocabile. Del resto la stessa acquisizione di Esaote ha uguale colore. Una cordata di banche quasi tutte vicine al centrosinistra (tranne Carige), guidata ancora una volta da un manager vicino ai Ds come Castellano che sostituisce a Diana Bracco, presidente dell’Associazione Industriali di Milano e notoriamente affiliata alla fazione berlusconiana di Confindustria.

Il risultato è che l’industria pubblica viene privatizzata con unità d’intenti bipartisan e le fabbriche genovesi vanno in borsa nel pieno di una crisi finanziaria mondiale. E’ il caso di essere preoccupati!

Marco Veruggio (Resistenze - Foglio di organizzazione sociale di Progetto Comunista Sinistra Prc)

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